Letteratura

Le inchieste “fredde” di Carofiglio

Ho già annunciato, domenica scorsa, che a un esame comparato tra due romanzi ambientate nella malavita, “La Paranza dei bambini” di Roberto Saviano e “L’estate fredda” di Gianrico Carofiglio, la mia preferenza va del tutto a questa seconda opera. Saviano, nella sua prova, viene meno alla sua pretesa statura di santone laico, di grande inquisitore di tutte le possibili nequizie, a cominciare beninteso da quelle partorite in una Napoli preda inguaribile della camorra, nelle cui file si iscrivono quasi fin dalle fasce i nuovi nati. Ma se in “Gomorra” c’era ancora in lui la pulizia di chi va a vedere, di chi pur col cuore amareggiato si rende cronista di orrori, ora invece ha preteso di crescere, di caricare, oltre al vero, e anche al verosimile, quelle vicende di indicibli orrori. Dalla denuncia morale si passa al compiacimento, per adempiere alle regole di un genere e ricavarne copiosi frutti di un rendimento spettacolare, pronto per il cinema o il serial televisivo. Carofiglio invece, rispetto a questo approdo compiaciuto e caricato all’eccesso, fa un passo indietro, si riporta a un verosimile, come del resto nelle regole della creazione immaginaria, ma a un passo dal vero, dalla cronaca fedele e puntuale. Potremmo anche dire che l’ex-magistrato e parlamentare “raffredda” il suo racconto, come del resto promette il titolo stesso, di “Estate fredda”, posto alla testa dell’opera, anche se intende essere solo la denominazione della vicenda di cui si parla. Questo sapore di cose vissute deriva dal fatto stesso che ci parla un classico detective, magari un fratello minore dell’arcinoto Montalbano, ma deciso a lasciar cadere alcune delle dotazioni di cui si ammanta la celebre creazione di Camilleri. Ci sono anche qui mangiate piacevoli, ma tlimitate, condotte in chiave minore, e c’è pure una donna lontana e assente, senza le inverosimili interferenze da cui sono costellati i racconti del Siciliano. Insomma, passi indietro su tutti i livelli, a cominciare dal grado, infatti il protagonista, Pietro Fenoglio, è solo maresciallo dei carabinieri, ma questo ne aumenta la pulizia di espressione, e la fermezza nelle indagini, che non debordano mai, vengono svolte con ferreo professionismo. Il delitto posto al centro del racconto consiste nel rapimento di un ragazzino, con la peculiarità di essere figlio di un potente boss della zona, il che suscita l’interrogativo: chi può avere avuto il coraggio di sfidare una riconosciuta autorità della malavita organizzata? Si può solo pensare alla vendetta di un offeso, o alla volontà di un traditore mosso dall’ambizione di mettersi in proprio. Apprezzabile anche la volontà di andare subito al sodo, senza lasciare margini per soluzioni buoniste. Ben presto il ragazzino viene trovato morto, e nel peggiore dei modi, gettato a decomporsi in un pozzo della campagna. Qui scatta una variante che contribuisce alla freddezza, al carattere analitico del racconto, in quanto il malavitoso deviante, primo ad essere sospettato, tale Lopez, preferisce presentarsi spontaneamente e prodursi in un lunghissimo interrogatorio. E dunque il racconto si affida proprio a una successione di verbali, che rispettano in linea di massima il tono burocratico tipico di documenti del genere. Ma certo per questa via entriamo proprio in un mondo orrido di uccisioni, eseguite dal Lopez e dai suoi accoliti su ordine del capobanda. In tal modo la cronaca dei delitti si snoda lucida, precisa, mai gonfiata oltre il dovuto, con totale rispetto del vero, o meglio, con un corretto gioco di sponda tra il vero e il verosimile.
