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Dom. 16-9-18 (Svezia)

Il tema di questo domenicale viene dal risultato delle elezioni che si sono appena fatte in Svezia. Ancora una volta una legge elettorale di specie proporzionale si è dimostrata difettosa, anche là dovranno fare sforzi enormi per rappattumare una maggioranza possibile. Il caso si aggiunge ai molti già verificatisi, In Germani, in Italia, in Spagna, perfino la Gran Bretagna non ne è stata indenne. Gli unici due stati dell’Occidente che non hanno patito di questa impasse sono la Francia, per effetto della riforma costituzionale a suo tempo voluta da De Gaulle, che ha introdotto il ballottaggio, di cui ha usufruito Macron, l’unico leader europeo oggi sufficientemente in sella, salvo errori suoi, gli unici che ne possono corrodere il potere. E Beninteso gli USA, che procedono risolutamente a colpi di ballottaggio sia dentro le file dei due unici partiti, sia nello spareggio finale tra questi. E proprio gli USA dimostrano che c’è una provvidenza interna a questo metodo, per cui i vincitori si alternano, nessun partito manda per tre volte consecutive un proprio esponente al governo, e dunque è possibile un ricambio fisiologico. Il nostro Renzi aveva tentato di introdurre anche da noi questo sistema provvidenziale, ma è stato “gambizzato”, dagli elettori, e anche da una pavida corte costituzionale, che ammette il ballottaggio per la nomina dei sindaci ma, chissà perché, non lo concede a livello di elezioni nazionali. Si parla tanto di riforme per l’EU, credo che la prima e più impellente sia proprio di far adottare a tutti i membri della Unione questo sistema del ballottaggio, a costo di espellere chi non lo accetta.

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Dom. 9-9-18 (fuga dai centri)

Merita qualche riflessione il fatto recente di quelle decine di migranti giunti in Italia a bordo della Diciotti di cui per tanti giorni è stato proibito lo sbarco, da parte di Matteo Salvini, ma che poi, accolti dalle diocesi cattoliche del nostro Paese e in particolare sistemati in via provvisoria nella sede di Rocca di Papa, se ne sono andati, insalutati ospiti, cercando di far perdere le loro tracce. E’ del tutto inspiegabile la diversità di reazione proprio da parte di Salvini e della sua cerchia. Dapprima, hanno tentato di impedire lo sbarco di questi disgraziati, nonostante che fossero stati accolti da una inave della nostra marina, il che ha indotto la magistratura a muovere al nostro ministro la ben nota accusa, di sequestro di persona e simili, a mio avviso del tutto a proposito, anche se sicuramente finirà in una bolla di sapone. Avevo lodato l’atteggiamento di Salvini ostile alle navi ONG e alla loro pretesa di sbarcare i loro salvati nei nostri porti. In merito ho fatto ricorso alla similitudine dei gitanti che se si recano a fare dei picnic nei boschi, devono riportarsi a casa i rispettivi avanzi, non possono abbandonarli al primo casolare trovato sul loro cammino. Ma ben diversa è la cosa se il salvataggio è stato effettuato da imbarcazioni ufficiali battenti la nostra bandiera, o da navi di passaggio, che non sono andate apposta alla ricerca di naufraghi. L’obbligo del salvataggio in mare è un dovere umanitario imprescindibile, Ora poi, dati i nuovi ribaltamenti in Libia, l’intera politica impostata da Minniti al momento è andata a farsi friggere, non si può sperare che ci siano interventi della marina costiera libica per impedire le partenze, né che si possano fare in quel Paese dei centri di accoglienza con sufficienti garanzie umanitarie. E dunque, se non si vuole chiudere gli occhi, tirare diritto quando si incontrano casi di annegamento quasi certo, non resta che approdare ai nostri porti. Ma qui giunti, si tratta pur sempre di emigranti clandestini, anche se per le migliori ragioni di fuga da guerre e persecuzioni, comunque queste persone non si possono lasciar andare libere per il nostro territoro, bisogna confinarle, con tutte le garanzie che ci vogliono, per poi assegnarle a ragion veduta, dove risulti la possibilità di un loro utilizzo per lavori riconosciuti e trattati secondo le regole. Non possono invece scorrazzare liberi per il nostro Paese, anche se c’è qualcuno pronto ad accoglierli. E’ proprio questa erranza incontrollata che provoca il consenso massiccio a favore della Lega, e l’ostilità degli altri Paesi, che loro sì, si oppongono a un’immigrazione clandestina, quindi, lo spettacolo sarà sgradevole, ma non ci si può opporre ai blocchi alle frontiere verso la Francia o l’Austria. Sappiamo bene che questa è una imputazione rivolta all’Italua, appunto di non trattenere questi corpi erratici, anzi, in qualche modo di autorizzarli ad andare a premere disordinatamente ai vari confini. L’unico rimedio è di fare dei centri, prima, di accoglienza, poi di avvio ad assunzioni lavorative secondo le buone regole. Purtroppo il PD è stato colpevole di non aver capito tutto questo, di aver permesso alle solite cricche di profittatori di lucrare sui soldi che dovrebbero servire per rendere sopportabili i centri di accoglienza, e soprattutto di aver imposto accoglimenti qua e là, senza provvedere al dopo, a un utilizzo sensato di queste possibili forze-lavoro. E’ curioso che ora la cosa si ripeta anche da parte dei fieri avversari di questo “laissez faire”, che il nostro super-ministro di ferro non abbia nulla da dire quando la questura lascia andarsene liberi, con tante scuse, questi individui appena sbarcati dalla Diciotti.

