Letteratura

Blanchot, un muro di incomunicabilità

Quando Luciano Anceschi è morto, nel 1995, ha lasciato la sua cosa più preziosa, la rivista “il Verri”, come era giusto che fosse, all’unico figlio Giovanni, persona del tutto degna, ma specializzato in opere plastiche e in interventi nel ramo architettura-design in cui ha conseguito titoli di assoluta eccellenza. Ma la letteratura, che era invece la vocazione principale del padre, non è mai stata al centro dei suoi interessi. Non so se Anceschi avesse previsto che su questo fronte avrebbe ampiamente rimediato la nuora, e moglie di Giovanni, Milli Graffi, dotata di ottime qualità di poetessa e anche di critico, ma naturalmente, e giustamente, è pure in possesso di proprie idee, con connessa attitudine a sostenerle in modo grintoso e intollerante. Per un verso credo che si debba a lei, in gran parte, se “il Verri” ha continuato a vivere da allora ad oggi, sfornando numeri monografici di sicura intelligenza e attualità, ma anche seminando qualche vittima sulla sua strada, E tra queste, in primis c’è stato proprio lo scrivente, assieme a una personalità ben più ragguardevole, Nanni Balestrini, che del “Verri” anceschiano era stato a lungo l’artefice principale, accanto al padre spirituale e maestro. In un primo tempo, convinti della necessità che gli eredi del patrimonio anceschiano si dovessero stringere a coorte dopo la sua scomparsa, anche noi due andavamo alle riunioni nell’appartamento privato di Giovanni e Milly, nella milanese via Bramante, contribuendo anche alla ricerca, peraltro senza esito, di un editore del nuovo ciclo della rivista. Ma poi ci siamo allontanati, o quanto meno parlo per me stesso, in quanto con la Graffi il dialogo era impossibile, e non per disistima sulla sua attività poetica, io l’avevo inserita in un’antologia cui avevo affidato uno dei miei rari interventi in campo poetico, un “Viaggio al termine della parola”, dei primi anni ‘80, in cui avanzavo delle ipotesi su come il lavoro poetico potesse sopravvivere nei tempi nuovi. Ma in quel momento, anni ’90, ci trovavamo, Nanni e io, a sostenere i poeti del Gruppo 93, eredi del nostro 63, con Tommaso Ottonieri in testa e tanti altri bei talenti. Lo stesso avveniva anche su fronte della narrativa, che viceversa in passato era stato così esoso di buoni frutti per la neo-avanguardia. Il nostro impegno degli anni ’90 era tutto rivolto agli incontri di Reggio Emilia, RicercaRE, da cui stava emergendo una straordinaria ondata di nuovo narratori. Ma la Graffi aveva messo una sbarra proprio all’altezza dei “suoi” anni ’80, negando diritto di cittadinanza a quanto stava venendo fuori in seguito. Tanta pervicace negazione mi costrinse alla rinuncia, e dunque il mio nome non compare in alcun organo del nuovo “Verri”, il che mi pare valga anche nel caso di Balestrini, anche se la rivista non ha mancato di dedicargli un numero monografico.
Questa mia mancanza di consenso al clima stabilitosi attorno alla nuova serie del “Verri”, cui pure per decenni mi ero sentito legato come da un cordone ombelicale, avrebbe trovato conferma, se fossi rimasto in un qualche comitato interno, a proposito del numero monografico ora rivolto a Maurice Blanchot. Io, da anziano negli studi, sono essenzialmente francofono, ho preso il latte, in sequenza, da Bergson, Sartre, Merleau-Ponty, ed è perfino troppo nota la mia monomania a favore di Robbe-Grillet e del Nouveau Roman. Questo per ricordare che c’è almeno una metà, o un tre quarti del mondo francese in cui mi riconosco. Ma c’è pure un’altra parte che non comprendo, non riesco letteralmente a leggere. In questa schiera primeggia proprio il per me incomprensibile Blanchot, accanto ad altri grossi nomi, come Georges Bataille, fino a includere un Lacan, e buona parte dei nouveax philosophes. Nell’occasione ho tentato di rileggere qualche brano della prosa ermetica blanchottiana, ma con lo stesso esito, di sentirmi respinto, come da un muro di squistezza fine a se stessa, di ghirigori dell’incomunicabilità, come la beffa di qualcuno che oppone una parete cristallina, senza appigli a chi, pur mosso da un pizzico di buona volontà, vorrebbe tentare punti di approdo. Lascio l’esegesi di questo artefice di un muro di “non recevoir” a Stefano Agosti, che invece è uno specialista nell’affrontare percorsi impervi, come per esempio quelli eretti da Stéphan Mallarmé. Chi si vuole divertire, vada a leggere il “mio” Mallarmé, affidato al saggio Mursia sul Simbolismo in Europa, in cui vado a scoprire in lui certi versi giovanili di facile cantabilità, o l’arte estrema dei biglietti d’invito alle sue serate, che mandava ad amici e colleghi, splendide prove in anticipo sulla poesia concreta dei nostri giorni. In conclusione, è giusto che io resti fuori dalla attuale redazione del “Verri” e che ne venga ignorato.