Ma allora, se attraverso la minuziosa deposizione del maggior sospettato si deve escludere l’ipotesi in partenza più credibile, che nell’uccisione del povero bambino si debba vedere una logica e prevedibile ritorsione entro l’universo del malaffare, dove rivolgersi per trovare la verità? Il nostro Fenoglio, aiutato da validi collaboratori, vi giunge attraverso passaggi che rispondono sempre a criteri stringenti e consequenziali. Siamo nell’ambito di sequestri fulminei, ai danni di persone rispondenti a una tipologia precisa. Si deve trattare di persone che al momento siano provviste di grosse quantità di denaro liquido, acquisito per vie illegali, il che dunque vieta loro la possibilità di chiedere l’intervento delle forze dell’ordine. Ma chi può essere al corrente di condizioni così particolari, se non qualche membro deviato degli organi stessi inquirenti? Si apre così l’interessante pista interna, i sequestratori sono da ricercare “dentro”. Fenoglio capisce che deve indagare su colleghi colpevoli, dovendosi muovere con cautela per non metterli sull’avviso, e per non subire un divieto di procedere dai suoi stessi superiori, ovviamente non desiderosi di scoprire le mele marce insite all’interno del sistema. Tutto procede sempre con passi giusti, cauti, ben misurati, concepiti in lucide quanto inesorabili sequenze. Fino al positivo esito finale dello smascheramento e punizione dei miserabili colpevoli. Magari il buonismo, che l’Autore ha evitato con tanto apprezzabile cura per quanto riguarda il destino del povero rapito, lo concede al suo eroe, che in chiusura si riconcilia con la moglie, ma questo “happy end”, per consolazione dei lettori, avviene per così dire fuori campo, senza noiose incursioni della donna sul bel mezzo dell’inchiesta. Ed è da lodare anche la componente linguistica, Fenoglio non civetta col dialetto, e perfino i due colpevoli, essendo dell’Arma, a loro carico hanno anche il guaio di parlare una lingua senza inflessioni, come dicono coloro che ne hanno ascoltato le telefonate minatorie e di richiesta del riscatto. Un altro degli elementi compiaciuti e pittoreschi della prova drogata di Saviano è così scongiurato.
Gianrico Carofiglio, L’estate fredda. Einaudi stile libero, pp, 340, euro 18,50.
Ho già annunciato, domenica scorsa, che a un esame comparato tra due romanzi ambientate nella malavita, “La Paranza dei bambini” di Roberto Saviano e “L’estate fredda” di Gianrico Carofiglio, la mia preferenza va del tutto a questa seconda opera. Saviano, nella sua prova, viene meno alla sua pretesa statura di santone laico, di grande inquisitore di tutte le possibili nequizie, a cominciare beninteso da quelle partorite in una Napoli preda inguaribile della camorra, nelle cui file si iscrivono quasi fin dalle fasce i nuovi nati. Ma se in “Gomorra” c’era ancora in lui la pulizia di chi va a vedere, di chi pur col cuore amareggiato si rende cronista di orrori, ora invece ha preteso di crescere, di caricare, oltre al vero, e anche al verosimile, quelle vicende di indicibli orrori. Dalla denuncia morale si passa al compiacimento, per adempiere alle regole di un genere e ricavarne copiosi frutti di un rendimento spettacolare, pronto per il cinema o il serial televisivo. Carofiglio invece, rispetto a questo approdo compiaciuto e caricato all’eccesso, fa un passo indietro, si riporta a un verosimile, come del resto nelle regole della creazione immaginaria, ma a un passo dal vero, dalla cronaca fedele e puntuale. Potremmo anche dire che l’ex-magistrato e parlamentare “raffredda” il suo racconto, come del resto promette il titolo stesso, di “Estate fredda”, posto alla testa dell’opera, anche se intende essere solo la denominazione della vicenda di cui si parla. Questo sapore di cose vissute deriva dal fatto stesso che ci parla un classico detective, magari un fratello minore dell’arcinoto Montalbano, ma deciso a lasciar cadere alcune delle dotazioni di cui si ammanta la celebre creazione di Camilleri. Ci sono anche qui mangiate piacevoli, ma tlimitate, condotte in chiave minore, e c’è pure una donna lontana e assente, senza le inverosimili interferenze da cui sono costellati i racconti del Siciliano. Insomma, passi indietro su tutti i livelli, a cominciare dal grado, infatti il protagonista, Pietro Fenoglio, è solo maresciallo dei carabinieri, ma questo ne aumenta la pulizia di espressione, e la fermezza nelle indagini, che non debordano mai, vengono svolte con ferreo professionismo. Il delitto posto al centro del racconto consiste nel rapimento di un ragazzino, con la peculiarità di essere figlio di un potente boss della zona, il che suscita l’interrogativo: chi può avere avuto il coraggio di sfidare una riconosciuta autorità della malavita organizzata? Si può solo pensare alla vendetta di un offeso, o alla volontà di un traditore mosso dall’ambizione di mettersi in proprio. Apprezzabile anche la volontà di andare subito al sodo, senza lasciare margini per soluzioni buoniste. Ben presto il ragazzino viene trovato morto, e nel peggiore dei modi, gettato a decomporsi in un pozzo della campagna. Qui scatta una variante che contribuisce alla freddezza, al carattere analitico del racconto, in quanto il malavitoso deviante, primo ad essere sospettato, tale Lopez, preferisce presentarsi spontaneamente e prodursi in un lunghissimo interrogatorio. E dunque il racconto si affida proprio a una successione di verbali, che rispettano in linea di massima il tono burocratico tipico di documenti del genere. Ma certo per questa via entriamo proprio in un mondo orrido di uccisioni, eseguite dal Lopez e dai suoi accoliti su ordine del capobanda. In tal modo la cronaca dei delitti si snoda lucida, precisa, mai gonfiata oltre il dovuto, con totale rispetto del vero, o meglio, con un corretto gioco di sponda tra il vero e il verosimile.
