Letteratura

Colagrande e i piaceri di una “vita dispari”

Ricevo in omaggio, cosa che ormai mi succede ben raramente, un’opera narrativa di Paolo Colagrande, “La vita dispari”, e ne sono ben lieto, dato che trovo in lui un eccellente scrittore degno dei più ambiziosi traguardi, mentre in passato mi erano sfuggite le tre opere precedenti, di cui apprendo dalla bandella di copertina. E’ giusto il riferimento che vi si fa a Gianni Celati, ma forse ancor più appropriato rivolgersi al suo compagno di via che è Ermanno Cavazzoni, mentre, nella felice aperture di prospettive che troviamo in questo narratore, ci starebbero bene riferimenti anche Stefano Benni e a Francesco Piccolo, Anzi, a proposito di quest’ultimo, mi sembra che man mano che ne cresce il prestigio, diminuisce la sua capacità di invenzioni rapide, la destrezza di mano nel giocare a pari e dispari, o a una sistematica morra cinese. Mentre il nostro Colagrande ne sa fare abile, persuasivo interprete il suo protagonista principale, il Buttarelli che gli amici abbreviano nello pseudonimo di Buz, a cui si addice proprio la ”vita dispari” annunciata nel titolo, verificabile attraverso mille storture e allontanamenti dalla retta via, di cui Buz ci fa dono abbondante nelle varie fasi della sua esistenza. Caso mai, l’unico rischio di questo tipo di narrazione è che tra l’una e l’altra invenzione con cui il nostro anti-eroe rivolge uno sberleffo alla “vita pari” dei normali, si aprano cesure, momenti di vuoto, in attesa che scatti una trovata successiva per dare nuovo alimento ai vari focherelli. Ma ciascuno di questi si accende rapido, felice, incalzante, fin da quando il personaggio centrale inizia la sua carriera scolastica, facendo apparire subito un ben strano difetto, che starebbe nel riuscire a leggere, tra le due pagine di un volume, solo quella di destra, saltando l’altra. La sua esistenza, insomma, parte subito come dimezzata, come quando si stampa una fotocopia e le pagine dispari non vengono fuori. E ci sarebbero tante altre irregolarità che perseguitano Buz nel periodo della scolarità, come il trattamento bestiale che gli impone una crudele e sadica preside, Maribel, infliggendogli una dieta sgradita e intollerabile. L’irregolarità che affligge fin dalla nascita questo erede del Guizzardi di Celati, anche per il fatto di non avere padre ma di dover sottostare alle eccessive cure della madre vedova, ma consolata dalla solerte presenza del convivente Fulgenzio, si fa pesante quando per lui, ormai adolescente, si affaccia la questione dei rapporti con l’altro sesso, per cui in partenza non sembra molto dotato. Ma qui scatta una delle innumerevoli invenzioni del nostro autore. Buz, che supera brillantemente i suoi difetti nella lettura dimostrandosi del tutto padrone dei numeri, quasi un genio nella statistica, capace quindi di organizzare un sistema ingegnoso per procurarsi contatti con le compagne di scuole, scegliendone ben otto, a ciascuna delle quali propone una sorta di fidanzamento. Ebbene, pare incredibile, ma tutte rispondono, ponendo il finto spasimante in una situazione di imbarazzo, come accontentarle tutte, come accettare le loro proposte di singoli appuntamenti? Basterà inventare una serie bizzarra, a vanvera, di motivazioni varie che costringono il nostro pretendente “dispari” a non poter andare agli incontri in calendario. Ma tanta bizzarria nel tentare di risolvere la questione sessuale affidandosi al caso non impedisce a Buttarelli di conquistarsi un amore regolare, fino a sposare una efficiente collega trovata sul luogo di lavoro in cui p, per la sua capacità nei calcoli, egli ha potuto inserirsi, seppure a basso livello. Naturalmente la madre vedova e il compagno coabitante vedono di malocchio quella volontà del figliolo, un tempo docilmente succube, di sottrarsi al loro controllo, ma basta un colpo di dadi per causare la morte di entrambi, per via simmetrica, quasi speculare, in omaggio al gusto che domina per intero questa narrativa a favore di schemi geometrici, come fare un uso sistematico del testo di Rorsach. Intanto però Buz cresce, dall’adolescente timido e incerto salta fuori l’adulto ormai padrone dei suoi affetti, dei suoi impulsi erotici, al punto di sentirsi stanco della moglie legittima. Gli viene in aiuto un’avventura in cui Colagrande, diciamolo pure, si adegua a tante trame oggi in uso, relative alla coppia aperta, dove “lui” appare pronto a subire il fascino di figure femminili più giovani della coniuge, più “arrapanti”. C’è una scena madre, di taglio abbastanza convenzionale, in cui sorprendiamo Buz andato in viaggio di piacere, alloggiato in un hotel di lusso, che all’alba si sveglia con accanto nel letto il corpo adorabile di una giovane del luogo, Berengaria, di cui si innamora alla follia. Ma come liberarsi della moglie legittima, che si dichiara contraria a concedere il divorzio? Ci vuole un’altra trovata, come sarebbe quella di pagare una terza persona che sia disposta a sposare la giovane ma solo per finta, consentendo a Buz di proseguire tranquillamente nel godimento sessuale di Berengaria, Però, al solito, i giochi d’azzardo non sono agevoli, si inseriscono delle incognite impreviste, diciamo insomma che vivere una “vita dispari” non si rivela poi più facile e comodo rispetto a chi segue vie normali, Però si può assicurare che per noi lettori queste traversie, queste varie puntate a una sorta di roulette dei destini, riescono perfettamente godibili, ed è quello che più conta.
Paolo Colagrande, La vita dispari, Einaudi, pp. 281, euro 19,50.

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