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Pietroiusti: una felice autobiografia

Sono stato un sostenitore della cosiddetta Scuola di Piombino, composta da Salvatore Falci, Stefano Fontana e Pino Modica, cui si era aggiunto Cesare Pietroiusti, nonostante la sua nascita a Roma, parlando di loro già dalla fine degli anni ’80, quando apparvero in forze a Milano, presso la Galleria del Milione, ma solo perché sostenuti da un gallerista allora senza sede propria, Casoli, poi trasferitosi a Roma. Era un episodio appartenente a una infinita sequela di recuperi e rilanci. A metà di quel decennio era terminata una stagione propriamente citazionista dal passato e dal museo, sostituita da una ripresa da tendenze delle neoavanguardie anni ‘60, Pop, Minimalismo eccetera, fino a una sorta di neo-concettuale di cui i quattro erano brillanti protagonisti. Ebbi la fortuna di presentare la loro situazione alla Biennale di Venezia del 1990, quando ancora esisteva l’opportuna sezione dell’”Aperto” dedicata ai nuovi arrivati, poi sciaguratamente abolita, e io appunto ne avevo approfittato per segnalare tutta questa nuova ondata, a cominciare dal grande Jeff Koons, comparso presso di noi per la prima volta in quell’occasione. E c’era pure un ultimo testimone dei Nuovi-nuovi, Pino Salvatori, e oltre a lui, i principali esponenti del neo-minimalismo nostrano, da Stefano Arienti a Umberto Cavenago, e ancora i Nuovi Futuristi, come il trio Plumcake, non ancora divisi in due tronconi, e Gianantonio Abate. E poi, c’erano tre su quattro dei membri della Scuola di Piombino, non Fontana per la semplice ragione che qualcuno lo aveva già invitato in una edizione precedente, ma gli altri sì. In seguito il più assiduo e coerente è stato senza dubbio Pietroiusti, ma pure Falci proprio in questi giorni è ritornato in scena col gallerista di allora, Casoli. Però questa è l’ora di tessere l’elogio di Cesare, che ha organizzato al MAMbo di Bologna una rassegna di grande originalità e completezza. Si trattasse di un narratore, si dovrebbe parlare di un suo ricorso a un modello oggi molto frequentato, quello della “autofiction”, una specie di autobiografia, che nel suo caso risale fino ai primi anni di vita, affidata a ogni sorra di documenti, anche di archivio, di storia familiare, come sarebbero le pagelle scolastiche, le letterine scritte per Natale ai parenti, i primi oggetti acquisiti, radioline, matite per disegnare, e così via, una selva di oggetti tra cui infine compaiono pure le prove di carattere artistico, ma per nulla premiate, anzi, abbassate a un livello di prestazione comune. Al punto che se un rimprovero devo fare a una simile rassegna, è proprio di aver escluso quelle che mi erano apparse allora come le più brillanti opere realizzate da Cesare, pur sempre nel nome della promozione di oggetti banali, anzi, di scarto della vita comune, come sarebbero certi brandelli di carta da noi buttati via, cestinati, ma da lui invece scupolosamente salvati, ingigantiti e rifatti con materiali solidi. Resta comunque una affascinante partita come di ping pong, dentro e fuori dell’arte. A dire il vero, questa ha i polmoni robusti, e sarebbe pronta a suggerire un termine adatto a coprire tanta larghezza di modi. Infatti, proprio nella stagione del concettuale era comparsa la cosiddetta Narrative Art. Ebbene, ci siamo, questa etichetta si sposa perfettamente al carattere autobiografico di cui ho detto subito all’inizio del presente esame, riconoscendo il particolare rigore totalizzante messo da Pitroiusti in quest’impresa. Ma ci sono pure le differenze, in quanto la Narrative Art non pretendeva affatto che l’artista di turno si confessasse, anzi, al contrario, i brani narrativi per lo più erano inventati, avevano un carattere paradossale, inoltre venivano congelati, messi alla sbarra, per poter venire appaiati a dichiarazioni verbali o a interventi visivi che a loro volta si facevano un punto d’onore di mancare all’incontro, di sparare fuori. Campione assoluto di un simile modo di procedere è stata, ed è ancora la francese Sophie Calle, che molte volte irrita proprio per il carattere gelido, astratto, quasi disumano con cui sciorina i suoi reperti, anche se si tratta di parlare della morte di qualche parente stretto. Invece in questa lunga narrazione di Cesare piace, affascina proprio il carattere vissuto, personalizzato al massimo con cui queste “disiectae membra” ci vengono servite, con un piacevole gioco di sponda, rimbalzando cioè da un versante all’altro del polistilismo che oggi è concesso all’arte. Siamo insomma a un museo eretto a memoria di se stesso, dove però anche il visitatore comune si può riconoscere ad ogni passo, riuscire a partecipare, a prendersi una parte di divertimento, o di emozione. Direi che ad ogni artista di oggi dovrebbe spettare il compito di organizzare una simile parata, una storia fedele del proprio vissuto, una prestazione nascente dal nulla o dal tutto pieno di un’intera esistenza.
Cesare Pietroiusti, Un certo numero di cose 1955-2019. a cura di Lorenzo Balbi, MAMbo, fino al 6 gennaio.

