Letteratura

“The Hateful Eight” di Tarantino, perfetto concentrato di brutalità

Ancora una volta mi valgo della facoltà di sostituire un pezzo dedicato a un’opera di narrativa con l’analisi di un film, generi che ritengo del tutto affini, avvalendomi dell’autorità di Aristotele (che ovviamente nella sua “Poetica” si limitava ad equiparare epica e teatro). La settimana scorsa su Rai 3 è ricomparso un più volte ripescato film di Quentin Tarantino, “The Hateful Eight”, che mi pare appartenere alla serie positiva del grande regista statunitense, degna del suo capolavoro inarrivabile, “Pulp Fiction”. Del resto, una partenza dal “pulp”, da fatti di banale clamore Pop, è sempre presente in lui, che quindi non esita a ispirarsi al grande filone di questa natura qual è il western, addirittura con riferimento all’epopea italiana creata da Sergio Leone, con tanto di colonna sonora affidata a Morricone. Il film comincia mostrandoci una diligenza che si trascina, spinta da tre coppie di cavalli, in una distesa innevata dello Wyoming. A bordo un cacciatore di taglie (l’attore Kurt Russel) che tiene avvinta con tanto di manette una sua preda, una ragazza dall’apparenza selvaggia, da portare in una prossima località, Red Rock, e riscuotervi il premio relativo. Già qui entra in scena la brutalità di cui l’intera pellicola dà ampia prova, come del resto è nello stile del nostro regista, nel senso che il predatore non lesina al suo ostaggio una continua pioggia di ceffoni e di altri mali trattamenti. La sequenza inaspettata di eventi dà le prime prove di sé sotto forma di impensati autostoppisti che fermano il lento incedere del mezzo di trasporto, chiedendo un passaggio. Dapprima si tratta di Samuel Jackson (preferisco dare direttamente i nomi degli attori), anche lui nei panni di un cacciatore di taglie, che infatti si porta dietro tre salme già stecchite, ma che nello stesso tempo rivendica un suo ruolo di ex-combattente nell’Unione del Nord, e si dice addirittura in possesso di una lettera che gli avrebbe inviato il grande padre della patria, Abramo Lincoln. Questo documento diventa un talismano capace di esercitare un fascino irresistibile su questi disgraziati, feccia della vita, facendo respirare loro come una boccata d’ossigeno, tanto da supplicare a turno il portatore del privilegio di potergli dare una sbirciata. Poi c’è pure un secondo autostoppista, che si annuncia come sceriffo designato a governare il luogo in cui il convoglio è diretto. Siamo in presenza di una carovana dei misteri, in quanto ben si avverte che ciascuno dei presenti recita una parte che non gli appartiene. Li insegue l’arrivo di una tormenta, che scongiurano mettendosi al riparo in una stazione di posta, dove li attende una squadra di quattro personaggi, in apparenza anche loro riparati in quell’approdo per evitare la bufera in arrivo. Ovviamente si rafforza in noi l’impressione che dietro quelle apparenze si nascondano fini e sorti ben diverse. C’è però un rischio, che esaurita la tappa del viaggio, la vicenda si incagli in un interno noioso e ripetitivo, quasi meglio adatto al teatro che al cinema. Sembra quasi che Tarantino vada a recuperare una sua opera prima, “Le iene”. Ma la concentrazione in un’unica sede permette pure un rafforzo di brutalità, come è nel caso di un anziano, invalido, già ricoverato nella stamberga, che era stato addirittura un generale dell’esercito sudista, il cui fine principale ora sarebbe di conoscere il destino di un figlio scomparso. Si dà allora l’inevitabile scontro tra questo rudere sudista e il fiero paladino del Nord, che gli rivela quale sia stata la sorte del figlio. Lui stesso lo avrebbe catturato, denudato, costringendolo a camminare nella neve, e a cercare un unico conforto prestandosi a un cunnilinguo, a ingoiare il suo membro, come unica sorgente di calore, ma senza evitare di venire infine sterminato. Naturalmente il fiero nordista ha previsto che il povero genitore avrebbe reagito a tanto orrore, e dunque gli lascia un revolver, per consentirgli di sparargli, ma anticipandolo con maggiore destrezza, proprio come avviene in una qualche scena western. La narrazione ristagna pericolosamente, fino al momento in cui l’autore svela le carte, ci fa conoscere un antefatto. Veniamo a sapere che quella miserabile fanciulla portata alla morte in realtà è la mente di una banda di malviventi, suoi fratelli, che sapendo del suo arrivo, hanno sterminato e gettato in un pozzo i poveri abitanti del posto-ristoro, e ora cercano di far fuori col veleno i nuovi arrivati, e potenziali aguzzini della loro congiunta. Ma i due eroi “positivi”, si fa per dire, della vicenda, cioè l’ex-nordista portatore della lettera di Lincoln, e lo sceriffo in potenza, riescono a sopravvivere all’eccidio programmato dai parenti della ragazza, uccidendoli uno alla volta. Alla fine hanno un moto d’orgoglio, non basterà uccidere a sua volta la mala femmina, bisognerà rispettare le forme della legalità, cioè darle morte per impiccagione, anche per rispetto di quel documento nobile, che peraltro è un falso, un modo per tenere alta l’asticciola del destino. Alla fine, si potrebbe far echeggiare la conclusione di uno dei nostri drammi cinquecenteschi dell’orrore, alla maniera di Giraldi Cinzio, o di qualche tragedia shakespeariana, con riferimento a noi spettatori, “che cosa state a far? Son morti tutti”, Tarantino ha rispettato appieno il suo impegno verso un brutalismo che non perdona, che non lascia superstiti.

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