Ma allora, se attraverso la minuziosa deposizione del maggior sospettato si deve escludere l’ipotesi in partenza più credibile, che nell’uccisione del povero bambino si debba vedere una logica e prevedibile ritorsione entro l’universo del malaffare, dove rivolgersi per trovare la verità? Il nostro Fenoglio, aiutato da validi collaboratori, vi giunge attraverso passaggi che rispondono sempre a criteri stringenti e consequenziali. Siamo nell’ambito di sequestri fulminei, ai danni di persone rispondenti a una tipologia precisa. Si deve trattare di persone che al momento siano provviste di grosse quantità di denaro liquido, acquisito per vie illegali, il che dunque vieta loro la possibilità di chiedere l’intervento delle forze dell’ordine. Ma chi può essere al corrente di condizioni così particolari, se non qualche membro deviato degli organi stessi inquirenti? Si apre così l’interessante pista interna, i sequestratori sono da ricercare “dentro”. Fenoglio capisce che deve indagare su colleghi colpevoli, dovendosi muovere con cautela per non metterli sull’avviso, e per non subire un divieto di procedere dai suoi stessi superiori, ovviamente non desiderosi di scoprire le mele marce insite all’interno del sistema. Tutto procede sempre con passi giusti, cauti, ben misurati, concepiti in lucide quanto inesorabili sequenze. Fino al positivo esito finale dello smascheramento e punizione dei miserabili colpevoli. Magari il buonismo, che l’Autore ha evitato con tanto apprezzabile cura per quanto riguarda il destino del povero rapito, lo concede al suo eroe, che in chiusura si riconcilia con la moglie, ma questo “happy end”, per consolazione dei lettori, avviene per così dire fuori campo, senza noiose incursioni della donna sul bel mezzo dell’inchiesta. Ed è da lodare anche la componente linguistica, Fenoglio non civetta col dialetto, e perfino i due colpevoli, essendo dell’Arma, a loro carico hanno anche il guaio di parlare una lingua senza inflessioni, come dicono coloro che ne hanno ascoltato le telefonate minatorie e di richiesta del riscatto. Un altro degli elementi compiaciuti e pittoreschi della prova drogata di Saviano è così scongiurato.
Gianrico Carofiglio, L’estate fredda. Einaudi stile libero, pp, 340, euro 18,50.
Ho già annunciato, domenica scorsa, che a un esame comparato tra due romanzi ambientate nella malavita, “La Paranza dei bambini” di Roberto Saviano e “L’estate fredda” di Gianrico Carofiglio, la mia preferenza va del tutto a questa seconda opera. Saviano, nella sua prova, viene meno alla sua pretesa statura di santone laico, di grande inquisitore di tutte le possibili nequizie, a cominciare beninteso da quelle partorite in una Napoli preda inguaribile della camorra, nelle cui file si iscrivono quasi fin dalle fasce i nuovi nati. Ma se in “Gomorra” c’era ancora in lui la pulizia di chi va a vedere, di chi pur col cuore amareggiato si rende cronista di orrori, ora invece ha preteso di crescere, di caricare, oltre al vero, e anche al verosimile, quelle vicende di indicibli orrori. Dalla denuncia morale si passa al compiacimento, per adempiere alle regole di un genere e ricavarne copiosi frutti di un rendimento spettacolare, pronto per il cinema o il serial televisivo. Carofiglio invece, rispetto a questo approdo compiaciuto e caricato all’eccesso, fa un passo indietro, si riporta a un verosimile, come del resto nelle regole della creazione immaginaria, ma a un passo dal vero, dalla cronaca fedele e puntuale. Potremmo anche dire che l’ex-magistrato e parlamentare “raffredda” il suo racconto, come del resto promette il titolo stesso, di “Estate fredda”, posto alla testa dell’opera, anche se intende essere solo la denominazione della vicenda di cui si parla. Questo sapore di cose vissute deriva dal fatto stesso che ci parla un classico detective, magari un fratello minore dell’arcinoto Montalbano, ma deciso a lasciar cadere alcune delle dotazioni di cui si ammanta la celebre creazione di Camilleri. Ci sono anche qui mangiate piacevoli, ma tlimitate, condotte in