Letteratura

Postorino: autrice incerta e confusa

Il Premio Campiello non brilla mai troppo nella scelta del vincitore, questo non tanto per colpa della giuria di esperti, propositori ogni anno di una cinquina tra cui fare l’elezione finale, ma per la regola di affidarsi per tale atto ultimo a un voto popolare. Ora, la democrazia è doverosa e imprescindibile nella vita politica, dove anche il miglior politologo potrebbe essere tentato di dare il suo voto non secondo equità ma per ragioni di interesse personale. E’ invece un criterio inaccettabile nel giudizio estetico, dove i molti hanno tutt’al più il diritto di esprimersi attraverso l’atto dell’acquisto. Questa volta, con riferimento alla cinquina, era logico che si scartasse Helena Janeczek, già laureata allo Strega, ma c’era in prima linea Ermanno Cavazzoni con la sua “Galassia dei dementi”. opera troppo complessa e difficile per i “popolari”, che quindi hanno preferito premiare Rosella Postorino per “Le assaggiatrici”. Un romanzo che certo ha vari ingredienti per accontentare facili attese, ma stenta a tenerli assieme, affidandosi a sequenze divergenti tra loro, non ben concomitanti. Certo il tema più accattivante è proprio quello offerto dal titolo, è interessante venire a sapere che tra le tante storture del regime hitleriano c’era pure quella di provocare il forzato ritiro di una schiera di fanciulle costringendole ad assaggiare i cibi che poi venivano somministrati al gran capo, sempre diffidente, timoroso di essere avvelenato. Questo in definitiva è l’aspetto più gradevole e accettabile del romanzo, anche perché si iscrive in un filone cui stanno arridendo molti successi. Si pensi alle accurate ricostruzioni che ci sono state date attorno alla figura di Margherita Sarfatti, amante principale del Duce, per non parlare della monumentale biografia che Scurati gli ha dedicato. Ma senza dubbio la Postorino non è stata capace di un uguale grado di accuratezza filologica. Comunque è pur sempre interessante avere, anche se per vie traverse, qualche primo piano del dittatore, qualche incursione nei suoi gusti gastronomici, nelle manie e idiosincrasie del suo privato. E sarebbe pure interessante esaminare i casi di questa pattuglia di fanciulle segregate, quasi come internate in un lager, private di molti diritti primari, con connesse rivalse, ma da prendersi per vie nascoste. Naturalmente si fa avanti la protagonista, tale Rosa Sauer, trapiantata brutalmente da una Berlino metropolitana nel borgo selvaggio che sta ai piedi del nido dell’aquila, anzi dell’avvoltoio rapace che sovrasta sui destini di tutti. Inizialmente la Postorino, incerta nelle sue scelte, decide di fare il vuoto attorno a questo personaggio, privandola dei genitori, di un fratello partito per l’America, e perfino di un amato marito, Gregor, che tutto lascia pensare sia caduto sul fronte russo. Tanto che, nel vuoto sentimentale prodottosi, Rosa cede alla seduzione di un tale Ziegler, duro ufficiale della Ghestapo, in apparenza crudele e vendicativo, ma disponibile invece alla tresca amorosa, che però mette Rosa in una situazione ambigua. Come detto, la nostra Postorino costeggia risaputi motivi di trama, ma sempre fermandosi un passo prima. In questo caso siamo al filone della collaborazionista, che poi all’arrivo delle forze della resistenza verrebbe rapata a zero o addirittura fucilata, anche se non siamo esattamente a questo punto, in fondo Rosa milita anche lei in un ramo dell’esercito tedesco, e tra lei e l’amante c’è solo un’infrazione al regolamento, ai rapporti gerarchici. Ma poi, ecco subito la tentazione successiva, Rosa è figura elegante, tanto da suscitare l’attenzione di una nobildonna, alla cui corte, tanto per infilare nel rosario una nuova perla, si fa vedere il Von Stauffenberg promotore del disastroso attentato a Hitler, con l’esito infausto che tutti sanno. Se si va a leggere con quanta informazione e perizia, nel suo “Mussolini”, Scurati ha ricostruito il delitto Matteotti, sarà possibile misurare il pressapochismo con cui la concorrente conduce un episodio in qualche misura affine. Ma la parte più sorprendente, e indebita, sta nel finale della vicenda. In fondo, logica voleva che il povero marito Gregor riposasse in pace, defunto, come i suoi stessi genitori e la moglie afflitta avevano ipotizzato, rassegnandosi a quello che sembrava essere un verdetto implacabile. E invece no, la narratrice decide alla fine di far rivivere il morto, che ritorna a casa in pessime condizioni fisiche, ma non tanto dal precludersi di abbandonare la moglie rimasta malgrado tutto in trepida attesa, stabilendo un ménage con un’altra donna, fino addirittura a procreare un figlio con lei, invece che con la legittima Rosa. Questa è l’ultima giravolta della storia, che ormai ha raggiunto un numero congruo di pagine, e dunque si può ricevere un punto fermo di chiusura.
Rosella Postorino, Le assaggiatrici, Feltrinelli, pp. 287, euro 17.

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