Attualità

Dom. 13-3-22 (Occidente)

Attorno alla drammatica questione dell’Ucraina avvengono cose che non comprendo. Trovo inutile e ridicolo, per esempio, che si sia sperato di trovare un mediatore nel leader cinese, amico tradizionale di Putin. Qualcosa di più si poteva sperare da parte del leader di Israele, che comunque è un “terzo”, e tale sarebbe pure Erdogan. Ma sono i rappresentanti dell’Occidente che si devono fare [...]  CONTINUA A LEGGERE

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Dom. 13-3-22 (Occidente)

Attorno alla drammatica questione dell’Ucraina avvengono cose che non comprendo. Trovo inutile e ridicolo, per esempio, che si sia sperato di trovare un mediatore nel leader cinese, amico tradizionale di Putin. Qualcosa di più si poteva sperare da parte del leader di Israele, che comunque è un “terzo”, e tale sarebbe pure Erdogan. Ma sono i rappresentanti dell’Occidente che si devono fare [...]  CONTINUA A LEGGERE

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Dom. 6-3-22 (Zelensky)

Cerchiamo di mettere in po’ di realpolitik nella tragedia dell’Ucraina. Mi pare che non ci sia nulla da fare, se Zelensky ama davvero il suo Paese, come ha ampiamente dimostrato, se ne deve andare, uscire dai confini, altrimenti trascina la sua terra in una sanguinosa guerra casa per casa, con migliaia di vittime e di rovine senza fine. Il che vuol dire che l’Ucraina sia destinata a diventare una regione succube della Russia? Non credo, qui c’è pure un ruolo anche dell’Occidente, Usa, NATO, EU, i quali devono fornire solide garanzie che non hanno alcuna intenzione di collocare dei missili in quel Paese infelice. Con i sistemi di controllo di oggi, è facile per i Russi verificare se questo impegno sia rispettato davvero. Ma detto questo, se appunto l’Occidente sa premere, e le sanzioni economiche dovrebbero pure avere il loro peso, penso a me stesso come mi troverei male se a un tratto mi risultassero inutilizzabili carta di credito e bancomat, si può ottenere che alla testa dell’Ucraina non venga posto un fantoccio manovrato da Putin, ma che si tengano davvero libere elezioni. Credo insomma che, pur senza accoglierlo nell’EU, a quel Paese si possa concedere di vivere in stile occidentale, pur nel rispetto della neutralità. Lo fa da anni e con ottimo esito, la Finlandia. Non solo, ci potrebbero essere perfino dei vantaggi economici, noi occidentali, invece di dare all’Ucraina inutili armi, dovremmo dare soldi, tanti, per consentirne la ricostruzione, e altrettanto dovrebbe fare in primis la Russia, principale responsabile della distruzione delle città ucraine. Quanto a Zelensky, se fuoriuscito, e convenientemente alloggiato all’estero, potrebbe diventare il garante, per un verso, della neutralizzazione del suo Paese, ma per un altro, della possibilità che esso goda di tutte le libertà occidentali, pur non conferendogliele formalmente. È un’utopia? Forse, ma dipende dalla fermezza, dalla forza di noi Occidentali, invece che far risuonare il melodrammatico e ipocrita “armiamoci e partite”.

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Dom. 27-2-22 (Putin)