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Dom. 20-10-19 (dazi)

A dire il vero in precedenti domenicali ho già detto tante cose ancora valide, ma d‘altra parte “repetita iuvant”, come è nella questione dei dazi, oggi attuale più che mai. Questi non sono un male in assoluto, anzi, costituiscono una ragguardevole arma di difesa, quando un’industria decide di delocalizzare i suoi stabilimenti per spostarli in sedi dove il lavoro costa meno. E’ la ragione che ha permesso a Trump di vincere la presidenza, perché aveva ragione di sottoporre a dazi le auto che la Ford andava a costruire in Messico, dove gli operai costano meno che a Detroit. E anche in Europa si dovrebbe ragionare allo stesso modo, dovrebbe nascere una alleanza dei sindacati, almeno di quelli di sinistra, per attuare una politica del genere. Prendiamo il caso della Whirlpool, perché chiude lo stabilimento di Napoli? Quella ditta cessa in assoluto la sua attività, o la trasferisce in Paesi dove appunto il lavoro costa meno? Nel primo caso non c’è nulla da fare, nel secondo può funzionare proprio l’imposizione di un dazio, se poi quell’azienda vuole reintrodurre in Italia i prodotti costruiti altrove e a costi più vantaggiosi, il che vale anche per la Fiat, che non può pretendere di vendere presso di noi le auto costruite in Brasile a costi minori. La UE, col pieno appoggio dei sindacati, dovrebbe attestarsi su questa barricata. Però si dà il caso che trasferimenti del genere avvengano “intra moenia”, cioè a favore di Paesi appartenenti alla UE, ma dove il lavoro operaio costa meno che da noi. Male si è fatto nell’ammettere delle nazioni di questo genere nella nostra Unione, si doveva pretendere che prima di accoglierli avvicinassero le loro retribuzioni alle nostre, ma se anche questo non è avvenuto, si dovrebbe lo stesso concedere un diritto di dazio a compenso di gravosi dislivelli di questo genere.

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Dom. 13-10-19 (hubs)

