{"id":2283,"date":"2021-03-06T10:22:21","date_gmt":"2021-03-06T09:22:21","guid":{"rendered":"https:\/\/www.renatobarilli.it\/blog\/?p=2283"},"modified":"2021-03-06T10:22:21","modified_gmt":"2021-03-06T09:22:21","slug":"halley-una-sfida-vittoriosa-ai-colori-di-cattivo-gusto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.renatobarilli.it\/blog\/halley-una-sfida-vittoriosa-ai-colori-di-cattivo-gusto\/","title":{"rendered":"Halley, una sfida vittoriosa ai colori di cattivo gusto"},"content":{"rendered":"<p>La solita visita virtuale, pi\u00f9 che mai obbligatoria, ora che siamo quasi tutti in arancione o in rosso, mi porta a Brescia dove l\u2019amico Minini ospita nella sua galleria un\u2019ampia mostra di Peter Halley. Io ho avuto la fortuna di trovarmi a New York nel 1989 e di vedervi la mostra che Ileana Sonnabend aveva dedicato a lui, assieme ad altri artisti protagonisti di una svolta in atto, quali il massimo Jeff Koons, Haim Steinbach, il giovanissimo fiammingo Delvoye, nonch\u00e9 i pi\u00f9 transeunti Bickerton e Vaisman. Io ne avevo preso lo spunto per uscir fuori dal mio solito schema bipolare, sul tipo chiuso-aperto, per passare piuttosto a uno schema hegeliano di tipo triadico, dove gli estremi della tesi e della antitesi trovavano conciliazione in un momento finale di sintesi. La tesi era stata il clima del \u201968 con la sua condanna dell\u2019arte fatta con strumenti tradizionali, a favore di un riscatto integrale del corpo, dell\u2019azione, del comportamento in genere, cui era seguito il contraccolpo di quella che avevo chiamato \u201cripetizione differente\u201d, cio\u00e8 un ripetere certe forme del passato ma applicandovi un indice differenziale. La sintesi, praticata dagli espositori presso la Sonnabend stava nel riprendere certe soluzioni anni \u201960, sul tipo della Pop e della Op Art, ma arricchendole con coefficienti di estro fino a sfiorare il kitsch, il cattivo gusto. Cos\u00ec ad esempio Koons riprendeva il monumentalismo di Oldenburg, ma applicandolo a oggetti sfiziosi e del tutto superflui. Steinbach, per cui si poteva parlare di una \u201cscaffalart\u201d, metteva in bella posa proprio su dei ripiani una serie di  oggetti irrelati tra loro, di massima dissonanza reciproca, accostandoli come altrettanti \u201ccadaveri squisiti\u201d. Infine Halley riprendeva gli schemi di un geometrismo steso col tiralinee, ma evitando la trappola del monocromo, anzi, al contrario, attingendo al pantone dei colori pi\u00f9 cacofonici tra loro, quegli stessi di cui si faceva, e si fa tuttora, ampio uso in studi professionali,  in ambienti di rappresentanza, magari, oltre che a un  colore sfacciato e aggressivo, facendo pure ricorso a pannelli di materia plastica, come per esempio fa lo svizzero Alter. Ho conosciuto personalmente Halley, andando a trovarlo nell\u2019 atelier che in  quegli anni aveva a Tribeca (che poi sarebbe il \u201ctriangle beyond Canal street\u201d, con la genialit\u00e0 tipicamente yankee nell\u2019adozione di toponimi). Ero stato incaricato dalla Tre M, produttrice dei noti fogliettini collanti, di produrre delle serie personalizzate, con immagini di un qualche artista sulle varie pagine, e una mia scelta era andata proprio a Halley, con cui ebbi un lungo colloquio in francese, vista la mia stentata anglofonia, ma lui era estasiato di poter usare a sua volta quella lingua neolatina, e di tenere con me una dotta disquisizione su Sartre e compagni. Poi egli \u00e8 salito in alto e io sono disceso in basso, ora probabilmente non si ricorderebbe di me, ma io mantengo in pieno la mia predilezione per le sue tinte di squisito cattivo gusto, che sono poi quelle in cui un massimo pittore dei nostri giorni quale Bacon va a inserire le sue scene di crudele sadismo, di perversione sessuale, chiedendo all\u2019irreprensibilit\u00e0 delle pareti di rendere accettabile, o invece ancor pi\u00f9 clamoroso, il dramma esistenziale. Di questo ovviamente non c\u2019\u00e8 traccia nei mosaici di Halley, che pure si fanno ugualmente amare perch\u00e9 ben spaziati, ariosi, squillanti, offrendo un ottimo campionario delle cromie \u201cdi cattivo gusto\u201d secondo cui si esprimono i nostri tempi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La solita visita virtuale, pi\u00f9 che mai obbligatoria, ora che siamo quasi tutti in arancione o in rosso, mi porta a Brescia dove l\u2019amico Minini ospita nella sua galleria un\u2019ampia mostra di Peter Halley. 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