Arte

Bentornata signora pittura

Parlando dell’attuale Biennale di Venezia ho già detto che tra le cose più belle da ammirare nel Padiglione centrale è la saletta in cui la sessantenne artista sudafricana Marlene Dumas (1953) schiera una fila di teschietti assai espressivi. Non c’è alcun merito particolare da parte di Enwezor nell’averla inserita, visto che da tempo la Dumas appartiene alla lista degli eletti, al punto che in contemporanea riceve un omaggio alla Fondazione Beyeler di Basilea attraverso una retrospettiva a tutto campo, e si sa bene come mostre di questo genere in un sito così titolato corrispondano a una consacrazione ufficiale. Caso mai, sono io personalmente che fino a poco tempo fa ero restio a concederle un posto molto in altro nella mia stima, mentre ora mi sono ricreduto, anche a mio proprio vantaggio personale, di modesto autore che, sessant’anni dopo, ha ripreso i pennelli in mano. Questo infatti il punto, oggi “si può fare”, ovvero è da superare l’interdetto scagliato contro i riti del pennello da Joseph Kosuth, che nello stabilire la trinità dei mezzi consentiti, nel cuore del ’68, mentre legittimava foto, scrittura e oggetti stessi, escludeva appunto una qualche via di rappresentazione con i vecchi strumenti del disegno o della pittura. Sembrava cioè che la fotografia avesse vinto definitivamente il “combattimento per un’immagine” iniziatosi con gli Impressionisti, e che i rivali pittori dovessero abbandonare il campo, darsi all’astrazione, alla decorazione, a quanto si voglia, ma la sfida sul campo, no. Invece si manifesta pur sempre una incontenibile attrazione del vero, della realtà, senza arrivare agli estremi di un filosofo quale Maurizio Ferraris che vorrebbe addirittura ritornare a prima di Kant, ristabilire l’illusione che si possa accedere al vero in tutta innocenza e limpidezza di sguardo. E invece no, il filtro deve funzionare, ma tallonando i referti fotografici, in una gara che si riapre. Per carità, il cammino della foto resta ampio e maestoso, appena qualche giorno fa ne celebravo la magnificenza nella persona di Lachapelle, ma appunto la nostra Dumas rosicchia ai fianchi il responso delle fotine di famiglia, o dei reportage della cronaca, affrettandone per così dire la consunzione, l’affondo in un baratro di oblio, o tentando di riscattare figure e cose con qualche tocco opportuno. In fondo, si conferma un costeggiamento dell’operazione fotografica, tanto che è lecito stabilire una affinità tra i riporti della Dumas, che sanno farsi così precari e consunti, e quelli che proprio con la “camera” ottiene, o otteneva, Boltanski, lasciando quasi che le foto-ricordo impallidissero imprigionate nei cassetti, o venissero sottoposte a ingrandimenti feroci che le sgranavano. La Dumas sembra inondare i negativi, le stampe, con qualche acido corrosivo che fa dileguare la maggior parte delle sagome, lasciandone però emergere i tratti fisionomici rilevanti, che assumono così un sapore spettrale, quasi onirico. E’ un modo di forzare la fotografia spingendola ad andare oltre di sé, a spremere fuori l’inconscio, quasi a gara con i sondaggi misteriosi di cui è capace il pennello massimamente virtuoso di Bacon.
Sempre a Venezia, ci si può portare al Palazzetto Tito dove, a cura della Fondazione Bevilacqua La Masa, espone lo scozzese Peter Doig, 1959, anche lui dunque quasi-sessantenne. In questo caso, posso ricollegarmi alla lettura che sempre in questi appunti del tutto privati ho condotto su Bonnard, dichiarandolo in ripresa sul rivale Matisse. Da quest’ultimo la pittura non ha nulla da recuperare, in quanto egli aveva spremuto il limone dell’immagine fino all’estremo, caso mai passando la parola, è il caso di dirlo, ai “writers”, ai graffitsti e muralisti, mentre Doig riparte dal fascino delle pareti di interni, dagli intonaci larghi, estesi, imbevuti di luce, del resto concependoli come scene vuote che evocano quasi per magia la comparsa di personaggi, i quali invece si avvalgono delle asprezze aggressive della tradizione espressionista, così magari collegandosi alla discendenza dei Nuovi selvaggi, tra cui anche Georg Baselitz è ritornato prepotentemente in pista, chiudendo con energia il percorso della Biennale nel settore delle Corderie. Ma Baselitz si allontana decisamente dal “combattimento” con il nemico costituito dall’obiettivo fotografico, mentre il rapporto di competizione ritorna con un’artista poco più che quarantenne, Chantal Joffe (1969), che abbiamo visto poco tempo fa a Reggio Emilia, Collezione Maramotti. Nel suo caso si può parlare di un’abile scannerizzazione dell’immagine fotografica, che la svuota dei contenuti materici evidenziando invece sagome, profili, contorni, attaccandosi con bramosia agli elementi decorativi degli abiti, stoffe a righe, camicette, tutto quanto fa macchia e attira magneticamente gli sguardi. Niente da dire, la signora pittura è tornata al ruolo di protagonista, il triangolo di Kosuth si deve arricchire di un’altra punta d’attacco, non è più solo una terna bensì una quaterna.
Marlene Dumas, The Image as Burden, a cura di L. Coelewij, H. Sainsbury, T. Usher. Basilea, Fondazione Beyeler, fino al 6 settembre.

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