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Dom. 2-9-18 (Pd alla riscossa)

Uno degli aspetti più spiacevoli di quanto avviene in questi giorni è il maramaldeggiare di tutti contro il Pd, in base al famigerato “vae victis”. Ci si è messo perfino il nostro miglior vignettista, Gianelli, che in una delle sue comparse quotidiane sul “Corriere della sera” ha dedicato uno sfottò proprio al Pd parlando in una sua opposizione “al Diciotti per cento”, collegando la solita accusa che quel partito non sta facendo una opposizione seria all’episodio della nave Diciotti, in cui si è consumato il reato di Salvini, di sequestrare su una nostra nave un centinaio di profughi salvati dal mare. Ma invece proprio in quell’occasione tutti i maggiorenti del PD, Maurizio Martina in testa, sono andati in processione a deplorare, a inveire contro Salvini e compagni. E si è pure realizzata una volta tanto l’unità della sinistra, perché a quel pellegrinaggio della protesta hanno partecipato pure i rappresentanti del LEU, Boldrini in testa. Che fare di più? Mi viene in mente una invenzione atroce del grande Dostoevskij, nel più cupo dei suoi romanzi, “I demoni”, dove alcuni rivoluzionari cercano di convincere un malato terminale a rendersi utile andando ad uccidere un qualche esponente dei poteri forti. In via analoga, si potrebbe cercare anche tra di noi un disgraziato ai suoi ultimi giorni con esortazione di andare a far fuori Salvini e Di Maio. E’ forse questo il tipo di protesta più robusta che l’opinione pubblica pretende da parte del PD? C’è poi il masochismo interno, di quelli che invitano a mutare etichetta, in vista delle prossime elezioni europee, il che mi sembra equivalere alla classica “excusatio non petita”, sarebbe il modo migliore per riconoscere la bancarotta, senza rimedio. Mi sembra curioso che una soluzione del genere venga invocata da un personaggio amletico come Calenda, che solo poco tempo fa reagiva nel modo a mio avviso giusto (tanto che nel mio piccolo l’ho fatto pure io) di correre a iscriversi nel partito ora posto sotto accusa. Per fortuna che Martina ha reagito nel giusto modo a questa stupida ipotesi, da lasciare tra gli altri, a profeti di sventure come Ignazi e la Gualmini, osservando giustamente che sarebbe come partire dalla coda, nella ricerca di ancore di salvataggio. Più che da una questione di etichette, bisogna partire dai contenuti. Sempre nel mio piccolo ho già provveduto a disegnare gli aspetti in cui la politica Pd è risultata deficiente nei tempi passati. Non certo nel mantenere i nostri porti aperti e le nostre navi disponibili ai salvataggi, ma nell’aver affidato la gestione delle hub a cooperative al solito ladrone, pronte ad approfittare, facendo di quei luoghi di riserva delle carceri insopportabili, con l’invito implicito ad andarsene. Un errore è stato pure il voler distribuire i profughi in ordine sparso, qua e là, determinando la protesta della popolazione, e il conseguente passaggio di rilevanti pacchetti di voti verso la Lega. Purtroppo è un vizio a cui non si è ancora posto rimedio, per esempio un centinaio dei profughi liberati a stento da bordo della Diciotti verranno infilati alla spicciolata in vari luoghi della Penisola, a cura del mondo cattolico. Ma che faranno questi disgraziati, se non inquietare con la loro presenza erratica e irregolare il mondo dei “normali”, instillando in loro quella protesta di cui Salvini è il pronto beneficiario? Ci vuole una grande operazione di collocamento, dare un lavoro a questi ospiti d’eccezione, naturalmente secondo tutti i crismi dell’ufficialità, retribuzione regolare, diritti assistenziali eccetera. Inutile insistere perché se li prendano altri Paesi, sappiamo già che questi dicono di no, o ne prendono quantità minime, insignificanti, La soluzione è che noi stessi diventiamo una grande centrale di ricollocamento in tutti i Paesi d’Europa, che di forze lavoro disponibili hanno tanto bisogno. La fuga dei giovani dai lavori pesanti, manuali, avviene dovunque, non è solo un fenomeno di casa nostra.
L’altro grande tema è proprio quello dei giovani, il cui voto ci ha abbandonato in massa e costituisce la cassaforte dei Cinque Stelle. In merito si dovevano studiare forme massicce di assunzione. Franceschini si è reso autore di una riforma inutile, andando ad assumere a peso d’oro alcuni direttori per aumentare le entrate nei nostri musei, invece gli si dovevano dare le risorse per bandire concorsi per centinaia di addetti al sistema museale e dei centri culturali, nelle varie nostre località. Passando a un altro settore, bisogna ammettere che ci siamo dati una riforma universitaria inutile, con quel primo grado triennale che non è stato provvisto di alcuno sbocco nel mondo del lavoro. Ecco un’altra occasione perduta, trovare possibilità professionali subito dopo aver raggiunto quella prima soglia. All’ipotesi malsana e rovinosa del reddito di cittadinanza si deve reagire fornendo accessi concreti ad attività lavorative. Un Pd che ritorni in campo con programmi revisionati, decisi a rimediare alle mancanze del passato, ha ancora buone possibilità di risalire la china.

