Attualità

Lo Stato deve intervenire o no?

Il “Corriere della sera” di domenica 14 giugno conteneva almeno tre articoli relativi a un tema cruciale: lo stato, ovvero l’intervento pubblico, deve o no entrare in campo nei momenti di crisi, come quello che stiamo vivendo? Uno di questi articoli, anzi, addirittura l’editoriale del foglio, era a firma di Francesco Giavazzi, impenitente, pervicace liberista, al cui avviso lo Stato è sempre il guaio, il pericolo immanente, lo si tenga lontano, e le forze taumaturghe del libero mercato rimedieranno da sé. Infatti Giavazzi è, con un ritardo di due secoli, un convinto assertore del “laissez faire” della Scuola di Manchester. E’ arrivato a svolgere proprio sul “Corriere” una tesi assurda ed ereticale che Roosevelt, intervenendo nel ’29 col suo celebre new deal, ha sconvolto il mercato, ha impedito che le banche si raddrizzassero da sé. Il bello è che in quelle medesime ore Hillary Clinotn, nell’affacciare la sua candidatura alla presidenza degli Usa, ha scelto, simbolicamente, proprio un parco newyorkese intitolato al ricordo del grande e benemerito presidente, invocato anche dall’attuale dirigenza della Grecia, come ammonizione verso un’Europa che invece di quell’eredità pare proprio non volerne sapere. Si sa che allora ci fu perfino uno scambio di amorosi sensi tra Roosevelt e Mussolini, non del tutto dimentico della sue remote radici socialiste, e memore che il suo regime era pur sempre sorto per rimediare alle deficienze del sistema borghese. Allora era nata l’IRI, un mostro, nella visione destrorsa di Giavazzi, vade retro Satana, e sempre sulle pagine del “Corriere” gli fanno usualmente sponda gli ugualmente destrorsi Galli della Loggia e Panebianco, mentre per fortuna le firme di alcuni “interni” come Rizzo, Stella, Cazzullo mi rendono leggibile quel giornale. Lo spunto del momento è la Cassa Depositi e Prestiti, che si scordi di funzionare al modo del detestabile IRI, questa non è l’ammonizione del solo Giavazzi, ma viene prontamente rinforzata, sempre in quell’uscita domenicale, da Giuseppe Guzzetti. Il tutto a lode dei nostri “capitani coraggiosi”, vigili espressioni della libertà d’impresa, ma ahimé pronti a fuggire trasferendo le loro fortune nei paradisi fiscali e a licenziare gli operai. Negli anni postbellici si era trattato di grandi firme come Motta e Alemagna, ora l’atto d’accusa può essere portato a Omsa, Indesit, Ilva, Alitalia. Ma non importa, lo Stato stia a vedere inerte, a braccia incrociate, non osi intervenire, tanto, il sistema privato ha la virtù di rimettersi in piedi da sé, anche se ricorrendo a opportuni salassi inflitti ai dipendenti, tanto simili alle vecchie pratiche mediche quando ci si affrettava a cavar sangue agli ammalati. Un po’ di disoccupati giovano alla causa delle aziende, le aiutano a rimettersi in sesto.
Per fortuna, nel suo equilibrismo quasi istituzionale, il “Corriere” di domenica scorsa ospitava un articolo assai più sensato e centrato di Antonio Polito, che notava appunto come il potere localista dei sindaci sia in declino. Quando i tempi si fanno duri e le risorse scarseggiano, la parola passa alle istituzioni centrali, che sono in grado di far affluire il sangue, cioè le risorse economiche, nelle casse statali, vedi appunto il caso della Cdp. Naturalmente, resta il problema di farne un uso ragionevole, di evitare gli sprechi, gli assalti alla diligenza, le ruberie eccetera, che senza dubbio hanno funestato in passato i carrozzoni statalisti. Ma forse che le fughe dal mercato dei capitani non coraggiosi sono preferibili? Questo forse il confine che passa ancora tra destra e sinistra, alla faccia di quanti predicano che ormai un confine del genere è stinto e sorpassato.

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