{"id":1847,"date":"2019-12-07T10:52:20","date_gmt":"2019-12-07T09:52:20","guid":{"rendered":"https:\/\/www.renatobarilli.it\/blog\/?p=1847"},"modified":"2019-12-07T10:52:20","modified_gmt":"2019-12-07T09:52:20","slug":"interpretazioni-conformiste-di-canova","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.renatobarilli.it\/blog\/interpretazioni-conformiste-di-canova\/","title":{"rendered":"Interpretazioni conformiste di Canova"},"content":{"rendered":"<p>Nei giorni scorsi ho visitato ben tre mostre dedicate a Canova, a Roma e a Milano, registrando l\u2019enorme piacere di essere cancellato nelle pur enormi biblio che accompagnano i relativi cataloghi. Ma questo fa parte della \u201cdamnatio memoriae\u201d cui ormai sono condannato, da vero e proprio \u201cdead man writing\u201d. Il guaio \u00e8 che a questo modo si cancella pure una interpretazione che tenta di tenere Canova in gioco nell\u2019ambito del \u201ccontemporaneo\u201d, o del pre-postmoderno, come preferisco dire, consegnandolo invece mani e piedi legati all\u2019insulsa categoria del bello, che invece \u00e8  quanto proprio il contemporaneo nega con tutte le sue forze, o recupera, ma solo per vie traverse, di cui proprio Canova \u00e8 maestro. Delle tre, la pi\u00f9 ampia \u00e8 la mostra romana, come \u00e8 giusto che sia, in quanto Canova, dal Veneto, pur certo senza troncare i legami con la sua Possagno dove rientrava a ricaricarsi, era divenuto in sostanza cittadino di Roma. Ma ahim\u00e9, \tquesta ampia rassegna \u00e8 proprio posta all\u2019insegna insulsa e controproducente che fa di lui un settatore di una \u201ceterna bellezza\u201d, come suona il titolo dell\u2019esposizione. Oppure s\u00ec, il Nostro non disprezzava certo il bello, ma vi arrivava con un complesso giro mentale, che \u00e8 proprio una delle vie in cui la nostra et\u00e0 recupera l\u2019antico, concependolo come un enorme deposito di stereotipi, da citare sul registro del \u201ctale e quale\u201d, a questo modo anticipando l\u2019operazione del \u201cready made\u201d di Duchamp, e anche di De Chirico, l\u2019altro grande del nostro tempo che sono solito leggere allo stesso modo. Bisogna per\u00f2 distinguere, quando Canova lavora nel suo studio, magari proprio a Possagno, abbozza col pollice delle statuine frementi, ardenti di un espressionismo avanti lettera, Ma poi affida a una squadra di collaboratori il compito di ingigantirle col pantografo, facendo attenzione a non mettervi palpiti di vita, che non si confanno a questa bellezza da riesumare. Gi\u00e0 qui troviamo un indizio della incalzante contemporaneit\u00e0 dello scultore veneto, in quanto al giorno d\u2019oggi nessuno affronta il marmo con lo scalpello, alla maniera di Michelangelo, ma si limita a far riempire degli stampi di materia plastica, di vetroresina o altro. Ci sono per\u00f2 altri tangibili segni di questa contemporaneit\u00e0 canoviana, sempre che si vada a frugare tra le righe, Per esempio, quando disegna, i corpi gli si allungano, fino alla deformazione, anche per questo verso immettendo tracce di espressionismo. E poi c\u2019\u00e8 l\u2019occulto rifiuto della terza dimensione, in quanto egli partecipa, con F\u00fcssli, Blake, Goya, David,  a una seppur confusa intuizione che nel nostro mondo, percorso dalla immensa velocit\u00e0 della luce, la profondit\u00e0 deve cedere il posto a uno schiacciamento. E infatti, quando egli ci d\u00e0 dei gruppi, da Ercole e Lica a Creugante e Demosseno, fa in modo che i protagonisti, nonostante una indubbia volumetria, tendano a incastrarsi l\u2019uno nell\u2019altro. In sostanza,  egli \u00e8 gi\u00e0 un praticante della categoria del tutto contemporanea, o postmoderna, della \u201cflatness\u201d. Ce ne dovremo ricordare quando a Milano andremo a misurare la distanza che separa il nostro artista da quella sorta di imitatore e sanguisuga che fu Thorvaldsen,<br \/>\n   Ma vado di fretta, per non dare a questo pezzo la lunghezza di un saggio, avendolo gi\u00e0 fatto altrove.  