L’efferato attacco che Erdogan ha sferrato contro i Curdi ha almeno un vantaggio, di ricordarci che è ancora in atto l’accordo dell’UE di dare al dittatore turco ben tre miliardi all’anno perché trattenga l’emigrazione dall’Est, impedendole di invadere i Paesi dell’Europa dell’Est. Ebbene, come ho già detto più volte, questa mi sembra l’unica soluzione da adottare anche verso gli emigranti con provenienza dalla Libia. Inutile pensare di rimandarli in quel Paese infelice, soggetto a una guerra che fra l’altro ha la curiosa prerogativa di essere “dimenticata”. Che fine ha fatto l’aggressione di Haftar contro Tripoli? Quell’esecrabile tirannello è ancora inchiodato nei sobborghi della capitale libica? Succede al giorno d’oggi, nonostante il bombardamento massmediale, che taluni conflitti a un tratto scompaiano dall’orizzonte, come per esempio quello che sembrava dover portare a una sanguinosa guerra fratricida il Venezuela. Ma ritornando a noi, al momento evidentemente non si può pensare di rispedire i migranti sulle coste libiche. Il patto della Valletta, cioè di una distribuzione degli sbarcati in alcuni Paesi dell’UE che siano disposti ad accoglierli, mi sembra di malcerta esecuzione, e in ogni caso richiederebbe tempi lunghi, Quanto alla rispedizione dei salvati ai Paesi d’origine, questa mi pare rimanere una pia illusione, o quanto meno al momento riesce impossibile farli rientrare nei Paesi subsahariani, da cui la grande maggioranza proviene. E dunque, l’UE dia a noi una congrua somma, con nostro impegno a istituire delle hub, dei luoghi di accoglienza, ma condotti a regola d’arte, non dei colabrodo come lo sono stati fin qui, da cui i confinati sciamano fuori e invadono le nostre località, provocando quelle reazioni di cui si è avvantaggiato Salvini. Oppure si ammassano alle frontiere tentando disperatamente di varcarle verso la Francia o l’Austria. Siano queste non delle carceri ma dei luoghi di educazione allo svolgimento di quei lavori che, inutile negarlo, gli europei, gli italiani in primis, non vogliono più fare; domestici, badanti, braccianti. Dovrebbero essere dei contenitori intesi come centri di addestramento, cui le varie comunità di tutta Europa si potrebbero rivolgere per chiedere l’importazione di operatori secondo bisogno e necessità, naturalmente da retribuire in misura giusta, con l’assistenza dei sindacati. A questo punto, si dovrebbe ammettere lo sbarco nei nostri porti, che sono, non c’è nulla da fare, i più logici, naturali, razionali. Inutile predicare una alternanza degli accessi, che non possono non essere soggetti a una logica geografica, a un calcolo delle distanze. Accanto a una massiccia sovvenzione verso il nostro Paese, l’UE dovrebbe tornare a dotarsi di una flotta destinata al recupero sistematico dei naufraghi, in aggiunta a quanto già fanno le navi battenti bandiere di ong.

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Dom. 6-10-19 (suicidi)

Negli ultimi tempi abbiamo assistito a due suicidi, non “assistiti” ma del tutto volontari. Il primo di questi, le dimissioni di Salvini e della Lega, è stato nel mio giudizio un evento del tutto positivo, addirittura insperato, come premessa per rendere possibile di andare verso una diversa maggioranza di governo, il giallo-rosso in sostituzione del disastroso giallo-verde, Se qualcuno mi ha letto, avrà notato la mia paura che la Lega non mollasse la presa e così ci trascinasse nel baratro, come poteva accadere nel film “Niagara”, con un salvataggio operato in extremis. Ma per fortuna quel ritiro dalla scena ci ha salvato, ha aperto lo spazio per il cambio di maggioranza, come ho auspicato, tra l’incredulità generale, in una riunione del Pd bolognese di via Murri, anche perché mi si obiettava che il “mio” Renzi si era dichiarato del tutto contrario al compiersi di quel matrimonio. Ho tirato un sospiro di sollievo quando, poco dopo, Renzi stesso ha cambiato passo e a sua volta ha auspicato il compiersi di quella alleanza, tanto che, peccando di presunzione, avevo pensato di godere di un magico collegamento telepatico col leader, in realtà da me mai conosciuto, e mi ero permesso di smentire che lui volesse andarsene dal partito. Invece su questo punto ho avuto poco dopo una crudele smentita, ma questo è appunto il secondo suicidio cui accennavo sopra, in tal caso del tutto infausto e deprecabile, a mio avviso. Io avevo sperato in un Renzi che, proprio in virtù del potere di trascinamento esercitato dentro il Pd, in barba alle perplessità di Zingaretti e compagni, si avviasse gradualmente a riconquistare il partito, che dopotutto per ben due volte alle primarie si era pronunciato a suo favore, Ma in realtà Renzi aveva già deciso di andarsene, come dicevano tutti gli infiniti avversari che si sono sempre accaniti contro di lui. Lo aveva già deciso quando aveva ritirato la candidatura di Minniti a correre sotto le sue insegne per la carica di segretario. Purtroppo con la creazione di uno “partitino” senza dubbio Renzi acquista un potere immediato di controllo e supervisione sulla nuova maggioranza, ma è qualcosa di fastidioso, come giustamente gli rimprovera il nuovo leader Conte, con minaccia dalle polveri scariche, in quanto se il ritiro della manciata di parlamentari di Italia viva provocasse la caduta del governo, con nuove elezioni, quell’esigua pattuglia verrebbe cancellata, e sarebbe anche il modo sicuro di dare partita vinta a Salvini. Non solo, ma essendosi ritagliato appunto un “partitino”, Renzi si condanna a venir meno a un requisito della grande riforma da lui tentata, operazione straordinaria di cui spero gli sarà reso merito a livello di storia. Si sa che lui, in quel pacchetto di riforme, pretendeva che la nomina del presidente del consiglio seguisse l’iter ottimo adottato per i Comuni, facendo di lui il Sindaco di tutta Italia, ovvero ricorrendo a un sistema maggioritario con ballottaggio finale. Ora invece Renzi è costretto a battersi per un proporzionale puro, e anche con una alta soglia di sbarramento per entrare in Parlamento. E’ insomma una mina posta lungo un percorso normalizzante che consenta anche a noi di avere un bipartitismo regolare e funzionante. Italia viva è una zeppa, un ostacolo messo negli ingranaggi di una simile possibilità.

