Letteratura

Piccolo, un felice ritorno a “Momenti trascurabili”

Mi rallegra molto ritrovare il Francesco Piccolo che ho amato soprattutto ai suoi inizi, quando si presentò ai memorabili incontri di RicercaRE, a Reggio Emilia. E già allora egli andava alla pesca estrosa di “Momenti trascurabili”, un binomio illustre, già esaltato nei racconti di Antonio Tabucchi, che vi aggiungeva un “senza importanza” ma così li dirottava verso un passato triste e malinconico, degno delle “madeleines” proustiane. Niente di simile da parte del Nostro, che va proprio a raccogliere piccoli e apparentemente insignificanti fatterelli che ci si presentano nella vita di tutti i giorni, portandoci a fare scommesse, a scegliere una strada piuttosto che un’altra, a fare una specie di “morra cinese”, cercando di escogitare la mossa più opportuna. La prima puntata di questi giochi ameni stava nei mini-racconti, apologhi, aneddoti da sbrigare in poche parole, come “Storie di primogeniti e figli unici”. Qui il dilemma consisteva nel chiedersi perché i genitori imponessero al primogenito di accompagnare il fratellino ma stando dalla parte della strada esposta al traffico. Prova d’amore o invece di scarsa stima verso il più grande dei due? Poi c’era il dilemma al bar, quando il barista ci chiede se vogliamo lo spruzzo di cacao nel cappuccino o no, e l’altro dramma quando lasciamo la casa di amici ma non sappiamo come si apre il cancello esterno, e tante altre deliziose amenità di questo tipo. Poi Piccolo ha voluto crescere, anche perché ha ottenuto un successo nei media, divenendo sceneggiatore di film, di programmi televisivi, e dunque ecco le prove pensose che a me non sono molto piaciute, proprio nella misura che i dibattiti coscienziali si allungavano, diventavano drammatici, toccavano i massimi problemi. Vedi opere come “La separazione del maschio”, “L’animale che mi porto dentro”. Ora per fortuna il Nostro è ritornato ai suoi mini-drammi “trascurabili”, liquidabili in poche battute, e lo si vede già dalla stessa esiguità dei blocchetti a stampa, diradati sulla pagina bianca, ma tutti capaci di andare a segno, come freccette, come cartucce non a sparate a vuoto. Tanto leggere, queste riflessioni, che non si osa neppure menzionarle, per non appesantirle, per non togliergli l’invidiabile leggerezza, quel loro scoccare a sorpresa. Ne menziono una fra tutte, come il rimpianto di non aver mai avuto occasione di valersi dello stereotipo “combinato disposto”. In proposito mi viene in mente quanto detto da un suo anticipatore, Cecare Zavattini, che in una delle sue prime opere all’insegna del comico confessa: “sento che tra poco mi scappa di dire Vercingetorige”. Naturalmente in questo continuo gioco d’azzardo ci sono imprese più complesse, come per esempio la capacità, di cui l’Autore si vanta, di saper nascondere il proprio bicchiere nei ricevimenti, in modo che nessun altro lo usi. E poi ci sono i tabù autoimposti, anche se insensati, come quello di non cercare le donne al di fuori del proprio quartiere. Ma nulla da fare, queste punture, ognuno se le deve andare a infiggere in una lettura diretta. Altrimenti, se si ritarda un attimo nella fruizione, perdono il sapore, la fragranza, la sorpresa.
Francesco Piccolo, Momenti trascurabili, Einaudi, pp. 127, euro 13.

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