Arte

Il grande valore artistico di Atemisia

Da tempo è agli onori delle cronache la pittrice Artemisia Gentileschi (1593-1652), però purtroppo il valore artistico in lei, di alto grado, viene alquanto messo in ombra dai fatti clamorosi della sua esistenza privata. Questi sono stati ampiamente divulgati, ora viene anche una accurata biografia messa on line dalla casa editrice Mimesis. Nella sua adolescenza fu abituata ad avere spesso in casa un collega del padre, Agostino Tassi, suo stretto collaboratore, con una divisione delle parti per cui Orazio era il “figurista”, l’altro lo specialista di sfondi e di ambientazione. La coesistenza quindi, tra il Tassi, coetaneo del padre, e dunque individuo maturo, spregiudicato, donnaiolo, e l’adolescente Artemisia non fu per nulla un episodio casuale e momentaneo, ma consegnato a una numerosa serie di incontri, da cui fu stimolata la bramosia del Tassi di possedere quel bocconcino che gli veniva quasi servito in tavola, adescandola con una promessa matrimoniale da cui, ottenuto lo scopo di avere più volte una relazione sessuale con la giovane, egli si ritrasse senza scrupoli. Chissà quante volte nei secoli un dramma di questa specie si è ripetuto, e si ripete anche ai nostri giorni, anche in ragione di un’estrema ritrosia delle vittime a sporgere una denuncia che il sistema di ogni tempo, fin qui favorevole al primato maschile, non incoraggia per nulla. In genere in simili circostanze il pensiero, dichiarato o recondito. è che la donna quella violenza se l’è procurata, con l’adozione di abiti o di comportamenti seducenti. Se questo è ancora vero ia nostri giorni, immaginiamoci quanto era difficile per la situazione femminile di quegli anni intentare una causa pubblica, rivelare con scandalo il sopruso patito. Ma sappiamo bene quello che accade, Artemisia osò l’inosabile, portò in tribunale, tra mille difficoltà e resistenze, il suo violentatore, con l’appoggio del padre, che doveva essere consapevole della responsabilità di aver accostato il collega corrotto alla figlia innocente. Fin qui il fatto di cronaca, notevole, spettacolare, che però rischia di fare aggio proprio sulla statura dell’artista presente in Artemisia. Invece è ora di occuparsi seriamente di lei come pittrice, e di riconoscerne appunto l’alto valore. Che le assegna un posto eletto entro la schiera numerosa dei seguaci di Caravaggio. Anzi, nessuno come lei ebbe la forza e il coraggio di approssimarsi al Maestro, per esempio affrontando il tema della “Giuditta e Oloferne”, in modi che hanno ben poco da invidiare alle versioni dello stesso soggetto offerte dal Merisi, compresa l’ultima, comparsa a sorpresa presso uno sconosciuto collezionista francese, ma di sicura mano del maestro lombardo, almeno ad avviso di un intenditore come Nicola Spinosa, con mio pieno allineamento. Il fatto curioso è che non si può invocare la presenza di una poetica di famiglia. Sarebbe logico pensare che la figlia fosse precoce perché postasi, nei suoi anni giovanili, sulle orme del padre, ma così non è. Se mai qualcuno segue questo mio blog, avrà preso atto di una mia particolare insistenza su Orazio in quanto l’unico, nella Roma tra la fine del ‘500 e gli inizi del nuovo secolo, capace di realizzare, accanto al Caravaggio, una pittura luminosa, a tinte compatte, quasi come un carrozzeria verniciata alla fiamma. Ma Artemisia non venne certo a rafforzare un assetto stilistico di questo genere, di cui il padre fu coerente sostenitore, anche nei vari pellegrinaggi di una esistenza movimentata, fino alla morte in Inghilterra. Artemisia faceva “sul serio”, per così dire, valendosi di una pittura violenta, a forti sbattimenti di luce, del tutto affine al Caravaggio più noto, più carnale, più tragico. Con in più una variante che solo in lei si trova. I corpi che appaiono nei suoi dipinti e che si presentano sono ben in carne, forti di una pienezza sgargiante, subiscono però delle improvvise impennate, degli scarti, delle torsioni. Ebbene, di questa movimentazione dinamica non ci sono tracce né nel maestro, in Caravaggio stesso, né nella pletora dei suoi seguaci, e dunque quelle torsioni, quelle entrate in campo con pose oblique, sterzanti, sono una peculiarità stilistica della nostra artista. Per trovarvi qualche precedente, si dovrebbe indietreggiare fino ai Manieristi, al Tintoretto, al Greco, ma non c’è nessuna ragione di muovere un simile passo retrospettivo, a proposito di un’artista che viceversa si compiace di inseguire una attualità bruciante. Purtroppo la violenza subito dal Tassi nella sua prima gioventù non fu la sola disgrazia della nostra Artemisia, anche il resto della sua esistenza, randagia come quella paterna, subì altri guai, come quello d nozze riparatrici con un marito indegno di lei. La sua, insomma, sia a livello esistenziale, sia a quello stilistico, fu una parabola calante. Per cui chi le voglia rendere davvero l’onore che le spetta deve riportarsi a quel secondo o terzo decennio del ‘600 in cui forse la protesta per l’affronto subito rjuscì a tradursi in una incontenibile energia stilistica.

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