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Dom. 29-9-19 (Greta)

Naturalmente devo riconoscere che l’entusiasmo con cui milioni di giovani hanno accolto, venerdì scorso, la chiamata a manifestare contro le emissioni dannose è stato beneaugurante, anche per la fantasia dimostrata nell’accompagnare la manifestazione con un gran numero di arguti “tatzebao”. Però ci vogliono alcuni “distinguo”. Tanto per cominciare, bastava collocare le manifestazioni in una domenica, e si sarebbe evitato il sospetto che la fitta partecipazione delle scolaresche corrispondesse in realtà a una sorta di “fughino” autorizzato (noto di passaggio che la nostra lingua, come in tanti altri casi, non ha ancora conseguito una unità di vocabolo per designare un fenomeno del genere, detto altrove “bigiare”, fare tela, ecc.). Inoltre divido la questione in due componenti. A livello scientifico, resta da dimostrare che l’indubbio riscaldamento del pianeta, dipenda davvero dalle emissioni di CO2. Ricordo che il migliore dei nostri meteorologi televisivi, Bernacca, ammoniva che prima di parlare di mutamenti catastrofici nel clima bisogna guardare i tempi lunghi, e non basarsi su segmenti ridotti. Basti pensare che solo qualche tempo fa si denunciava come catastrofica la comparsa delle alghe nell’Adriatico, mettendola in conto dell’inquinamento industriale, poi si è scoperto che il fenomeno era già comparso a metà Ottocento, quando la pianura padana era ancora quasi immune da impianti industriali. E in ogni caso bisogna evitare un rifiuto fanatico di ogni ricorso ai combustibili, è quasi comica la decisone della pasionaria balzata all’onore delle cronache, Greta Thunberg, di recarsi negli USA con un battello a vela, esempio di quella che viene stigmatizzata come “decrescita felice”. Il viaggio di Greta è stato un esempio di carattere aristocratico, concesso solo a “happy few”, ovvero a personaggi come lei balzati agli onori delle cronache, immaginiamoci che cosa accadrebbe a milioni di utilizzatori di voli aerei per ragioni di lavoro e di ricongiungimento con parenti. Mi viene in mente quel momento dei primi anni ’70 in cui per una crisi momentanea dell’afflusso degli idrocarburi, annunciata anche in quel caso come catastrofica, ci eravamo messi ad andare in bici o addirittura a cavallo.
Ciò detto, è vero che le emissioni di anidride carbonica sono dannose, se non proprio per la salute del pianeta, per la nostra di abitatori di città, meglio evitarle, eliminare il ricorso a sostanze fossili, carbone, petrolio. E ci sarebbe già l’antidoto, l’utilizzo sistematico del vero motore primario della nostra civiltà attuale, l’energia elettrica, un ammiratore di McLuhan come sono io non si tira certo indietro, su questo fronte. E dunque inneggio all’avanzare del cosiddetto ibrido nelle auto, mi chiedo solo perché non si riesca a eliminare quella quota parte che resta affidata a una ricarica degli accumulatori di elettricità con ricorso ai soliti idrocarburi. Però, anche su questa strada bisogna guardarsi da una pretesa dei “verdi”, che cioè l’accantonamento delle sostanze fossili possa avvenire solo ad opera delle cosiddette energie rinnovabili, come pale eoliche, pannelli solari e così via. Mi pare che anche qui la solidità dei numeri ci dice che solo una piccola percentuale delle nostre esigenze potrebbe essere coperta da queste fonti alternative, solo forti quantità di energia elettrica potrebbero soddisfarle. Ma queste, se non ottenute con centrali a conduzione petrolifera, dovranno essere affidate alle centrali termonucleari, come del resto avviene regolarmente attorno a noi, in Francia, Austria, Germania, con la beffa che noi proclamiamo sdegnosamente di essere denuclearizzati, ma poi siamo costretti ad acquistare ingenti risorse elettriche prodotte proprio dalle centrali nucleari esistenti ai nostri confini. E dunque, è giusto fare i conti con un futuro energetico “pulito”, ma senza stravolgere i dati reali e senza darsi a una politica dello struzzo, che nasconde la testa entro comodi pregiudizi.

