{"id":253,"date":"2015-05-22T12:33:11","date_gmt":"2015-05-22T10:33:11","guid":{"rendered":"http:\/\/www.renatobarilli.it\/blog\/?p=253"},"modified":"2015-05-28T10:40:58","modified_gmt":"2015-05-28T08:40:58","slug":"perche-privare-gli-sforza-di-leonardo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.renatobarilli.it\/blog\/perche-privare-gli-sforza-di-leonardo\/","title":{"rendered":"Perch\u00e9 privare gli Sforza di Leonardo?"},"content":{"rendered":"<p>Il Comune di Milano, in concomitanza con l\u2019Expo, ha fatto le cose per bene, almeno per quanto riguarda la sua sede nobile di Palazzo Reale, allestendovi due mostre in sequenza rivolte ai migliori secoli dell\u2019arte nella capitale lombarda. Al pianterreno troviamo \u201cArte lombarda dai Visconti agli Sforza\u201d, quindi, al primo piano, un monumentale ed esauriente, fin troppo, \u201cLeonardo\u201d. <!--more-->Ma, stranamente, non ci si \u00e8 preoccupati di dare una giusta liaison tra le due, cos\u00ec abbandonando l\u2019et\u00e0 sforzesca a un triste destino, essendo privata della magna presenza di Leonardo, e cos\u00ec venendo condannata a uno specialismo non allettante agli occhi del cittadino comune, per cui, almeno durante una mia visita, le sale al pianterreno risultavano quasi vuote, mentre poi, salito a rendere omaggio al genio vinciano, non riuscivo ad accostarmi ad ogni minima sua traccia, assediata da drappelli di visitatori e falso-estasiati contemplatori, anche perch\u00e9 arringati da volonterose guide, di persona o con audiotape. Tornando dabbasso, i pur ottimi curatori Mauro Natale e Serena Romano si sono trovati il compito facilitato per la sopravvivenza delle tracce della mostra paritetica a sua tempo gestita, nel lontano 1958, da una coppia straordinaria, Roberto Longhi e Alberto Dall\u2019Acqua, sulle cui tracce \u00e8 bastato riportare le inevitabili rettifiche e conquiste ulteriori di ordine filologico. E cos\u00ec, quella storia si dipana davanti ai nostri occhi, perfetta negli snodi, nelle presenze, nelle opere, da una met\u00e0 del Trecento ancora dominata dall\u2019influsso onnipervasivo di Giotto, capace di spingersi fino a Nord, con Giusto dei Menabuoi e Giovanni da Milano, su su fino alla stagione straordinaria che si deve denominare con etichette magari improprie finch\u00e9 si vuole, ma pur sempre calzanti, di gotico cortese o internazionale, o fiammeggiante, o semplicemente \u201ctardo\u201d, di cui comunque Milano fu sicura sede con primato almeno i Italia, grazie ai vari Giovannino de\u2019 Grassi, Michelino da Besozzo, Bonifacio Bembo, e le presenze e i soggiorni di alti spiriti del tutto affini quali il Pisanello e Gentile da Fabriano. Mi pare per\u00f2 che i pur agguerriti saggi di curatori e collaboratori in catalogo non affrontino il grosso problema, da risolvere con ricorso a un sano materialismo culturale, ovvero con riferimento a un generale contesto sociale, perch\u00e9 mai le vicende di Milano e dintorni furono cos\u00ec diverse da quelle rintracciabili  a Firenze? La citt\u00e0 del Giglio risult\u00f2 del tutto inferiore, o riluttante a tessere le fortune del gotico avanzato, lasciandole semmai solo alle soluzioni arcigne e compunte di Lorenzo Monaco, ma poi, varcato il capo del secolo e nei decenni successivi, fu pronta a sviluppare il grande capitolo della modernit\u00e0 (inutile, fuorviante ricorrere al solito termine generico del Rinascimento), cio\u00e8 a impostare, lo sappiamo bene, con gli homines novi di cui l\u2019Alberti fu pronto a trarre l\u2019esempio,  il codice della nuova e rivoluzionaria prospettiva. E\u2019 vero che la marcia su queste piste innovative da parte dei fiorentini non fu esclusiva, in quanto anche il talento \u201cfiorito\u201d e sinuoso di Gentile da Fabriano fu apprezzato quando giunse all\u2019ombra della cupola brunelleschiana, ma nessuno ha mai dubitato che quello impostato dall\u2019Alberti e Masaccio e compagni fosse un grande vettore, tale da segnare davvero le \u201cmagnifiche sorti e progressive\u201d di alcuni secoli di arte occidentale, mentre Milano non vi rispose minimamente. O riusc\u00ec a farlo solo mettendo in lizza un sicuro, sufficientemente articolato e \u201cmoderno\u201d, nonostante i molti accenti ancora regressivi, Vincenzo Foppa. Perch\u00e9 questa enorme discrepanza di linee di marcia? Solo a Firenze il commercio, con le sue esigenze di razionalizzazione dei registri, in tutti i sensi, era dominante? E invece  a Milano si esprimeva soltanto una tardiva, resistente regressiva cultura di corte, preziosa, compiaciuta di s\u00e9? Vogliamo cercare di rispondere a un simile interrogativo, al di l\u00e0 di riflessioni puramente stilistiche? Certo \u00e8 che la stagnazione o il ritardo si prolungano, nella terra lombarda, sempre se facciamo riferimento agli svolgimenti fiorentini coevi, infatti anche nel Quattrocento inoltrato abbiamo le presenze certo decorose ed eleganti, ma pur sempre statiche, imbambolate, sommarie dei vari Bergognone, Butinone, Zenale, imparagonabili ai loro coetanei che si muovono in ambiente fiorentino, se si pensa alla squadra dei Botticelli e Ghirlandaio, per parte loro perfin troppo mossi,  dediti a un descrittivismo minuto ed  analitico.