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Dom. 26-1-20 (Salvini martire)

Logica vorrebbe che per stendere il mio solito Domenicale sul versante politico attendessi il responso delle urne per le elezioni regionali in Emilia Romagna e in Calabria. Lo farò ricorrendo a un lunediale. Ora vorrei esprimere tutta la mia riprovazione per lo stolto cicaleggio dei pur più rinomati opinionisti politici intervenuti nei vari frivoli e inconsistenti salotti televisivi, che hanno dichiarato incomprensibile il balletto per dritto e per rovescio andato in scena a proposito del rinvio a giudizio o meno di Salvini. Per stolta prevenzione ancora una volta si è distinto l’opinionista di “Repubblica”, Stefano Folli, che a quanto pare ha un fatto personale contro il Pd, arrivando a titolare uno di questi suoi contributi faziosi “Un autogoal del Pd”. Questo ci sarebbe stato, se si fosse proceduto lungo la strada auspicata proprio da Salvini, di avviarlo a una specie di martirio, assai redditizio in chiave propagandistica. Tutto chiaro, i suoi soldali dovevano spingerlo allo pseudo-sacrificio, gli avversari impedirgli di giocare quella carta. Se il pubblico non ha capito un gioco così elementare, come hanno chiosato gli inutili commentatori, peggio per lui, vuol dire che è proprio “popolo bue”, come del resto dimostra l’ampiezza nei sondaggi che ancora viene accordata al capo della Lega, che continua imperterrito ad agitare il fantasma dei poveri migranti. Tutt’al più, si potrebbe osservare in merito che meglio era per la sinistra non sollevare per nulla questo caso, o comunque prosciogliere Salvini, proprio per non dargli la palma del martirio, e anche per non imbarazzare i compagni di strada, concordi nel salvarlo nel caso Diciotti, e reticenti, o silenziosi, nel caso più recente. Purtroppo in merito vale pur sempre il proverbiale “chi tace consente”, in questo ha ragione Salvini quando proclama che la maggioranza di allora era d’accordo con lui, quindi meglio metterci una pietra sopra.
Quanto alla partita domenicale, mi sembra che da tutte le componenti del governo giallo-rosso si è gettato acqua sul fuoco, non c’è nessun automatismo tra una eventuale sconfitta della sinistra nella nostra Regione e l’obbligo di salire al Colle per rassegnare le dimissioni. Per questo verso Bonaccini è stato astuto nello smarcarsi da questioni generali e di attaccarsi al fattore del buon governo regionale da lui effettuato. Purtroppo le Sardine, fenomeno giovanilista e qualunquista di dubbie finalità, hanno contribuito a massimizzare il conflitto, come ha notato un astuto politico di lungo corso quale Casini, Uno scontro alla fiamma, un aut aut, era quanto Salvini si riprometteva di ottenere, e le Sardine glielo hanno concesso, poi magari non vanno neanche a votare, o chissà per chi votano.

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Dom. 19-1-20 (Libia e Pd)

