Arte

Un autentico Leonardo, la Madonna Benois

In tanta disputa delle spoglie, sempre le solite, di Leonardo, per allestire mostre degne del centenario dalla sua morte, salta fuori un dipinto miracoloso, la Madonna Benois, cosiddetta dal nome degli ultimi fortunati possessori, prima che l’opera finisse all’Ermitage, da cui l’ha ottenuta in prestito una sede non eccelsa, la Pinacoteca comunale di Fabriano, che però, così, può dare scacco matto a tante suoi ben più illustri rivali nel mondo. In origine era un dipinto su tavola, di piccole proporzioni, cm 46 x 31, poi trasferito su tela, ma vale senz’altro per dare ragione a me e a una delle tesi che ho agitato inutilmente, secondo cui devono essere tolte da un’autografia leonardesca sia La Dama con l’ermellino, sia soprattutto la Belle Ferronnière, e restituite a chi forse ne fu davvero l’autore, il Boltraffio, considerato pittore di serie B, cui quindi, per un falso sillogismo, non potevano essere lasciati quei due indubbi capolavori. Quale, la ragione fondamentale che mi ha indotto ad affidare a una rivista ufficiale quel mio parere, ottenendo il pieno avallo del nostro miglior “modernista”, Antonio Pinelli, che di quel periodico è anche il direttore? Che in entrambi quei dipinti compare l’elemento condannato da Leonardo, la recinzione delle figure, il crudo tratto lineare che separa i corpi dall’atmosfera, laddove la massina scoperta del genio di Vinci, sia come artista sia come scienziato, sta nel fatto che siamo immersi nell’atmosfera, e questa cancella inesorabilmente i contorni. È la grande scoperta in cui si deve intravedere il tratto decisivo dell’età “moderna” (secondo i manuali, cioè tra fine Quattrocento e fine Ottocento), poi ripreso dai grandi protagonisti di quel periodo, da Rubens a Caravaggio a Rembrandt su su fino agli Impressionisti, e magari mettendoci dentro pure Medardo Rosso. Persistevano a ignorare l’esistenza di quel fluido corrosivo i cosiddetti “primitivi”, quanti erano venuti “prima di Raffaello”, compresi i quasi coetanei di Leonardo come il Botticelli e il Perugino, che avevano del tutto ignorato la presenza di quel gas corrosivo, trattando le figure come se fossero collocate sulla luna. E dalla presenza e incombenza di quel medium logorante sarebbero poi usciti tutti i contemporanei, o, come preferisco dire io, i postmoderni, dato che nell’universo così come oggi è concepito l’atmosfera appare appena un esiguo manicotto di cui ci si può e ci si deve liberare. Per ottenere questa cancellazione dei contorni Leonardo ricorre a corpi grassottelli, come si vede nelle braccine ben tornite, e soprattutto nelle gambette rotonde del divino pargolo, ma anche nelle fossette del volto della Madonna, il tutto favorito da una provvida oscurità che lambisce i corpi, li sfuma, ne rende illeggibili le linee di confine, con una medesima logica che dalle carni umane si diffonde ovunque, impone la sua legge anche ai drappeggi, alle maniche della Madonna e ad ogni altro indumento, il tutto mollemente, elasticamente affidato a un trattamento soffice, ampio, flessuoso. Fra l’altro, Leonardo qui fa già ampio uso dell’oscurità, un ingrediente temuto dai suoi compagni di via, di cui però si impadronirà ben presto il migliore degli allievi del Nostro, Raffaello, quando, pentito di aver eseguito la Madonna del Granduca secondo i precetti alla Perugino, la circonfuse con un fiume di tinte scure, accettando in pieno il testimone della staffetta “moderna” dall’anziano maestro, per affidarla, come già detto, ai Rubens e Rembrandt e via dicendo, consentendo di dividere l’intero corso dell’arte occidentale in un “prima” e in un “dopo” Raffaello, ma anche con la possibilità di andare a recuperare il “prima”, cioè di dar luogo ai vari episodi di preraffaelltismo, che sono stati anche una smentita rispetto alle grandi conquiste leonardesche.
Leonardo, Madonna Benois, Pinacoteca comunale di Fabriano, fino al 30 giugno.

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