{"id":586,"date":"2016-05-08T10:13:16","date_gmt":"2016-05-08T08:13:16","guid":{"rendered":"http:\/\/www.renatobarilli.it\/blog\/?p=586"},"modified":"2016-05-08T10:13:16","modified_gmt":"2016-05-08T08:13:16","slug":"moresco-un-addio-al-solito-ridondante","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.renatobarilli.it\/blog\/moresco-un-addio-al-solito-ridondante\/","title":{"rendered":"Moresco: un &#8220;Addio&#8221; al solito ridondante"},"content":{"rendered":"<p>Purtroppo Antonio Moresco c\u2019\u00e8 cascato ancora. Ho appena finito di deplorare le mille e pi\u00f9 pagine degli \u201cIncreati\u201d usciti l\u2019anno scorso, che gi\u00e0 egli ci propone, pur in misura ridotta di un terzo, \u201cL\u2019addio\u201d, ma incorrendo nel medesimo reato di bulimia incontenibile, di mancanza di freni, di stancanti ripetizioni senza un briciolo di controllo. E dunque, si rinnova in me, e suppongo in altri, la deplorazione per non ritrovare pi\u00f9 in lui il magnifico estensore dei \u201cCanti del caos\u201d, l\u2019opera del 2009 in cui compendiava un pi\u00f9 che decennale laboratorio colmo di ottimi esiti, da porlo in squadra con Aldo Busi nella pratica di un forte, incalzante espressionismo, a sua volta erede di qualche traccia del miglior Gadda. Ma a dire il vero gi\u00e0 in quell\u2019\u201dopus magnum\u201d, verso la fine, baluginava il sospetto che il cavallo di razza stesse per \u201crompere\u201d, passando da un trotto ben registrato a un galoppo frenetico e smodato, come mi avveniva di osservare, con qualche preoccupazione per il futuro di questo narratore, recensendolo su \u201cTuttolibri\u201d. Poi mi era stata data ancora licenza di recensire il successivo \u201cGli incendiati\u201d, 2010, prima che la mia collaborazione a quel supplemento venisse \u201crottamata\u201d d\u2019ufficio (di chi e per quali colpe mie?). Gi\u00e0 a quell\u2019altezza Moresco usava e abusava di una invenzione in s\u00e9 ingegnosa e passibile di valide applicazioni, che era di praticare una specie di equipollenza tra la vita e la morte, con personaggi che appunto trapassavano tranquillamente, ma continuando a fare dall\u2019altra parte quanto erano abituati a praticare finch\u00e9 erano rimasti tra di noi, e dunque le due facce del cosmo risultavano un po\u2019 troppo paritetiche. Mi \u00e8 rimasta in sospeso una recensione al successivo \u201cLucina\u201d, 2013, dove gi\u00e0 compariva un ingrediente che avrebbe potuto essere la carta vincente di questa ultima prova, cio\u00e8 l\u2019inserzione di una presenza infantile che emette deboli segnali di sussistenza inducendo il narratore a una laboriosa ricerca. Ma poi, anche in quell\u2019occasione si giungeva a scoprire che il bambino era deceduto, senza che nulla cambiasse nel  ritmo di vita, suo e di ogni coetaneo, e dunque era tenuto a recarsi ogni giorno a scuola, come avrebbe dovuto fare se fosse stato ancora nel  mondo di qua. Moresco infatti frequenta, magari senza ammetterlo, la narrativa e il cinema dello horror, nel che non c\u2019\u00e8 nulla di male, ma dovrebbe studiare un po\u2019 meglio i marchingegni attraverso cui i maestri del genere, Stephen King per il versante cartaceo, il regista Alejandro Amen\u00e0bar de \u201cGli altri\u201d per quello filmico,  insegnano come si pu\u00f2 superare la soglia fatale.<br \/>\n   Infatti in questo \u201cAddio\u201d il dato pi\u00f9 noioso e insostenibile \u00e8 l\u2019assoluta eguaglianza dei due universi. Il protagonista, tale D\u2019Arco,  agente di polizia, confessa fin dalle prime battute di essere stato ucciso, crivellato di colpi che lo hanno ridotto a un colabrodo coprendo di cicatrici la sua pelle, ma del regno dei morti di cui ora \u00e8 abitatore non sa dirci nulla di essenzialmente diverso da quello dei viventi, nell\u2019uno e nell\u2019altro si accalcano le medesime folle sterminate, disperse in strade e abitazioni che condividono il medesimo squallore. Non solo, ma ad aggravare la sostanziale identit\u00e0 tra i due universi, e dunque la caduta di un decisivo valore narrativo nell\u2019evocarli, ci sta anche la facilit\u00e0, o diciamo meglio l\u2019indifferenza con cui il nostro D\u2019Arco passa dall\u2019uno all\u2019altro, qui appunto il nostro narratore dovrebbe inventare qualche marchingegno per rendere difficile il passaggio, o quanto meno per legarlo a determinate regole da rispettare, evitando che il transito si riduca a una passeggiata indifferenziata, come lanciare in aria i due versi della stessa medaglia, senza riuscire a distinguerli.<br \/>\n   L\u2019altro elemento che potrebbe dare spessore ed emozione alla vicenda \u00e8 un lontano pigolio di bambini che si lamentano, nel che evidentemente Moresco si ricorda della \u201cLucina\u201d sopra menzionata, trasferendo la minuta testimonianza infantile da un ambito di segnaletica luminosa a uno di natura acustica, e diciamo pure che quegli sparuti gridi di un\u2019infanzia maltrattata, come esili pigolii di nidiate di uccelli sottoposte a minaccia, funzionano abbastanza bene, e qualche interesse lo provoca pure l\u2019ingegnosa \u201ccaccia al tesoro\u201d con cui il defunto cerca di reperire da dove vengano le deboli risonanze. Lo scoprire che quei fanciulli sono stati vittime di nefande torture fa scattare in lui la natura del vendicatore, col proposito di rientrare nel nostro mondo dove imperversano i malvagi oppressori della povera infanzia. Accanto a D\u2019Arco, c\u2019\u00e8 pure uno di quei bambini che lo aiuta e si erge a difensore spontaneo della sua condizione umana cos\u00ec oppressa e perseguitata. Ma poi, posti in scena questi elementi che potrebbero movimentare la storia, Moresco cade nel solito difetto di una ridondante moltiplicazione di effetti speciali, di scontri e duelli senza fine, tra la coppia vendicatrice e i \u201ccattivi\u201d che li assediano da tutte le parti, come in un film di Tarantino, ma senza i colpi di genio del regista statunitense.<br \/>\nAntonio Moresco, L\u2019addio, Giunti, pp. 274, euro 15.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Purtroppo Antonio Moresco c\u2019\u00e8 cascato ancora. 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