I maggiori problemi del momento li ho già esaminati, quindi non mi resta che ricorrere a un “repetita iuvant”. Questione Libia, di cui si discute proprio in questo momento a Berlino, mentre digito i miei appunti solitari. Ripeto che è stato un errore non mandare una nostra forza militare a seguito della richiesta di Serraz, capo legittimo della Tripolitania. Non lamentiamoci se poi egli ha fatto intervenire i Turchi per difendersi dall’aggressione, evidente, ingiustificato, di Haftar. Abbiamo truppe in luoghi di nessun nostro interesse strategico, come l’Afganistan, l’Iraq, le alture del Golan, con partecipazione decisa per compiacere gli USA o l’ONU, non le abbiamo mandate nell’unico scenario che invece per noi costituisce interessi vitali. Inoltre è comica, assurda, gratuita la pretesa che a Berlino si riesca ribadire l’unità libica. Haftar è un cliente incontentabile, a meno di non dargli una intera regione, Bengasi, la Cirenaica. Ovvero, come già diceva la saggezza dell’Ad dell’Eni, l’unica soluzione percorribile è quella federativa, due regioni, con salomonica divisione dell’accesso ai pozzi petroliferi, solo così si può sperare in una pace di qualche tenuta.
L’altra questione, di natura totalmente diversa, è il proposito del Pd di cambiare pelle, di rinnovarsi. Hanno ragione i commentatori che giudicano risibile, inconsistente una pretesa del genere. Il Pd deve prima di tutto porre rimedio ai due problemi che ne hanno determinato la sconfitta alle elezioni di due anni Fa. Primo, dare lavoro ai giovani, che infatti hanno abbandonato in massa il Pd passando ai Cinque Stelle o disertando le urne. E non si speri che ora le Sardine rimedino, è un fenomeno vago e capriccioso, in definitiva sempre in attesa che si risolva il problema di base. Ho detto non so quante volte che in merito bisogna seguire il modello del New Deal roosveltiano, cioè lo Stato deve creare posti di lavoro. Purtroppo il renziano Job’s Act ha dato troppa fiducia ai “capitani coraggiosi” della nostra industria, che tali non sono. Tocca alla comunità rimediare, mettendo sul piatto miliardi di euro. Per esempio, il ministro Franceschini, invece di fare la fatua riforma dei direttori di museo, avrebbe dovuto far partire un concorso per centinaia di posti di addetti alla conservazione dei beni culturali, magari ampliando la portata di questo ambito fino a includere tutti i centri civici della nazione, da dotare di personale per gestire biblioteche, emeroteche, attività culturali. Ho pur segnalato l’inutilità di una riforma universitaria che a quanti ottengono la laurea triennale non dà alcuno sbocco professionale obbligandoli per forza ad accedere al biennio magistrale. Invece questi triennalisti senza farli attendere si dovevano immettere sul mercato in ogni settore, anche in quello sanitario che ora a quanto pare manca di personale. Insomma, ci vorrebbe una vasta operazione di pubbliche spese per creare posti di lavoro, senza attendere le dubbie assunzioni da parte di imprese private.
L’altro fronte che ha portato alla sconfitta del Pd è quello dei migranti, non di averli accolti nei nostri porti, ma di averli rinchiusi in centri con l’invito tacito ad andarsene, o di averli imposti alle varie comunità. Bisognava invece istruirli, avviarli a quale utile attività lavorativa, seppure di basso livello, ma con regolare retribuzione. Se non si affrontano alle radici questi due drammatici problemi, tutto il resto è vacuo, impotente bla-bla.

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Dom. 12-1-20 (diritto internazionale?)

Trovo comico o irreale che a commento dell’impresa di Trump di andare a far fuori Soleimano si parli di un’infrazione del diritto internazionale. Come se questo resistesse di fronte al profilarsi del “diritto del più forte”, in nome della realpolitik. Ovviamente a me, come ad ogni altra persona di sinistra, l’attuale presidente USA sta molto antipatico, a differenza di Obama, oggetto della nostra adesione, ma proprio lui si è reso colpevole di una azione fuori di ogni copertura legale, quando ha mandato i marines a sopprimere un Bin Laden divenuto ormai innocuo, vivente isolato in una fattoria, oltretutto facendone scomparire il cadavere, non concedendolo alla celebrazione di un funerale riparatore. Nel che, se si vuole, ci fu pure uno spirito di saggezza pratica, se si pensa alle decine di vittime provocate nei giorni scorsi dalle solenni esequie concesse all’eroe caduto nella sua città natale. Ma c’è ben di peggio. Se pensiamo all’ONU, questa si fonda sul diritto del più forte, ovvero i cinque Stati vincitori dell’ultimo conflitto si sono arrogati poteri fondamentali, compreso quello di munirsi ampiamente di armi nucleari, ma erigendosi a inflessibili bocciatori del diritto di altri Paesi di procedere sulla medesima strada. Magari dovremmo chiederci se gli ayatolla sono stati così scondiderati, così privi di segnalazioni di pericolo da parte dei loro servizi segreti, dall’evitare al loro rappresentante il rischio di quel volo in terra incognita. O addirittura si potrebbe azzardare il ripetersi di una volontà di sbarazzarsi di qualcuno divenuto scomodo e ingombrante, al modo in cui Fidel Castro si è liberato di Che Guevara pur facendo l’atto di dargli via libera alla manifestazione delle sue migliori energie. Di realpolitik non hanno dato certo prova i nostri politici, con la stupida pretesa di insistere nell’equidistanza tra i due contendenti in Libia. Noi avevano il diritto e il dovere di portare un aiuto militare a Serraj, legittimamente insediato a Tripoli, dove ci vantiamo di tenere ancora aperta la nostra ambasciata, cosa che non faremmo mai a Bengasi. Invece “Giuseppi” ha fatto la gaffe, riconosciuta da tutti, di tentare una mediazione estrema invitando Haftar, evidente aggressore, guerrafondaio, e addirittura in anticipo sul suo rivale, che si è offeso dello sgarbo. Ora pare che ci sia un rimedio, che il legittimo esponente del governo tripolitano abbia accettato di venire, ma nell’occasione si abbandoni la nostra ormai inutile e superata politica di equidistanza tra i due blocchi, si operi una scelta, a favore del leader legittimo, che oltretutto ha dato una prova di buona volontà accettando l’armistizio proposto da Erdogan e Putin, mentre il signore della guerra, che però non riesce a concludere, ha opposto un irritante diniego.

