Arte

I Nuovi-nuovi sono sempre attuali

Ho dedicato circa un decennio della mia attività, dal 1974 al 1984, a sostenere la causa di un gruppo di artisti da me denominati Nuovi-nuovi, e mi erano validamente al fianco Francesca Alinovi e Roberto Daolio, ora purtroppo entrambi scomparsi. Quella denominazione, se si vuole, era un po’ vaga, ma ci affettavamo a precisare che si trattava di un aspetto del postmoderno avanzante su tutti i fronti, del resto confluente con altri fenomeni del visivo denominati Anacronismo e Transavanguardia. Forse sarebbe stato meglio adottare una strategia unitaria, ma ci fu una corsa da parte dei vari critici ad accaparrarsi ciascuno un manipolo di quelle forze in campo, con tentativo di passare sotto silenzio gli altri. Alla testa della formazione da me sostenuta potevo subito additare due forti presenze, Luigi Ontani e Salvo, ora mi posso compiacere del fatto che una delle nostre migliori gallerie, Emilio Mazzoli a Modena, ha dedicato a questi due capostipiti ampie rassegne, inframmezzandole con un’altra dedicata a Mimmo Paladino, campione, invece, della Transavanguardia, che proprio presso Mazzoli, al termine degli anni ’70, aveva fatto le sue prime comparse. Allora, un valido aiuto mi era venuto da Giorgio Marconi, a quel tempo Galleria, oggi divenuto Fondazione, che proprio nell’autunno 1974 aveva ospitato la mostra da me intitolata alla “Ripetizione differente”, che si poneva all’inizio del grande capitolo della rivisitazione del passato e del museo, con tanti esponenti, e soprattutto con Ontani e Salvo che allora erano gli unici a misurarsi su questo fronte, poi raggiunti da tanti altri compagni di viaggio.
La Fondazione Marconi è ancora in prima linea nel sostenere alcuni di questi protagonisti. Si è appena chiusa un’ampia mostra di Giuseppe Maraniello, perfetto nel riuscire a conciliare i valori di superficie, o diciamo della pittura in un suo aspetto classico, con quelli della scultura, ovvero Maraniello ha sempre coltivato con bella pienezza sia le soluzioni astratte, o, preferivamo dire allora con termine più tecnico, aniconiche, con altre di rilancio del figurativo. Per un verso egli ci dà delle stesure compatte, possono essere zolle di terra o pareti di abitazioni, che nello loro pieghe magari nascondono animaletti, insetti, i quali saltano fuori zampettando allegramente, anche perché quelle superfici emettono come dei tralci, dei ramoscelli estenuati, che sono anche le corde per dei funamboli che vi si avventurano facendole oscillare, o dondolandosi sopra di esse. Se poi si va a vedere da vicino, quei minimi insetti si rivelano invece modellati proprio con grazia e raffinatezza degne di altrettante citazioni dal museo della storia dell’arte. Insomma, siamo davvero a un en plein dei più validi motivi d’interesse, come il curatore della mostra da Marconi, Tommaso Trini, puntualizza molto bene nel catalogo, e del resto mi ci ero provato io stesso di recente in un’altra mostra che Maraniello ha tenuto a Santa Sofia, in provincia di Forlì, con la bella prospettiva che da uno di questi suoi progetti verrà fuori un’opera tridimensionale che andrà ad arricchire il parco di sculture all’aperto già esistente in quella località.
Ora sempre alla Fondazione Marconi è di scena un altro dei Nuovi-nuovi, Marcello Jori, che gioca le sue carte a ridosso della fotografia, ma variandone all’infinito le possibilità. Giovanissimo, sul finire dei ’70, aveva esordito dando consistenza alle immagini famose di un museo del primo Novecento, come se i capolavori di Klee e di altri venissero spennellati con la vernice di Lambicchi acquistando una stupenda evidenza cromatica. Ma poi Jori aveva fatto fluire via in libera uscita i pigmenti di quelle cromie, quasi affidandole a internet e permettendo che andassero a depositarsi altrove, in tanti granuli, pronti anche a diventare dadi, particelle per la costruzione di tarsie. Oggi ritorna a visitare i classici d’antan, questa volta prende di mira un grande anticipatore di tante soluzioni dei nostri tempi, Georges Seurat, il cui divisionismo ha annunciato l’attuale mosaico elettronico, cioè la riduzione delle immagini a un pulviscolo di minime note cromatiche. In un certo senso Jori applica a questo maestro la legge del taglione, cioè aggredisce questo campione di dissolvenze con diverse procedure che ne disgregano ulteriormente le immagini, le predispongono a un viaggio lungo i sentieri dell’etere, li lanciano nello spazio, li rivestono di tute adatte per viaggi su astronavi del futuro.
Ma non è tutto, una Galleria di New York, la Ierimonti diretta da Carla Piscitelli, ubicata accanto alla famosa Goodman nel cuore di uptown, presenta proprio una sintesi di Nuovi-nuovi e Transavanguardisti, in fondo è giusto che a tanti anni di distanza termini una guerra selvaggia che in definitiva ha nuociuto agli uni e agli altri.

Salvo, Modena, Galleria Mazzoli.

Marcello Jori, Le grand jour á l’Ile de la Grande Jatte, Milano, Fondazione Marconi, fino all’11 aprile.

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