{"id":648,"date":"2016-07-10T10:01:44","date_gmt":"2016-07-10T08:01:44","guid":{"rendered":"http:\/\/www.renatobarilli.it\/blog\/?p=648"},"modified":"2016-07-10T10:01:44","modified_gmt":"2016-07-10T08:01:44","slug":"gilardi-un-contrasto-insanabile-tra-arte-e-biopolitica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.renatobarilli.it\/blog\/gilardi-un-contrasto-insanabile-tra-arte-e-biopolitica\/","title":{"rendered":"Gilardi: un contrasto insanabile tra arte e biopolitica"},"content":{"rendered":"<p>Ho sul tavolo il grosso volume di Piero Gilardi, \u201cLa mia biopolitica\u201d, col sottotitolo \u201cArte e lotta del vivente. Scritti 1963-2014\u201d. Invano vi si cercherebbe qualche traccia di una mia presenza, che pure c\u2019\u00e8 stata, e molto attiva, al fianco di questo artista, ma non certo a favore di quella met\u00e0 del suo impegno che, per me malauguratamente, ha preso la via delle lotte per nuovi orizzonti della psichiatria e comunque per mete di ordine sociale. Detto brutalmente, tutta quella met\u00e0 del suo curriculum \u00e8 sorta nell\u2019esatta misura in cui Gilardi ha capito di non riuscire a mutare il volto e il copione dei suoi primi anni, in cui aveva recitato alla perfezione una strada che pi\u00f9 \u201cdisimpegnata\u201d di cos\u00ec non si poteva immaginare. Infatti, nella prima met\u00e0 dei Sessanta, egli \u00e8 stato un eccellente campione della Pop Art, cio\u00e8 di un\u2019arte volta a celebrare il consumismo, uno stato di societ\u00e0 affluente, che credeva nel miraggio di una tecnologia adulta capace di sfidare la natura sul suo stesso terreno e di ricavarne prodotti migliori, pi\u00f9 attraenti, per i salotti della buona borghesia, e non certo per le classi popolari. Siamo agli anni in cui in tutto il mondo occidentale si affermano appunto i riti della Pop Art a prevalente conduzione statunitense. Qui da noi cercano ci contrastarla, ma anche sbirciandone taluni esiti, i Pop di rito romano, ma gli episodi pi\u00f9 forti si hanno a Torino, e proprio col duo rappresentato da Gilardi e da Michelangelo Pistoletto, che per nettezza e rigore di scelte distaccano compagni di via quali Ugo Nepolo e Aldo Mondino, pur validi anch\u2019essi, capaci di soluzioni  addirittura pi\u00f9 personali. Ma solo loro due hanno diritto di accesso nell\u2019olimpo in cui siedono e dominano gli Oldenburg, Lichtenstein, Warhol eccetera, come attest\u00f2, nel \u201967, una perfetta mostra al Palazzo Grassi di Venezia, allora a conduzione  Paolo Marinotti, quale erede della paterna Snia Viscosa, poi caduta nelle mani della Fiat, da cui il suo uso per alcuni anni di quella sede, prima che subentrasse Pinault. Gilardi era l\u2019assoluto, sicuro, produttore dei facsimile di piante e frutti della terra, rifatti con i nuovi materiali sintetici, ed era appunto la celebrazione dell\u2019artificio, che in quel momento si sentiva sovrano, pronto a fare dell\u2019arte un convincente oggetto merceologico, ottimo per entrare nei salotti bene. Al suo fianco, in una molto diversa ma in sostanza equipollente impresa, stavano le limpide superfici specchianti di Pistoletto, che incorporavano, come un insetto in un  blocco di cristallo, le immagini di persone anche in quel caso della buona societ\u00e0. Non si entrava in quegli specchi se non si era \u201cqualcuno\u201d. Tanta \u00e8 la forza delle mode che in quel momento anche Gian Enzo Sperone appariva del tutto dedito a quella impresa, cosicch\u00e9 fu ben felice quando io, gi\u00e0 del tutto convinto dell\u2019eccellenza di quelle formazioni gilardiane, ne procurai una mostra in una Galleria bolognese, La Nuova Loggia, di buona routine commerciale, tanto che Sperone mi preg\u00f2 di tentare di strappare  ai padroni di casa, in quell\u2019occasione, qualche