Letteratura

Chi ha più rancore nell’ultimo romanzo di Carofiglio?

I miei rapporti con i romanzi di Gianrico Carofiglio sono sempre stati altalenanti, tra il consenso e il dissenso, come del resto mi avviene anche verso la sua intera persona quando interviene agli incontri gestiti dalla Gruber: presenza lucida, inappuntabile, sorretta dall’esperienza del magistrato che credo lui sia stato, ma forse un po’ troppo ostentate queste doti, fino a temere che nascondano [...]  CONTINUA A LEGGERE

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Daniela Ranieri, un felice stradario

Questa volta il Ponte alle Grazie ha un validissimo candidato al Premio Strega dell’anno, è lo Stradario aggiornato di tutti i mei bacidi Daniela Ranieri. Come mi capita quasi sempre, non so niente di questa autrice, non ho letto le cose sue precedenti, ma questa mi ha convinto in pieno, forse addirittura per un troppo di ricchezza, Se penso alle opere smunte di tanti autori di oggi [...]  CONTINUA A LEGGERE

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Luccone, sotto il vestito riappare il main stream

Ricevo il romanzo di Leonardo Luccone, Il figlio delle sorelle, con una bella dedica dell’autore. Mi sento quindi alquanto rattristato dal non poterlo ricambiare con un giudizio del tutto positivo. Mi sembra infatti  apparire, quasi tn punteggiato, tra le righe, quell’andamento proprio di un main streamdi cui ho lamentato la presenza già numerose

volte. L’opera è molto complicata, tanto [...]  CONTINUA A LEGGERE

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Forgione, vicende efficaci di un immaturo

Ricevo e commento ben volentieri il romanzo di Alessio Forgione, Il nostro meglio, edito dalla Nave di Teseo. Non conosco i suoi due precedenti romanzi, indicati nel quarto di copertina, ma mi convince il carattere di questa prova che si pone per intero fuori dal main streamimperversante ai nostri giorni, anche se il titolo dato all’opera non mi convince per nulla, mi pare troppo [...]  CONTINUA A LEGGERE

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Inglese, un autore che tira calci

Ricevo e recensisco ben volentieri Stralunatidi Andrea Inglese, a cui vorrei rivolgere un unico rimprovero. Infatti adottare il termine di “stralunati” mi pare insufficiente, per queste prose, cui converrebbe assai meglio il titolo di “indemoniati”. come del resto è chiaro dal brano riportato in copertina, dove l’autore dichiara il suo istinto irrefrenabile di tirare calci, cioè [...]  CONTINUA A LEGGERE

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Morpurgo, un romanzo a due facce

Siamo in un momento curioso, caratterizzato da una crisi del cartaceo a stampa, che vede infatti le edicole dei giornali chiudere per mancanza di clientela, mentre esce una selva di opere narrative, che giungono a lambire perfino uno come me, fuori dai giochi che contano. Tuttavia rispetto il dovere di dare riscontro delle opere ricevute, tra queste Il passo falsodi Marina Morpurgo, un’autrice [...]  CONTINUA A LEGGERE

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Troppa carne al fuoco nella Bazzi

Ho ricevuto per un caso di omonimia il romanzo di Agata Bazzi,Ci protegge la luna, inviatomi addirittura dal grande  Mondadori, In realtà io avevo recensito nel mio blog molto favorevolmente un altro Bazzi, Jonathan, autore di Febbre,ma ben venga pure la prova della sua omonima, di cui a dire il vero prima di ricevere questa sua opera nulla sapevo, ma mi ritengo in obbligo di [...]  CONTINUA A LEGGERE

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Ci protegge la luna

Ho ricevuto per un caso di omonimia il romanzo di Agata Bazzi, Ci protegge la luna, inviatomi addirittura dal grande Mondadori. In realtà io avevo recensito nel mio blog molto favorevolmente un altro Bazzi, Jonathan, autore di Febbre, ma ben venga pure la prova della sua omonima, di cui a dire il vero prima di ricevere questa sua opera nulla sapevo, ma mi ritengo in obbligo di [...]  CONTINUA A LEGGERE

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De Giovanni non sa rinnovarsi

