{"id":1380,"date":"2018-08-05T10:54:08","date_gmt":"2018-08-05T08:54:08","guid":{"rendered":"https:\/\/www.renatobarilli.it\/blog\/?p=1380"},"modified":"2018-08-05T10:54:08","modified_gmt":"2018-08-05T08:54:08","slug":"una-convincente-visione-dellarte-brasiliana","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.renatobarilli.it\/blog\/una-convincente-visione-dellarte-brasiliana\/","title":{"rendered":"Una convincente visione dell&#8217;arte brasiliana"},"content":{"rendered":"<p>Da sempre il Padiglione d\u2019Arte Contemporanea (PAC) \u00e8 la punta d\u2019attacco del sistema espositivo milanese, dove fra l\u2019altro si esercita l\u2019abilit\u00e0 del conduttore principale, Diego Sileo, capace peraltro di felici sortite in altri spazi. Per esempio, mi \u00e8 capitato di lodare, su questo blog, l\u2019eccellenza con cui ci ha offerto una magnifica mostra di Frida Kahlo, al MUDEC, che viceversa \u00e8 spazio dalle finalit\u00e0 molto incerte, avendo rinunciato ad essere il Museo del Duemila, in continuazione rispetto all\u2019insufficiente Museo del Novecento. Fra l\u2019altro, al PAC Diego Sileo sta verificando l\u2019ipotesi centrale dei nostri tempi, il fatto che oggi si possa creare arte eccellente ovunque, come ha dimostrato in passato una rassegna dedicata Cuba, e ora questa in atto, rivolta al Brasile. Con rammarico devo dire che io mi ero messo sulla medesima strada attraverso le mie Officine, realizzate a Bologna e in altre localit\u00e0 della Romagna, via via rivolte a fornire uno spaccato dell\u2019Europa, dell\u2019America del Nord, dell\u2019Asia (Cina, Giappone, Corea). Purtroppo una stupida conduzione dell\u2019assessorato alla cultura della Regione Emilia Romagna, che si esaurisce in una pioggerella di elargizioni a singoli eventi municipali, mi ha impedito di proseguire per questa strada, e dunque ora \u00e8 giusto che io inneggi a imprese del genere quali si possono ammirare al PAC. Come questa, che presenta trenta artisti, tutti degni di menzione. Comincerei da Maria Theresa Alves, autrice di una arguta serie di acquerelli col titolo globale di \u201cThis is not an apricot\u201d, che ovviamente arieggia la famosa negazione enunciata da Magritte. Ma potremmo effettuare una variazione, che sarebbe anche una massima capace di chiarire quanto oggi si fa in tutto il mondo. Gli artisti dei vari Paesi del globo potrebbero intonare concordi un \u201cThis is not a Kosuth\u201d, nel senso che questa unanimit\u00e0 di spiriti ora raggiunta parte proprio dalla sacra triade impostata da Kosuth: se volete riferirvi alle cose, o prendetele tali e quali, o datene le loro foto, o le definizioni linguistiche tratte dal vocabolario, E\u2019 lo spirito del \u201968 che in definitiva vige tuttora, ma con tante varianti, che fra l\u2019altro contemplano il ritorno alla pittura, come in questo caso. La Alves per\u00f2 ci mostra come i frutti tropicali del Brasile arieggino, ma non siano propri i nostri europei. E cos\u00ec pure le opere che fioriscono ovunque costeggiano la triade di Kosuth, ma non esitano a fornirne variazioni intelligenti. Percorriamo comunque queste trenta presenze, procedendo dalle pi\u00f9 leggere alle pi\u00f9 pesanti. Tra le prime, l\u2019ambiente di Fernanda Gomes, all\u2019insegna del bianco su bianco, un monocromo ma con quasi invisibili stilettate che lo rianimano. La presenza delle foreste, che un classico come Ernesto Neto simula con il ricorso alle materie plastiche, echeggia nei lavori di Palma Bosque e di Daniel Mangran\u00e9, con installazioni filiformi, quasi rubando l\u2019epitelio ai vegetali. Tunga addirittura si attacca alle capigliature ricavandone come uno scalpo ingigantito. Leo Nilson ci porta nel mondo dei manufatti, in particolare dei vestiti, ma procurando di unirli, di rattopparli con cuciture leggere, proprio come utilizzando, anche in questo caso, fibre vegetali.<br \/>\n   Da queste prestazioni nel nome della leggerezza elastica e flessibile giungiamo invece a effetti di un materismo addirittura brutale, per esempio con Sofia Borges e i suoi cumuli di terriccio informe. Andr\u00e9 Komatsu sfrutta addirittura sacchi di cemento svuotati per erigere con essi una baracca precaria e traballante. Ma in questo senso il lavoro pi\u00f9 sorprendente si trova nel piano basso del PAC, interamente occupato da Daniel de Paula e da un suo metodico carottaggio del suolo di qualche area geografica, da cui ricava come dei tuberi, allineandoli con cura. Il medesimo spazio \u00e8 pure animato da un video di Cinthia Marcelle, a proposito del quale potremmo di nuovo ripetere \u201cceci n\u2019est pas un Smithson\u201d, perch\u00e9 \u00e8 evidente l\u2019ispirazione tratta dal grande Land artista statunitense, ma ripresa con un tono pi\u00f9 volgare e profanatorio. Per\u00f2 in questa medesima direzione l\u2019opera pi\u00f9 significativa ci \u00e8 fornita proprio all\u2019ingresso della galleria, ad opera di Berna Reale, che ci presenta una carretta, fatta apposta per trasportare oggetti di scarto, fino a miseri cadaveri. Un video all\u2019interno ci documenta una macabra manifestazione in cui si vede l\u2019artista trascinare il suo nefasto mezzo di trasporto per le vie di Milano, chiaro omaggio ai monatti illustrati dalla peste, nelle drammatiche sequenze manzoniane. Questo in definitiva, diciamolo ancora, il senso globale dell\u2019operazione, e dell\u2019arte che oggi si fa in ogni parte del mondo: riprendere qualche motivo gi\u00e0 sperimentato dall\u2019Occidente, ma dandogli nuovi accenti, nuove emergenze  ed espansioni.<br \/>\nBrasile. Il coltello nella carne. Milano, PAC, a cura di Jacopo Crivelli e Diego Sileo, fino al 9 settembre. Catalogo Silvana Editoriale. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da sempre il Padiglione d\u2019Arte Contemporanea (PAC) \u00e8 la punta d\u2019attacco del sistema espositivo milanese, dove fra l\u2019altro si esercita l\u2019abilit\u00e0 del conduttore principale, Diego Sileo, capace peraltro di felici sortite in altri spazi. 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