Letteratura

Un Camilleri di buona fattura

Ormai in molte occasioni sono costretto a occuparmi dell’enorme capitolo di para-letteratura costituito dal filone del “giallo” o del poliziesco, con relativo andirivieni tra il cartaceo e il filmico-televisivo. Questo mi ha portato a esaminare quanto ci hanno dato in materia, almeno nel nostro ambito nazionale, i vari Lucarelli e De Giovanni e Carofiglio, cui ho dato voti per lo più scarseggianti e dubitativi. Ma certo il nostro migliore campione della serie resta Andrea Camilleri, soprattutto con la serie intestata al commissario Montalbano. Beninteso, seppure con la sua aura di mostro sacro della migliore intellettualità nostrana, di campione integerrimo delle più nobili cause, anche lo scrittore siciliano non sfugge ai limiti insiti nel genere da lui tanto abilmente coltivato, che sono fra l’altro quelli di votarsi a uscite copiose. il pubblico è avido di nuove vicende, non bisogna deluderlo, occorre esibirsi in nuovi esemplari, che dunque non sempre escono perfetti, o come si dice, non tutte le ciambelle hanno il buco giusto, e dunque ci sono di volta in volta notevoli infrazioni al verosimile, ripetizioni, ricalchi di storie già conosciute, furti dai classici del passato. Ma da limiti del genere non sono andati esenti neppure i massimi esponenti di questo filone, si pensi agli inventori dei Sherlock Holmes, dei Maigret, dei Poirot. Si può dunque chiosare con ricorso a un altro proverbio, invocare cioè il “mal comune” che diventa “mezzo gaudio”. Questo prologo mi serve per dire che, della vasta produzione di Camilleri, mi sembra un frutto valido l’ultimo uscito, se non sbaglio, “Il metodo Catalanotti”. Vi troviamo i personaggi che abbiamo appreso ad amare, guai se non si ripresentassero, in questo enorme teatro dei pupi, o commedia all’italiana. E dunque il nostro Montalbano viene svegliato in prima notte dal compare Mimì Augello, che gli deve confessare un’avventura imbarazzante, conseguenza del suo irrefrenabile dongiovannismo per cui si è recato a consolare una signora mal maritata calcolando sull’assenza forzata del marito, impegnato in un lavoro notturno. Ma il coniuge rientra all’improvviso, il che costringe Mimì a fuggire nel modo più classico, calandosi dal balcone in un appartamento sottostante, ma immerso nel buio e nel silenzio, in cui si avventura a tastoni, fino a percepire col tatto la presenza di un corpo umano, freddo, inerte, e dunque di un defunto, capace pure di emettere tracce di sangue. Come fare? I due poliziotti in carica non possono confessare quella visita notturna del tutto irregolare di Mimì, e la conseguente scoperta di un cadavere. A complicare le cose arriva l’annuncio del ritrovamento di un cadavere, questa volta a piene luci, in un luogo del tutto diverso da quello dell’impresa notturna di Mimì. E si tratta proprio dell’intestatario del racconto, del Catalanotti, apparentemente ucciso con una stilettata infertagli mentre già era steso sul suo letto. Personalità oscura e controversa, questa dell’assassinato palese, senza dubbio facoltoso, ma in che modo? Si tratta di uno spacciatore di droga, o di uno strozzino? La cosa si complica perché il solerte Montalbano, quando fruga nell’abitazione della vittima, vi scopre un dossier dove, di tanti individui, sono ripotati dei resoconti, sul loro vissuto più personale, che sembrano corrispondere più alle registrazioni di uno psicoanalista che a quelle di un usuraio. Infatti si dà il caso, rovesciato rispetto al normale, che l’apparente strozzinaggio del Catalanotti è solo una copertura, in realtà egli è un fine intellettuale amante del teatro, che intende praticare nelle forme più esigenti insegnate da Stanislavskij, o addirittura da Grotowski, ovvero egli punta a un teatro-verità, quasi seguendo Pirandello nel partire dal presupposto che la realtà ha più fantasia di ogni effetto narrativa, e cioè che il vero è più forte del verosimile. Si scoprirà quindi che in sostanza di cadaveri ce n’è solo uno, l’altro in realtà era solo un perfetto manichino di cera che il regista meticoloso si è fatto fabbricare per avvicinare il più possibile al vero una sua creazione teatrale. Qui mi fermo, se no anche in questa sede minima quell’uno o due lettori che forse mi seguono mi accuserebbero di svelare inopportunamente il segreto finale. Continuo invece a segnalare i tratti validi di questo ennesimo prodotto dell’officina Camilleri. Di rado, come in questo caso, egli fa professione di intellettualità scomodando i mostri sacri della cultura. Inoltre dà alla sua creatura prediletta, a Montalbano, l’agio di mandare a quel paese l’”amor di terra lontana”, la stancante e noiosa presenza di Livia, per tentare invece un approccio erotico con una bella collega trasferita nel suo commissariato. Cioè in sostanza Montalbano quasi ruba il mestiere all’amico Mimì, si dà a un giro di valzer sul fronte erotico, Ma poi né lui né il suo autore osano spingere a fondo, infatti la bella poliziotta se ne va altrove, e dunque temo che Livia tornerà a imperversare nelle prossime prove. Un motivo di consolazione sta nell’efficace dialetto con cui i vari protagonisti di questa commedia dell’arte ci parlano, laddove gli infelici concorrenti del Nostro hanno il difetto di usare uno stile neutro, scorrente come acqua fresca.
Andrea Camilleri, Il metodo Catalanotti, Sellerio, pp. 293, euro 14.

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