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Dom. 5-1-20 (Libia)

Confesso che non mi sento di disapprovare l’accesso di realpolitik cui si è dato il Presidente Trump decidendo di sopprimere, con operazione invero netta e pulita, senza spargere troppo sangue, l’iraniano Soleimani, certo giunto a Bagdad non con intenzioni pacifiche da turista, ma per ordire gravi danni a spese degli statunitensi. E di riflesso un po’ di realpolitik non avrebbe guastato nei nostri rapporti con la guerra civile che sta sconvolgendo la Libia. E’ risibile il nostro bon ton, la nostra pretesa di far dialogare i due pretendenti, evitando di acuire la tensione portando un aiuto militare all’uno o all’altro. Come se si trattasse di contendenti leali, con cui è possibile dialogare, e del resto questo è già stato fatto perfino troppo a lungo. Le parti sono impari, Haftar è un aggressore che vuole impadronirsi di tutto il potere occupando la capitale Tripoli. Buon per noi che ha fatto male i suoi calcoli, la sua pretesa guerra lampo si è impantanata alle porte della città, e il rivale Sarraj, non si sa per quale miracolo, riesce a resistere, ma da un momento all’altro la lotta potrebbe cessare, e un Haftar davvero capace di occupare la città-simbolo porterebbe alla chiusura dei giochi, più niente da fare. E dunque, sarebbe stato nostro interesse accogliere la richiesta di Sarraj, recargli un aiuto in armi e in uomini, visto che lui è l’autorità ufficiale dei quel Paese, con riconoscimento da parte dell’ONU e dell’UE. Noi abbiamo stupidamente, recitato la parte dei puri di intenzioni, mentre Turchia e Russia non si sono fatte pregare, stanno inviando forze militari per tutelare i loro interessi, ragionando appunto in base alla più classica realpolitik, quella di cui senza esitazione ora ha dato prova anche Trump. Caso mai, se si vuole una soluzione pacifica al dramma libico, ci sarebbe da ascoltare la saggezza di un precedente AD dell’Eni, Paolo Scaroni, peraltro rivolto a recuperare fatti storici, il quale ammoniva a imboccare una soluzione saggia di tipo federale, mantenendo separate Bengasi e la Cirenaica. E’ la soluzione federativa che potrebbe venire buona in tanti casi, spegnendo focolai di guerra. Il Partito Socialista Spagnolo, se vorrà l’appoggio del fronte catalano indipendentista per fare il governo, dovrà quanto meno accrescere i privilegi autonomisti da dare a quella regione. Si sa che a renderlo esitante su questa strada agisce il timore di dover poi pagare della stessa moneta altre regioni iberiche, ma anche i Paesi Baschi meriterebbero uguale trattamento. In genere, dove c’è una differenza linguistica, occorre essere larghi nel concedere autonomia, evitando così le scissioni radicali. Noi in fondo abbiamo fornito un ottimo esempio per la Val d’Aosta, dove il francese è lingua dominate, e per l’Alto Adige, dove a prevalere è il tedesco. Ma un problema dal genere è davvero da riservare a trattative da condurre a posteriori, al momento un minimo di intelligenza strategica ci dovrebbe indurre a portare un sostanzioso aiuto militare alla causa di Sarraj, non lasciando un tale compito alla sola Turchia.

