{"id":1657,"date":"2019-06-02T09:55:28","date_gmt":"2019-06-02T07:55:28","guid":{"rendered":"https:\/\/www.renatobarilli.it\/blog\/?p=1657"},"modified":"2019-06-02T09:55:28","modified_gmt":"2019-06-02T07:55:28","slug":"fontanesi-paesaggista-principe-dellitalia-transpadana","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.renatobarilli.it\/blog\/fontanesi-paesaggista-principe-dellitalia-transpadana\/","title":{"rendered":"Fontanesi, paesaggista principe dell&#8217;Italia transpadana"},"content":{"rendered":"<p>Reggio Emilia celebra nel modo giusto un suo concittadino, Antonio Fontanesi (1818-1882), che si pu\u00f2 considerare il nostro paesaggista principale per quanto riguarda le province transpadane, Piemonte e Lombardia soprattutto, un risultato a cui la citt\u00e0 natale, a dire il vero, non poteva contribuire molto. Per\u00f2, nella sua lunga carriera, ci fu davvero una stagione spesa a casa, lavorando a quello che era detto il Caff\u00e8 degli Svizzeri, in piazza Duomo, su cui opportunamente, in catalogo, porta l\u2019attenzione Massimo Mussini. Ma era un Fontanesi in curiosa versione \u201cromantica\u201d, alla maniera di Massimo d\u2019Azeglio, che inventava picchi, foreste, cascate d\u2019acqua assolutamente inverosimili se collocate nella placida pianura padana. Gli fu di grande utilit\u00e0 il coraggio che lo indusse ad essere combattente nelle guerre risorgimentali, come del resto allora fecero quasi tutti gli esponenti, al di sopra o al di sotto del Po, delle nuove generazioni, rassomigliando per questo verso a quanto avrebbero poi fatto i nostri pi\u00f9 promettenti artisti in occasione della Grande Guerra. Ecco dunque che comincia, da parte di Fontanesi, la frequentazione di Torino, poi un rifugio nella neutrale Ginevra, dove per\u00f2 gli avvenne di completare la propria educazione di paesaggista principe, soprattutto incontrandovi un esponete della Scuola di Barbizon, il Daubigny, da cui anche un passaggio per Parigi e un decisivo contatto con Corot. Per\u00f2, in proposito bisogna fare attenzione, i Corot furono due, in una prima fase il paesaggista francese era erede della nobile  tradizione alla Lorrain del paesaggio classico, rinnovata con le magnifiche visioni laziali, un trionfo di mura rapprese, assolate, pregne di calore, cui poi si allacciarono i Macchiaioli. Ma in seguito, entrato nella squadra dei Barbizonniers, Corot comp\u00ec una svolta, stimolato anche dal porsi  in una precoce gara con la fotografia, e soprattutto con i suoi sali argentati, rabbrividenti, palpitanti. Parte da qui la versione compiuta del paesaggismo di Fontanesi, dove le vedute diventano quasi delle veline sottili, pronte a lacerarsi per lasciare aggallare fronde d\u2019alberi, distese di campi coltivati, animali al pascolo, come batuffoli di cotone, o come covoni rotolanti al suolo, mossi da qualche brezza. E per fortuna quelle pianure piatte, tremolanti, sussultanti, non saranno pi\u00f9 sovrastate da vette improbabili, anche se le Alpi ci potevano stare davvero, ma ora l\u2019artista le espunge, considerandole non in linea con la sua nuova visione. Di questo suo saldo raggiungimento c\u2019\u00e8 una splendida collezione di capolavori, nella mostra reggiana, che si spinge anche a misurare l\u2019eredit\u00e0 del suo concittadino, sempre molto mobile nella sua esistenza privata e professionale, che in definitiva lo porta a privilegiare il Piemonte, ma con incursioni perfino a Firenze, senza per\u00f2 accogliere nulla, neppure da Banti con cui coabit\u00f2 per qualche tempo. Ma \u00e8 giusto porlo alla base del Divisionismo del Nord, dal suo inventore, Vittore Grubicy, a colui che ne seppe trarre il miglior insegnamento,  Giuseppe Pellizza, e gustee anche le puntate verso Avondo e Reycend. Quanto a poter varcare legittimamente il capo del Novecento, certamente \u00e8 appropriato schierare i dipinti \u201cebbri\u201d di Tosi, o i Carr\u00e0 tardivi dopo il 1930, e forse, al seguito di Francesco Arcangeli, ci possono stare anche i suoi \u201cUltimi naturalisti\u201d, il trio Mandelli-Moreni-Morlotti. Ma francamente non si capiscono le citazioni di Burri, le cui lacerazioni fin troppo materiali non hanno nulla a che fare coi lievi palpiti atmosferici nutriti da Fontanesi, e non ci stanno neppure le misure angolari, da geometra implacabile dello spazio, tipiche di Sergio Romiti. Antonio Fontanesi e la sua eredit\u00e0. Acura di V, Bertone, E. Farioli, C. Spadoni. Reggio Emilia, Palazzo dei Musei, fino al 14 luglio. Cat. Silvana editoriale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Reggio Emilia celebra nel modo giusto un suo concittadino, Antonio Fontanesi (1818-1882), che si pu\u00f2 considerare il nostro paesaggista principale per quanto riguarda le province transpadane, Piemonte e Lombardia soprattutto, un risultato a cui la citt\u00e0 natale, a dire il vero, non poteva contribuire molto. 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