Attualità

Una visita all’Expo

Credo che ogni cittadino italiano abbia il dovere morale di andare in visita all’Expo di Milano. Io questo rito l’ho compiuto mercoledì 10 giugno, e quanto segue intende esserne una fedele cronaca. Molto bene l’accesso, che consiglio di effettuare con la linea 1 della metropolitana, la Rossa, fino a Rho Fiera, dove, almeno quel giorno, c’era un gran numero di ingressi attraverso cui sono passato subito, seppure con l’inevitabile noia del controllo degli effetti personali, al modo degli aeroporti. Poi, una lunga camminata, ed eccomi nel cuore del sistema, a percorrere il cosiddetto decumano, ad ammirare gli edifici allineati su un lato e sull’altro. Dico subito che non mi sono quasi mai spinto al loro interno, dato che in tal caso avrei dovuto sottostare quasi ovunque a file, a tempi d‘attesa, e poi, diciamolo pure, ero del tutto indifferente all’offerta, si sa bene che questa edizione di Expo si pone il problema di “nutrire il pianeta”, così come prossime edizioni si potranno proporre di vestirlo, arredarlo, divertirlo, porlo in sicurezza, e via elencando, Non sono certo uno specialista di economia, nutrizionismo, dietetica. Invece, da addetto alle arti visive, mi interessano gli aspetti architettonici di ogni manifestazione. Ebbene, sotto questo punto di vita l’Expo è felice e merita un buon voto. Percorrendo il decumano, mi sono ricordato della Strada Novissima proposta da Paolo Portoghesi nella Biennale di Venezia del 1980, inaugurando il ricorso alle Corderie, e allora fu una imponente manifestazione del postmoderno in architettura, sotto la specie del citazionismo, del recupero di stilemi dal passato, contro i rigori del Movimento moderno. Qui, se si vuole, il postmoderno compare in versione geografica, etnica, folclorica, con il vantaggio che non ci si limita a facciate ma in ogni caso sono stati eretti organismi a 3D, in cui si è invitati a entrare per condurre visite e fruizioni varie, anche se io personalmente un invito del genere l’ho declinato. Entrando dall’ingresso Ovest, si parte bene, si incontra uno Spazio zero di benvenuto, con un’ottima architettura dovuta a Michele De Lucchi che propone come dei trulli o dei tucul giganteschi, eretti in modi agili, con connessure a vista, come per accampamenti nomadici pronti a mollare gli ormeggi. In quel caso ho anche avuto la sventura di entrare per venirvi sopraffatto da un banale spettacolo “sons et lumière” a cura di Davide Rampello, tutto sfarzo barocco di superficie, il che mi ha confermato nel proposito di non mettere piede in altri interni. E un potere apotropaico stavano per esercitarlo anche i bambocci, i pupazzi arcimboldeschi eretti da Dante Ferretti, altro spettacolo di mediocre effettismo. Ma poi, i padiglioni sì, in genere mi sono apparsi avvincenti, a cominciare da quello del nostro Paese, posto quasi al termine della sfilata, ma a consacrare proprio il carattere dominante, di costruzioni leggere, come embricature costruite con carte da gioco, lasciando apparire gli elementi componenti, e tanti interstizi, tanta aria circolante tra i vari pannelli. Ci sarebbe da snocciolare una lunga sfilata, quasi sempre nel segno di questa felice precarietà: le vele del Messico, la pagoda della Cina, la Francia, anch’essa affidata a tasselli aerodinamici che lasciano apparire a nudo lo scheletro, la Russia terminante con una enorme superficie a specchio che raccoglie e proietta in alto l’immagine dei visitatori in entrata, gli Stati Uniti cinti da una parete fatta di zolle di suolo agricolo e di colture verdeggianti, la Polonia che edifica addirittura con le cassette in cui si raccolgono e si offrono gli ortaggi al mercato, il Brasile che offre un enorme spazio aperto occupato da una rete molle ed elastica su cui chi vi si avventura può quasi rimbalzare, e mi spiace di non poter menzionare i tanti altri Stati meritevoli di citazione. Si deve constatare con piacere che in tutti questi progetti risulta sconfitto e rimosso il modello tipo Movimento moderno, non si incontrano quasi parallelepipedi, scatole spigolose e a diedri rettilinei. Il curvo, il flesso, il plasticamente snodato dominano sicuri, e dunque è in ritardo o in controtendenza la Fondazione Prada che invece ha affidato all’architetto Koolhas il compito di confezionare una scatola troppo rigida e compassata. Magari, si darà un enorme problema quando l’Expo avrà termine, molte di queste costruzioni, fascinose proprio per il carattere fresco ed estemporaneo con cui sono state concepite, non reggeranno alla prova del tempo e dovranno essere smontate, come e che cosa le sostituirà? Ecco una assillante questione cui la città di Milano dovrà rispondere.

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