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Dom. 26-8-18 (ancora Mattarella)

Ritorno ancora a ripetere la necessità di esecrare la condotta del presidente Mattarella, che ha regalato il nostro Paese a Matteo Salvini, forte di appena un 17% di voti, procurando una somma meccanica col malloppo conseguito dai Cinque Stelle. Possibile che nessun altro si associ in questo mio grido di protesta? I miei messaggi sono davvero del tutto solitari? Accuso Mattarella di essere un pavido, di aver temuto le noie di mandare il Paese a nuove elezioni, consegnandolo invece a due malfattori, anzi, al solo numero uno in malaffare Salvini. Come già detto, a lungo avevo ritenuto che egli non si volesse sganciare dall’appoggio del centro-destra per andare al matrimonio con Di Maio contando solo sulla metà dei voti dell’altro, ma non avevo valutato a sufficienaza lo stato di disperazione in cui il capo dei Pentastellati si trovava. Se non fosse riuscito ad andare al governo, gli si sarebbe spalancato il baratro, sarebbe affondato nel nulla, l’avvoltoio Di Battista era pronto a prenderne il posto. E dunque, è stata data a Salvini la possibilità di tenerlo in pugno, di ricattarlo, obbligandolo per esempio a dare la presidenza del consiglio a una marionetta, epriva di ogni peso e autorità. Mattarella ha reiterato la sua condotta improntata a ignavia non intervenendo, nella sua qualità di capo della magistratura e dell’esercito, nei confronti dell’ultimo crimine di Salvini, l’aver obbligato i migranti salvati dalla Diciotti a non scendere a terra, facendone uno strumento di ricatto verso l’Europa, ma soprattutto, un organo di amplificazione propagandistica.
Se qualcuno mi legge, sa che non avevo mancato di approvare la decisione di Salvini avversa alla condotta dele navi non governative, questi strani club di umanitari dediti a un nuovo sport. Mi sembra giusto che, se anche intervengono, non possono poi pretendere di scaricare nei nostri porti i loro salvati, allo stesso modo che se faccio una scampagnata con colazioni al sacco, non posso poi lasciare i rifiuti alla prima cascina che trovo nei dintorni, è buona regola riportarmeli a casa. Ma diverso è il caso se a salvare i naufraghi è una nave italiana, o una nave di passaggio fortuito. Forse Salvini vorrebbe che facessero finta di niente, o che magari dessero una mano a far affondare al più preso i gommoni. E dunque on questi casi non resta che accettare che i sopravvissuti approdino nei nostri porti.
A questo punto, che fare? E’ soltanto provocatorio-ricattatorio proclamare che ci pensino i vari Paesi EU a spartirsi questi poveri disgraziati. Ho già detto che l’unica soluzione razionale deve ispirarsi al modello messo in atto in Turchia, ovvero pagare un Paese perché costituisca un luogo ben atrrezzato di accoglienza dei profughi. Per quelli provenienti dalla Libra, sarebbe bene che un tale luogo fosse trovato in quell’area, ma visto che tutti dicono dell’incapacità che quel Paese provveda a ciò, dovremmo essere noi a prendere il posto della Turchia, a farci carico cioè di una accoglienza ben organizzata, a spese della Comunità europea, coi medesimi miliardi che si danno a quel Paese. C’è una colpa del PD per gli anni passati, quando era al governo, non certo di essere stato accogliente verso gli immigrati, ma di aver lasciato che i centri di soggiorno fossero gestiti da profittatori, e fossero simili a dei colabrodo, con implicito invito agli ospiti ad andarsene, a invadere le nostre strade, o a premere sui confini cercando di passare le frontiere. Oppure, altro errore è stato di procedere ad assegnazioni sparse, qualche decina di profughi qua, altri là, a ripetere il dramma dello sradicamento e dell’assenza di occupazioni. Il modo di procedere è invece di considerare queste concentrazioni di immigrati come tante riserve di mano d’opera, ovviamente da non lasciare al caporalato, da non trattare come riserve indiane, di nuovi schiavi, ma di possibili lavoratori per tutte quelle occupazioni manuali di basso profilo, che i nostri giovani si rifiutano di fare. E dunque, si dovrebbe procedere a una assegnazione ragionata e consapevole di questi possibili lavoratori là dove ne venisse avanzata la richiesta, con l’obbligo di trattarli come si deve. Il che non varrebbe solo per il nostro Paese, ma per ogni altro, soggetto come noi al medesimo fenomeno di rinuncia dei propri giovani ai mestieri considerati di basso profilo, e dunque anche loro bisognosi di ricevere una valida mano d’opera. Mi sembra che questa sia l’unica soluzione possibile, ma è vano sperare che venga accettata da un bruto scatenato come Salvini, agente con implicito o impotente benestare del pavido inquilino che siede al Quirinale.

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Dom. 19-8-18 (passanti)

