Arte

Gavarro: si può fare senza l’arte

Leggendo alcune recensioni del saggio di Raffaele Gavarro, “L’arte senza l’arte. Mutamenti nella realtà analogicodigitale” ho compreso che esso contiene molte tangenze con i miei stessi interessi, e dunque gli ho chiesto di farmene avere copia, cosa che è avvenuta, e ora sono a dirne la mia. E’ curioso che, pur avendo appunto tanti interessi in comune, non ci sia stato un incontro tra di noi, fino a circa un anno fa, quando ci ha uniti il compito di rilanciare la sezione italiana dell’AICA (Associazione Internazionale Critici d’Arte), caduta in abbandono per cattiva conduzione di precedenti incaricati. Ma certo, al di là di questo contatto pur felice e opportuno, le nostre strade risultano divergenti, come dimostra fra l’altro proprio la bibliografia del suo saggio, in cui non figura nessuno dei miei molti contributi in materia. Poco male, sarebbe narcisismo lamentarsi di un simile fatto, che oltretutto trova il reciproco nella totale assenza di menzioni di Gavarro nella mia propria produzione. Più significativo il fatto che tra i testi tra lui menzionati non ce ne sia alcuno dei padri fondatori della mia propria metodologia, a conferma che, pur nella frequentazione di un medesimo territorio, si possono seguire itinerari diversi. Ma entriamo in merito. Che ci possa essere un’”arte senza l’arte” è una circostanza che personalmente non mi disturba per niente. Nella mia carriera accademica e scientifica non sono stato un settatore della centralità della nozione di arte, anche se a suo tempo ero stato proprio un vincitore, nel lontano 1972, di una cattedra di Storia dell’arte contemporanea. Ma in realtà venivo dall’estetica, instillatami dal mio maestro Luciano Anceschi, e del resto sono fiero di aver scritto proprio un “Corso di estetica”, in cui sono risalito al fondatore, nel nome e nella teoria, di questa disciplina, il troppo negletto Baumgarten, che nel 1750 tondo tondo ha messo sul tavolo, in latino, la nozione di “Aestethica”, ponendovi in rilievo niente affatto il primato dell’arte, da lui ridotta al rango di nulla più che un’apposizione, una nota aggiuntiva, con l’accorgimento di riportarla a una “theoria liberalium artium”, cioè alle tradizionali “belle arti”, e dunque già intendendo che di loro e di un loro preteso primato si può fare a meno. Il soggetto del suo discorso aveva come forte predicato una “scientia cognitionis sensitivae”, entro cui stanno bene le varie sollecitazioni dei sensi, non solo visivi, ma anche tattili, acustici, comportamentali in genere, di cui il ’68 si sarebbe fatto vanto. Pertanto nel Baumgarten si può vedere un precoce paladino proprio della “morte dell’arte” nell’accezione sessantottesca, che magari credevamo di dover lasciare confinata in quell’aerea cronologica. Ma non è tutto, dato che nella sua larga definizione dell’estetica sempre quel trascurato filosofo tedesco ci ha messo dentro pure una “ars pulchre cogitandi”, o un “analogon rationis” in cui di nuovo possiamo scorgere i prodromi dell’”arte concettuale”, uno dei cui tratti tipici sta nel mettere tra parentesi la dimensione materiale dei fatti artistici a favore di quelli mentali, che a loro volta bene si adattano all’approccio analogico-digitale in cui il nostro Gavarro vede, abbastanza a ragione, le nuove praterie da invadere. Del resto, che da una tradizionale coltivazione delle arti, anche se opportunamente, come aveva predicato un altro tedesco, il Lessing, divise tra un blocco ligio allo spazio e un altro al tempo, ci fossimo via via liberati, ho detto in un mio saggetto recente, non per nulla intitolato a una “Mappa delle arti in epoca digitale”. Chi mi conosce anche da lontano sa bene che sono un imperterrito sostenitore della videoarte, fin dal 1970, quando forse sono stato il primo a farla apparire nelle sale di una mostra, con video registrati proprio per l’occasione. Molto tempo dopo ho inaugurato, con l’aiuto di bravi colleghi, un appuntamento annuale proprio con la videoarte, attraverso brevi spezzoni di autori italiani (Videoart Yearbook, attivo dal 2006 fino ad oggi). Insomma, ho pagato i miei giusti tributi a opere d’arte, o di estetica, affidate a una piattaforma che non è solo e sempre digitale, ma può essere anche ottenuta col più vecchio sistema analogico, come molto utilmente precisa il sottotitolo del saggio di Gavarro. Ma detto e riconosciuto tutto questo, sarei ancora per distinguere tra un’arte che si estende fuori dei suoi confini tradizionali e appunto non esita a rivolgersi alle risorse dell’elettronica, pur sempre consistendo in un atto creativo, e invece l’enorme ausilio, di carattere didattico, che Google e gli altri “social” oggi ci concedono, permettendoci di penetrare negli studi degli artisti o nelle collezioni o nei musei di tutto il mondo, Basta però tracciare una linea di demarcazione, serviamoci pure di questa enorme messe di dati elettronici, ma se l’opera per volontà espressa del produttore non costituita da loro, se da qualche parte c’è un corpo fisico, ebbene, bisogna andare a vederlo, a rendergli un tributo materiale.
Raffaele Gavarro, L’arte senza l’arte. Maretti editore, pp. 125, euro 18.

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