Arte

Le molte aggressioni spaziali di Bonalumi

Sono stato molto amico di Agostino Bonalumi, del resto mio perfetto coetaneo (1935-2013). Ricordo con non cessata gratitudine che era uno dei pochi a rispondere alle mie convocazioni, quando fui nominato, da Claudio Martelli, allora braccio destro di Bettino Craxi, alla carica di responsabile nazionale arti visive per il PSI, e appunto cercavo di riunire le scarse schiere di simpatizzanti in una delle sale del quartier generale che il PSI aveva in via del Corso. E appunto Bonalumi rispondeva quasi sempre, sedendo con seria disponibilità in prima fila, in irreprensibile tenuta professorale. Magari, accanto poteva sedere pure il grande presentatore Paolo Brosio, venuto a vedere con un filo di curiosità che cosa mai potesse venire fuori da quei raduni. Sul limitare della sua esistenza terrena, nel 2006, gli avevo pure assegnato il Premio Belluno Cortina artista dell’anno. Credo che, nella sua carriera, sia sempre stato amareggiato dalla continua preferenza attribuita, su di lui, al collega Enrico Castellani, questo in nome dell’inguaribile minimalismo della nostra critica ufficiale, sempre pronta a osannare chi meno fa, chi tende al monocromo, alla semplificazione assoluta. E Castellani è stato perfetto, in una simile direzione, con quelle sue superfici che appena solleticavano l’ambiente con estroflessioni molto parche, tutte messe in ordinata fila come soldatini, o come biglie su un pallottoliere, tutte immerse in qualche non-colore, per lo più un bianco candido e immacolato, Monumento alla noia, alla ripetizione priva di scatti differenziali. Invece Bonalumi, per parte sua, contravveniva sistematicamente a queste rinunce. Sul fronte cromatico ha coltivato tutti i colori possibili, in genere tenendosi lontano proprio dallo sterile bianco, preferendo al suo posto i blu notte, i rossi sgargianti, i gialli fosforescenti, e così via. Ma soprattutto era vario proprio nella ragion stessa d’essere di quella stagione, il ricorso alle estroflessioni, che in lui hanno praticato ogni possibile morfologia, tra le due e le tre dimensioni, il cerchio, l’allungarsi in griglie, in “strisciate”, così da simulare le tapparelle, gli infissi delle nostre case. Qualche volta ha spinto con decisione sul pedale delle invasioni ambientali, come nella “Struttura modulare bianca”, una serie di corpi panciuti, quasi come dei tortelli, come dei piatti recanti qualche portata, o come i piatti di una batteria, in partenza diligentemente impilati l’uno sull’altro, ma recati come da un cameriere sbadato che perde l’equilibrio, e dunque quegli elementi plastici gli cascano, si diffondono a pioggia, pare quasi di sentire il suono che provocano cadendo a terra, pronti a emettere una sinfonia arcana, al limite con gli ultrasuoni. Del resto, se per gran parte della sua attività Bonalumi era stata un buon cultore di geometrie regolari fondate sulla linea e il circolo, negli ultimi tempi aveva ben compreso come fosse ormai giunta l’ora di buttar via il vecchio manuale della geometria euclidea per coltivare le nuove proposte, fino alla geometria del frattali. Comunque bisognava incrinare la superficie, assegnarle dei colpi, saggiarne la capacità di resistere, trovare i punti fragili di rottura, magari senza spingere fino fondo, senza violarne una residua unità finale, ma tracciandovi sopra come tante possibili linee di frattura, però sempre fermandosi un momento prima. Insidiando insomma, assediando il principio dell’unità, senza lasciarsi intimorire dalla sua sacralità, mettendo in atto tutto un balletto di attacchi, di provocazioni, di minacce, che pure sono sempre rimaste deliziosamente sospese tra il virtuale e il reale. Insomma, una morfologia sempre varia, rinnovata, pronta a valersi di tutti i suggerimenti di una libera invenzione.
Bonalumi 1958-2013, a cura di M. Meneguzzo. Milano, Palazzo Reale, fino al 30 settembre. Cat. Silvana editoriale,

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