chiave minore, e c’è pure una donna lontana e assente, senza le inverosimili interferenze da cui sono costellati i racconti del Siciliano. Insomma, passi indietro su tutti i livelli, a cominciare dal grado, infatti il protagonista, Pietro Fenoglio, è solo maresciallo dei carabinieri, ma questo ne aumenta la pulizia di espressione, e la fermezza nelle indagini, che non debordano mai, vengono svolte con ferreo professionismo. Il delitto posto al centro del racconto consiste nel rapimento di un ragazzino, con la peculiarità di essere figlio di un potente boss della zona, il che suscita l’interrogativo: chi può avere avuto il coraggio di sfidare una riconosciuta autorità della malavita organizzata? Si può solo pensare alla vendetta di un offeso, o alla volontà di un traditore mosso dall’ambizione di mettersi in proprio. Apprezzabile anche la volontà di andare subito al sodo, senza lasciare margini per soluzioni buoniste. Ben presto il ragazzino viene trovato morto, e nel peggiore dei modi, gettato a decomporsi in un pozzo della campagna. Qui scatta una variante che contribuisce alla freddezza, al carattere analitico del racconto, in quanto il malavitoso deviante, primo ad essere sospettato, tale Lopez, preferisce presentarsi spontaneamente e prodursi in un lunghissimo interrogatorio. E dunque il racconto si affida proprio a una successione di verbali, che rispettano in linea di massima il tono burocratico tipico di documenti del genere. Ma certo per questa via entriamo proprio in un mondo orrido di uccisioni, eseguite dal Lopez e dai suoi accoliti su ordine del capobanda. In tal modo la cronaca dei delitti si snoda lucida, precisa, mai gonfiata oltre il dovuto, con totale rispetto del vero, o meglio, con un corretto gioco di sponda tra il vero e il verosimile.
Ma allora, se attraverso la minuziosa deposizione del maggior sospettato si deve escludere l’ipotesi in partenza più credibile, che nell’uccisione del povero bambino si debba vedere una logica e prevedibile ritorsione entro l’universo del malaffare, dove rivolgersi per trovare la verità? Il nostro Fenoglio, aiutato da validi collaboratori, vi giunge attraverso passaggi che rispondono sempre a criteri stringenti e consequenziali. Siamo nell’ambito di sequestri fulminei, ai danni di persone rispondenti a una tipologia precisa. Si deve trattare di persone che al momento siano provviste di grosse quantità di denaro liquido, acquisito per vie illegali, il che dunque vieta loro la possibilità di chiedere l’intervento delle forze dell’ordine. Ma chi può essere al corrente di condizioni così particolari, se non qualche membro deviato degli organi stessi inquirenti? Si apre così l’interessante pista interna, i sequestratori sono da ricercare “dentro”. Fenoglio capisce che deve indagare su colleghi colpevoli, dovendosi muovere con cautela per non metterli sull’avviso, e per non subire un divieto di procedere dai suoi stessi superiori, ovviamente non desiderosi di scoprire le mele marce insite all’interno del sistema. Tutto procede sempre con passi giusti, cauti, ben misurati, concepiti in lucide quanto inesorabili sequenze. Fino al positivo esito finale dello smascheramento e punizione dei miserabili colpevoli. Magari il buonismo, che l’Autore ha evitato con tanto apprezzabile cura per quanto riguarda il destino del povero rapito, lo concede al suo eroe, che in chiusura si riconcilia con la moglie, ma questo “happy end”, per consolazione dei lettori, avviene per così dire fuori campo, senza noiose incursioni della donna sul bel mezzo dell’inchiesta. Ed è da lodare anche la componente linguistica, Fenoglio non civetta col dialetto, e perfino i due colpevoli, essendo dell’Arma, a loro carico hanno anche il guaio di parlare una lingua senza inflessioni, come dicono coloro che ne hanno ascoltato le telefonate minatorie e di richiesta del riscatto. Un altro degli elementi compiaciuti e pittoreschi della prova drogata di Saviano è così scongiurato.
Gianrico Carofiglio, L’estate fredda. Einaudi stile libero, pp, 340, euro 18,50.