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Dom. 29-12-19 (bipartitismo)

Il “Corriere della sera” di lunedì scorso, se non sbaglio, ha pubblicato un editoriale del suo migliore commentatore politico, Paolo Mieli, che aveva il coraggio di affermare che, malgrado le apparenze, bene o male si è ricostituito nel nostro Paese un bipartitismo, quello che era stato infranto dalla sciagurata risoluzione di Mattarella di mandare al governo due forze opposte, Lega e Pentastellati, pur di evitare l’imbarazzo di portarci a nuove elezioni, Questa invece, mi è capitato più volte di dirlo, era la soluzione legittima, come del resto dimostra il fatto che vi hanno ricorso senza indugio Paesi come la Spagna, l’Austria, Israele, e stava per farlo perfino la Germania. Oggi il Pd, se si sommano le scaglie uscite, da Leu ai renziani a Calenda, raggranella all’incirca un 28%, che è poi la sua massima portata a regime, e non appare molto lontana dal 32% della Lega. I Cinque Stelle da soli valgono come la somma di Fratelli d’Italia e di FI, e dunque le due fette della torta non sono poi così lontane tra loro. Ora tutto lascia pensare che l’attuale maggioranza giallo-rossa tenga botta, con l’aiuto del referendum sul taglio dei parlamentari che allontana lo spettro di nuove elezioni, e dunque, come mi sono permesso di osservare nei miei due domenicali precedenti, “la barca va”, nonostante i continui rabbuffi di tanti malpancisti. Fra l’altro, non si capisce perché mai Zingaretti non promuova il recupero di LEU, cioè di gente che n’è andata in quanto non sopportava l’egemonia di Renzi, ma ora il cliente ingrato, facendo autogoal, ha tolto il disturbo. Coltivo una remota speranza che Renzi si penta del suo gesto inconcludente e ritorni alla vecchia casa, di cui era stato a suo tempo un risoluto dominatore. Insomma, l’allegra brigata potrebbe ricomporsi, semmai c’è da temere di più sul fronte dei Pentastellati che si stanno sbriciolando, come del resto un comune buon senso faceva presagire, secondo il vizio che prima o poi colpisce, dovunque e in ogni tempo, le soluzioni qualunquiste, di chi dice di non essere di destra né di sinistra. Bisogna invece scegliere tra i due lati della medaglia, questa in definitiva una morale che sembra riaffermarsi, lanciando una ammonizione anche verso le Sardine, che si decidano da che parte stare.

