Arte

Soldà: deliziose lasagne spaziali

In questa rubrica del tutto libera e semi-privata mi permetto di rendere omaggio ad artisti che, o espongono in sedi all’estero difficilmente raggiungibili da un visitatore italiano, o, se anche in madrepatria, non sono tali da potere essere segnalate in un organo a stampa di pubblica lettura come sarebbe l’Unità, su cui al momento appaio ogni domenica. A una simile categoria hanno appartenuto gli omaggi resi, nelle recenti puntate, a Roberto Barni, in mostra a Madrid, e a Gianantonio Abate, a New York. Oggi parlo di Diego Soldà, che a dire il vero espone in una sede del tutto raggiungibile, a Milano, ma non ha ancora raggiunto un livello tale da poter apparire su un organo di portata nazionale. Lo seguo con pieno apprezzamento almeno da quando, assieme ad altri, l’ho proposto in una Officina Italia 2, alcuni dei cui protagonisti, come lo stesso Soldà, sono poi ricomparsi in soluzione monografica all’ex-Macello del Comune di Padova. Il suo è un caso intermedio tra le due e le tre dimensioni, infatti ci presenta delle opere fatte di molti strati, pendenti dalle pareti o appoggiate a strutture portanti. Magari le ricopre un bianco lenzuolo, ma ai margini si intravedono le screziature gustosamente policrome che le animano all’interno. Il tutto sollecita due ordini di similitudini. Si può pensare al prelievo di una porzione di roccia, capace di far apparire i vari livelli geologici che vi si sono accumulati nel corso dei millenni, con i relativi richiami cromatici. Ma forse un paragone del genere è troppo rigido, meglio rifarsi a qualcosa di più vicino a noi, e decisamente più morbido, Si pensa cioè a qualche manicaretto gastronomico, sul tipo della lasagna, che un abile cuoco procede a costituire anche in questo caso a strati sovrapposti, giocando abilmente sulla differenza tra le varie sostanze organiche impiegate. Uno squarcio, un taglio, una fenditura, successivamente rivelano proprio questa costituzione multipla. Si tratta insomma di un abile gioco tra il “vedi e non vedi”, dato che, non dimentichiamolo, a prima vista domina pur sempre il candido lenzuolo con cui il brulichio interno viene coperto, condannato ad apparire per via indiretta, sfruttando le piegature di quello spesso manto, proprio come una cappa austeramente monocroma non riesce a impedire che, dai lembi dischiusi, possa apparire l’arlecchinata di colori esibita dalle vesti interne. Viene insomma un esito felice, attraente, in questa dialettica di “stop and go”, tra austerità compositiva e brulichio interno, e compiacente, policroma festa interiore.
Diego Soldà. Spazio utile, Galleria Dimora Artica, Via Matteo M. Boiardo 11, Milano, fino all’11 giugno.

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