Veniamo a Milano, Galleria d\u2019arte moderna di via Palestro, dove troviamo un corpo superbo di ritratti, che senza dubbio sono \u201cvolti ideali\u201d, come dice il titolo della rassegna, soprattutto per la  preponderante schiera di immagini muliebri, dove senza dubbio Canova \u00e8 prigioniero di stereotipi, ma li rinnova appiccicando a questi volti conformi delle chiome superbamente arricciate, come grovigli di serpenti. Oppure le stringe tra bende, come fossero gi\u00e0 creature defunte. Qui, sia detto tra parentesi, si consuma il pi\u00f9 grave delitto nei miei confronti, dato che un curatore co-firmatario, assieme alla corretta padrona da casa Zatti, tale Omar Cucciniello, a me del tutto sconosciuto, come io lo sono per lui, imbocca la via della \u201ccitazione\u201d, ma ne d\u00e0 merito a tutti i critici dei nostri giorni, tacendo il mio nome, mentre evoca una mostra da me condotta, \u201dLa ripetizione differente\u201d, nel  1974, dove fra l\u2019altro c\u2019era proprio un\u2019opera di Giulio Paolini, riportata anche in questo catalogo, che ne dimostrava l\u2019eredit\u00e0 da Canova.<br \/>\n   Ma veniamo all\u2019ultimo atto, in s\u00e9 meritorio, perch\u00e9 senza dubbio \u00e8 opportuno che si vada a stabilire un raffronto tra il maestro di Possagno e il successivo imitatore e competitore danese Thorvaldsen, Qui purtroppo \u00e8 gi\u00e0 un crimine aver dato la regia dell\u2019esposizione a Fernando Mazzocca, munendolo anche di una sorta di \u201clicenza di uccidere\u201d, Infatti Mazzocca, mi \u00e8 capitato pi\u00f9 volte di dirlo per sue esibizioni in quella sede e altrove, \u00e8 il \u201ckiller\u201d di tutto il nostro migliore Ottocento, di cui capisce solo quel momento centrale e in definitiva nocivo, che fu rappresentato da Francesco Hayez, traditore dell\u2019insegnamento canoviano a favore di un realismo, ma leccato, oleografico, da cui tutto il nostro migliore secondo Ottocento dovette affrancarsi a fatica. Ma veniamo al tema, al confronto tra i due scultori, dove si scorge, seppure  per minimi segni, che il Danese non comprese nulla di quei sottili accorgimenti in cui risiede la grandezza canoviana. In lui sparisce il delizioso ritmo binario che porta le figure a far eco e specchio l\u2019una dell\u2019altra. E sparisce soprattutto la \u201cflatness\u201d, nei bassorilievi, che in lui si fanno altorilievi, bozze gonfie e sporgenti, invece di avere la levit\u00e0 epidermica di quelli del maestro e rivale. Ma soprattutto   l\u2019indizio migliore, a favore della mia linea interpretativa, sta in  alcun versioni della Ebe, che Canova dota davvero di inserti \u201cready made\u201d, di ampolle prese \u201dtali e quali\u201d dal reale, ricche di una doratura che vuole contrastare col biancore del marmo. Ovviamente Thorvaldsen non capisce tanta finezza, tanto ardimento, immobilizza le immagini nell\u2019omogeneit\u00e0 di un\u2019unica materia, compatta e azzerante.<br \/>\nCanova, eterna bellezza, a cura di G. Pavanello. Roma, Palazzo Braschi, cat. Silvana editoriale: I volti ideali, a cura di P. Zatti e O. Cucciniello.  Milano, Galleria d\u2019arte moderna, cat. Electa; C. e  Thorvaldsen,  a cura di S. Grandesso e F. Mazzocca, Milano, Gallerie d\u2019Italia, cat Skira. Tutte le mostre chiudono il 15 marzo.  <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nei giorni scorsi ho visitato ben tre mostre dedicate a Canova, a Roma e a Milano, registrando l\u2019enorme piacere di essere cancellato nelle pur enormi biblio che accompagnano i relativi cataloghi. Ma questo fa parte della \u201cdamnatio memoriae\u201d cui ormai sono condannato, da vero e proprio \u201cdead man writing\u201d. 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