Ho già annunciato, domenica scorsa, che a un esame comparato tra due romanzi ambientate nella malavita, “La Paranza dei bambini” di Roberto Saviano e “L’estate fredda” di Gianrico Carofiglio, la mia preferenza va del tutto a questa seconda opera. Saviano, nella sua prova, viene meno alla sua pretesa statura di santone laico, di grande inquisitore di tutte le possibili nequizie, a cominciare beninteso da quelle partorite in una Napoli preda inguaribile della camorra, nelle cui file si iscrivono quasi fin dalle fasce i nuovi nati. Ma se in “Gomorra” c’era ancora in lui la pulizia di chi va a vedere, di chi pur col cuore amareggiato si rende cronista di orrori, ora invece ha preteso di crescere, di caricare, oltre al vero, e anche al verosimile, quelle vicende di indicibli orrori. Dalla denuncia morale si passa al compiacimento, per adempiere alle regole di un genere e ricavarne copiosi frutti di un rendimento spettacolare, pronto per il cinema o il serial televisivo. Carofiglio invece, rispetto a questo approdo compiaciuto e caricato all’eccesso, fa un passo indietro, si riporta a un verosimile, come del resto nelle regole della creazione immaginaria, ma a un passo dal vero, dalla cronaca fedele e puntuale. Potremmo anche dire che l’ex-magistrato e parlamentare “raffredda” il suo racconto, come del resto promette il titolo stesso, di “Estate fredda”, posto alla testa dell’opera, anche se intende essere solo la denominazione della vicenda di cui si parla. Questo sapore di cose vissute deriva dal fatto stesso che ci parla un classico detective, magari un fratello minore dell’arcinoto Montalbano, ma deciso a lasciar cadere alcune delle dotazioni di cui si ammanta la celebre creazione di Camilleri. Ci sono anche qui mangiate piacevoli, ma tlimitate, condotte in chiave minore, e c’è pure una donna lontana e assente, senza le inverosimili interferenze da cui sono costellati i racconti del Siciliano. Insomma, passi indietro su tutti i livelli, a cominciare dal grado, infatti il protagonista, Pietro Fenoglio, è solo maresciallo dei carabinieri, ma questo ne aumenta la pulizia di espressione, e la fermezza nelle indagini, che non debordano mai, vengono svolte con ferreo professionismo. Il delitto posto al centro del racconto consiste nel rapimento di un ragazzino, con la peculiarità di essere figlio di un potente boss della zona, il che suscita l’interrogativo: chi può avere avuto il coraggio di sfidare una riconosciuta autorità della malavita organizzata? Si può solo pensare alla vendetta di un offeso, o alla volontà di un traditore mosso dall’ambizione di mettersi in proprio. Apprezzabile anche la volontà di andare subito al sodo, senza lasciare margini per soluzioni buoniste. Ben presto il ragazzino viene trovato morto, e nel peggiore dei modi, gettato a decomporsi in un pozzo della campagna. Qui scatta una variante che contribuisce alla freddezza, al carattere analitico del racconto, in quanto il malavitoso deviante, primo ad essere sospettato, tale Lopez, preferisce presentarsi spontaneamente e prodursi in un lunghissimo interrogatorio. E dunque il racconto si affida proprio a una successione di verbali, che rispettano in linea di massima il tono burocratico tipico di documenti del genere. Ma certo per questa via entriamo proprio in un mondo orrido di uccisioni, eseguite dal Lopez e dai suoi accoliti su ordine del capobanda. In tal modo la cronaca dei delitti si snoda lucida, precisa, mai gonfiata oltre il dovuto, con totale rispetto del vero, o meglio, con un corretto gioco di sponda tra il vero e il verosimile.