Confesso che, leggendo l’ultimo prodotto di Maurizio De Giovanni, L’equazione del cuore, mi si era aperto un filo di speranza, forse uno dei giallisti più reputati e di successo una volta tanto aveva deciso di mettere da parte i suoi soliti investigatori, o anche la squadra tumultuosa dei Bastardi di Pizzofalcone, per narrarci una vicenda più solitaria e di pura rilevanza psicologica. Così infatti si presenta il protagonista di questo romanzo, Massimo Del Gaudio, con cognome del tutto improprio, infatti nella sua esistenza non pare esserci nulla di gaudioso, è un professore di matematica puntuale, abitudinario nei gesti, ancora inconsolabile per la perdita della moglie Maddalena, pur avvenuta tanti anni fa, il che però forse gli impedisce di stringere nodi di sincero affetto sia con la figlia Cristina sia col figlio di costei, il piccolo Checco, che però vorrebbe invece avere il pieno appoggio del nonno. Un’esistenza così regolare, ma anche vuota è scossa a un tratto dalla tragedia, Infatti sia la figlia sia il genere, Luca Petrilli, dal protagonista non molto amato, come del resto è quasi nella tradizione, restano vittime di un incidente d’auto, vanno a finire con la loro vettura dritti dritti contro un ostacolo, morendo sul colpo. Si salva a stento Checco, che se ne stava nel sedile di dietro, ma è in pessima condizione, con fratture multiple e soprattutto offese alla testa, il che obbliga l’assistenza medica a mantenerlo in coma terapeutico, paventando l’ora del risveglio, in cui il piccolo potrebbe accusare lesioni irrimediabili al cervello. Il Del Gaudio è prima di tutto sconcertato da questo dramma, che lo sbalza fuori dalla sua vita così ben regolata nei tempi e nel ritmo, ma essendo l’ultimo parente rimasto al povero ragazzo è costretto a sostare nella clinica e a cercare di rivolgergli un po’ di quell’affetto che in precedenza gli ha sempre negato. Nella veglia viene a scoprire cose sorprendenti, che il genero, da lui disprezzato, era però un genio negli affari, e aveva costituito un impero capace di sostenere da solo tutta quella piccola comunità ove il dramma si svolge. Se Checco ce la fa a sopravvivere, l’erede sarà lui, ma diversamente l’austero scienziato sarebbe sottratto per sempre alla quiete dei suoi studi dovendo farsi carico di quella impensata cospicua eredità che gli pioverebbe addosso. Naturalmente quando un giallista mette in scena un incidente d’auto, cosa che accade molto spesso, essendo un’arma eccellente per ingarbugliare le trame, in genere “gatta ci cova”, come insinua un bravo ispettore, anche se di modesta apparenza. E dunque ci siamo, buon sangue non mente, il giallista che cova in De Giovanni fa la sua riapparizione, ma in una versione insolita. Infatti in genere un falso incidente d’auto è tramato da qualche “cattivo” che vuole mandare a quel paese un nemico, un avversario, qualcuno che gli contrasta il passo. Qui invece passo passo si scoprirà con meraviglia è stato proprio il genero, l’onnipotente Petrini, il padrone del paese, a procurarsi la morte andando a sbattere volontariamente contro l’ostacolo. Naturalmente ho scrupolo verso un eventuale lettore, quindi non starò a svelare la ragione di quel gesto impensato. Dovrò pur dire che comunque, anche quando arriva una motivazione, questa appare inverosimile, tirata per i capelli, e dunque De Giovanni spreca quel poco di attendibilità psicologica che pure aveva dimostrato nel tratteggiare il carattere di Del Gaudio. Niente da fare, le dure esigenze del giallo obbligano sempre a deragliare, a imbrogliare le carte, a barare al gioco. Qui, a dire il vero, il nostro autore lascia la trama in sospeso, non ci dice se e come il piccolo Checco uscirà dal coma.
Maurizio De Giovanni, L’equazione del cuor, Mondadori, pp. 242, euro 19.

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una intensa biografia di Degas, tra il vero e il romanzesco