<br \/>\n   La situazione milanese cambi\u00f2 per merito dell\u2019ultimo Sforza, Ludovico il Moro, che ebbe l\u2019enorme merito di chiamare a corte il massimo frutto della fiorentinit\u00e0, appunto Leonardo, addirittura pi\u00f9 avanzato rispetto ai colleghi coetanei rimasti a impreziosire la terra d\u2019origine. E\u2019 dunque un grave torto della mostra, inflitto anche alla memoria di quel lontano fantasma, non aver sentito l\u2019obbligo di mettere anche qua una qualche traccia o impronta del grande toscano, tanto per consentire ai visitatori di affrontare il periplo delle stanze superiori avendo gi\u00e0 un viatico opportuno. L\u2019errore strategico di questa assenza \u00e8 accresciuto anche da una ben scarsa presenza dell\u2019altro mattatore che fece grande la Milano sforzesca, il Bramante, qui presente appena con uno dei suoi fieri mascheroni, comunque capaci di mandare all\u2019aria gli asfittici equilibrismi dei vari Bergognone e Butinone. Risulta incomprensibile la decisione presa solo pochi mesi fa dalla soprintendenza di Brera di dedicare appunto al genio marchigiano, co-protagoinista col Vinci dell\u2019introito pi\u00f9 coraggioso alla maniera moderna, una sorta di personale, fra l\u2019altro collocata in una cripta artificiosamente ottenuta nelle ampie sale del museo. Quanto sarebbe stato pi\u00f9 appropriato che quella rassegna, con le scarse ma sicure opere del Bramante pittore, fosse stata posta a coronare la presente rassegna, magari anche a compenso della forzata assenza dell\u2019altro protagonista d\u2019eccezione.<br \/>\n   Ma saliamo pure le scale, portiamoci ad ammirare l\u2019amplissima rassegna dedicata a Leonardo, col sottotitolo legittimamente ambizioso di aver voluto programmare \u201cIl disegno del mondo, a cura di due valenti specialisti quali Pietro Marani e Maria Teresa Fiorio. Tutto bene, il non specialista si inchina davanti alla professionalit\u00e0 altrui, tenta di insinuarsi nella calca della folla per gettare qualche occhiata di straforo alle tante testimonianze. Per\u00f2 c\u2019\u00e8 una cosa che non va, siamo alle solite, almeno per quanto mi riguarda. Avevo gi\u00e0 offeso il quieto vivere del leonardismo ufficiale osando insinuare una nota di dubbio circa l\u2019autenticit\u00e0 della \u201cDama con l\u2019ermellino\u201d, in una notarella affidata all\u2019\u201dEspresso\u201d, dove a quei tempi, quando quella tavola venne esposta in gloria, collaboravo. E gi\u00e0 allora sfiorai il licenziamento in tronco, per lesa maest\u00e0, per quel dubbio rispetto a un sacro testo leonardesco, anche se non mancavo di collegarmi a una tradizione gi\u00e0 esistente, c\u2019erano prima di me studiosi che avevano attribuito quell\u2019opera al Boltraffio, tra questi perfino il Berenson, che per\u00f2 si era piegato alla pressione dei colleghi ed era rifluito nell\u2019attribuzione maggioritaria. Questi dubbi hanno gravato anche sulla \u201cBelle Ferronni\u00e8re\u201d, che invece \u00e8 il ritratto di cui la presente mostra si fa vanto ed assume addirittura come portabandiera, al punto da dedicargli l\u2019onore della copertina nel voluminoso catalogo Skira. Ma il guastatore che qui scrive ritorna a colpire, si schiera ancora una volta con la linea degli oppositori, anche se  tacitati dalla turba inferocita dei legittimi custodi dell\u2019ortodossia interpretativa. Il Leonardo che proprio a Milano stava concependo quel trionfo dello sfumato, della corrosione atmosferica, posti a dominare nel Cenacolo, non poteva concepire ritratti, come i due in questione, dove invece la figura appare solida, piena, rotondeggiante. O si dovrebbe supporre in Leonardo un talento disposto a compiere giri di valzer, ad adottare stili tra loro contrastanti, il che per\u00f2 sarebbe rendere offesa alla ferrea coerenza del suo percorso. Il bello \u00e8 che proprio questa mostra espone, in altra sala, dei Boltraffio che, per chi non \u00e8 cieco o vittima di pregiudizi, appaiono del tutto in linea con la \u201cBelle Ferronni\u00e8re\u201d. Si osservi una \u201cMadonna col Bambino\u201d, da un Museo di Budapest, p. 439 del catalogo, o un \u201cRitratto di Dama\u201d, che sembra gi\u00e0 una \u201dBelle Ferronni\u00e8re\u201d, solo un po\u2019 girata sulla destra. Ma il Boltraffio \u00e8 considerato un minore, e dunque non \u00e8 degno che gli si attribuisca qualche capolavoro, questo non pu\u00f2 che appartenere al grande genio, e pazienza se la ragione stilistica \u201cnol consente\u201d, questa \u00e8 una pignoleria da riservare a pochi impenitenti bastian contrari. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il Comune di Milano, in concomitanza con l\u2019Expo, ha fatto le cose per bene, almeno per quanto riguarda la sua sede nobile di Palazzo Reale, allestendovi due mostre in sequenza rivolte ai migliori secoli dell\u2019arte nella capitale lombarda. 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