Ma allora, se attraverso la minuziosa deposizione del maggior sospettato si deve escludere l’ipotesi in partenza più credibile, che nell’uccisione del povero bambino si debba vedere una logica e prevedibile ritorsione entro l’universo del malaffare, dove rivolgersi per trovare la verità? Il nostro Fenoglio, aiutato da validi collaboratori, vi giunge attraverso passaggi che rispondono sempre a criteri stringenti e consequenziali. Siamo nell’ambito di sequestri fulminei, ai danni di persone rispondenti a una tipologia precisa. Si deve trattare di persone che al momento siano provviste di grosse quantità di denaro liquido, acquisito per vie illegali, il che dunque vieta loro la possibilità di chiedere l’intervento delle forze dell’ordine. Ma chi può essere al corrente di condizioni così particolari, se non qualche membro deviato degli organi stessi inquirenti? Si apre così l’interessante pista interna, i sequestratori sono da ricercare “dentro”. Fenoglio capisce che deve indagare su colleghi colpevoli, dovendosi muovere con cautela per non metterli sull’avviso, e per non subire un divieto di procedere dai suoi stessi superiori, ovviamente non desiderosi di scoprire le mele marce insite all’interno del sistema. Tutto procede sempre con passi giusti, cauti, ben misurati, concepiti in lucide quanto inesorabili sequenze. Fino al positivo esito finale dello smascheramento e punizione dei miserabili colpevoli. Magari il buonismo, che l’Autore ha evitato con tanto apprezzabile cura per quanto riguarda il destino del povero rapito, lo concede al suo eroe, che in chiusura si riconcilia con la moglie, ma questo “happy end”, per consolazione dei lettori, avviene per così dire fuori campo, senza noiose incursioni della donna sul bel mezzo dell’inchiesta. Ed è da lodare anche la componente linguistica, Fenoglio non civetta col dialetto, e perfino i due colpevoli, essendo dell’Arma, a loro carico hanno anche il guaio di parlare una lingua senza inflessioni, come dicono coloro che ne hanno ascoltato le telefonate minatorie e di richiesta del riscatto. Un altro degli elementi compiaciuti e pittoreschi della prova drogata di Saviano è così scongiurato.
Gianrico Carofiglio, L’estate fredda. Einaudi stile libero, pp, 340, euro 18,50.
Ho già annunciato, domenica scorsa, che a un esame comparato tra due romanzi ambientate nella malavita, “La Paranza dei bambini” di Roberto Saviano e “L’estate fredda” di Gianrico Carofiglio, la mia preferenza va del tutto a questa seconda opera. Saviano, nella sua prova, viene meno alla sua pretesa statura di santone laico, di grande inquisitore di tutte le possibili nequizie, a cominciare beninteso da quelle partorite in una Napoli preda inguaribile della camorra, nelle cui file si iscrivono quasi fin dalle fasce i nuovi nati. Ma se in “Gomorra” c’era ancora in lui la pulizia di chi va a vedere, di chi pur col cuore amareggiato si rende cronista di orrori, ora invece ha preteso di crescere, di caricare, oltre al vero, e anche al verosimile, quelle vicende di indicibli orrori. Dalla denuncia morale si passa al compiacimento, per adempiere alle regole di un genere e ricavarne copiosi frutti di un rendimento spettacolare, pronto per il cinema o il serial televisivo. Carofiglio invece, rispetto a questo approdo compiaciuto e caricato all’eccesso, fa un passo indietro, si riporta a un verosimile, come del resto nelle regole della creazione immaginaria, ma a un passo dal vero, dalla cronaca fedele e puntuale. Potremmo anche dire che l’ex-magistrato e parlamentare “raffredda” il suo racconto, come del resto promette il titolo stesso, di “Estate fredda”, posto alla testa dell’opera, anche se intende essere solo la denominazione della vicenda di cui si parla. Questo sapore di cose vissute deriva dal fatto stesso che ci parla un classico detective, magari un fratello minore dell’arcinoto Montalbano, ma deciso a lasciar cadere alcune delle dotazioni di cui si ammanta la celebre creazione di Camilleri. Ci sono anche qui mangiate piacevoli, ma tlimitate, condotte in chiave minore, e c’è pure una donna lontana e assente, senza le inverosimili interferenze da cui sono costellati i racconti del Siciliano. Insomma, passi indietro su tutti i livelli, a cominciare dal grado, infatti il protagonista, Pietro Fenoglio, è solo maresciallo dei carabinieri, ma questo ne aumenta la pulizia di espressione, e la fermezza nelle indagini, che non debordano mai, vengono svolte con ferreo professionismo. Il delitto posto al centro del racconto consiste nel rapimento di un ragazzino, con la peculiarità di essere figlio di un potente boss della zona, il che suscita l’interrogativo: chi può avere avuto il coraggio di sfidare una riconosciuta autorità della malavita organizzata? Si può solo pensare alla vendetta di un offeso, o alla volontà di un traditore mosso dall’ambizione di mettersi in proprio. Apprezzabile anche la volontà di andare subito al sodo, senza lasciare margini per soluzioni buoniste. Ben presto il ragazzino viene trovato morto, e nel peggiore dei modi, gettato a decomporsi in un pozzo della campagna. Qui scatta una variante che contribuisce alla freddezza, al carattere analitico del racconto, in quanto il malavitoso deviante, primo ad essere sospettato, tale Lopez, preferisce presentarsi spontaneamente e prodursi in un lunghissimo interrogatorio. E dunque il racconto si affida proprio a una successione di verbali, che rispettano in linea di massima il tono burocratico tipico di documenti del genere. Ma certo per questa via entriamo proprio in un mondo orrido di uccisioni, eseguite dal Lopez e dai suoi accoliti su ordine del capobanda. In tal modo la cronaca dei delitti si snoda lucida, precisa, mai gonfiata oltre il dovuto, con totale rispetto del vero, o meglio, con un corretto gioco di sponda tra il vero e il verosimile.
