Letteratura

Guccini, una ballata efficace

Ho già detto domenica scorsa della lieta sorpresa di aver trovato nella cinquina del Campiello due opere assolutamente rimarchevoli, e proprio a cominciare dal livello stilistico, in opposizione all’aspetto “scorri via” della maggior parte della prosa dei nostri anni. L’altra volta ho parlato dell’opera di Patrizia Cavalli, ora tocca a Francesco Guccini e al suo “Trallummescuro”. Mi scuso con gli altri concorrenti di cui non tengo conto, anche per la buona ragione che ormai non ricevo quasi più libri, mi tocca acquistarli a spese mie. Ma forse il pubblico sprovveduto che in base a un falso criterio di democrazia vota a quel Premio andrà a scegliere uno di questi prodotti alternativi, ritenendo troppo difficili i due in questione. A proposito della prestazione di Guccini, per un verso mi rallegro del giudizio positivo che sto per redigere, in quanto l’ho conosciuto ai suoi inizi, quando io ero “qualcuno”, docente di estetica al Magistero di Bologna, e lui solo un semplice studente, forse già impegnato a fare il cantautore nelle nostre osterie. Ora egli è cresciuto a dismisura. Aggiungo che non è nelle mie corde prestare molta attenzione ai cantautori, però non manco di dargli voti positivi quando se lo meritano, come mi è avvenuto di fare nei casi dei racconti di Luciano Ligabue e di Giuliano Sangiorgi, il capogruppo dei “Negramaro”. L’aspetto valido della prosa di Guccini appare già nel titolo stesso, in quella “callida iunctura”, in quel neologismo nascente dalla fusione in un unico corpo di tre voci distinte “Trallumescuro”, un ircocervo che compare tante altre volte in questa prosa, e che rimanda a un precedente illustre, addirittura al joyciano “Finnegans Wake”. Ma Guccini trasferisce questi fiori stilistici in un contesto terra-terra, irto di espressioni dialettali, in omaggio alla sua terra, Pavana, sospesa tra la bassa padana e le prime propaggini dell’Appennino. Questa sapiente convivenza tra forme dialettali e altre in buona lingua ci rimanda ovviamente al grande esempio di Camilleri. Guccini è perfetto nel ricostruire le vicende volgari di una vita a contatto con l’orto, con il bestiame, con i morsi della fame. E c’è pure, dominante, l‘idea del “tramonto”, cioè di località e stili di vita che arretrano nel passato, e dunque possono essere evocati solo facendo ricordo al ritmo di una “ballata” espansa, illimitata. Viene da pensare a certi classici in materia, come l’Antologia di Spoon River, o il cantico dei morti del messicano Juan Rulfo. Insomma, Guccini ha messo a punto una rete perfetta in cui pescare nel fiume del passato e dei ricordi, però bisogna anche dire che è una rete che non riesce a pescare fatti umani di qualche consistenza, il tutto prende l’aria di un manuale, di un albo dei ricordi. Se si pensa ai vari spunti gastronomici, viene da pensare a un rifacimento dell’Artusi, se l’attenzione va agli squarci paesistici, si può menzionare lo Stoppani del Bel Paese, anche qui, al contrario, siamo in presenza di una mala contrada piena di vizi e di rinunce, qualcosa insomma che scantona dalle buone regole della narrativa per investire piuttosto quelle del saggio antropologico, degno di un Piero Camporesi. Per cui, a uno spareggio finale, forse per valori narrativi è preferibile la minuta pesca che ne sa fare la Cavalli, capace di cogliere più numerosi frammenti di palpitante per quanto minuta psicologia, Ma temo molto il responso dilettantesco dei votanti al Campiello, che forse farà strazio di entrambi questi prodotti.
Francesco Guccini, Trallumescuro. Ballata per un paese al tramonto, Giunti, pp. 283, euro 19.

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