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Rubens, Madonna della cesta

Questa domenica la mia ormai solita visita virtuale va a Firenze, Palazzo Pitti, Sala di Giove, dove ha ritrovato il posto di cui già godeva la tela di Pietro Paolo Rubens, “La Madonna della cesta”, dopo essere passata attraverso un congruo restauro. E’ un dipinto di modeste proporzioni, se si pensa alle misure enormi che il pittore fiammingo era solito ricoprire, ma c’è dentro l’essenza del suo stile, che è anche una delle più alte e tipiche espressioni del barocco, nella sua anima più propria. Domina cioè nello stile rubensiamo un fare rotondeggiante, in un impulso ad abbracciare le varie componenti delle opere, quasi che per ottenere un fine del genere il pittore “pompasse” dentro le sue creature dell’aria, come si farebbe proprio in quelle che vengono dette precisamente “camere d’aria”. Naturalmente un trattamento del genere vale soprattutto per le protagoniste al femminile, e fa tutt’uno col tipo di bellezza muliebre in cui l’artista si è fissato, fino quasi a ricavarne uno stereotipo, magari pure con qualche rispondenza ai dati antropometrici delle donne della sua terra. Figure prosperose, con corpi bianchicci, ma soffusi di rossore, proprio a ribadire tanta prosperità di carni, eccedente, trasbordante. Nulla di simile presso di noi, se si eccettua il caso di Tiziano, l’unico che quanto a immagini muliebri prosperose aveva preannunciare gli effetti poi raggiunti da quel suo erede. Se si vuole, esiste una prova “e contrario”, basti pensare al continuatore forse più fedele e degno che Rubens ebbe, a Jacob Jordaens, caratterizzato proprio dal verificarsi del fenomeno opposto, di uno sgonfiamento delle carni, tanto che i corpi nudi nei suoi dipinti danno luogo a pieghe, a rientranze, come succede proprio quando l’aria se ne va da un involucro. Naturalmente questo senso barocco del gonfiare le carni Rubens ha avuto tante occasioni di metterlo in atto, ben più maestose rispetto alla presente teletta, che però risponde in pieno a questi caratteri, anche se protagonisti del gonfiore biancheggiante sono soprattutto i due pargoli, il Gesù Bambino e il Giovannino, uniti nel dar luogo a una candida massa, su cui del resto si china la Madonna, anch’essa caratterizzata dal candore emanante da un’ampia scollatura e da un volto pallido. Le due figure ai lati chinano le teste per entrare in questo concerto dominato dalle linee curve, e anche, diciamolo pure, per adattarsi alle misure ridotte del dipinto. Inutile dire che la cesta eponima dell’opera impone decisamente il suo motivo strutturale, detta la legge dell’intera composizione, ben aiutata da quell’ammasso di oggetti quasi indecifrabili che si accumulano nell’angolo di destra, che sono quasi le camere d’aria per il momento sgonfie, ma pronte a ricevere anch’esse l’opportuno pompaggio e quindi a innalzarsi come palloni leggeri e vorticanti.

