Letteratura

Patrizia Cavalli, erede di Gianna Manzini

Sono stato quasi sempre un accanito detrattore del Campiello, arrivando perfino, per la cinquina dell’anno scorso, a proporre, proprio in questa sede, un rovesciamento della classifica finale, così da mettere all’ultimo posto il vincitore, Andrea Tarabbia, e al penultimo il secondo arrivato, Giulio Cavalli, Quest’anno invece le cose vanno ben diversamente, ho sul tavolo due prodotti eccellenti, di Patrizia Cavalli e di Francesco Guccini. Se le loro opere non si assidono ai primi posti della graduatoria di quest’anno, vuol proprio dire che il responso di lettori comuni non funziona, che la democrazia non c’entra in un ambito meritocratico per eccellenza quale deve essere la critica letteraria. Mi propongo di parlare in successione di entrambe queste opere, cominciando da Patrizia Cavalli e dal suo “Con passi giapponesi”, scusandomi subito per la mia assoluta ignoranza di quanto concerne la sua prevalente attività di poetessa ben stimata, ma si sa, che la mia attenzione verso quel genere letterario è alquanto deficitaria. A proposito invece di questa sua uscita in prosa, partirei dal quarto di copertina, affidato a un mio rivale con cui mi sono spesso accapigliato, Alfonso Berardinelli, del resto in dispute del tutto virtuali, data la mia pochezza attuale e invece il suo stato di notevole fortuna critica, al punto da essere ritenuto degno di presentare nel quarto di copertina il presente prodotto. Ma sbagliando del tutto i vari riferimenti, infatti la Nostra non ha nulla da spartire con Roberto Longhi, senza dubbio squisito prosatore, ma sempre ben agganciato ai dati del suo settore, mentre le virtù sottili e sfuggenti della Cavalli hanno il pregio di fare presa su fatterelli minimi, al limite dell’insignificanza, e beninteso non c’entra per nulla Elsa Morante, scrittrice di torbidi intrighi sentimentali, di drammi psicologi, di nodi arruffati che non potrebbero filtrare attraverso lo squisito setaccio della nostra autrice, Altrettanto si dica per Parise, autore ambiguo, ma anche lui sempre coinvolto in trame psicologiche di forte spessore. E allora, quale sarebbe il nome giusto da fare? Ce n’è uno che balza all’attenzione, quello di Gianna Manzini, anche se proveniente dal primo Novecento. Magari aleggia lo spettro della “prosa d’arte”, ma praticata con totale finezza, sdegnando ovviamente per prima cosa la conseguenzialità dei fatti, della trama, e dunque c’è in primo luogo la decisione di frammentare il discorso in tante scene, in tanti quadretti, in modo da curarne al massino la qualità, l’intensità, senza portarsi dietro l’impiccio della trama. La cavalli è una “spuntaiola”, per dirla con un termine di cui si valeva un autore oggi del tutto dimenticato, il Prezzolini della “Voce”. Ci sarebbe il rischio di applicarle un termine riduttivo, di chi va alla ricerca del suo bene dovunque lo trova saltabeccando da un’occasione all’altra. Ma quando incontra un tema gradito, lo affronta, lo penetra, lo scandaglia ricavandone mille tracce, reperti, segnali, come andasse in giro con una sonda, con un rivelatore geiger di pure energie, nascoste sotto la coltre della quotidianità più dimessa. Ognuno di questi quadretti, li si potrebbe anche dire “idilli” in accezione leopardiana, rivelano mille estri, mille dettagli che si assiepano, leggeri ma pronti a fare tessuto, a saldarsi gli uni agli altro, stimolati dal primo e più consueto degli scenari, la propria casa, passando poi a Ricordi di infanzia e di adolescenza, o ad accidenti usuali e consueti come un banale mal di testa, che però si rivelano simili a pozzi senza fondo, da cui estrarre infinite perle luminose, magari pescando nel fango, nella prosa più volgare della vita comune.
Patrizia Cavalli, Con passi giapponesi. Einaudi, pp. 152, euro 17,50.

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