acquisto di \u201ctappeti di natura\u201d per rimpinguare le magre casse sue e dell\u2019allora eroe preferito della sua squadra. Ma i tempi cambiano in fretta, di l\u00ec a poco il pendolo della ricerca si sarebbe totalmente invertito abbandonando l\u2019oggetto a favore del concetto,  dell\u2019installazione, della performance e simili, Sperone sarebbe diventato il trascinatore della nascente Arte povera, con a fianco Germano Celant, non mancando di sostare, per qualche tempo, in una ambigua situazione di geometrismo minimalista. In quel momento si consuma il dramma di Piero, che non riesce a fare il salto, a balzare agilmente entro il nuovo fronte, a differenza del compagno di via Pistoletto, che invece, quanto a mutamenti tattici, la sa lunga, e infatti da quel momento d\u00e0 inizio a una successione di cambi di pelle stupefacenti, molti dei quali, sia ben chiaro, risultano del tutto efficaci e accettabili. Ma Piero no, guarda quella carovana che si allontana, non \u00e8 da lui disciogliere la presenza ossessiva dell\u2019oggetto nella vaghezza di un Informale di ritorno. Oppure no, egli ebbe allora una fase del massimo interesse, da artista fin troppo legato al precisionismo avvert\u00ec a sua volta come l\u2019Arte povera, ai suoi inizi, peccasse ancora di rigidit\u00e0 di mosse, e dunque fu il pi\u00f9 rapido nell\u2019intuire l\u2019avvento dell\u2019Anti-Form, sulla scia del mutamento radicale compiuto da Bob Morris. Proprio il suo successo come Pop autorizzato, di rito americano, consentiva al Nostro di visitare gli USA, da cui ritorn\u00f2 con poderosi cahiers colmi di foto di questi nuovi prodotti di sapore \u201caperto\u201d, neo-informale, e con molta determinazione ne and\u00f2 a reperire i casi pi\u00f9 stimolanti anche in Europa. Ci fu dunque una seconda fase del mio attaccamento verso di lui, e della mia volonterosa mediazione per farlo accettare alla bolognese Nuova Loggia, che anche lei si era acconciata al cambio di pedale prendendo un sotterraneo assai adatto a quelle che oggi si chiamerebbero installazioni \u201csite specific\u201d, e l\u00e0, sotto l\u2019incalzante suggestione di Piero, mettemmo alla prova due olandesi, Boezem e Van Elk, che poi hanno vivacchiato ai margini del \u201cmain stream\u201d. Ma Piero, se a livello teorico era risoluto nell\u2019indicare questa nuova via, all\u2019atto pratico risultava per\u00f2 inibito a seguirla, quasi paralizzato. Per questo oso dire che l\u2019opzione verso la \u201cbiopolitica\u201d fu allora, per lui, un compromesso, un modo per essere libero e sciolto in un settore alternativo, non potendo esserlo nel suo ambito primario dell\u2019arte. Del resto, passati i momenti dell\u2019abiura totale, a quell\u2019abile mestiere di consumata perfezione artigianale Gilardi \u00e8 tornato, tentando tutt\u2019al pi\u00f9 di avvicinarla al dinamismo dei praticanti l\u2019Anti-Form in modi esteriori e meccanici. I rami dei suoi alberi, con l\u2019aiuto di qualche motorino, si sono dati alle danze, ma appunto in modi rigidi, del tutto inorganici. E ha tentato pure vari innesti elettronici, ma niente da fare, egli resta pur sempre legato allo \u201chardware\u201d, nel senso etimologico della parola, il \u201csoft\u201d gli \u00e8 sconosciuto, le sue mani gravi e impacciate non riescono a praticarlo. Capisco quindi molto bene quanto sia legittimo da parte sua radiarmi dall\u2019albo dei suoi estimatori.<br \/>\nPiero Gilardi, La mia biopolitica, a cura di Tommaso Trini. Prearo Editore, pp. 346, euro 30.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ho sul tavolo il grosso volume di Piero Gilardi, \u201cLa mia biopolitica\u201d, col sottotitolo \u201cArte e lotta del vivente. Scritti 1963-2014\u201d. 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