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Dom. 22-9-19 (scisma Renzi)

Inutile dire che sono sconvolto per la fuoriuscita di Renzi dal Pd. Il mio “renzismo” a oltranza aveva resistito anche quando egli si era opposto alla possibile convergenza tra Pd e M5S, come mi era stato rinfacciato in una riunione nella sezione Pd di Bologna, Via Murri, in cui io aveva decisamente caldeggiato questa soluzione, però nello stesso tempo confermando un mio “renzismo” quasi a prescindere. Infatti a quell’obiezione avevo potuto controbattuto che un anno fa era più che giusto opporsi a un legame del genere, quando i Pentastellati avevano il doppio dei nostri seggi in Parlamento e ci riempivano di contumelie, saremmo stati noi uno stuoino ai loro piedi, come di recente erano divenuti loro stessi nei confronti della Lega. Mi ero ringalluzzito quando, magicamente, Renzi poco dopo era divenuto il principale sostenitore, tra i Pd, di quella medesima soluzione, e con molta presunzione avevo pensato di essere legato a lui, pur non avendolo mai incontrato di persona, da un vincolo quasi di telepatia. E con molta presunzione avevo creduto di leggere nel suo futuro, che a mio avviso doveva essere di graduale riconquista del Pd, cosa che, col tempo, gli sarebbe stata possibile. Ora invece non vedo alcuna prospettiva positiva, dopo la sua scissione, che mi pare un gesto dettato solo da spirito di vendetta, di rancore, per quanto senza dubbio dentro il Pd gli hanno fatto patire. Ma un buon politico deve sapere accantonare questi personalismi, questi umori atrabiliari e passionali. Così non è stato, e ora non vedo alcuna buona possibilità per questo gruppuscolo, che non è neppure riuscito a portarsi dietro la totalità dei renziani del suo seguito. Non credo all’astuzia di aver lasciato dentro al partito una minoranza di fedeli a fare da ponte, verso quali esiti? Purtroppo devo addirittura augurare il fallimento di questa mossa azzardata e irragionevole. Se nascesse una consistente formazione di centro-sinistra, o di centro, sarebbe una spaccatura insanabile del fronte di una socialdemocrazia finalmente unita, nel nostro Paese, sarebbe la fine di un bipolarismo fisiologico. Non si potrebbe neppure imboccare la via, cara al Renzi d’antan, di andare verso un sistema elettorale a due turni e col ballottaggio finale. Insomma, si è trattato di un’operazione in cui non si intravedono risvolti positivi, comunque la si giudichi. Purtroppo per me exit Renzi, una speranza si chiude.

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Dom. 15-9-19 (ancora Renzi)

