Attualità

Dom. 17-5-20 (Romano)

Questa volta rinuncio a ripetere la mia solita filippica contro i virologi-nuovi monatti perché è sorta una voce ben più autorevole della mia a farsi beffe di loro, quella di Crozza, nella sua rubrica di venerdì 15 maggio scorso, che li ha commiserati, pensando a quando, dall’enorme evidenza in cui li ha posti il contagio, dovranno rientrare nei ranghi, ovvero nei loro tristi laboratori. L’evento del giorno è la liberazione di Silvia Romano, oltretutto passibile di venire associato a un altro memorabile evento, la ricorrenza dell’uccisione di Aldo Moro da parte delle brigate rosse. Vado a esaminare i vari fatti collegabili a questi casi. Pagamento di un riscatto: lo si è sempre fatto, e dunque non c’era nessuna ragione per negarlo proprio nel caso della Romano. Qualcuno, il solito Salvini, ha osservato che chi va a cercarsi dei guai risponda di persona e non chieda una solidarietà pubblica, ma in proposito vorrei addirittura ricordare un fatto personale. Nel 2003 e 2004, quando in Cina imperversava l’epidemia SARS, io mi sono recato a Pechino perché stavo preparando la rassegna “Officina Asia” in cui era prevista proprio la partecipazione di un consistente numero di artisti cinesi. Allora ero direttore del Dipartimento arti visive dell’Università di Bologna, le cui impiegate fecero di tutto, rivolgendosi fra l’altro al rettore, per impedirmi di partire, temendo il rischio che io potessi rientrare magari come apportatore di contagio, ma mi feci scudo delle istituzioni ufficiali, i nostri Affari Esteri non ci avevano affatto vietato la possibilità di recarci in Cina, e dunque potei partire in piena legittimità. Devo dire che al mio ritorno proprio quelle impiegate che avevano cercato di impedirmi la partenza pensarono bene di mettersi in malattia per evitare un contatto con me, considerato pericoloso. Tornando alla nostra Romano, lei era partita per il Kenia, paese del tutto aperto al nostro turismo, anche nelle forme turpi dello sfruttamento sessuale. E dunque, non le si poteva certo impedire di recarsi in quel posto, oltretutto per fini benefici. Certamente ha fatto scandalo che, al termine della lunga prigionia, sia comparsa dall’aereo che la riportava indossando una veste islamica, con voluta decisione, in quanto i nostri agenti accompagnatori avevano fatto di tutto per dissuaderla. E dunque, bisogna pensare che la prigionia non sia stata per lei solo un orrido periodo di sofferenze e privazioni, ma che, conoscendo da vicino i suoi stessi rapitori, ne abbia condiviso alcune ragioni di fondo, aderendo anche all’insegnamento maomettano, e forse è intervenuto pure qualche legame sentimentale a confermarla nella sua decisione. Ma fin qui, di nuovo, non vi è stato alcun reato, diversamente sarebbe stato se la Romano si fosse presenta avvolta nell’abito nero dei foreign fighters, ovvero degli aderenti all’ISIS, formazione da noi posta fuori legge. Dunque, nulla da imputarle a termini di legge, starà a lei, col tempo, spiegare che cosa l’ha indotta alla volontaria assunzione sia dell’abito sia di quella professione di fede.
Veniamo ora al caso Moro, il cui sequestro, da parte dei Brigatisti, era rivolto non tanto a ottenere un riscatto in termini pecuniari, quanto un prezioso riconoscimento della loro esistenza come soggetto politico. In tale circostanza io già allora ho condiviso l’opinione maggioritaria, che non si dovesse cedere a quel ricatto, anche se ciò equivaleva a una condanna a morte del prigioniero. In quell’occasione mi dissociai, nel mio privato, dall’amato leader Craxi, che invece fu quasi l’unico tra gli esponenti politici di rilievo a esortare ad accettare la trattativa per il rilascio dell’ostaggio. A questo proposito ricordo la mia approvazione a posteriori circa la decisione del CLN di procedere senz’altro all’esecuzione di Mussolini, ovvero, quando si tratta di leader politici colpevoli di gravi reati comunitari, e suscettibili di essere recidivi, non ci può essere pietà, bisogna essere inflessibili nella condanna, costi quel che costi. A quell’epoca fui anche risoluto nel giudicare male, come indebiti, come segni di debolezza morale, i tentativi che Moro fece di ottenere comprensione da parte dei compagni di partito. Del resto non sono mai stato ammiratore di Moro, ritengo che la sua fama sia stata ingigantita a posteriori proprio per effetto della sua morte, a mio avviso egli è stato sempre l’uomo dei compromessi, ma non avrebbe mai sancito un incontro effettivo col PCI, si sarebbe limitato alla politica alquanto ipocrita delle “convergenze parallele”, un ossimoro condannato a una impossibile realizzazione. Naturalmente, sarebbe stato un bene per tutti, per la persona umana prima di tutto, e poi per la politica, che avrebbe potuto andare a “vedere” la tenuta del personaggio, se, senza pagare uno scotto, ce ne fosse stata la liberazione. In merito non capisco perché mai un leader come Romano Prodi, con tanti titoli di gloria raggiunti in seguito, non si decida a svelare l’enigma, cioè a dire da quale fonte occulta gli era giunto il suggerimento di accennare a Gradoli, attraverso una del tutto improbabile seduta spiritica, come possibile nascondiglio del sequestrato. Purtroppo si fece confusione tra il lago nei dintorni di Roma e la viuzza omonima proprio nell’Urbe, con l’incredibile dettaglio che lo stradario dell’epoca non la menzionava. Dei servizi segreti che si bloccano davanti a un particolare risibile come questo hanno dimostrato la loro insufficienza, o peggio ancora una volontà perversa di far sparire un personaggio divenuto scomodo.

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