Ma allora, se attraverso la minuziosa deposizione del maggior sospettato si deve escludere l’ipotesi in partenza più credibile, che nell’uccisione del povero bambino si debba vedere una logica e prevedibile ritorsione entro l’universo del malaffare, dove rivolgersi per trovare la verità? Il nostro Fenoglio, aiutato da validi collaboratori, vi giunge attraverso passaggi che rispondono sempre a criteri stringenti e consequenziali. Siamo nell’ambito di sequestri fulminei, ai danni di persone rispondenti a una tipologia precisa. Si deve trattare di persone che al momento siano provviste di grosse quantità di denaro liquido, acquisito per vie illegali, il che dunque vieta loro la possibilità di chiedere l’intervento delle forze dell’ordine. Ma chi può essere al corrente di condizioni così particolari, se non qualche membro deviato degli organi stessi inquirenti? Si apre così l’interessante pista interna, i sequestratori sono da ricercare “dentro”. Fenoglio capisce che deve indagare su colleghi colpevoli, dovendosi muovere con cautela per non metterli sull’avviso, e per non subire un divieto di procedere dai suoi stessi superiori, ovviamente non desiderosi di scoprire le mele marce insite all’interno del sistema. Tutto procede sempre con passi giusti, cauti, ben misurati, concepiti in lucide quanto inesorabili sequenze. Fino al positivo esito finale dello smascheramento e punizione dei miserabili colpevoli. Magari il buonismo, che l’Autore ha evitato con tanto apprezzabile cura per quanto riguarda il destino del povero rapito, lo concede al suo eroe, che in chiusura si riconcilia con la moglie, ma questo “happy end”, per consolazione dei lettori, avviene per così dire fuori campo, senza noiose incursioni della donna sul bel mezzo dell’inchiesta. Ed è da lodare anche la componente linguistica, Fenoglio non civetta col dialetto, e perfino i due colpevoli, essendo dell’Arma, a loro carico hanno anche il guaio di parlare una lingua senza inflessioni, come dicono coloro che ne hanno ascoltato le telefonate minatorie e di richiesta del riscatto. Un altro degli elementi compiaciuti e pittoreschi della prova drogata di Saviano è così scongiurato.
Gianrico Carofiglio, L’estate fredda. Einaudi stile libero, pp, 340, euro 18,50.
Ho già annunciato, domenica scorsa, che a un esame comparato tra due romanzi ambientate nella malavita, “La Paranza dei bambini” di Roberto Saviano e “L’estate fredda” di Gianrico Carofiglio, la mia preferenza va del tutto a questa seconda opera. Saviano, nella sua prova, viene meno alla sua pretesa statura di santone laico, di grande inquisitore di tutte le possibili nequizie, a cominciare beninteso da quelle partorite in una Napoli preda inguaribile della camorra, nelle cui file si iscrivono quasi fin dalle fasce i nuovi nati. Ma se in “Gomorra” c’era ancora in lui la pulizia di chi va a vedere, di chi pur col cuore amareggiato si rende cronista di orrori, ora invece ha preteso di crescere, di caricare, oltre al vero, e anche al verosimile, quelle vicende di indicibli orrori. Dalla denuncia morale si passa al compiacimento, per adempiere alle regole di un genere e ricavarne copiosi frutti di un rendimento spettacolare, pronto per il cinema o il serial televisivo. Carofiglio invece, rispetto a questo approdo compiaciuto e caricato all’eccesso, fa un passo indietro, si riporta a un verosimile, come del resto nelle regole della creazione immaginaria, ma a un passo dal vero, dalla cronaca fedele e puntuale. Potremmo anche dire che l’ex-magistrato e parlamentare “raffredda” il suo racconto, come del resto promette il titolo stesso, di “Estate fredda”, posto alla testa dell’opera, anche se intende essere solo la denominazione della vicenda di cui si parla. Questo sapore di cose vissute deriva dal fatto stesso che ci parla un classico detective, magari un fratello minore dell’arcinoto Montalbano, ma deciso a lasciar cadere alcune delle dotazioni di cui si ammanta la celebre creazione di Camilleri. Ci sono anche qui mangiate piacevoli, ma tlimitate, condotte in chiave minore, e c’è pure