Confesso che fino a due giorni fa meditavo di stendere una nota per difendere una possibilità residua di risolvere la questione ucraina per via diplomatica,. Mi pareva che Putin avesse conseguito due obiettivi in parte ragionevoli, difendere il diritto di due regioni del Dombas di far uso della loro russofonia. Avevo già avuto occasione di rimproverare l’Ucraina di non aver concesso a quei paesi la supremazia della loro lingua, come invece siamo stati abili noi a fare nei confronti della comunità sicuramente germanofona dell Alto Adige. Ogni estate non so quante volte, provenendo da Cortina, varco a Cimabanche il confine tra la provincia di Belluno e quella di Bolzano, come mi annuncia un cartello dove il Sudtirol, come giusto, è in prima posizione, e l’Alto Adige viene posto al di sotto. Ovvero, noi abbiamo riconosciuto il diritto di tutta quella proinvincia di dichiarare la precedenza della loro linegua, e così viviamo in pace. Purtroppo l’ucraina non ha fatto a tempo opportuno qualcosa di simile verso le sue aree russofone, e dunque si poteva comprendere Putin nelle sue mosse per proteggere il diritto di quelle province a parlare russo. E anche di strappare a noi occidentali la solenne promessa di tenere lontani i missili della NATO dai territori sovietici, allo stesso modo che Kennedy aveva diffidato Kruscev dal portare i suoi missili a Cuba. Ottenuti quei due risultati, come mai Putin non si è fermato? Bisogna pensare che nella sua mente non ci fosse all’inizio l’idea di spingersi più in là, dato che in tal caso si potrebbe obiettare, perché non l’ha fatto di colpo, perché tanto indugio prima di invadere davvero l’Ucraina? Sembra che questa sia una lezione suggeritagli dai continui annunci da parte della CIA che l’invasione era imminente. Ovvero, come si dice in questi casi, è il continuo gridare “al lupo al lupo” che alla fine ha materializzato il pericolo. Ricorrendo a una metafora, Putin si è comportato come un chirurgo che apre un corpo per estrarne un limitato tumore, ma scopre che questo si è ormai esteso e quindi bisogna estrarre porzioni più vaste di tessuto inquinato, ovvero si tratta di estendere l’intervento molto più a fondo, al di là delle intenzioni inziali. Oppure un ragionamento da realpolitik ha convinto Putin che nessuno di noi occidentali vuole morire per Kiev, da qui la tentazione di procedere fino in fondo. Che fare ora? Si potrebbe anche dire che a questo modo Putin si è attirato addosso il male che voleva evitare, ma oseremo noi a intervenire in forze con le armi della NATO per difendere l’Ucraina? Saremmo davvero al limite con uns guerra mondiale. Temo che noi abbozzeremo, cederemo al prepotente l’intera Ucraina, col diritto di trasformarla in un paese a lui ossequiente, mettendo un baluardo solo verso ulteriori passi di conquista, erigendo un muro di difesa, per esempio, a favore dei Paesi Baltici. In altre parole, Putin ha giocato d’azzardo, ma temo che, entro certi limiti, il gioco gli sia riuscito, Le sanzioni economiche sono di poco peso, ci vorrebbe un deterrente militare, ma questo sarebbe di gravità incalcolabile.

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Dom, 20-2-22 (referendum)

Incredibile, l’Italia non è un Paese laico e di piena sovranità, ma resta, come nei secoli passati, un’appendice della Chiesa cattolica. A dirigere la corte costituzionale, che ha negato il diritto all’eutanasia e il ricorso alla cannabis per scopi terapeutici non c’era l’ambiguo Amato, uomo sfuggente, buono per tutte le stagioni, ma, in apparenza, lo stesso Papa Francesco. Certo è che la negazione del diritto di pronunciarsi su quei due punti corrisponde in pieno all’insegnamento del cattolicesimo, che non vuole sentir parlare di una abbreviazione volontaria della vita e del ricorso a stupefacenti, anche se domestici e in dosi innocue. Non per nulla le destre hanno applaudito a quelle due bocciature, e del resto anche le sinistre hanno protestato con toni moderati e reticenti. Ho pure notato che i nostri talk show, di solito queruli e pronti a discutere per ore su ogni provvedimento preso da qualche autorità, in questo caso se la sono cavata per brevi cenni, quasi timorosi di incorrere nella censura di qualche Inquisizione di nuovo tipo, non si sa mai. Ridicole, inconsistenti le motivazioni al diniego fornite dallo stesso Amato. Diciamolo pure, scampato pericolo se si pensa che solo qualche giorno fa c’era stato chi aveva preteso di proporre una simile nullità, titubanza fatta persona, a candidato alla presidenza dello stato. Non mi pronuncio sui quattro referendum relativi a questioni della giustizia in cui non ho un giudizio sicuro, mi limito a considerare che, proprio nel rispetto del carattere reazionario di queste pronunce, l’unico referendum negato è quello circa una responsabilità dei giudici in caso di loro errori. Un po’ di spirito di corpo è la pennellata giusta per confermare il carattere bigotto e retrivo con cui ha proceduto la corte di Amato e compagni. Del resto, dichiaro già oggi che per protesta contro quelle due ricusazioni non andrò a votare ai referendum.

