Attualità

ORLAN e il “fattaccio brutto” di venerdì scorso

Forse domenica scorsa 3 febbraio qualcuno tra i miei pochi lettori si attendeva di veder comparire un mio commento sul “fattaccio brutto” accaduto nella sera del venerdì precedente nel corso dell’evento dedicato alla performer francese ORLAN, quando io, a circa metà dell’incontro, venendo meno ai miei doveri di ospitante, me ne sono andato in malo modo abbandonando la sala, con la quasi unanime disapprovazione di tutti i presenti. Ora la settimana intercorsa mi ha consentito di “elaborare il lutto”, come si usa dire, e quindi di poter fornire la mia versione, spero la più oggettiva possibile. In fondo, si è trattato di un equivoco, causato anche dalla mancanza di incontri diretti tra l’artista e me, dovuti ai suoi continui spostamenti dalla sede sua solita di Parigi, per cui abbiamo dialogato solo da lontano, e ci siamo incontrati “de visu” solo la sera prima. ORLAN ha creduto di essere invitata a tenere una sua propria conferenza, arricchita da momenti performativi svolti in presa diretta, da qui la sua ansiosa richiesta che ci fosse un traduttore professionale, per rendere conto al nostro pubblico, per lo più ignaro della lingua francese, di ogni sua parola. Io invece intendevo svolgere come sempre un dialogo con lei, volto anche a precisare come la sua presenza alle “Settimane” si inserisse nel quadro generale, con quali intenti e in quali modi. Avevamo concordato una lunga lista di immagini del suo percorso, purtroppo tutte statiche, prive di sequenze in movimento, e dunque ritenevo che fosse facile per me illustrarle al nostro pubblico, facendone un riassunto per lei e ovviamente dandole il diritto di aggiungere ogni utile informazione ulteriore. Lei invece intendeva gestire in proprio la serata, accrescendo la statica successione delle immagini con corposi e perfino violenti interventi diretti, delegando me al ruolo di passivo traduttore, cosa per cui sicuramente ero inadatto. Né da parte sua c’era comprensione per i miei sforzi di seguirla con le mie senza dubbio stentate traduzioni, per esempio quando io ho presentato la sua invenzione-tipo, di una monaca col seno scoperto pronta a brandire una croce, ho parlato di “profanation”, lei invece mi ha subito corretto dicendo che semmai era una “de-sacralisation”. C’era un pubblico di maestrine dell’Italo-francese pronte anche loro a bollare ogni mio errore di traduzione, e nel complesso a considerarmi come un disturbatore, come una presenza incongrua e inopportuna. Il momento di rottura è avvenuto quando sullo schermo è apparso uno dei suoi “mésu-rage”, dove ho creduto che fosse facile illustrare la crasi tra la misura e la “rabbia” espressa dal “rage” francese, mentre ORLAN, che sempre si era rifiutata a una tranquilla posizione seduta accanto a me ma voleva dominare in piedi la platea, si è messa a ululare, in una manifestazione fin troppo accesa di “rage”, che sembrava essere anche rivolta contro la mia inadeguatezza. A quel punto ho abbandonato la nave, comprendendo che io nulla potevo fare per dirigerne, o almeno pilotarne il corso, me ne sono andato dalla sala tra i fischi del pubblico. Non so se ci sarà un avvenire per questi incontri in cui. esaurita la serie di perfomer italiani, dovrei continuare a insistere su presenze straniere, che per fortuna, trattandosi di personalità anglofone, in ogni caso richiederebbero la partecipazione di un traduttore completamente esperto. Ma chissà, un Bob Kushner, anche per ricordare una nostra amica come Holly Solomon, e il Pattern Painting di cui è stata sostenitrice. O un concerto sgangherato e folle di Charlemagne Palestine…

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