Arte

Rodin e Arp: un’accoppiata male assortita

La Fondazione Beyeler di Basilea è forse il principale ente espositivo di tutta la Svizzera. Ho salutato spesso con entusiasmo, anche senza visitarle, le mostre eccellenti fatte in passato, come per esempio quella dedicata ai periodi blu e rosa di Picasso. Non mi pare invece che sia un’idea indovinata quella attuale di associare in un vasto omaggio due scultori di stagioni ben diverse, Auguste Rodin e Hans Arp. Naturalmente so di questa esposizione solo attraverso la segnalazione ricevuta da Artribune, quindi dispongo di una documentazione non certo completa, di una mostra in cui compaiono, mi dice il comunicato stampa, ben 110 opere dei due. Ma li conosco bene per tante altre visitazioni, e miei relativi commenti. Perché si tratta di un accoppiamento improprio? Perché Rodin (1840-1917) è sostanzialmente, e fino in fondo, un figurativo, capace di riassumere in sé tutti gli aspetti, ardui per il linguaggio plastico, di movimenti che vanno dal Romanticismo al Naturalismo all’Impressionismo, il tutto anche con qualche sensibilità che già annuncia l’Espressionismo, stagione che del resto Rodin, di vita abbastanza lunga, ha potuto sperimentare di persona. Si aggiunga che tutti questi aspetti multiformi, ma ben fusi al fuoco di un’unica fiamma, sono stati da lui conditi con un generoso impegno celebrativo di portata pubblica. Al punto che in genere è molto frequente trovare un qualche museo o luogo istituzionale pronto a inalberare uno dei suoi gruppi tra lo storico e l’evocativo, come per esempio “I Borghesi di Calais” o “Il pensatore”. Si aggiunga, per completarne gli attributi, che non gli è mancata neppure la capacità di rilanciare motivi di specie museale e revivalista, basti pensare al suo omaggi a Dante. Per cui, se si volesse davvero trovarne degli equivalenti nel Novecento, sarebbe meglio rivolgerci a talenti ugualmente inclusivi e celebrativi come sono stati Henry Moore e il nostro Arturo Martini, o, a mezza strada, un Constantin Meunier. Hans Arp invece (1886-1966) ha sempre accuratamente evitato di essere figurativo, scegliendo in gioventù di militare nelle file del Dadaismo, nella forma più provocatoria dell’assunzione di “oggetti trovati”, secondo una libera casualità. Credo che il suo capolavoro assoluto, in questa direzione, sia la “Trousse d’un Da”, che gareggia con le migliori assunzioni di cui era capace Schwitters. Ma poi Arp ha ripiegato, non diciamo verso l’astrattismo, termine incerto e ambiguo che sarebbe da accantonare, bensì verso il concretismo, volto a produrre degli organismi autonomi, svincolati il più possibile da riferimenti al mondo esterno, che sono invece quei legami cui Rodin non ha mani rinunciato. Magari, se il concretismo di radice mondrianesca puntava a una geometria di solidi squadrai, angolosi, Arp, quasi che il suo Dadasimo inziale avesse fatto a tempo a fondersi con un Surrealismo organicista, amava arrotondare e rendere ondulate le sue concrezioni, ma rimanendo ben attento che in quelle loro oscillazioni non andassero mai ad assumere forme tali da ricordare da vicino il mondo delle figure. Anche a costo di ripetersi, di ingenerare una certa monotonia, in quel suo emettere come delle pulsazioni, uscite fuori da un maxi-tubetto, sempre pronto a far sgorgare una sostanza subito pronta a solidificarsi, quasi per adattarsi meglio all’ambiente esterno, ma sempre mantenendo ben netti i confini tra le invenzioni di una morfologia autonoma e gli aspetti, magari in apparenza concorrenziali, offerti dalla natura.
Auguste Rodin e Hans Arp, a cura di Raphael Bouvier, Basilea, Fondazione Beyeler, fino al 26 maggio.

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