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De’ Foscherari, uno e due

Non so se il pubblico bolognese che numeroso alcuni giorni fa si assiepava nell’atrio del MAMbo per celebrare il più di mezzo secolo di esistenza della Galleria De’ Foscherari, la più importante nella vita artistica nostrana del secondo Novecento, ha ben capito che gli eventi erano due. Uno di questi, è una antologia dei vari artisti che in quel lungo periodo sono stati presentati dalla Galleria, nelle varie sedi occupate, e purtroppo, diciamolo pure, è un’esposizione inadeguata, fatta per sommi capi, seppur eccellenti, questo per una vecchia colpa dell’ex-sindaco Vitali che ha liquidato la GAM, in zona Fiera, ampia a sufficienza tanto da poter ospitare il permanente e il temporaneo. Mentre l’attuale sede non ce la fa, sia perché non si è provveduto a tramezzare l’enorme volume al pianterreno, ora occupato dalla bella mostra di Cesare Pietroiusti, sia perché il primo piano si trascina dietro la collezione Morandi. Bastava aspettare che Pietroiusti terminasse il suo tempo, dando alla storia della De’ Foscherari l’intero pianterreno, e si sarebbe avuto un volto esauriente della sua fitta attività, facendo uscire anche un relativo catalogo. Invece in quella occasione, e senza dubbio la cosa era dichiarata, si celebrava piuttosto il Notiziario che i cataloghi della Galleria avevano ospitato poco dopo la sua nascita, a partire dal 1965, questi interamente ad opera della coppia Pietro Bonfiglioli-Vittorio Boarini, con quest’ultimo ancora sano e vegeto a officiare il rito del ricordo, ma così, inevitabilmente, portato a dare l’impressione che fossero stati lui e il suo socio a ispirare le varie scelte della Galleria. Così invece non è stato, queste di volta in volta erano dovute al fondatore Franco Bartoli, con l’assistenza di Concetto Pozzati, cui poi è subentrato Pasquale Ribuffo. Quanto al duo Bonfiglioli-Boarini, fu loro compito aggiungere ogni volta un Notiziario in cui facevano sfoggio del loro pesante ideologismo, a colpi di marxismo, paleo o neo, e di Scuola di Francoforte, molte volte senza un chiaro collegamento con le mostre stesse. Per carità, si tratta di due operatori eccellenti, Boarini ha solidi titoli di merito in ambito cinematografico, Bonfiglioli è stato un eccellente critico letterario, con contributi di prima forza a Pascoli e Montale, di cui io stesso, nella mia pratica letteraria, mi sono valso. Ma quanto a sensibilità artistica, credo che ne avessero, e la cosa si ripete per il sopravvissuto dei due, alquanto scarsa, come del resto comprova il fatto che, in campo visivo, abbiano esercitato quasi esclusivamente in quella sede. Forse se qualcuno si è spinto a leggere il risvolto del catalogo pubblicato nell’occasione, interamente dedicato ai Notiziari, può avere osservato una cosa curiosa, vi si legge che era stato Renato Barilli ad accendere le polveri, devo questa leale dichiarazione ai due eredi dei padri fondatori, Bernardo Bartoli e Francesco Ribuffo, che ringrazio sentitamente, mentre Boarini ha pensato bene di omettere quella mia iniziale testimonianza, che si può leggere nel secondo dei mie volumetti “Informale oggetto comportamento” (Feltrinelli), dove funziona proprio da piena, esplicita premessa all’arrivo del comportamento, che andavo ad analizzare sul versante californiano, parlando della libera ed estrosa Funk Art, in opposizione alla fin troppo solida e squadrata arte newyorkese quale espressa dal Minimalismo. Poi, certo, l’arrivo dei due, catafratti nel loro ideologismo, mi ha intimato un “fatti più in là” onde poter dominare sovrani, a snocciolare i loro dogmi paleo o neo-marxisti. Intendiamoci, i loro interventi di quegli anni sono da considerare meglio che l’”arte di comune”, come ebbi a dirla io polemicamente sulla rivista del “Mulino”, partendo lancia in resta contro Franco Solmi e il suo “nazional-surrealismo”, così ebbe a definirlo Achille Perilli, ahimé con l’appoggio di un intellettuale di prima forza quale Renato Zangheri, troppo sensibile al richiamo di alcuni coetanei che si chiamavano Dino Boschi e Leonardo Cremonini, quest’ultimo allora in auge a Parigi, e se si vuole col merito di aver sostituito a Guttuso un più versatile e godibile Matta. Fin qui, poteva esserci qualche solidarietà tra me e i due ideologi, che certo mantenevano più alto volo, ma non giunsero mai a stigmatizzare apertamente l’operato di Solmi e le sue Biennali d’arte contemporanea, lasciandomi da solo a sostenere la causa delle avanguardie in suolo bolognese, magari all’ombra del nato frattanto Gruppo 63, e in effetti, proprio nel ’70, mi riuscì di fare (“Gennaio 70”) una mostra molto innovativa, sperimentando addirittura per la prima volta su suolo bolognese (Museo civico), o forse addirittura nel mondo, la videoarte, ma con l’appoggio non certo di Solmi o di Bonfiglioli, bensì dell’erede spirituale di Gnudi, Andrea Emiliani, e col soccorso di Maurizio Calvesi, e soprattutto di Tommaso Trini, in fondo l’alter ego di Germano Celant nella creazione dell’Arte povera, anche se poi quest’ultimo si è preso sotto controllo l’intero movimento spodestando ogni altro pretendente. E dunque, avviso ai naviganti, non confondano tra loro i due eventi, restino assieme a me in attesa di una mostra come si deve dell’intero svolgimento delle scelte della De’ Foscherari, comprese per esempio due mostre che allora presentai (anche in questo caso si veda il secondo volumetto Feltrinelli), quella dello spagnolo Edoardo Arroyo, estremamente coraggiosa perché vi presentava un soggetto dipinto in quattro stili diversi, aprendo la strada al citazionismo, ovvero a quella che poi avrei chiamato la “Ripetizione differente”. E in tema di Pop Art presentai anche il numero uno di quella tendenza in Francia, Hervé Télémaque. Di tutto questo invano si cercherebbe testimonianza nei pesanti codicilli del duo Boarini-Bonfiglioli.
Il Notiziario della Galleria De’ Foscherari, 1965-1989, a cura di V. Boarini, autoedizione.