Lilli Gruber ha ripreso i suoi appuntamenti serali dell’otto e mezzo sotto il segno di un enorme “heri dicebamus”, come se cioè in questo agosto in cui se ne è stata in vacanza non fosse successo nulla, pronta a richiamare in scena i medesimi “soliti noti”. Tra questi c’è pure Domenico De Masi, che almeno ha il vanto di aver bacchettato, qualche sera fa, i tanti “malpancisti” che anche tra i pensosi opinionisti della sinistra sono capaci di mandar giù la novità del governo giallo-rosso, non ne comprendono l’urgenza, per la necessità di fermare il pericolo Salvini, simile a un minaccioso e incalzante “Hannibal ad portas”. C’è chi addirittura dichiara che meglio sarebbe stato andare a nuove elezioni, che, forse, chissà, non avrebbero avuto l’esito paventato da molti, di un’inevitabile vittoria del Mussolini in sedicesimo. Tra loro, si distingue quella sorta di botolo ringhioso che è il De Amicis, direttore dell’Huffington Post. Contro tutti questi dubbiosi e renitenti, De Masi ha invitato a metterci almeno un po’ di entusiasmo, di calore nel sostenere un passo senza dubbio difficile ma necessario. Però, subito dopo questi suoi opportuni fervorini, Masi è rientrato nella guardia stretta del sinistrismo ufficiale, indirizzando i suoi immancabili strali contro Renzi, colpevole di essersi messo di traverso, quando i bravi Pd si industriavano ad aprire all’alleanza con i Cinque Stelle. Come se un anno fa le condizioni di quel possibile patto non fossero state proibitive, con il Pentastellati portatori del doppio dei nostri parlamentari, e intenti da tanto tempo a rovesciarci addosso tonnellate di merda. Ma appena i rapporti di forza sono mutati, un politico di razza come Renzi ha colto la palla al balzo ed è stato pronto a proclamare che sì, ora il matrimonio si poteva fare. Questa sua abile mossa beninteso non ha calmato l’antirenzismo incallito, che subito si è gettato a cercare il pelo nell’uovo, ovvero le motivazioni astute che non potevano non aver ispirato l’odiato peronaggio. Renzi lo avrebbe fatto solo per prendere tempo, per prepararsi con comodo all’uscita dal Pd con la sua pattuglia di fedeli. O io non capisco nulla di politica, cosa senza dubbio possibile, e si è interrotto quel filo di telepatia a distanza che mi lega al politico toscano, oppure posso far valere la mia opinione, che non ci pensa per nulla ad andarsene, a fare un partitino, sul modello dei Richetti e Calenda, che se ne sono andati per impulsi non raccomandabili, il primo perché frustrato nei suoi desideri di successo, di scalata al potere, il secondo perché prigioniero dell’immagine di fanciullo baciato dalla fortuna, dalle fate, avviate a un superbo destino di gloria. Il fine di Renzi, c’è da giurarlo, sta nel riprendersi la segreteria del Pd quando sarà i il momento buono, attendendo paziente nell’ombra che si riaffacci il suo momento, Se questo non è il suo comportamento, a lui non andrà mai più il mio consenso.

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Dom. 8-9-19 (graduatoria)