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Dom. 13-2-22 (legge elettorale)

Risolto a mio parere in modo felice la questione delrinnovo del Presidente della Repubblica, ora il problema che si affaccia è quello della legge elettorale con cui andare a votare il prossimo anno, Da buon renziano, sarei ben lieto che si trovasse una modalità simile all’elezione del sindaco, con un primo turno e un ballottaggio, ma ciò è riuscito solo alla Francia, per lontano merito di De Gaulle, e con la difficoltà che abbiamo noi nei tentativi di mutare qualche articolo della costituzione non vedo proprio come si riuscirebbe a risolvere un problema del genere. Dunque, resta, come si conviene da più parti, il ricorso al proporzionale, con lo sbarramento da fissare al 4 o al 5 %. Il che dà un serio problema proprio a Renzi e all’Iv, che non decolla da un 2-3% nei sondaggi. Ma ci sta pure LEU, con una quota parte nei sondaggi non molto diversa. E allora, che fare? Direi che tocca al Pd assorbire questi dissidenti, allontanatisi dalla radice. Del tutto falsa e inconsistente è invece l’ipotesi del grande centro, verso cui invece, per totale astio o disprezzo, si vorrebbe spingere proprio Renzi, ma per lui a già risposto qualche giorno fa la senatrice Bellanovaa. L’Iv è una formazione di sinistra, come del resto ha dimostrato proprio nell’elezione del Presidente, respingendo il tentativo maldestro di matrice destrorsa di puntare sulla Belloni. Renzi ha fatto un unico errore nella sua carriera, di credere esaurito il compito del Pd, allo stesso modo dei socialisti in Francia, tentando di divenire il Macron italiano. Visto che questa via non ha funzionato, ora non gli resta che rientrare a coda bassa nella casa madre. Ma perché mai questa lo dovrebbe respingere? In fondo, vale sempre il vecchio motto per cui l’unione fa la forza.

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Dom. 6-2-22 (ne ultra crepidam)

Naturalmente mi riempie di felicità il fatto che ieri Mattarella, nel suo discorso introduttivo al secondo settennato di Presidenza, abbia ricevuto un mucchio di applausi e di standing ovations. Viene però il dubbio che trova espressione nel detto secondo cui l’appetito vien mangiando. Non è cioè che tanto successo possa indurre Mattarella a prendersi sul serio, a tentare di compiere per intero il settennio che gli si apre? Sarebbe jn bel guaio per Draghi, che dopo le prossime inevitabili elezioni avrebbe solo un posto lecito, quello di dare proprio il cambio a Mattarella divenendo a sua volta Presidente della Repubblica. Evidentemente non potrebbe prolungare oltre il suo compito di mediazione, e dovrebbe evitare il malo esempio fornito a suo tempo da Monti che per rimanere a galla, aveva tentato di farsi un proprio partito e di cimentarsi nell’agone elettorale, Una eventualità del genere proprio non si addice a Draghi, e dunque gli resta aperta solo la possibilità di alternarsi a Mattarella nella più alta autorità del nostro Stato, Mi auguro che di questo abbiano confabulato tra di loro nel corso della fitta conversazione che hanno avuto al Quirinale.

