Arte

Preraffaelliti, la fortuna di un copyright

Sembra che gli editori interessati al business della vendita di cataloghi di mostre abbiano assunto una schiera di perlustratori dei vari pechenini e bignamini alla ricerca di nomi grossi cui dedicare una qualche esposizione, al di fuori di particolari scadenze cronologiche, e soprattutto di circuiti internazionali capaci di assicurare un numero adeguato di capolavori dai vari musei, con conseguente possibilità di circuitazione. Così è stato per la mostra dedicata a Ingres in Palazzo Reale a Milano, e così è pure per l’attuale dedicata ai Preraffaelliti, anche se, al confronto, bisogna pur ammettere che qui sono presenti più capolavori, ma certo, per avere un quadro completo del fenomeno, bisogna scorrere appunto le pagine del catalogo relativo e ammirare la riproduzione dei capolavori storici, dei dipinti-chiave, di cui in mostra non si è potuto ottenere il prestito. Comunque, questa volta c’è un nutrito numero di presenze, e proprio per il numero uno dell’intero gruppo, quel Dante Gabriel Rossetti, fiero di ricordare nel proprio nome il nostro nume tutelare, e fiero anche di quel genitore compromesso nei moti carbonari meridionali del 1821 che lo avevano costretto ad andare esule a Londra, conoscendo così il destino di altri personaggi più celebri di lui, come Foscolo e Mazzini. A Dante Gabriel spetta di essersi impadronito, nel 1848, del copyright di un qualcosa che però esisteva da tempo prima di lui, ma senza che gli sperimentatori anticipati avessero la prontezza di spirito di innalzare il vessillo, il fatidico “ritorniamo a prima di Raffaello”, ovvero, l’Occidente torni alle origini, a quelle che il Vasari aveva chiamato le maniere prima e seconda, dai primitivi del Trecento ai primitivi già più raffinati, ma pur sempre irrigiditi in pose arcaizzanti, che erano stati i vari Botticelli e Perugino, prima che Leonardo fosse venuto ad aprire porte e finestre per far affluire il soffio del vero atmosferico-ambientale, ovvero la “terza maniera”, l’unica a potersi dire veramente “moderna”. Il proposito di tornare indietro voleva quasi rispondere a un richiamo ambientalista: chiudiamo le porte alla corruzione atmosferica, ritorniamo a una purezza di forme quasi di specie lunare, o di un paradiso terrestre, respingendo anche le lusinghe dell’affarismo. Predicazione a favore di un’arte casta, pura, monacale. Ebbene, molto prima che Dante Gabriel agitasse quel gagliardetto, se ne era già impadronita una schiera di eversori, sul finire del Settecento, dallo svizzero Füssli all’inglese Blake al francese David, e anche il nostro Canova era stato della partita. Ma in proposito bisogna dare la parola a Maria Teresa Benedetti, che in un saggio in catalogo ci ricorda come appunto, prima dei Preraffaelliti con tanto di patente, c’erano stati i Nazareni, capeggiati da Overbeck, e tanto attivi proprio a Roma, nei mirabili affreschi del Casino Massimo. E seppure su un piano minore, li avevano seguiti anche i nostri Puristi. Dunque, il grido di battaglia emesso da Dante Gabriel a Londra era già risuonato, non era del tutto nuovo. Ma la presente mostra gli rende giustizia documentandolo con un gran numero di lavori, tra cui quelli degli inizi in cui, rispettando davvero il patronimico medievale, l’artista produce in modi volutamente schematici, sghembi, neogotici, saccheggiando temi tipicamente “romanzi”. Accanto a lui, ci sono i comprimari, però presenti con pochi pezzi, e dunque, volendoli conoscere meglio, bisogna andare a vederseli nei repertori aggiunti. C’è John Everett Millais, cui si devono due capolavori proverbiali, l’”Ofelia”, scorrente annegata in una roggia, onorata da un tripudio di erbe e fiori, in cui però si rende visibile la lontananza tra questi post-medievali e i rappresentanti dell’asse naturalista-impressionista, che stanno per mettersi in movimento. La natura dei preraffaelliti è cimiteriale, sembra fatta di plastica, come succede ancora oggi quando vogliamo risparmiare la spesa di fiori freschi nel culto dei cari estinti. Ma Millais in definitiva è un “traditore”, troppo abile e docile nel riportare la barca preraffaellita a prendere il filo della corrente di un naturalismo più pieno e godibile, anche se pur sempre velato da un senso di misticismo mortuario (“La valle del riposo”). Scarsa la presenza del terzo grande della Confraternita, William Holman Hunt, che si caratterizzava per un precisionismo maniacale, ispido, tagliente, convinto anche che per alimentarlo si dovessero davvero abbandonare i “vecchi parapetti” europei e andare in mistico pellegrinaggio in Terra Santa. Forse un “totalizzatore”, tra i vari motivi affrontati, si deve considerare Ford Madox Brown, capace di ampie scene di piena capacità narrativa, famoso anche per avere colto molto bene un doloroso momento di distacco, di una coppia di sposi che si imbarcano per le lontane terre coloniali, quasi una parabola di un’arte che intende rinunciare ai privilegi e alle certezze occidentali per seguire cammini più aspri e incerti. L’attenzione ampia concessa al numero uno, Rossetti, appare anche dal fatto che il suo percorso viene accompagnato per il lungo, quando in un suo secondo tempo lascia le attrazioni caste e povere delle origini, preso invece dal fascino di “belles dames sans merci”, di Maddalene, se vogliamo, che i profumi, invece di versarli ai piedi di Cristo, se li versano addosso, avvolgendosi in toilettes sontuose, ammalianti, riservando semmai ai partner i profumi particolari consistenti in una precoce consumazione di droghe. L’ultimo Rossetti cerca l’estasi artificiale con l’aiuto del laudano, però preservando da questa lussuriosa corruzione un suo giovane allievo, Edward Burne Jones, di cui scarsa è la presenza di dipinti, sostituiti da molti disegni. Eppure proprio questo ultimo a comparire in scena è anche colui che del movimento compila l’immagine più ferma e regolare, con un stuolo di vergini silenti, a dire il vero alquanto segaligne, anoressiche, pronte a passeggiare in su e in giù, come mannequins in una sfilata di moda. Volendo tracciare un consuntivo dell’intera Confraternita, certo essa ha occupato saldamente il centro dell’Ottocento, dimostrando che “repetita iuvant”, confermando, accrescendo quanto nella medesima direzione era già stato anticipato da movimenti precedenti. Ma poi le è mancato di compiere un passaggio, una staffetta del testimone, i suoi membri cioè non sono riusciti a sintonizzarsi su un “arrivo dei nostri”, quando il Simbolismo, l’Art nouveau, il clima insomma della fine-secolo ha fatto ricorso sistematico all’arcaismo, alla stilizzazione dei contorni, a un trattamento delle figure sintetico e quasi astratto. Al confronto, le dame troppo cariche di pellicce e orpelli di Dante Gabriel, o le vergini troppo rinsecchite di Burne Jones, falliscono quel passaggio, si fermano a mezza strada in un loro limbo.
Preraffaelliti. Amore e desiderio, a cura di C. Jacobbl e M.T.Piantoni, Milano, Palazzo reale, fino al 6 ottobre, cat. 24ore cultura.

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