Chiodo scaccia chiodo, si potrebbe dire. Appena domenica scorsa, 12 agosto, commentavo l’incidente bolognese avvenuto sulla tangenziale, ma sembra già dimenticato, oscurato dalla ben più grave catastrofe genovese. Eppure anche l’incidente di Bologna poteva chiudersi con un tragico bilancio, non inferire a quello della città ligure. C’è stato un solo morto, ma bastava che l’onda di fuoco levatasi dal tamponamento di un’autocisterna con altro veicolo andasse a investire le auto in marcia nella carreggiata contigua, o che colpisse le abitazioni poste a gomito lungo il percorso, e il numero delle vittime poteva crescere a dismisura. Quale il rimedio? Spero che se ne tragga la morale che bisogna abbandonare la folle idea del raddoppio dell’attuale tangenziale, con tutti i pericoli ad essa collegati, e che si rilanci il progetto alternativo, il passante a Nord, in aperta campagna, dove evidentemente incidenti di questa natura, non certo da escludere, non farebbero vittime civili. Ma purtroppo un giro di valzer del sindaco di Bologna ha allontanato questa soluzione soltanto per compiacere, a fini elettorali, i comuni del circondario, che non vogliono essere disturbati dal transito di auto e camion nelle loro vicinanze, o non vogliono subire la perdita di qualche fazzoletto di terreno agricolo. Purtroppo I Pentastellati, se utilmente si oppongono alla sciagurata ipotesi dell’allargamento della tangenziale nell’attuale nociva collocazione, non lo fanno certo a favore del passante in area sicura, ma nel nome della “decrescita felice”, dell’accontentarsi dell’esistente. E’ la stessa concezione che li ha portati, a Genova, a opporsi all’ipotesi, anche là, di un passante a debita distanza dai centri abitati. Eppure, venendo finalmente a Genova, questa pare proprio essere l’unica soluzione ipotizzabile. Certo nessuno può pensare a un rabberciamento del ponte nell’attuale collocazione, appoggiandosi ai due mozziconi residui. Chi si fiderebbe a transitare su una simile incerta e precaria passerella? E dunque, bisogna pensare a una possibilità alternativa, rispettando alcuni criteri che si impongono dopo i due drammatici casi recenti: porre i tracciati a distanza di sicurezza da insediamenti abitativi, e possibilmente anche da rotaie ferroviarie. Compito difficile, a tempi lunghi, ma proprio non vedo quali alternative ci possano essere, a meno che non si possa costruire un ponte in acciaio scorrente a poca distanza da quello andato giù, avendo cura che non passi sopra le teste di case e aziende. Tra parentesi, è da esecrare lo sciacallaggio di Di Maio, io personalmente non avrò pace finché non lo vedrà sprofondare nel nulla, con rammarico che sia stato salvato, come mi è capitato dire, da un provvido, per lui, salvataggio da parte di Mattarella, che gli ha permesso di formare il governo della protesta gratuita. Tra le varie voci emerse alla tv in questa occasione la più saggia e avveduta è stata quella di Di Pietro, che ha ricordato come il governo non si possa costituire in qualità di parte civile, in un eventuale processo contro i Benetton, in quanto sarebbe correo, infatti la concessione prevede che al governo resti un compito di controllo per verificare lo stato dei manufatti. Pare che per interventi del genere il ministero apposito non abbia fondi, ma questo non diminuisce le sue responsabilità, almeno su un piano formale e giuridico. Ma quello che conta per Di Maio è di dare addosso, di istigare all’odio, alla vendetta, soprattutto nei confronti del passato regime, da qui i fischi che nella cerimonia delle esequie di ieri hanno accolto i rappresentanti del Pd. Perfetto risultato ottenuto da Di Maio, nella sua pervicace continuazione della campagna elettorale.