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Andrea Emiliani

Il “Corriere di Bologna” di mercoledì scorso 2 febbraio ha dedicato un articolo a Andrea Emiliani per fiancheggiare la presentazione di un volumne dedicato allo studioso bolognese-marchigiano, a cura di Pierluigi Cervellati. L’articolo in questione era steso dalla penna ben informata e sempre agguerrita di Marco Marozzi. Io a quella presentazione non sono stato invitato, per lo strano ostracismo, o dimenticanza, che l’officiante del rito, Cervellati, ha rivolto verso di me, cassando il mio none da qualsivoglia celebrazione di Emiliani. Eppure sono stato molto legato a lui, intervenendo, anche se non con successo, in alcune fasi delicate della sua carriera. In ogni caso, è anche opportuno precisare che Emiliani fu il numero due, l’allievo devoto e funzionale di Cesare Gnudi, a cui va tutto il merito del rilancio delle fortune dei Carracci, in quegli anni ‘50 in cui gli artisti bolognesi avevano toccato il fondo della loro sfortuna critica. Uno studioso come Ragghianti era giunto a insinuare che dovessero essere tolti dalla rosa degli artisti per essere relegati in quella dei critici o storici dell’arte, in quanto vittime di un fastidioso eclettismo che li portava a incrociare i vari stili dominanti, Diciamo pure che lo stesso Roberto Longhi, insediato proprio nella cattedra bolognese di storia dell’arte, non contribuì molto a quel rilancio, tutto preso come era a rivolgere ogni interesse verso Caravaggio e compagni. E dunque, fu Gnudi a credere davvero che fosse il caso di rilanciare quei nomi, costruendo attorno ad essi una serie di mostre favolose, arricchite da prestiti di straordinaria importanza provenienti dal Louvre e da altri Musei di prim’ordine. E Emiliani fu proprio il suo scudiero, in questa attività, senza però dimenticare che c’era pure un numero tre, tuttora vivente, Eugenio Riccomini, che neanche a farlo apposta pochi giorni prima aveva ricevuto un pari omaggio firmato Brunella Torresin sul foglio bolognese rivale, quello pubblicato da “Repubblica”. La rivalità Emiliani-Riccomini era proverbiale, come del resto succede in genere alle coppie che condividono qualche comune destino, basti pensare alla rivalità leggendaria Bartali-Coppi. Diciamo pure che il cuore di Gnudi era diviso, non so se in parti uguali, nel consenso verso quei due suoi allievi, anche se a Emiliani, più anziano, spettava senza dubbio una qualche forma di precedenza. E proprio pensando a Emiliani Gnudi era giunto a concepire un secondo progetto, altrettanto robusto quanto lo erano le sue memorabili mostre carraccesche, anche se non ugualmente fortunato. Era il progetto di creare una specie di doppione della stessa soprintendenza nazionale, posto per intero nelle mani della Regione Emilia-Romagna, che certo spiccava per energie e iniziative nel quadro dell’autonomismo italiano. Ma Gnudi doveva pur capirlo, il rischio era di di costituire una istituzione parallela, anche se nelle intenzioni dedicata solo a beni artistici e culturali di serie bis, appartenenti alla cosiddetta cultura materiale, di cui però in quei giorni si parlava molto. Emiliani, nelle intenzioni del grande innovatore, era proprio destinato ad assumere la guida di quell’ente parallelo, e in fondo concorrente rispetto alla soprintendenza nazionale Ma per assumere un compito del genere occorreva che Emiliani uscisse dai ranghi ministeriali per assumere un ruolo distinto e autonomo, A questo scopo lo strumento ideale poteva essere una cattedra universitaria, e qui entra in gioco un mio intervento in quegli anni, che sono i ‘70, in cui mi trovavo ad avere una certa autorevolezza nel neonato corso di laurea in Discipline dell’arte, musica e spettacolo, il favoloso DAMS. Emiliani non era sfuggito all’attenzione del reclutatore principe di quella eletta famiglia, Benedetto Marzullo, che gli aveva affidato un incarico in una di quelle discipline di nuovo conio, dalle intitolazioni audaci e anti-conformiste di cui il DAMS si compiaceva, addirittura quella Fenomenologia degli stili di cui io stesso, anni dopo, mi sarei fatto fedele e convinto praticante. Ma allora, Emiliani, provvisto di un’educazione molto conformista, non capiva assolutamente in che cosa consistesse quella strana materia, e ci rideva sopra. Io però in quel momento spesi tutte le mie energie al fine che Andrea riuscisse a conseguire proprio una cattedra in quella materia, il che appunto gli avrebbe consentito di assumere la gestione dei Beni culturali in Regione. Ma Marzullo, con gli enormi poteri ministeriali di cui godeva, si mise di traverso, contro quella nomina, e non ci fu nulla da fare, Emiliani non passò nella selezione romana, fu bocciato. Del resto, poco dopo Gnudi usciva di scena e dunque Andrea prendeva legittimamente il suo posto alla testa della soprintendenza, il che fu la causa del declino inevitabile, anzi, del mancato decollo di quella creatura bis, sussidiaria, rivelatasi sempre più col tempo un inutile doppione, tanto è vero che oggi è stata soppressa. E dunque, Cervellati e compagni avrebbero pure dovuto riconoscere quel certo compito che allora mi ero assunto, e del resto fui anche tra i fautori della chiamata al DAMS di Cervellati stesso, che era colmo di onori per il piano di salvataggio del centro storico di Bologna, coll’intento di farlo rinascere in tutti i tratti caratteristici, compresi i colori degli intonaci. Mi dispiacque molto quando poi Cervellati, che al DAMS si sentiva come un pesce fuor d’acqua, preferì trasferirsi in una sede più vicina ai suoi interessi quale il veneziano IUAV, che è un Ateneo interamente dedicato all’architettura. In seguito tentai perfino di far ritornare Cervellati sui suoi passi, ma senza riuscirci. Da qui però non capisco la forma di quasi disprezzo, o di cancellazione dalla scena, di cui attualmente si è reso autore nei miei confronti, e proprio dall’avermi escluso dal recente incontro commemorativo si è consumato l’atto finale di questa eliminazione. Tra gli invitati non poteva mancate invece Tommaso tMontanari, che ci ha provato con Renzi, frequentando gli incontri della Leopolda, ma ritenendo di non essere abbastanza remunerato, si è traformato n un accanito anti-renziano, il che gli ha dato notorietà e chiamate a iosa in tutti i talk show della nostra affollata tribuna.