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Attualità

Dom. 5-8-18 (mafia)

Uno dei tormentoni dei nostri giorni è l’infinita partita giudiziaria sulla questione dei rapporti stato-mafia, con il susseguirsi di sentenze di cui, in genere, l’una contraddice l’altra. Ne ha parlato con fine umorismo Paolo Mieli qualche giorno fa sul “Corriere”. Fra l’altro, è assurdo dichiarare che questa supposta intesa avrebbe affrettato la condanna di Falcone e Borsellino. Evidentemente, se questa intesa ci fosse stata, diventava inutile compiere quelle due stragi, cui semmai era affidato proprio il compito di affrettare l’ipotetico passo sciagurato. Ma non voglio certo entrare in merito alle due stragi del ’92 di cui rimasero vittime Falcone e Borsellino, su cui d’altra parte pare che luce sia stata fatta, anche senza inserimenti “dietrologici”. Invece sugli attentati successivi dell’anno dopo, del ’93, tutto sappiamo per merito di una trasmissione chiarificatrice condotta a suo tempo da Mentana, e in quel caso è palese che una simile trattativa c’è stata. Mi limito a riassumere a memoria quanto risultò da quella perfetta trasmissione. Alla fine del ’92 i parenti dei mafiosi sottoposti al carcere duro del 41 bis inviarono una lettera all’allora presidente Scalfaro chiedendo un gesto umanitario, una attenuazione di quel rigore, ma in un primo tempo, come era giusto, lo Stato non raccolse quella pressione. Allora i mafiosi a piede libero reagirono con gli attentati appunto del ’93, che furono leggeri, non tremendi come i due precedenti, volti proprio a una funzione di minaccia. In questi giorni si è commemorato l’attentato al PAC di Milano, in via Palestro, avvenuto il 27 luglio del 1993. Ebbene, diciamo la verità, esso era concepito non per fare necessariamente delle vittime, queste ci furono perché dei vigili si avvicinarono all’auto abbandonata andando ad aprirne il baule, gesto, come si sa, da evitare assolutamente in casi dubbi. Da qui lo scoppio di una bomba, che purtroppo uccise non so quanti di quei malcapitati e imprudenti, assieme a un povero barbone che dormiva lì accanto su una panchina del parco. E bastava che con prontezza di riflessi si togliesse la fuoriuscita del gas nella Palazzina del PAC per evitare la conseguente esplosione con relativi danni, che avvenne non subito, ma con ore di ritardo, proprio quando l’edificio era stato invaso dal gas lasciato in libera uscita. Anche la bomba a Firenze nei pressi degli Uffizi era leggera e dimostrativa, come pure quella contro Maurizio Costanzo. Però questi attentati ebbero l’effetto voluto, ovvero Scalfaro si spaventò davvero, e diede ordine a Conso, allora ministro di grazia e di giustizia, a intervenire alleggerendo di fatto il 41 bis, e dunque quello fu un patteggiamento evidente, quasi alla luce del sole, di cui pure ci si è scordati, preferendo inseguire patteggiamenti incerti e forse mai avvenuti. Si lascia insomma il certo e documentato per inseguire l’incerto e opinabile.

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