{"id":399,"date":"2015-10-11T10:20:07","date_gmt":"2015-10-11T08:20:07","guid":{"rendered":"http:\/\/www.renatobarilli.it\/blog\/?p=399"},"modified":"2015-10-11T10:20:07","modified_gmt":"2015-10-11T08:20:07","slug":"torniamo-pure-allimpressionismo-ma-non-a-monet","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.renatobarilli.it\/blog\/torniamo-pure-allimpressionismo-ma-non-a-monet\/","title":{"rendered":"Torniamo pure all&#8217;Impressionismo, ma non a Monet"},"content":{"rendered":"<p>   Annuncio con piacere ai miei pochi lettori che da oggi ricompaio sulle pagine dell\u2019Unit\u00e0 con la mia rubrichetta d\u2019arte, e la cosa dovrebbe essere continuativa, ogni domenica. Non per questo cesser\u00f2 di alimentare l\u2019arte anche su questo blog, che mi permette di essere pi\u00f9 esteso nel discorso, toccando anche corde del privato da cui viceversa in una sede pubblica \u00e8 opportuno che mi astenga, E proprio nell\u2019intervento odierno ne dar\u00f2 una dimostrazione. Comincio invero con una osservazione di portata pubblica, deplorando ancora una volta la pessima abitudine dei nostri musei di farsi carico delle spese di ristrutturazione dei musei altrui affrettandosi a prenderne le opere quando appunto questi chiudono per rifarsi il look. L\u2019ennesimo caso proviene dagli Impressionisti in libera uscita dal parigino Mus\u00e9e d\u2019Orsay, con le nostre istituzioni pubbliche che si precipitano a prenderne in prestito le spoglie, suppongo a caro prezzo. Magari, conti alla mano, potranno anche dimostrare che tra i costi del prestito e gli incassi dei visitatori, attratti da prodotti facili e scontati, il bilancio alla fine riesce positivo, ma \u00e8 diseducativo fornire a getto continuo, al nostro pubblico, qualcosa di noto e risaputo che non accresce le conoscenze e sfonda porte aperte.<br \/>\n   Purtroppo questo \u00e8 quanto avviene alla GAM di Torino che dall\u2019Orsay ha preso una nutrita serie di dipinti di Monet, cos\u00ec rubando il mestiere a Marco Goldin, che d\u2019altra parte \u00e8 un privato e dunque ha il pieno diritto di fare i suoi interessi infischiandosene di una qualche funzione educativa sul pubblico. infatti da anni egli ci propina dosi massicce di Monet e compagni, come facili esche per strappare buoni incassi.<br \/>\n   E tuttavia, qualcosa \u00e8 avvenuto, nel mio privato, che per onest\u00e0 mi costringe a riaprire il discorso. Infatti da pochi anni, dopo un mezzo secolo di sospensione, ho ripreso i pennelli in mano, accorgendomi, con orrore, preoccupazione, disagio intellettuale, senso di colpa, di fare, con le tempere in tubetto e su spessi fogli Fabriano, una pittura che pu\u00f2 ricordare  proprio il  da me vituperato Impressionismo. Per\u00f2, non si parli di Monet, da cui ho cura di tenermi lontano il pi\u00f9 possibile. Per usare toni pi\u00f9 sostenuti, diciamo che si riapre il \u201ccombattimento per un\u2019immagine\u201d, quale si agitava proprio alle origini del movimento francese, non per nulla ospitato, al suo manifestarsi, nel gabinetto del fotografo Nadar. Ma allora vinceva l\u2019arte, con la sua vivacit\u00e0 e golosit\u00e0 di colori, contro le lentezze, le gelatine opache del rivale fotografico, che si trovava ben lungi dall\u2019odierna perfezione. Oggi invece i termini si sono rovesciati, e proprio la rivoluzione del \u201968 \u00e8 sembrata sancire la vittoria indiscutibile della foto, con interdizione di fare ricorso alla pittura. Non so quante volte ho lodato il celebre triangolo di Kosuth, che ci ha insegnato che, per riferirci a un oggetto comune come una