In genere mi tengo lontano dalle biografie romanzate di artisti di successo, che in genere si limitano a riciclare in forme facili certe nozioni di pubblico dominio, ma questo non è il caso di un’opera di cui ho ricevuto omaggio, Madame Degas, di autore olandese, Arthur Japin, nato nel 1956, di cui non so proprio nulla, ma devo riconoscere che è entrato a fondo nella conoscenza del grande Degas, mescolando abilmente dati reali, che ci fanno vivere quasi accanto al grande artista in alcune fasi della sua esistenza, e invece dati inventati, di fantasia, di cui però una nota finale ci mette opportunamente sull’avviso. A cominciare proprio dal grande amore che domina l’intero libro, intrattenuto da Edgar per una cognata di nome Estelle, che gli era stata soffiata da un fratello minore ma molto più intraprendente di lui, René, e dunque si tratta di un amore impotente, nutrito in segreto, anche se forse avvertito e contraccambiato dalla persona interessata, che capiva bene la differenza di portata spirituale tra il grande artista e il giovanotto di modi bruschi che aveva sposato, pronto a tradirla in tutti i modi, Forse il nostro Japin nel concepire una simile trama si è ispirato all’amore segreto che il personaggio principale, il Frédéric Moreau dell’Education sentimentale di Flaubert ha pure lui nutrito per una donna, sempre perduta, quasi da ricordare il difficile amore tra il Petrarca e Laura. Japin affonda le sue doti di attento osservatore su due fasi nella vita di Degas, partendo subito da quella terminale, quando il pittore è ormai vecchio e quasi cieco. Sono di grande efficacia le pagine in cui ci viene narrato come Degas, ormai impedito nell’esercizio della sua arte, si sa muove nelle stanze dell’appartamento o nei vicoli di quartiere che gli è familiare. E’ dunque un grande trauma per lui, quando per la demolizione di quella casa è costretto a cambiare residenza. Non importa che il nuovo appartamento, in boulevad de Clichy, sia più ampio e confortevole, ma il quasi cieco vi deve riacquistare la dura capacità di sapersi muovere, di parare gli ostacoli che ora non conosce più. E soprattutto si impone la necessità di uno sgombero. Il vecchio appartamento è colmo di lettere, documenti, mille cianfrusaglie in cui però è depositato il senso di un’intera esistenza. Il mercante Durand-Ruel vigila senza dubbio sul suo artista, gallina dalle uova d’oro, procurandogli quella che oggi chiameremmo una badante per aiutarlo nell’impresa del trasloco. Da qui un salto indietro nel tempo, al periodo in cui Degas è andato a raggiungere i molti esponenti della sua famiglia che a New Orleans avevano creato una ditta di successo sfruttando il cotone, materia strategica negli States del Sud. Anche questa è una scelta opportuna di Japin, non propinarci l’intera vita degasiana, ma mettere una sorta di lente d’ingrandimento solo su certi periodi, per esempio, dando un dolore a noi italiani, infatti non troviamo traccia dei numerosi soggiorni degasiani in Italia, tra Napoli e Firenze, per coltivare la parentela con la famiglia Bellelli. Sono visti invece molto da vicino appunto i mesi spesi in un lungo soggiorno a New Orleans presso il ramo della famiglia Degas-Musson, con dipinti famosi dedicati al loro ufficio, omaggio straordinario dell’artista a una scena di normale vita moderna, di ditta di affari nel pieno dell’attività giornaliera. E qui si consuma nel modo più intenso il dramma dell’amore impossibile con Estelle, Madame Degas, che però lo è del fratello più intraprendente, non tanto però da non trascinare l’intero ramo della famiglia emigrata negli States alla rovina. Degas è posto al riparo dall’autonomia del suo mestiere d’artista, con i relativi successi e remunerazioni. Non senza che il nostro Japin manchi di lanciare qualche occhiata penetrante sulle fasi maggiori e più note dell’arte di Edgar, per esempio riuscendo a distruggere il mito delle ballerine, che non sono giovani nobili ed elette, ma misere figlie del proletariato che forse le madri mettono in mostra per solleticare i bassi istinti degli spettatori, cioè in sostanza per fare delle danzatrici, in apparenza nobili e leggere come libellule, delle candidate alla prostituzione. Del resto un doloroso episodio di quest no genere era avvenuto nel paradiso terrestre di New Orleans, dove il solito intemperante René aveva ingravidato una dipendente, che aveva messo alla luce una bambina, trascinandola con sé in un tentativo di suicidio per annegamento, tenendola abbracciata mentre si tuffava in acqua senza ritorno, Ma la piccola si era salvata, e qui si inserisce una nota romanzesca, ora questa creatura, che porta il nome di Joie, torna letteralmente a galla, ed è proprio lei che funge da badante dell’invecchiato, cieco, quasi cadaverico Edgar. Come già detto le pagine dedicate al declino e alla miseria corporale del grand’’uomo sono davvero efficaci, anche se l’esistenza di una badante con tanto passato è una pura invenzione romanzesca, il che del resto vale ancor prima per Estelle. Nel romanzo, anche lei conosce la prova estrema di perdere la vista e premuore all’amore non dichiarato dell’intera sua vita, mentre una nota finale ci libera da questa angoscia precisando che Estelle non era diventata affatto cieca ed era morta dopo il pittore. Ma dobbiamo ammettere che gli inserti romanzeschi apportati da Japin entrano bene nella trama dei fatti reali, il lettore non ne è turbato, anzi, li deve apprezzare, proprio nella misura che scrivere un romanzo su un artista è diverso che darcene una puntuale biografia.
Arthur Japin, Madame Degas, Guanda, pp. 301, euro 18.60.

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