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Lunediale 31-1-22 (tutto bene)

Naturalmente sono felicissimo per l’esito delle elezioni presidenziali, con la conferma di Mattarella, come il nostro popolo auspicava da temo, e in questo senso si era espresso proprio alla prima della Scala invitandolo a un bis, ben più importante di quello che si può chiedere a pezzi di bravura di cantanti o orchestrali. L’elezione bis di Mattarella ha avuto l’ostilità di tutte le forze importanti, della politica e del giornalismo, ma è stata sostenuta dai cosiddetti peones, dalla folla anonima di deputati e senatori in piena rivolta contro i loro caporioni, che come si sa bene non ne hanno azzeccata una, hanno continuato a sbagliare, a incasinare i giochi. Del resto, diciamocela tutta, ovviamente il bis di Mattarella non può essere condizionato in partenza, gli spetta un settennato pieno, ma ben difficilmente lo farà, basterà che ci porti alle elezioni politiche del 2023, quasi un obbligo per lui, per compensare il suo fatale errore di non averci subito portato a nuove elezioni cinque anni fa, dando tempo a Salvini e alla Lega di ingrossarsi in misura anomala. Ora evidentemente i giochi saranno aperti, sarà giusto che il nostro elettorato ritrovi un sano bipolarismo, decidendo tra centro-destra e centro-sinistra. A quel punto Mattarella ci potrà lasciare, col titolo più che meritato di presidente emerito, lasciando definitivamente il Quirinale. Per il quale si parrà un inquilino d’eccezione, Draghi, che nel frattempo avrà terminato pure lui il compito salvifico di guidare il carrozzone del governo. Non credo che gli convenga scendere in campo mettendosi a capo di una delle due fazioni in lotta tra loro. Meglio che da quel momento Draghi assuma il ruolo di arbitro dei nostri destini, dal Colle più alto, godendosi per intero il settennato che gli spetterà. Giochi perfetti, a orologeria, tutto bene quel che finisce bene.

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Dom. 28-1-22 (Mattarella)

Siamo al quinto giorno di questa operazione insopportabile destinata alla elezione del nuovo Presidente ella Repubblica. Si dovrà correre ai ripari, abbreviare le sedute, senza d’altra parte concedere direttamente al popolo l’elezione del Presidente. Siamo ancora una democrazia rappresentativa, e del resto rivolgersi direttamente agli elettori renderebbe la partita ancor più complicata. In realtà una soluzione si delinea, e proprio nel senso da me auspicato, a ognuna di queste tornate di voto sconclusionate cresce il peculio di voti che vanno a Mattarella, ormai basterebbe poco per dargli un secondo mandato a termine, fino a portarci alle elezioni, cedendo poi il posto a una presidenza Draghi. Sarebbe perfetto, ma ci credono solo i peones, non i super-elettori, incapaci e inconcludenti, e purtroppo pare che a non crederci ci sia l’interessato numero uno, Mattarella stesso. Presidente, non è vero che lei ha fatto tanto per noi, più che appiopparci discorsetti sensati da bravo nonnetto. Resti al lavoro per pochi giorni, e allora potrà avere davvero la gratitudine del popolo italiano.

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