Arte

Una mostra “panoramica” a tutti gli effetti

Al solito, in concomitanza con la bolognese Artefiera, e soprattutto col programma allegato di eventi sparsi per tutta la città, Artcity, viene offerta una abbuffata gigantesca che credo nessuno riesca a visitare in toto per via diretta, tanto meno un vecchietto come me ormai in preda a problemi deambulatori. Purtroppo a tanto pieno poi fa seguito un quasi-vuoto per il resto dell’anno, ovvero, dopo il carnevale viene la quaresima. Tra le poche cose che ho avvicinato “de visu” c’è la mostra allestita dalla Fondazione del Monte, col titolo globale di “panorama”, che si presterebbe a qualche equivoco, se si pensa che l’intenzione sia di offrire un repertorio di vedute oggettive sul paesaggio fuori di noi, mentre in concreto si tratta di compiere una analisi dei mille modi nostri di vedere, e in seguito di rendere qualche sembianza di quanto sta di fuori, con ricorso a una piacevole varietà di stili e tecniche. Del resto il principale curatore della mostra, Claudio Musso, esordisce in catalogo invitando proprio a una s-definizione del concetto stesso di panorama, o di paesaggio, pur sbandierato nel titolo. E dunque, ecco la sfilata di una ventina di presenze, tutte in genere stimolanti, o perfino aggressive. Si inizia opportunamente convocando qualche padre nobile, con ricorso perfino a Antonio Sant’Elia, che nei suoi precoci disegni registrava già in pieno la boccioniana “città c che sale”, piena di fascino ma anche di mistero. Ci sono l’aspetto progettuale utopico del gruppo di Superstudio, o invece le visioni placide della pianura padana cui si dava Luigi Ghirri, costeggiando quanto di simile ci proponeva nella prosa Gianni Celati con i, suoi “Narratori delle pianure”. Infine, un omaggio va pure a Mario Schifano, volutamente rozzo pittore di insegne, o di cartoline illustrate rialzate con sapienti tocchi di pittore. E poi, ecco la sfilata delle nuove promesse, tutti suppergiù “millennials”, dove appunto si registra la piacevole varietà di mezzi assunti, tra cui compare anche il colore, nelle “cartoline illustrate” che osa proporci Mauro Ceolin, volutamente al limite col kitsch. Il che si può ripetere anche per il verde assurdo, orgogliosamente artificiale dei prati rinvenibili in Valentina D’Amaro, mentre contro tanta serenità reagisce subito Davide Franchina immergendo la visione in tenebre notturne, dove la città è già salita troppo e si è fatta cupa, paurosa. Laura Pugno abbassa lo sguardo su una distesa di vegetazione grama, stentata. Ma molti di questi ospiti saltano fuori dal piano guizzando in alto svelti e sciolti, magari affidandosi, come fa Francesco Pedrini, a una svettante tromba d’aria, o facendo risuonare un corno issato nello spazio. Il modo migliore per stimolarlo e provocarlo è sempre quello praticato da Margherita Mazzantini, anche se nel presente caso rinuncia alla tangibilità del video. Di questo si vale invece Andreco, affidandogli una “Parade for the Landscape”, che è anche, se si vuole, una piena manifestazione a favore del paesaggio ottenuta attraverso una immersione gioiosa di sbandieratori. In fondo, la mostra è tutta un su e giù tra chi si acquatta sulla superficie, facendole il solletico in tanti modi, e chi invece ne balza fuori, come per esempio Andrea De Stefani che esibisce strani lacerti di materia contorta e neo-informale. Mentre con Luca Coclite il paesaggio torna ad essere “immaginario”, cioè tracciato come su una lavagna didattica con grafismi leggeri, quasi di sapore esotico. Riccardo Benassi, ancora una volta, rinuncia al corposo linguaggio usato altre volte, soprattutto nei suoi video, per affidarsi alle immateriali risorse di scritte concettuali. Ci sono infine casi intermedi di chi passeggia con agio perfetto tra le due e le tre dimensioni, come Martino Genchi, che talora accarezza la superficie talaltra vi si appoggia per innalzare corpi adunchi e lanceolati. Infine c’è chi sa conciliare entrambe le soluzioni, come Marco Strappato, che per un verso monta macchine, scattanti come trappole, o come rubinetterie da manovrare per chissà quali effetti, mentre in altre occasioni preferisce stendere sul piano dei fogli policromi, quasi per condurre un “solitario”, o per comporre un gigantesco puzzle. Mi scuso con altri partecipanti sfuggiti a questa specie di appello, ma tutti accreditabili di soluzioni vivaci e funzionali.
Panorama, a cura di Claudio Musso. Bologna, Fondazione del Monte, fino 13 aprile. Catalogo Danilo Montanari.

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