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Dom. 22-12-19 (la barca va 2)

Oggi non ho molto di nuovo da aggiungere, mi devo limitare a una specie di “surplace” da ciclista. Un fatto nuovo sarebbe che è stato ammesso il referendum per abolire il taglio dei parlamentari, e dunque ci si chiede se ne potrebbe venire la spinta a promuovere la crisi di governo per andare a nuove elezioni mantenendo l’attuale alto numero di parlamentari. Ma che sicurezza avrebbero i parlamentari dei partiti più deboli negli attuali pronostici, Cinque Stelle e Italia viva, a mantenere gli attuali numeri, non correrebbero il rischio di essere decimati comunque? Poi c’è il quesito Gregoretti, mandare a processo o no Salvini per aver impedito durante alcuni giorni lo sbarco degli immigrati dalla nave Giorgetti? Ma come reagirebbero gli elettori, se fosse messo a processo? Non sarebbe un incentivo, in vista delle regionali di gennaio, a votare in suo favore? Un altro fatto dominante è l’orientamento dello Stato a intervenire nel casi Alitalia, ex-Ilva, Banca popolare di Bari. C’è la minaccia dell’UE di vietare interventi statali, ma in merito ho già detto, come si può ammettere che l’UE si attenga a una mentalità liberista-liberale degna di altri tempi? Pare che sia per tutelare il mercato, cioè la possibilità che imprese private si facciano avanti per esercitare loro eventuali diritti di acquisto. Ma se, come nei casi sopra elencati, nessuno si è detto disponibile a promuovere acquisti, come negare all’ente pubblico la possibilità di intervenire a tutela dei lavoratori e dei risparmiatori? In sostanza, mi sento di ribadire quel “la barca va” pronunciato domenica scorsa.

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Dom. 15-12-19 (la barca va)

