Letteratura

Martinoni: quando Ligabue era solo Laccabue

Ricevo il libro di Renato Martinoni, “La campana di Marbach”, titolo che in sé non dice molto, ma ci pensa a far luce il sottotitolo, “Antonio Ligabue. Romanzo dell’artista da giovane”. Preciso che non so nulla dell’autore, dotato però di un curriculum molto ragguardevole. E che inoltre rifuggo in genere dall’occuparmi di biografie dedicate ad artisti illustri, soprattutto se “maledetti”, in quanto in questi casi si va a prendere il soggetto, certo, quando naviga in acque di bassa fortuna, ma poi si dà luogo a un’ascensione trionfale, fondata sul senno del poi, sulle alte quotazioni che oggi gli si riservano, con lettura frettolosa dei caratteri dell’arte, schiacciati dal rilievi assegnato ai dati biografici, ma in funzione della gloria cui il protagonista era in qualche modo predestinato. Colpisce invece in questo studio di Martinoni il fatto che si arresti proprio al momento in cui inizia il successo del suo personaggio, insistendo piuttosto sugli anni anteriori, della disgrazia, di una sorte miserabile che sembrava destinarlo a finire nel nulla, al pari di un’infinita schiera di altrettante misere esistenze. Aggiungo come titolo di merito che il tutto, contrariamente a quanto ci dice il sottotitolo, è assai poco “romanzato”, e anche l’etichetta presaga di futura gloria, “dell’artista da giovane” è tenuta molto a freno. Esiste invece una cupa cronaca degli anni della fame, della miseria, del degrado, come del resto è indicato dal risalire al vero nome di questo personaggio, Laccabue, che nasce da una povera donna di Cencenighe, nel Veneto, costretta a emigrare nella vicina Svizzera alla ricerca di un tozzo di pane. Le è accanto, ma più spesso assente e del tutto dimentico dei doveri coniugali e paterni. un tale che all’anagrafe porta il cognome preciso di Laccabue, quello stesso che poi viene ingentilito dal successo a posteriori conseguito dal figlio in un più pieno e rotondo Ligabue. Il padre biologico è un poco di buono, quasi sempre ubriaco, renitente a ogni obbligo civile, però, malgrado tanta bassezza, giunge a sposare davvero la povera ragazza esule come lui, e secondo le regole del tempo, quando il coito era uno dei pochi piaceri concessi alla gente del popolo, non manca di concepire con lei ben tre altri figli. Uno dei brani più toccanti di questa cronaca degli orrori è che i tre fratelli del nostro Laccabue decedono nel modo più orrido, in quanto dall’originaria Cencenighe salta fuori una vecchia fiamma della madre che le fa dono di una boccetta contenente un grasso buono per condire la pasta. Al che in quella famigliola sempre inseguita dai morsi della fame si fa grande festa, con una mangiata di pasta condita con quel sugo micidiale in cui si è sviluppato il botulino, e dunque i fratellini del nostro Antonio muoiono in modi strazianti, lui si salva con lavanda gastrica. Intanto per il suo stato miserabile a cui la madre, pur amandolo, non può sopperire, viene dato in adozione, e comincia un periplo di cambi di residenza della famiglia adottiva, nomade, anch’essa, alla ricerca di un filo di benessere. Ma malgrado ciò il ragazzo dimostra un certo attaccamento a questi genitori trovati per strada, pur manifestando un temperamento del tutto ribelle, astioso, pronto alla protesta, e anche alla sicumera, a un vanto esagerato di proprie doti che al momento non sembrano esistere. Un merito di questo romanzo, assai poco romanzato, è di tenere basso il motivo della genialità artistica, che certo fa capolino fin da quei primi anni dell’”artista da giovane”, affidato ai poveri materiali di cui può disporre, qualche matita colorata, la creta per comporre delle sculture precarie e di scarsa durata. Ma naturalmente quella sua vocazione aurorale non viene presa sul serio da nessuno. Le guardie che, sul finale del libro, avranno il compito di riportarlo nel Veneto, espulso dalla Svizzera, che non vuole tenersi un soggetto così pericoloso, compiranno un atto quasi simbolico, la distruzione del minimo corredo di statue in creta e di disegni colorati che il pessimo, deprecabile soggetto tenta di portarsi dietro. E’ in qualche modo un gesto condiviso dallo stesso autore, che non intende affatto seguire il suo soggetto nella via del successo quale, malgrado i tanti ostacoli, si aprirà per lui al ritorno in patria. Confermo che condivido in qualche misura la decisione di Martinoni, certamente mi sono occupato del Ligabue via via affermato e riconosciuto, collaborando anche all’istituzione del museo che gli ha dedicato il Comune di Gualtieri, ma ho sempre ritenuto che egli non fosse un caso del tutto autentico di primitivo, di esponente dell’’Art briut. Ci aveva pensato un artista colto come Marino Mazzacurati a fargli vedere esempi di Van Gogh e di altri espressionisti a cui il nostro artista, non più “da giovane”, poté ispirarsi e trarre frutti abbondanti.
Renato Martinoni, La campana di Marbach, Guanda, pp. 329, euro 19.

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