sedia avevamo, da quel momento in poi, tre vie: fotografare la cosa, o prenderla tale e quale e farla entrare nell\u2019opera, o valerci della sua definizione linguistica citando una pagina di vocabolario. Oggi invece mi pare che la quarta via del ricorso a una rappresentazione pittorica, allora esclusa, seppure timidamente si riaffacci, e ne ho dato segnali proprio su questo blog, per esempio lodando le apparizioni, all\u2019ultima Biennale di Venezia, di Marlene Dumas e di Georg Baselitz. Ebbene, nel mio piccolo, anch\u2019io seguo queste orme, partendo da foto di spunti presi \u201cdal vero\u201d,  come titolavo l\u2019anno scorso una mia prima mostra, cio\u00e9 da piccole epifanie o \u201coccasioni\u201d (titolo di una seconda mostra tuttora in atto) sollecitate dalla realt\u00e0, poi cercando di ridare loro una consistenza materica, di tessuti, di carni, nel caso di ritratti. Ma la freddezza, e il tuffo nella banalit\u00e0, che il passaggio dalla foto consentono, o meglio impongono, mi tengono lontano dai brividi, dalle morbidezze, golose e accattivanti, del monettismo. Prendiamo proprio l\u2019immagine di cui si vale la copertina del catalogo per la mostra alla GAM. Vi compare quanto viene ritenuto pi\u00f9 accattivante verso un pubblico ignaro e impreparato, una damina fragile nelle fruscianti gonna e mantella al vento, che si ripara all\u2019ombra di un civettuolo ombrellino da sole. Ebbene, questa \u00e8 un\u2019immagine del tutto fuori contesto, capace solo di alimentare una insensata e diseducativa nostalgia, in totale contraddizione con tutto l\u2019impatto della civilt\u00e0 odierna. Ci risulta assai pi\u00f9 prossimo il linguaggio di  Edouard Manet, fatto di sagomature essenziali, di stesure ferme, debitrici pi\u00f9 della luce fredda di interni che dei brividi sensuali di un paesaggio esterno. E il primo Monet, quello ancora vicino al fratello maggiore intento anche lui a darci dei \u201cD\u00e9jeuners sur l\u2019herbe\u201d, ne manteneva un ricordo, che poi gradualmente perdeva cedendo al gusto sfatto  di un tripudio di sensazioni colte lontano dal mondo urbano, immergendosi in una natura fatta tutta di palpiti, di brividi atmosferici, fino al tuffo finale nelle ninfee, che suscitano ancor oggi gridolini di ammirazione agli sprovveduti, e invece sono un\u2019esperienza del tutto aliena  alla nostra societ\u00e0. Da Manet invece parte un liungo asse che passa attraverso i \u201cpittori della realt\u00e0\u201d sul tipo dello svedese Zorn e dello spagnolo Sorolla, giunge allo statunitense Edward Hopper, procedendo oltre, e io ne sarei un piccolo prosecutore, Ma attenzione, non in termini di quell\u2019Iperrealismo coltivato negli anni \u201970 da Estes e compagni, del tutto succube della fotografia, che ostentava una dipendenza fin  troppo accentuata e passiva rispetto alla rivale ormai dominante. Ho riconosciuto, anche di recente, che la fotografia continua nel suo superbo percorso per esempio se affidata alla maestria di David Lachapelle, ma forse \u00e8 giunta l\u2019ora di opporle un contraltare, timorato, consapevole di una sua inferiorit\u00e0, eppure nello stesso tempo deciso a giocare una carta alternativa.<br \/>\nMonet dalle collezioni del Mus\u00e9e d\u2019Orsay, Torino, GAM, fino al 31 gennaio. Catalogo Skira.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Annuncio con piacere ai miei pochi lettori che da oggi ricompaio sulle pagine dell\u2019Unit\u00e0 con la mia rubrichetta d\u2019arte, e la cosa dovrebbe essere continuativa, ogni domenica. 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