E’ inutile che oggi io perda tempo a commentare la vittoria di Boris Johnson alle elezioni inglesi e la sconfitta di Corbyn, che quest’ultimo, col suo estremismo, fosse una iattura per la causa del laburismo lo aveva già previsto Hugh Blair. Sarebbe come se le sorti del Pd fossero nelle mani di LEU o giù di lì. Invece, per parlare di casa nostra, alla faccia di tutti i malpancisti, annidati soprattutto nelle colonne della Repubblica, tra cui si distinguono l’opinionista quotidiano Stefano Folli, oppure gli ospiti serali nel salotto della Gruber, la barca va. Sarà che davvero a ricompattare la maggioranza parlamentare dei giallo-rossi agisce lo spettro dello scioglimento delle camere e dell’andata alle urne, con inevitabile vittoria di Salvini e compagni. Ma questo è un validissimo, stringente argomento di politica reale, bisogna evitare finché si può che il Paese corra dei rischi che potrebbero essere mortali, al diavolo le sconsiderate osservazioni dei radical-scic, questa volta il termine si può usare davvero a proposito, che democrazia vuol dire dare la parola al popolo, eccetera. E voglio sperare che, seppure sempre sotto la spada di Damocle di un ricorso nocivo alle urne, questa maggioranza, pur tenuta assieme con gli spilli, regga a lungo, ci conceda davvero di portare a termine l’intera legislatura. Del resto, se al corpo del Pd si vanno ad aggiungere i vari fuoriusciti, di Renzi, di Calenda, del Leu eccetera, si raggiuge quella quota del 27 o 28% che è fisiologica per il partito ufficiale della sinistra, e che non è poi a distanza abissale dalle cifre di cui viene accreditata la Lega. Un passo alla volta, forse ce la facciamo ad arrivare alla sospirata meta del termine naturale della legislatura.

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Dom. 8-12-19 (Espresso)

Vedo con dispiacere il triste destino dell’”Espresso”, costretto a sopravvivere solo come inserto obbligatorio all’interno della nave ammiraglia di “Repubblica”, fra l’altro costretto a rinunciare a quasi tutte le rubriche culturali, considerando che queste sono già espletate fin troppo dal supplemento “Robinson”. E dunque, anche Germano Celant, subentrato a me circa un ventennio fa, dopo che io avevo tenuto la rubrica d’arte per un quarto di secolo, è stato cancellato. Ora quel fascicolo è ridotto a una specie di esorbitante monologo del direttore Marco Damilano, peraltro presente a giorni alterni in tutti i possibili salotti televisivi. E capofila nell’esprimere sfiducia, disprezzo, ironia sul tentativo giallo-rosso, come se questo non fosse motivato dal gigantesco impegno di sbarrare la strada a Matteo Salvini, a impedire che un destrorso della peggiore specie si impadronisca del potere in Italia, da Piccolo Mussolini in sedicesimo. Proprio per questa ragione in queste mie inutili paginette avevo rievocato qualche domenica fa il “resistere resistere resistere” brandito da Saverio Borrelli ai tempi di “Mani pulite”. Certo l’avventura giallo-rossa, non è facile, è una via stretta, con rischi di interruzione ad ogni passo, ma sarebbe dovere di ogni credente nei valori della sinistra proteggerla, come si farebbe con un essere gravemente malato, di cui però si sente l’obbligo di tutelare la sopravvivenza, costi quel che costi. Ci sono ancora gli scoop che un tempo hanno costituito la gloria dell’”Espresso”, ma quello sul “brutto pasticciaccio” dell’aver tentato di incassare una super-tangente dalla Russia non ha portato a nulla. Siamo tutti sicuri che quel tentativo ci sia stato, ma altrettanto del fatto che non si sia concluso, e comunque non ha tolto a Salvini neppure un voto da parte del suo elettorato. Ora ci si accanisce contro l’eroe caduto nel fango, l’altro Matteo, Renzi, e anche qui nessuno dubita che se si va a scavare, qualche aspetto negativo sussista, in quella partita di prestiti per l’acquisto di una villa di prestigio. Ma, di nuovo, il fine ultimo sembra essere quello di costringere l’odiato Renzi a togliere l’incomodo della sua presenza nella maggioranza, sempre sul filo del rasoio. Non parliamo poi delle firme di cui il settimanale si fa vanto, come un Massimo Cacciari che mi ricorda Bartali, col suo detto famoso, “gli è tutto sbagliato, tutto da rifare”. Quel Cacciari che osa l’inosabile, neppure un Kant redivivo, chiamato dalla Gruber, oserebbe dirsi “filosofo”, magari si limiterebbe a proclamarsi solo docente di filosofia, e non filosofo tout court, come fa invece con suprema impudenza il nostro Cacciari, mettendo in rilievo la parte peggiore di sé, quando, come mi è capitato di dire altra volta, di notte si trasforma in un Dottor Jekyll, scrivendo in un ridicolo “filosofese”, che fa rima col “poetichese” e “critichese” di altri esponenti sbagliati dei rispettivi settori. Da abile manovriero della politica vissuta giorno per giorno, come già detto, Caccari continua a sprigionare pessimismo, a diagnosticare crisi inevitabili, a emettere profezie di sventura. il che del resto trasuda da ogni colonna di questo ormai inutile e sconfortante supplemento.