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Un giusto omaggio a Baruchello

Giunto alla bella età di 94 anni (1924), Gianfranco Baruchello rischiava di essere un dimenticato o trascurato, finché non ha avuto al suo fianco Carla Subrizi che gli ha costruito attorno una Fondazione. Ora poi è intervenuto Gianfranco Maraniello a organizzargli un’ampia retrospettiva al MART. E dire che Baruchello lavora fin dagli anni ’60, con l’appoggio di un teorico, storico e gallerista come Arturo Schwarz, cui si deve, tra i tanti meriti, quello di aver sostenuto, proprio in quegli anni, la poetica di un’immagine “fredda”, di carattere analitico-combinatorio. Il carattere dominante di Baruchello sta proprio nello sminuzzare gli elementi, come per ricavarne delle tracce esigue, o delle decalcomanie, da raccogliere poi a sciami, o in album favolosi, in “scatole a sorpresa”. Del resto, basta fare ricorso ai titoli dei suoi sciami o costellazioni per averne definizioni superbe ed efficaci, come per esempio “polvere di stelle”, “altopiano dell’incerto”,”pioggia e lacrime delle cose”, “nei giardini del dormiveglia”, “mi situo come una macchia”. Infatti queste nubi di apparizioni delle volte perdono i tratti distintivi, e appunto fanno macchia, incrostazione, muffa sul muro. Negli anni centrali del suo lavoro gli era sorto a fianco un compagno, Gianni Emilio Simonetti, che rischiava di plagiarlo, fino a fornire un prodotto quasi indistinguibile dall’originale. Vale la pena di ricordare in proposito la testimonianza di un attento osservatore come Francesco Vincitorio, che andrebbe ricordato pure lui, con le sue iniziative coraggiose, quali il NAC, “Notiziario di arte contemporanea”, che per noi giovani critici, lungo gli anni ’60, era un ottimo banco di prova e di uscita alla luce. Poi, in una lunga collaborazione all’”Espresso”, lo ho avuto al fianco come scrupoloso compilatore di una vetrina di mostre degne di essere segnalate. Se ne andò poi sdegnato quando un direttore di turno tentò di imporgli di segnalare qualche suo preferito, al di là del merito. Ebbene, proprio Vincitorio ebbe a usare allora una felice definizione quando disse che i due, Baruchello e Simonetti, procedevano “laocontianamente” avvinti. Ma in seguito il più anziano dei due si è scrollato di dosso l’altro, che non so bene che terra tenga oggi, mentre il nostro ha, per così dire, allungato il tiro. Approfittando degli ampi spazi che il MART gli offre, ha voluto come andare a stabilire dei legami tra le isole vaganti in cui in precedenza si era manifestato il suo talento. Sono come delle liane, dei giunti flessibili, dei rizomi che vanno a pescare e ad allacciare le varie isole di tracce, e nello stesso tempo le immagini osano abbandonare la parete, discendere ad occupare le superfici, i pavimenti, con invasione tenace e inarrestabile. Ed esiste anche un fenomeno di tesaurizzazione, per cui quegli ingegnosi microcosmi vengono racchiusi in una bottiglia, pronta ad essere affidata al mare per mettere in salvo una preziosa campionatura di tutti i semi e germi della nostra condizione terrestre. Il linguaggio di Baruchello, insomma, scioglie ora più che mai gli ormeggi, diviene una salvifica arca di Noè che solca gli spazi a enne dimensioni, pronto a trovare fertili approdi, o a rimanere per sempre in uno stato di magica sospensione, pronta a ogni possibile esito.
Gianfranco Baruchello, a cura di Gianfranco Maraniello e Carla Subrizi, Rovereto, MART, fino al 26 settembre.

