{"id":136,"date":"2015-03-12T10:53:18","date_gmt":"2015-03-12T09:53:18","guid":{"rendered":"http:\/\/www.renatobarilli.it\/blog\/?p=136"},"modified":"2015-03-12T11:48:15","modified_gmt":"2015-03-12T10:48:15","slug":"mozzi-il-buon-psicopompo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.renatobarilli.it\/blog\/mozzi-il-buon-psicopompo\/","title":{"rendered":"Mozzi, il buon psicopompo"},"content":{"rendered":"<p>Ho dedicato un altro decennio della mia vita, grosso modo dal 1993 al 2003, a un\u2019altra causa, molto distante da quella di cui parlo qui accanto, intanto per una differenza di settore, che del resto risponde alla mia fatale bipartizione tra critica letteraria e d\u2019arte. Ma non solo, vi si aggiunge pure una mutazione di segno, infatti quanto detto a proposito di Nuovi-nuovi e simili riguarda una fase di citazione, di neg-avanguardia, di retrospezione. Invece dal \u201990 in poi era partita una fase di segno opposto, di violenta aggressione sugli aspetti del presente. Non per nulla il fenomeno di cui sto parlando era iniziato dal 1993, quando, con Nanni Balestrini e altri, avevamo deciso di riproporre, trent\u2019anni dopo, le fortune del Gruppo 63, ma non in modo sterilmente laudatorio, bens\u00ec guadandoci attorno alla ricerca di validi eredi. <!--more-->Per condurre questa selezione avevamo istituito a Reggio Emilia un \u201claboratorio di nuove scritture\u201d sotto l\u2019acrostico di RicercaRE. E ci and\u00f2 bene, sul piano della poesia perch\u00e9 si era gi\u00e0 formata una squadra di eccellenti poeti raccolti da Alfredo Giuliani proprio sotto l\u2019etichetta di Gruppo 93. Eravamo pi\u00f9 timorosi per quanto poteva riguardare le sorti della narrativa, ma avemmo una fortuna sfacciata, perch\u00e9 proprio allora emerse un\u2019ondata di giovani e freschi talenti destinati ad acquisire un sicuro successo. Basti dire che in seguito, in anni recenti, alcuni di loro sono andati a dama, cio\u00e8 hanno riportato il Premio Strega: in ordine, Tiziano Scarpa, Niccol\u00f2 Ammaniti, Francesco Piccolo, e ora faccio voti, come si \u00e8 potuto leggere, per la vittoria di Covacich. Forse non \u00e8 ancora il momento di Giulio Mozzi, cui voglio dedicare il presente pezzo per l\u2019uscita delle \u201cFavole del morire\u201d, in quanto egli manifesta un rifiuto congenito a concludere, preferendo esprimersi in modi vari,  talora a imitazione del parlato, talaltra con accenti lirici, comunque stendendo un diario di vita multiforme che sempre ci sorprende per le tante frecce del suo arco. Al di l\u00e0 delle varie vesti espressive, si delinea una tematica abbastanza costante, sempre attenta a soppesare, mischiare, ambiguare i termini estremi tra la vita e la morte, senza che quest\u2019ultima debba di necessit\u00e0 dominare, ovvero, come epigrafe dell\u2019intero mondo di Mozzi, riporterei alcuni versi famosi di Ungaretti: \u201cLa morte\/ si sconta\/ vivendo\u201d. A caratterizzare ulteriormente questo suo sostare in un terreno di mezzo, di voluta ambiguit\u00e0, diciamo che lo muove sempre una calda pietas, estesa a uomini ed animali, ad ogni vivente, accompagnati, assistiti, compatiti, nel senso etimologico della parola. Qui sono di scena in particolare gli animali, dato che il padre di colui che ci parla in prima persona era uno zoologo, e dunque li ha raccolti in recipienti di vetro, dove per\u00f2 queste presenze si stanno disfacendo, scomparendo allo sguardo, il che del resto \u00e8 nostro destino comune, come a sua volta l\u2019Autore dichiara con un versetto solenne: \u201cc\u2019era e non c\u2019\u00e8 ogni cosa\u201d. Ricordiamo che, andando a pescare nel suo repertorio precedente, vi troviamo la dolente novella della madre cui muore il figlio ma lei non lo ammette e continua a fargli posto nel letto. Cos\u00ec \u00e8 anche in questi nuovi appunti,  dove il morire non \u00e8  mai una soglia definitiva, galleggiamo anche dopo quel passo estremo proprio come gli animali conservati in qualche liquido indefinibile. Uno dei racconti pi\u00f9 godibili in questo brogliaccio sperimentale \u00e8 la \u201cNovella con fantasma\u201d, fondata sulla brillante invenzione per cui, se un morto resta insepolto, scende da qualche regno ultraterreste un ometto, con aria di modesto burocrate, incaricato di vigilare sulla spoglia, causando imbarazzo presso i parenti del caro estinto cui \u00e8 fatto obbligo di mantenere con vitto e alloggio quella presenza inopportuna. Forse tale \u00e8 proprio la missione che Mozzi si prefigge, accostare ad ogni essere vivente un angelo custode che lo assista anche oltre la soglia della morte, senza soluzione di continuit\u00e0. Devo dire che, a riscontro di questa calda pietas erga omnes di cui il Nostro d\u00e0 sempre splendida prova, sorprende il trattamento poco favorevole manifestato verso Salgari (\u201cEmilio delle tigri se n\u2019\u00e8 andato\u201d), come se il suo suicidio non avesse giustificazione, non meritasse che qualche anima buona gli fosse accanto nel trapasso.<br \/>\n   Naturalmente continuer\u00f2 a seguire le mosse di tutti coloro che sono balzati alla notoriet\u00e0 negli incontri di Reggio Emilia, prossimamente sar\u00e0 di scena Isabella Santacroce col suo ultimo prodotto.<br \/>\nGiulio Mozzi, Favole del morire, Laurana Editore, pp. 155, euro 15. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ho dedicato un altro decennio della mia vita, grosso modo dal 1993 al 2003, a un\u2019altra causa, molto distante da quella di cui parlo qui accanto, intanto per una differenza di settore, che del resto risponde alla mia fatale bipartizione tra critica letteraria e d\u2019arte. 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