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Dom. 1-12-19 (Iri)

Si usa sostenere che ai nostri giorni non ci sono più differenze tra destra e sinistra, ma invece una grossa e palese se ne prsenta, se parliamo delle crisi aziendali che si sono accese negli ultimi tempi. Per una destra, anche moderata, liberale, è un dogma che non si possono obbligare le aziende private a mantenere il personale se il mercato non consente di produrre ai ritmi soliti, e dunque in questo caso non si possono evitare i licenziamenti, magari col sottinteso che conservare in uno stato sciale un po’ di disoccupazione serve a far tenere basse le richieste dei lavoratori. Per la sinistra invece bisogna farsi carico dei disoccupati, sia con varie forme assistenziali, come le casse integrazione, magari sconsigliando solo quella forma di beneficienza a fondo perduto che è il reddito di cittadinanza, accettato dal Pd solo per poter andare al matrimonio con i Pentastellati, che in quel provvedimento hanno visto una propria ragione sostanziale di esistenza. Ma a monte di tutto questo un pensiero di sinistra non può rinunciare al principio delle nazionalizzazioni, cioè del fatto che deve essere l’intera comunità a farsi carico di certi sevizi fondamentali, costi quel che costi. In questo senso ragiona bene il ministro Stefano Patanuelli che di recente ha risollevato il fantasma dell’IRI, dell’Istituto Ricostruzione Industriale, a cui si deve il salvataggio del nostro Paese sia nella crisi Anni Venti, sia in quella del dopoguerra. Averlo smantellato è stato forse un torto, uno sbaglio, la cui colpa grava in larga parte su Romano Prodi, che trovatosi alla testa di quell’istituto, lo aveva considerato insostenibile, soprattutto in visita delle nuove regole europee, e ne aveva avviato lo smantellamento a favore del privato. Ma oggi i privati fuggono a gambe levate da quelle responsabilità, o ne fanno una conduzione molto dubbia, vedi i casi di Autostrade e dell’ex-Ilva, mentre lo Stato non si è comportato male in occasione della costruzione di una poderosa rete autostradale, negli anni Sessanta e oltre, e più di recente nel creare la rete ferroviaria dell’Alta Velocità. In un caso e nell’altro non sembra che si siano avute ruberie o inserimenti mafiosi di particolare entità, e dunque non sempre l’intervento pubblico equivale a un ingrossamento dei costi e a un intervento di mediazioni nocive. Pare che una norma UE proibisca proprio gli interventi statali, ma questo è per garantire una apertura a gare di appalto cui possano accedere anche i privati. Se questi non compaiono, o se le loro anteriori gestioni risultano inefficienti, la parola non può che ritornare all’ente pubblico, tenuto ad assicurare lo svolgimento di servizi essenziali per la comunità, con relativo assorbimento della mano d’opera. Naturalmente, finché si può, è opportuno cercare forme miste, dove accanto a risorse pubbliche entrino anche i privati. Pare che qualche speranza in questo senso si sia profilata per la questione ex-Ilva, in cui il magnate franco-indiano è tornato al tavolo delle trattative. Mentre una pista del genere, che pure sembrava promettente, pare si sia chiusa per Alitalia, col ritiro di Atlantia, che ci starebbe solo se le venisse confermata la gestione delle autostrade, ma compromessa dai recenti crolli di ponti. Una cosa comunque è sicura, in un modo o nell’altro l’ente pubblico deve fare fronte a queste esigenze, trovando le giuste vie di intervento.

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