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Dom. 12-8-18 (passante)

Sappiamo tutti dell’orribile incidente che è avvenuto alcuni giorni fa sulla tangenziale di Bologna, con esito perfino fortunato, in quanto poteva essere una strage di persone, mentre senza dubbio esso ha causato danni ingenti alle auto e alle case. Purtroppo di sinistri di questa natura se ne potranno avere altri, finché la tangenziale correrà a due passi dal centro, oltretutto stretta, insufficiente a reggere il traffico, sia locale sia di lunga percorrenza. Il rimedio era ipotizzato da tempo, stava nel costruire un passante a Nord, nella contigua pianura padana, a congrua distanza chilometrica dalla città, il che avrebbe posto al riparo da eventuali prossime catastrofi. Ma la cosa è stata fermata, per deplorevoli ragioni elettorali, dal sindaco di Bologna Merola, che ha voluto ingraziarsi i sindaci dei comuni limitrofi onde ottenere il loro appoggio nella sua corsa alla presidenza dell’area metropolitana, escogitata, come si sa, in sostituzione delle Province. Quei sindaci a loro volta hanno imbracciato le deplorevoli ragioni dei verdi, proclamando che sarebbe stato un delitto portar via dei pezzetti di terreno agricolo, di cui pure ci sono vaste estensioni, per far sorgere quella struttura, senza tener conto che sarebbe stata una boccata d’ossigeno anche per i loro traffici, con bretelle agili di collegamento al sistema centrale. In sostituzione si è escogitata una soluzione orribile, quella di allargare l’attuale tangenziale, il che implicherebbe anni di lavori, espropriazione delle case, quelle sì, che gravano nell’area, con cause, proteste, contenziosi e così via. Un ginepraio di incerta soluzione. A dire il vero, i Cinque stelle parlano di voler bloccare questa soluzione di raddoppio della tangenziale, temo però che non sia affatto per rilanciare il progetto unico ad essere razionale e utile, cioè il passante in aperta campagna e a distanza di sicurezza. Temo che semplicemente la tesi dei padroni del governo, come in tanti altri casi, sia di bloccare ogni lavoro di allargamento, di difendere lo status quo, nonostante tutti i suoi palesi limiti e inadeguatezze. Sarebbe insomma un voler seguire la politica della decrescita felice, fino a ritornare magari ai mitici caratteri della civiltà contadina.

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Dom. 5-8-18 (mafia)