Ora che il varo del governo giallo-rosso, da me tanto auspicato, è avvenuto, mi permetto, pur nella mia totale irrilevanza, di stendere una graduatoria dei meriti e dei demeriti di quanti vi hanno contribuito. Al primo posto dei valori positivi ci sta senza dubbio Giuseppe Conte, venuto crescendo nel tempo, dallo stadio di re travicello, di burattino fino a quello di promettente e risolutivo capo di stato. Egli si è studiato con pazienza i suoi due burattinai, ne ha scorto i punti deboli, mietendo consensi alle loro spalle, forse anche sfruttando, nelle relazioni internazionali, una buona conoscenza dell’inglese che gli ha permesso di dialogare in diretta con pezzi grossi come Trump e Merkel, ottenendone la simpatia. Meriti diretti, aver chiuso decisamente il forno in direzione di Salvini costringendolo alla resa, e anche di essere riuscito a fare, a incarico quasi avvenuto, il più bel discorso ascoltato in tutta questa congiuntura, in cui ogni altro invece si è distinto per toni cauti, reticenti, mezze misure. In particolare hanno brillato per scarso entusiasmo i numerosi commentatori politici dei vari salotti televisivi, quasi una sorta di coro muto della Butterfly, per paura di esporsi troppo. Al secondo posto viene Grillo, dimostratosi capace di intenti costruttivi, mentre lo avevamo conosciuto solo come uno sferzante distruttore di ogni certezza. A lui si deve il riconoscimento delle capacità di Conte, fino a proporlo come nuova guida dei Cinque Stelle, a detrimento dei soliti noti. Poi viene il mio preferito, nel fronte Pd, Renzi, che con il pronto fiuto che deve caratterizzare un politico di valore ha capito che era ora di invertire la tendenza e di aprire alla formazione fin lì considerata avversa. E beninteso in questa apertura è stato accompagnato da Franceschini, distintosi come il migliore, più sollecito e attivo nell’aprire il nuovo forno e nel renderlo agibile. Mentre in definitiva un mediocre punteggio va riservato a Zingaretti, costretto a modificare di continuo la sua linea, da un’iniziale avversione all’apertura del fronte, forse con il segreto, nocivo intento di andare a nuove elezioni, disastrose per noi, ma col vantaggio di distruggere le truppe parlamentari del competitor, dell’odiato Renzi. Poi è venuta la vana pretesa di ottenere segni di distacco dal precedente governo, con il rifiuto verso Conte, poi costretto a rimangiarselo, e così via, di cedimento in cedimento, ma infine, riconosciamolo, con un capacità di incassare i colpi, di far buon viso a cattiva fortuna, tanto da presentarsi alla fine con un faccione contento, sorridente, beneaugurante. Votazione bassa per un Presidente Mattarella, che era stata troppo concessivo accordando ben un’ottantina di giorni allo scellerato congiungimento Lega-Pentastellati, e poi invece incalzato i nuovi pretendenti, avviati verso un difficile matrimonio, a concludere in pochi giorni, quasi che questa volta, quasi per compiacere Salvini, fosse in lui la voglia di forzare i tempi e di andare davvero a nuove elezioni. Poi, ad accordo concluso, sono venuti da lui soltanto dei referti freddi, neutri, distaccati. Infine il voto più basso, anzi del tutto negativo, va a Di Maio, che ha difeso con le unghie le sue varie poltrone. In definitiva, era davvero allettato da quella poltrona di premier che Salvini gli offriva, una volta accortosi del passo falso compiuto, con l’impossibilità di strappare nuove elezioni. Se non ci fosse stato di mezzo l’atto di ferma ostilità e preclusione compiuto lucidamente da Conte, forse il matrimonio scellerato Salvini-Di Maio si sarebbe ricomposto. Quest’ultimo ha resistito impavido alla scomunica che pure gli è venuto dal mentore Grillo, ha pronunciato un discorso in cui ha rifiutato qualsivoglia cenno di critica o di abiura agli atti del precedente governo, non ha per nulla esortato i suoi a votare sulla piattaforma Rousseau a favore della nuova combinazione, ha insidiato fino all’ultimo la nascita stessa del governo. Mercoledì scorso ho lanciato un grido d’allarme, riconoscendo di quanto pericolo potenziale fosse latore Di Maio, quasi portatore di un esplosivo pronto a scoppiare con potere lacerante, esortando quindi a dargli un qualche riconoscimento. Forse meglio assegnargli il ruolo di vice-ministro piuttosto che un ministero così importante come quello degli Esteri, a cui egli appare del tutto inadeguato. Ma forse si pensa che in un Paese come il nostro, di scarso potere oltre le frontiere, i Ministeri di carattere economico abbiano più importanza, Particolarmente odiosa la pretesa, sempre ribadita da Di Maio, di essere alla testa di una formazione in equilibrio indifferente tra destra e sinistra. Mi auguro che il Pd riesca a farlo ricredere, con l’aiuto delle sapienti mediazioni di Conte, e che in definitiva appena possibile Di Maio sparisca del tutto dalla nostra scena politica.

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Lunediade 2-9-19 (ancora Di Maio)

Purtroppo mi sento costretto a far seguire a ruota un lunediale, al domenicale di ieri abbastanza ottimista, perché vedo che Zingaretti e tutto il Pd stanno commettendo l’erore fatale che può mandare a catafascio tutta l’impresa. Esisteva già da tempo sulla piazza la trovata di abolire i due vice del governo, ma è altrettanto chiaro che questo a Di Maio non basta, in un momento di sconfessione generale del suo ruolo lui invece lo vuole vedere riaffermato. Per fortuna speriamo che un abile conduttore come Conte questo lo abbia capito, e già si prepara dichiarando, come ha fatto ieri, di considerarsi super partes, non diretta espressione dei Pentatellati. E dunque c’è spazio per le due guardie d’onore al suo fianco, che d’altra parte non saranno più plenipotenziari, come avveniva nel governo precedente. Ora Conte è cresciuto e quindi può tenere a freno i due piantoni, pur accettando che gli siano messi accanto, Un abile trattativista come Renzi questo lo ha capito, e anche lui, ieri, in una intervista, ha ammesso che proprio non ci sarebbe nulla di male a dare a Di Maio questo blasone da lui ansiosamente richiesto. Speriamo che Conte riesca a tranquillizzarlo su questo punto, prima che arrivi il responso Rousseau, se no Di Maio ha tutto il potere di farne uscire una risposta negativa al matrimonio in pectore, con gravi conseguenze a un tranquillo realizzarsi dell’unione.

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