Letteratura

Carla Vasio: piccolo è bello

Qualche tempo fa, in una di queste mie noterelle, lamentavo la scarsa presenza di voci femminili tra le file del pur glorioso Gruppo 63, almeno per quanto riguarda la narrativa, forse con l’unica eccezione di rilievo rappresentata dall’”Orizzonte” di Carla Vasio, che pure in seguito sembrava essere sprofondata nel silenzio. O forse no, sono colpevole io di averla trascurata. L’occasione di quella mia presa d’atto era la ricomparsa, invece, di una ennesima prova di Marina Mizzau, che però non poteva essere posta a riempire quel buco, in quanto, negli anni buoni del Gruppo, Marina si era data, come me, a un’attività di natura esclusivamente critica. Solo in seguito, a Gruppo già tramontato e sciolto, si era decisa a scendere in campo con una produzione di testi in prosa. Sembra quasi che quel mio lamento abbia fatto breccia in Carla Vasio, visto che ora esce con uno smilzo libretto, quasi come un Pollicino che depone un’altra traccia di un raro e rado percorso. Il titolo di questa uscita è già molto indicativo di per sé: “Piccoli impedimenti alla felicità”. Vi trovo una opportuna consonanza con una formula in cui si concentra forse per intero la poetica di Antonio Tabucchi, “piccoli equivoci senza importanza”. Viva il piccolo, il marginale, il “senza importanza”, un modo sicuro di ricordare i gloriosi precedenti delle epifanie joyciane o delle occasioni montaliane. In ciò forse una demarcazione tra la buona e la cattiva narrativa, quest’ultima continua impunita anche ai nostri giorni a inzeppare i propri componimenti di fatti grossi, mentre l’altra accetta la dieta, e anche la conseguenza che partendo dal piccolo, non si potrà riguadagnare il grande formato del romanzo, cosa di cui la nostra Vasio è assolutamente incurante, mentre si sa che invece Tabucchi soffriva, per questo limite, e più di lui soffriva la schiera di ammiratori, con un piede nella conservazione, che infatti gli eressero un monumento per una delle sue prove più infelici, proprio perché tentavano di sfuggire alla condanna al piccolo formato. Mi riferisco al lungo, dilatato oltre misura “Sostiene Pereira”. Un rischio del genere non lo corre certo la Vasio, cui semmai si può muovere un rimprovero opposto, di darci cioè prose minimali, brevi lacerti, illuminazioni episodiche, come fiammiferi accesi per un attimo a schiarire le tenebre, ma presto ingoiati e sommersi da queste. Sempre ragionando sul titolo, diciamo pure che la felicità in esso evocata vi sta per antifrasi, per indicare un fine irraggiungibile, queste scarse pagine attestano invariabilmente momenti di crisi, di angoscia, di mancamenti, vissuti dai protagonisti tra coscienza e incoscienza, a occhi aperti o chiusi nel sogno, forse meglio dire nell’incubo. Già nella “Premessa” abbiamo subito un caso di caduta nella nevrosi, di un soggetto che ripete a se stesso una frase rivelatrice di tutto il suo turbamento psichico, “modernità trasalita”. Il successivo “Cinque” sta a indicare le ore passate da quando un audace si è tuffato in mare, poi sparendo alla vista del compagni. In genere, dominano appunto i casi di obiettivi anche molto semplici, come quello di un tale che cerca di prendere l’autobus, ma non ce la fa, e si consola con una manciata di “Frammenti”, molto simili ai talismani insignificanti su cui insiste anche Montale. E poi, c’è la porta che si apre da sé, come nell’incubo di una dormiente, o il vagare “Nel buio” di due fratelli che cercano di trovare i gradini brancolando come dei ciechi, e sentendoli fuggir via dai loro piedi. C’è una signora che attende gli ospiti per una festicciola di compleanno, ma poi viene presa dal dubbio che forse ha sbagliato data, e dunque nessuno verrà a festeggiarla. E’ un caso che consuona con “Quello che resta”, in una casa svuotata del mobilio e pronta per essere affittata, ma c‘è all’interno una persona che si abbarbica a lettere conservate nel cassetto, a memorie non del tutto svanite. Anche gli animali hanno un loro ruolo, in questo microcosmo, a cominciare dalle lumache numerose, “Cento e una”, che sfuggono dal paniere dove sono state messe a spurgare, e ora chi tenta di raccattarle si trova suo malgrado a schiacciarle sotto i piedi. Ma forse il racconto più riassuntivo è uno degli ultimi della serie, “Allacciamenti”, dove protagonisti sono dei coniugi che stanno in fila, dopo aver presto il biglietto, attendendo che venga il loro turno per essere chiamati allo sportello e per manifestare una richiesta forse assurda, forse già in partenza negata ad ogni risposta e possibilità di esaudimento. Davvero la felicità è lontana, irraggiungibile.
Carla Vasio. Piccoli impedimenti alla felicità. Roma, Nottetempo, pp. 95, euro 11.

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