Uno dei tormentoni dei nostri giorni è l’infinita partita giudiziaria sulla questione dei rapporti stato-mafia, con il susseguirsi di sentenze di cui, in genere, l’una contraddice l’altra. Ne ha parlato con fine umorismo Paolo Mieli qualche giorno fa sul “Corriere”. Fra l’altro, è assurdo dichiarare che questa supposta intesa avrebbe affrettato la condanna di Falcone e Borsellino. Evidentemente, se questa intesa ci fosse stata, diventava inutile compiere quelle due stragi, cui semmai era affidato proprio il compito di affrettare l’ipotetico passo sciagurato. Ma non voglio certo entrare in merito alle due stragi del ’92 di cui rimasero vittime Falcone e Borsellino, su cui d’altra parte pare che luce sia stata fatta, anche senza inserimenti “dietrologici”. Invece sugli attentati successivi dell’anno dopo, del ’93, tutto sappiamo per merito di una trasmissione chiarificatrice condotta a suo tempo da Mentana, e in quel caso è palese che una simile trattativa c’è stata. Mi limito a riassumere a memoria quanto risultò da quella perfetta trasmissione. Alla fine del ’92 i parenti dei mafiosi sottoposti al carcere duro del 41 bis inviarono una lettera all’allora presidente Scalfaro chiedendo un gesto umanitario, una attenuazione di quel rigore, ma in un primo tempo, come era giusto, lo Stato non raccolse quella pressione. Allora i mafiosi a piede libero reagirono con gli attentati appunto del ’93, che furono leggeri, non tremendi come i due precedenti, volti proprio a una funzione di minaccia. In questi giorni si è commemorato l’attentato al PAC di Milano, in via Palestro, avvenuto il 27 luglio del 1993. Ebbene, diciamo la verità, esso era concepito non per fare necessariamente delle vittime, queste ci furono perché dei vigili si avvicinarono all’auto abbandonata andando ad aprirne il baule, gesto, come si sa, da evitare assolutamente in casi dubbi. Da qui lo scoppio di una bomba, che purtroppo uccise non so quanti di quei malcapitati e imprudenti, assieme a un povero barbone che dormiva lì accanto su una panchina del parco. E bastava che con prontezza di riflessi si togliesse la fuoriuscita del gas nella Palazzina del PAC per evitare la conseguente esplosione con relativi danni, che avvenne non subito, ma con ore di ritardo, proprio quando l’edificio era stato invaso dal gas lasciato in libera uscita. Anche la bomba a Firenze nei pressi degli Uffizi era leggera e dimostrativa, come pure quella contro Maurizio Costanzo. Però questi attentati ebbero l’effetto voluto, ovvero Scalfaro si spaventò davvero, e diede ordine a Conso, allora ministro di grazia e di giustizia, a intervenire alleggerendo di fatto il 41 bis, e dunque quello fu un patteggiamento evidente, quasi alla luce del sole, di cui pure ci si è scordati, preferendo inseguire patteggiamenti incerti e forse mai avvenuti. Si lascia insomma il certo e documentato per inseguire l’incerto e opinabile.

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Dom. 29-7-18 (Marchionne)

Siamo tutti commossi e sconvolti per l’uscita di scena di Sergio Marchionne, personaggio che si è fatto amare per tante ragioni, per essere stato self made man, venuto fuori dalla nostra gente; per essere stato intraprendente, geniale, generoso nella carriera, uomo dal tratto semplice e comunicativo. Purtroppo però la sua fine si è avvolta nel mistero, per colpa di quel buco nero, o iceberg di ghiaccio, esistente nel cuore dell’Europa, la Svizzera, che tutto nasconde nei suoi recessi. Trovo gravissimo che la clinica zurighese in cui il grande manager si è spento non abbia emesso dei bollettini medici regolari e abbastanza esplicit. In definitiva, Marchionne era uomo pubblico, e la gente aveva il diritto di sapere, a cominciare dalla sua stessa azienda, che ne ha appreso solo a poca distanza la prossimità alla morte. Un uomo come lui visceralmente legato alla sua azienda non l’avrebbe mai lasciata disinformata sulle sue condizioni fisiche reali, l’avrebbe preavvertita di un suo rischio di morte, invitandola a prendere provvedimenti, o partecipando egli stesso alla scelta del suo successore. Tutto lascia pensare che Marchionne non fosse affatto consapevole di una sua fine imminente, e dunque i siderei silenzi della clinica zurighese ci nascondono un mistero, forse l’effetto di una mala sanità, sembra quasi di avere a che fare con una novella del nostro Dino Buzzati dall’inesorabile e non scongiurabile andamento kafkiano Certo è che, se anche avessi un censo che mi permettesse di frequentare un istituto medico di alto bordo come quello, io lo eviterei con cura. Purtroppo la dietrologia avrà di che alimentarsi nei prossimi tempi, con riesumazione periodica di quel cadavere, come succede quasi per tutte le morti celebri.
Ma proprio per rendergli omaggio muoviamoci per un momento al suo livello manageriale, dove naturalmente non tutto è oro ciò che luccica. Lui stesso era consapevole di aver fatto troppo poco per convertire le sue auto al sistema di alimentazione di specie elettrica, subendo un ritardo rispetto alle concorrenti soprattutto asiatiche. Questo invece, per un sostenitore a oltranza come il sottoscritto della rivoluzione elettrica propria del contempuraneo (postmoderno) è un sogno miracoloso, pensare che si possano accantonare i cosiddetti prodotti fossili (carbone e petrolio), per passare decisamente al combustibile “bianco”, non inquinante. Però c’è una questione di cui tenere conto. Si accantonino le vacue, ingenue speranze che una consistente produzione di energia elettrica si possa ricavare da pannelli solari e pale eoliche, suscettibili di fornirci solo scarse percentuali del totale del fabbisogno energetico. Al giorno d’oggi, la corrente elettrica che le auto assorbono per ricaricarsi resta in gran parte prodotta proprio a forza di idrocarburi, col che il cerchio si chiude, ricadiamo in una spirale perversa. Ma c’è la soluzione delle centrali nucleari, che funzionano tutto attorno al nostro Paese, a pochi chilometri dai nostri confini. E dunque, anche per raccogliere il proponimento integrativo che Marchione rivolgeva a se stesso, si riapra il dossier delle centrali di fissione dell’atomo, in attesa che si compia il grande passo in avanti e che si giunga a realizzarne la fusione, scongiurando definitivamnente i rischi di fuoriuscite, di fall out disastrosi.