una donna lontana e assente, senza le inverosimili interferenze da cui sono costellati i racconti del Siciliano. Insomma, passi indietro su tutti i livelli, a cominciare dal grado, infatti il protagonista, Pietro Fenoglio, è solo maresciallo dei carabinieri, ma questo ne aumenta la pulizia di espressione, e la fermezza nelle indagini, che non debordano mai, vengono svolte con ferreo professionismo. Il delitto posto al centro del racconto consiste nel rapimento di un ragazzino, con la peculiarità di essere figlio di un potente boss della zona, il che suscita l’interrogativo: chi può avere avuto il coraggio di sfidare una riconosciuta autorità della malavita organizzata? Si può solo pensare alla vendetta di un offeso, o alla volontà di un traditore mosso dall’ambizione di mettersi in proprio. Apprezzabile anche la volontà di andare subito al sodo, senza lasciare margini per soluzioni buoniste. Ben presto il ragazzino viene trovato morto, e nel peggiore dei modi, gettato a decomporsi in un pozzo della campagna. Qui scatta una variante che contribuisce alla freddezza, al carattere analitico del racconto, in quanto il malavitoso deviante, primo ad essere sospettato, tale Lopez, preferisce presentarsi spontaneamente e prodursi in un lunghissimo interrogatorio. E dunque il racconto si affida proprio a una successione di verbali, che rispettano in linea di massima il tono burocratico tipico di documenti del genere. Ma certo per questa via entriamo proprio in un mondo orrido di uccisioni, eseguite dal Lopez e dai suoi accoliti su ordine del capobanda. In tal modo la cronaca dei delitti si snoda lucida, precisa, mai gonfiata oltre il dovuto, con totale rispetto del vero, o meglio, con un corretto gioco di sponda tra il vero e il verosimile.
Ma allora, se attraverso la minuziosa deposizione del maggior sospettato si deve escludere l’ipotesi in partenza più credibile, che nell’uccisione del povero bambino si debba vedere una logica e prevedibile ritorsione entro l’universo del malaffare, dove rivolgersi per trovare la verità? Il nostro Fenoglio, aiutato da validi collaboratori, vi giunge attraverso passaggi che rispondono sempre a criteri stringenti e consequenziali. Siamo nell’ambito di sequestri fulminei, ai danni di persone rispondenti a una tipologia precisa. Si deve trattare di persone che al momento siano provviste di grosse quantità di denaro liquido, acquisito per vie illegali, il che dunque vieta loro la possibilità di chiedere l’intervento delle forze dell’ordine. Ma chi può essere al corrente di condizioni così particolari, se non qualche membro deviato degli organi stessi inquirenti? Si apre così l’interessante pista interna, i sequestratori sono da ricercare “dentro”. Fenoglio capisce che deve indagare su colleghi colpevoli, dovendosi muovere con cautela per non metterli sull’avviso, e per non subire un divieto di procedere dai suoi stessi superiori, ovviamente non desiderosi di scoprire le mele marce insite all’interno del sistema. Tutto procede sempre con passi giusti, cauti, ben misurati, concepiti in lucide quanto inesorabili sequenze. Fino al positivo esito finale dello smascheramento e punizione dei miserabili colpevoli. Magari il buonismo, che l’Autore ha evitato con tanto apprezzabile cura per quanto riguarda il destino del povero rapito, lo concede al suo eroe, che in chiusura si riconcilia con la moglie, ma questo “happy end”, per consolazione dei lettori, avviene per così dire fuori campo, senza noiose incursioni della donna sul bel mezzo dell’inchiesta. Ed è da lodare anche la componente linguistica, Fenoglio non civetta col dialetto, e perfino i due colpevoli, essendo dell’Arma, a loro carico hanno anche il guaio di parlare una lingua senza inflessioni, come dicono coloro che ne hanno ascoltato le telefonate minatorie e di richiesta del riscatto. Un altro degli elementi compiaciuti e pittoreschi della prova drogata di Saviano è così scongiurato.
Gianrico Carofiglio, L’estate fredda. Einaudi stile libero, pp, 340, euro 18,50.

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