Arte

I “selfie” molto inventvi di Cindy Sherman

Ormai la principale fonte di informazione per queste mie noterelle d’arte è la rubrica quotidiana di Artribune, che reca immagini di mostre in corso, o puramente virtuali, così non si incorre più nell’ìpocrisia di fingere visite che non avvengono. Una recente di queste provvide informazioni era rivolta a una mostra di Cindy Sherman che (forse) si sarebbe tenuta alla sua galleria di appartenenza a New York, la Metro Pictures, galleria che nei decenni mi è stata molto favorevole, quando ho organizzato Anni Novanta, quindi Officina America, in vari centri dell’Emilia Romagna. Ho un grato ricordo delle signore che gestivano quello spazio, ora non so bene che fine hanno fatto, ma certo puntano sempre su Cindy Sherman, un astro del ricorso alla fotografia, da quando la supremazia di questo mezzo si è imposta, di conserva coll’estendersi del “concettuale”. Il pregio di Cindy è stato sempre quello di non arrestarsi a un uso banale di quel mezzo, in un rapporto diretto, ma ha proceduto sempre a una trasformazione dell’oggetto da riprendere, che poi il più delle volte è la sua stessa identità, ma sottoposta a ogni specie di metamorfosi. In tal modo la vedo molto vicina a un altro campione del ricorso al mezzo fotografico, a un altro statunitense, David La Chapelle, però con una fondamentale diversità tra loro, in quanto David interviene più che altro sugli esterni, rendendoli fantasmagorici, a forza di addossare loro cariche enormi di kitsch, di artificialità forzata, volutamente eccessiva, onirica. Naturalmente in questi ambienti futuribili egli pone anche dei protagonisti umani, resi come degli astronauti del tutto in linea con quelle metamorfosi, ma insomma la presenza umana nel suo caso è alquanto in subordine. Invece Cindy insiste solo sulla modalità del ritratto, ma caricando la persona, il più delle volte lei stessa, di un analogo carico di eccessi, di trasformazioni, come succede proprio nelle tre immagini-campione che trovo nell’articolo riportato da Artribune. Ovvio il gioco dal femminile al maschile, in una operazione di transgender, ma più ancora nel far portare a quelle sue identità degli abiti pregni di cattivo gusto, maglioni irresistibili nelle loro trame, chiassosi al massimo. Del resto, le sue icone falsamente autobiografiche non tardano a sdoppiarsi, alcune di esse incombono con presenza addirittura assillante, altre invece si sfocano, diventano come delle ombre, delle larve, al pari di quelle che i suicidi, secondo la ben nota invenzione mitologica, appendono agli alberi. Oltre al riferimento obbligato al La Chapelle, con cui Cindy condivide anche certi sfondi ambientali, improntati a una natura impazzita, di cieli tempestosi, gonfi di possibili precipitazioni, fuori dall’ambito della foto ci stanno altri riferimenti. Quelle metamorfosi che l’artista impone, ma solo in immagine, al proprio “selfie” ricordano da vicino gli interventi chirurgici che la francese Orlan infligge al suo fisico, con labbra gonfiate a canotto, occhi pesti e deliranti. Ma ci può stare anche un riferimento, più pacato e composto, alla serie di magnifici ritratti che David Hockney dedica ai propri conoscenti, e anche in quel caso i dati somatici e fisionomici, di origine naturale, gareggiano con la squisitezza di abiti, di maglioni, di jeanseria, magari dozzinale, ma incalzante con la stessa immediatezza che potrebbe derivare da una presenza reale di tutti quegli elementi. Si tratta insomma, da parte di questi artisti, di un balletto trascinante imbastito attorno alla realtà dei nostri giorni, strattonata, spinta fuori dai gangheri della normalità, avviata a farsi bruciante spettacolo.

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