{"id":1539,"date":"2019-01-27T10:26:58","date_gmt":"2019-01-27T09:26:58","guid":{"rendered":"https:\/\/www.renatobarilli.it\/blog\/?p=1539"},"modified":"2019-01-27T10:26:58","modified_gmt":"2019-01-27T09:26:58","slug":"bagetti-un-preraffaellita-in-anticipo-sui-tempi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.renatobarilli.it\/blog\/bagetti-un-preraffaellita-in-anticipo-sui-tempi\/","title":{"rendered":"Bagetti, un preraffaellita in anticipo sui tempi"},"content":{"rendered":"<p>Oggi compio di nuovo  una visita virtuale che si spinge fino alla Galleria Sabauda di Torino, dove si pu\u00f2 ammirare la mostra \u201cAd acqua. Vedute e paesaggi di Bagetti. Tra realt\u00e0 e invenzione\u201d. Il prendere in esame l\u2019artista in questione, che si chiamava Giuseppe Pietro (1764-1831),  mi consente di riaprire il dossier gi\u00e0 qui redatto a proposito della mostra sul Romanticismo in Italia che ancora si pu\u00f2 vedere nelle milanesi Gallerie d\u2019Italia, una esposizione di cui non ho certo parlato in termini positivi. Infatti degli almeno due significati principali inerenti all\u2019etichetta del romanticismo la mostra milanese considera solo l\u2019aspetto contenutistico, di una pittura e scultura che certo si rifacevano indietro nel tempo, a vicende medievali, magari anche piene di  rumore e furia, ma le trattavano secondo tutti i canoni della tradizione occidentale, ovvero realismo, verosimiglianza, effetti atmosferici e cromatici corretti, quasi in anticipo di quanto, un secolo abbondante dopo, sarebbe stato possibile fare col cinemascope. Tutto ci\u00f2 purtroppo, presso di noi, senza la forza e freschezza di impasti che furono proprie dei due romantici, secondo una simile accezione, attivi in Francia, G\u00e9ricault e Delacroix, mentre da noi l\u2019alfiere incontrastato fu il bolso, pesante Hayez, con le sue scene oleografie, laccate, lucide, specchianti. Quale, invece,  fu un \u201caltro\u201d romanticismo? Quello che, magari, indietreggiava anch\u2019esso nel tempo, ma per non andarvi a pescare temi storici e  per trattarli in modi convenzionali, bens\u00ec scavalcando tutta la sapienza dell\u2019et\u00e0 rinascimentale e barocca, avviando invece, avanti lettera, una enorme operazione di preraffaellitismo, reintroducendo forme, soluzioni di carattere primitivista, o diciamo pure naif. A cominciare dalla tecnica usata, che per esempio induceva il nostro Bagetti a evitare il colore a olio, troppo grasso e torbido, preferendogli le tinte \u201cad acqua\u201d, come dice il titolo della mostra, cio\u00e8 i leggeri, immateriali acquerelli, a loro volta attenti a distendersi nei recinti ben calibrati da un disegno minuzioso, quasi di ritrovato sapore infantilista. Porrebbe sembrare una contraddizione che questo gusto pulito e semplificatore si  rivelasse particolarmente adatto a  farsi cronista di battaglie, ma queste venivano risolte come se i belligeranti fossero schiere di soldatini da allineare con cura, proprio come bambini che giocano alla guerra. In questo, a dieci anni di distanza, Bagetti non faceva che ripetere quanto Andrea Appiani, nato un decennio prima di lui, aveva composto dipingendo un enorme fregio a Milano, Sala delle Cariatidi, per narrare le imprese napoleoniche, appunto facendo sfilare le truppe entro una fascia lunga e stretta, come fosse gi\u00e0 una \u201cstrip\u201d, una \u201cbande dessin\u00e9e\u201d dei nostri giorni. Purtroppo un bombardamento del 1944 ha distrutto quell\u2019enorme fregio, mentre per fortuna gli acquerelli di Bagetti ci sono ancora in buon numero. Quella semplificazione, quello schiacciamento delle forme, quasi a correre in avanti e anticipare l\u2019avvento dell\u2019\u201d\u00e1 plat\u201d di Gauguin e compagni, implicava anche la riduzione della profondit\u00e0 spaziale, cio\u00e8 l\u2019abolizione della sacra prospettiva alla maniera di Alberti e di Leonardo, i due capisaldi che erano stati alla base di tutto l\u2019enorme ciclo post-raffaellesco, contro cui ora si voleva reagire facendo macchine indietro. Persa la dimensione della profondit\u00e0, bisognava sfruttare l\u2019orizzontalit\u00e0, affidandosi magari a quelle curve che i geologi chiamano sinclinali, come del resto sapeva fare molto bene uno dei fondatori di quel gusto anticipatore di tutte le regole del contemporaneo, Goya, e come avrebbe fatto un altro felice interprete di quella stagione, William Turner, anche lui con vedute oscillanti, investite da un beccheggio come nei tanti vascelli da lui dipinti. Non \u00e8 che il ricorso alla verticale fosse escluso, e proprio il nostro Bagetti sapeva inserirlo, per esempio se chiamato a rappresentare quel miracoloso tempio svettante all\u2019improvviso su un colle alle porte di Torino, la misteriosa, affascinante \u201cSacra di S. Michele\u201d, ma pi\u00f9 spesso la visione in lui  preferisce appiattirsi, dondolare per traverso, schierare le docili file dei soldatini, o di alberelli, se si tratta di paesaggi. Tutto, pur di non aderire ai modi troppo verosimili, troppo para-fotografici o pre-cinematografici dei conformisti compilatori di quadri storici, troppo abili, troppo ligi alla lezione impartita da Raffaello e seguaci.<br \/>\nGiuseppe Pietro Bagetti, \u201cAd acqua. Vedute e paesaggi\u201d, a cura di Giorgio Careddu. Torino, Galleria Sabauda, fino al 21 marzo. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Oggi compio di nuovo una visita virtuale che si spinge fino alla Galleria Sabauda di Torino, dove si pu\u00f2 ammirare la mostra \u201cAd acqua. Vedute e paesaggi di Bagetti. Tra realt\u00e0 e invenzione\u201d. 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