{"id":417,"date":"2015-11-01T08:55:50","date_gmt":"2015-11-01T07:55:50","guid":{"rendered":"http:\/\/www.renatobarilli.it\/blog\/?p=417"},"modified":"2015-11-01T08:55:50","modified_gmt":"2015-11-01T07:55:50","slug":"gli-ingegnosi-identikit-di-beppe-devalle","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.renatobarilli.it\/blog\/gli-ingegnosi-identikit-di-beppe-devalle\/","title":{"rendered":"Gli ingegnosi identikit di Beppe Devalle"},"content":{"rendered":"<p>   E\u2019 quasi inevitabile che i grandi musei soggiacciano al rito dei \u201csoliti noi\u201d, offrendoci cio\u00e8 mostre di artisti che vanno per la maggiore e che risultano consacrati ad ogni raduno internazionale. E\u2019 quindi miracoloso che il MART renda omaggio a Beppe Devalle (1940-2013), artista torinese finissimo ma caduto nel cono d\u2019ombra, soprattutto perch\u00e9 di difficile collocazione, non inseribile in una delle caselle di un prontuario ufficiale. Non so a chi sia dovuto questo miracolo, non credo al subentrante, alla direzione del MART, Gianfranco Maraniello, gli sarebbe mancato il tempo di mettere in atto un progetto cos\u00ec coraggioso, dovuto quindi alla Collu, che lo ha preceduto in quell\u2019incarico prestigioso? Ma lei ha fatto ben poco, da quella sede, riesce quindi difficile dire se una scelta ardita del genere rientri nel suo profilo. Ma certo buona parte del merito \u00e8 dovuta a moglie e figlia dell\u2019artista, appartenenti alla valida categoria dei parenti che non si affrettano a monetizzare il  \u201ccaro estinto\u201d, ma si battono con tenacia per tenerne alta la memoria. In fondo, fino a un certo punto della sua carriera, era facile catalogare Devalle, lo si poteva inserire nel filone di un astrattismo geometrico volto a esibirsi con schemi aguzzi, taglienti, policromi, montati a tarsia, ma gi\u00e0 in quel momento intenti a concedersi un \u201cvalore aggiunto\u201d di grazie decorative, non fermandosi a un mero discorso \u201cde lineis\u201d. O almeno, ai tralicci lineari Devalle intendeva aggiungere pure una parlata \u201cde figuris\u201d, tanto per completare la nota formula. A quel modo, dalla casella, divenuta  scomoda e inattuale, dell\u2019astrattismo geometrico Devalle poteva balzare in quella ben pi\u00f9 incalzante della Pop Art, rendere cio\u00e8 un omaggio al culto delle immagini \u201cpopolari\u201d, di divi del cinema, della musica, dello sport, ma senza dimenticare il suo primo tempo, anzi, dandosi da fare, con grinta e originalit\u00e0, per portare i due momenti in apparenza, o anche in realt\u00e0, assai lontani, incongruenti, a celebrare invece un loro difficile matrimonio. In fondo, come  i campioni pi\u00f9 accreditati proprio della Pop Art, il Nostro sapeva bene che non bastava certo servire in tavola le icone fin tropo note, presentandole soltanto secondo un registro del \u201ctale e quale\u201d, occorreva invece \u201clavorarci sopra\u201d in qualche modo. Lo stesso Warhol, pur nel rivolgersi a Marilyn o al Presidente Mao, eccetera, si sforzava di dare nuova linfa a quelle immagini entrate fin troppo nella pubblica circolazione  adottando qualche procedimento straniante, l\u2019ingrandimento prima di tutto, ma pi\u00f9 ancora una colorazione volutamente maldestra, come di quegli anonimi pittori che stendono una mano su cartoline turistiche per ridare loro un qualche palpito di vita. Devalle invece a questo proposito mette sapientemente a frutto la sua esperienza precedente, aggredisce le icone dell\u2019attualit\u00e0 con un armamentario di schemi ricavati proprio dal manuale della geometria. In definitiva, \u00e8 come se ricalcasse i metodi dei bravi disegnatori professionali cui la polizia demanda il compito di ricostruire l\u2019identikit di qualche criminale ricercato, sulla base dei suggerimenti e dei ricordi, magari incerti e nebulosi, di testimoni de visu. Nel caso di Beppe, tutto \u00e8 pi\u00f9 chiaro, in quanto egli dispone di una testimonianza collettiva, tutti conosciamo il profilo della solita Marilyn, o, per andare in un ambito pi\u00f9 raffinato, di qualche autore di grande fama nella pittura, Picasso, o nella letteratura, da Virginia Woolf a Goffredo Pavese. Ma lo sforzo \u00e8 di arrivare a quei \u201ctotali\u201d procedendo attraverso incastri ingegnosi. Oppure l\u2019intero procedimento pu\u00f2 essere visto alla rovescio, il \u201ctotale\u201d ce lo abbiamo, basta sforbiciarlo via da qualche rivista di lusso, da qualche magazine che ce lo propina con tutto il lustro della carta patinata. Per\u00f2 bisogna poi dimostrare che quell\u2019icona arcinota non \u00e8 piombata dal cielo, gi\u00e0 fatta, tale e quale, ma che al contrario \u00e8 il frutto di una geometria sottilmente calcolata. Ovvero, l\u2019artista muove a una specie di verifica delle forme note a tutti attraverso un ricettario di schemi, tornano insomma a galla i tracciati geometrici da cui era partito, che vanno ad applicarsi a quelle sagome e profili, li mettono alla prova, tentano di ritrovarli per forza di sviluppi formali. L\u2019operazione, per consapevole decisione, riesce solo a met\u00e0, si arresta nel bel mezzo di questo esercizio di equilibrismo, ovvero le ben ragionate e preziose sagomature geometriche si adattano solo in parte alle immagini finali da raggiungere, non ce la fanno a ritrovarle puntualmente, non avviene cio\u00e8 una ricostruzione puntuale delle foto, pubbliche o private che siano, su di esse si abbatte un piacevole effetto di straniamento, di incompiutezza, come di un acrobatismo che non riesce a compiere l\u2019ardito esercizio, ad afferrare la barra di sicurezza. In altre parole, l\u2019identikit, la ricostruzione riescono solo parzialmente, ma in  quello iato voluto sta tutta la forza dell\u2019operazione, \u00e8 bello, provvidenziale che i due corni del problema non si ricuciano, che l\u2019appuntamento si fermi a met\u00e0 strada, e che le due componenti opposte, l\u2019iconismo facile, da strapazzo, da consumismo pronto e banale, e invece la verifica a base di sottili apparati formali, restino sospesi a cercarsi, nel tentativo di ricomporre un\u2019unit\u00e0 sempre inseguita ma sempre sfuggente.<br \/>\nBeppe Devalle, Rovereto, MART, fino al 14 febbraio. Cat. Electa. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>E\u2019 quasi inevitabile che i grandi musei soggiacciano al rito dei \u201csoliti noi\u201d, offrendoci cio\u00e8 mostre di artisti che vanno per la maggiore e che risultano consacrati ad ogni raduno internazionale. 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