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Dom. 22-7-18 (Di Maio)

Continuo a pensare che il presidente Mattarella abbia recato un gran danno al nostro Paese nel favorire quasi oltre il lecito la nascita del governo improntato a due populismi, gli errori e orrori di Salvini congiunti a quelli orditi da Di Maio, con in mezzo il volto furbetto e volpino del premier Conte, che si trova a suo agio a navigare tra Scilla e Cariddi, tanto, lui non paga pegno, e quando prima o poi uscirà di scena, avrà un bel titolo da aggiungere al suo altrimenti scarso curriculum. Se fino a ieri teneva banco Salvini, negli ultimi giorni è passato al contrattacco Di Maio, perseguendo nella campagna elettorale, il suo primo obiettivo non è tanto di proporre soluzioni giuste per il Paese, ma di continuare ad assegnare sberle a Renzi e al PD, combattendo ogni loro scelta precedente. E dunque, fuoco di fila contro Boeri, messo da loro alla testa dell’INPS, tentando di convincerlo a scendere di sella prima del tempo. E tentativo di bloccare gli accordi raggiunti per l’ILVA, dichiarandoli illeciti e truffaldini. E poi, c’è il disegno di legge detto della dignità, di cui da più parti si è dimostrato che sotto la parvenza di rendere più sicuro il lavoro, di dare stabilità ai giovani, ne rende invece più precaria l’assunzione. Ma che importa? Purtroppo un’opinione pubblica incapace di giudicare, attenta solo alle promesse, sarebbe ancora pronta ad applaudire, ad assecondare. Siamo costretti ad attendere che una dura condanna di questa politica delle apparenze venga dalla realtà, ma passando attraverso disfatte e disillusioni.
Quanto al socio in malaffare, anche lui voluto da Mattarella, ho già detto che qualche legittimità si può riconoscere alla sua campagna contro quelle strane compagnie sportivo-umanitarie che sono gli ONG, simili a dei gitanti che vanno a fare spuntini, abbuffate nei campi, ma poi non si portano a casa i rifiuti, pretendono di scaricarli nella prima fattoria che si presenta ai loro occhi. Ci sono però limiti a tutto, se questa campagna è condivisibile, Salvini non può estenderla alle navi battenti la nostra bandiera, come ad altre anch’esse internazionali o di passaggio, per le quali i nostri porti devono rimanere aperti, con il seguito assai problematico di come trattare questi ospiti certamente scomodi ma inevitabili.
Tornando sull’altro fronte, anche qui non è detto che tutto sia condannabile. Se lo è senza dubbio il blocco polemico di quanto riguarda l’ILVA, che è un puro procedere in negativo, mi piace invece l’intervento al positivo del ministro Danilo Toninelli, che dichiara possibile mantenere l’Alitalia nel settore pubblico. Vi avessimo mantenuto anche l’ILVA, ora non saremmo di fronte all’increscioso dilemma su chi chiamare al suo salvataggio.

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