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Dom. 15-7-18 (ancora Mattarella)

Ritorno su un motivo già da me trattato, ovviamente nella mia insignificanza, che è stato un atto d’accusa contro l’ignavia del presidente Mattarella, che per evitare la grana di portare il Paese a nuove elezioni lo ha regalato a Salvini, col suo magro 17%, tale infatti era l’esito del voto del 4 marzo. Se oggi la Lega ha quasi raddoppiato i consensi, lo si deve proprio al regalo enorme ricevuto da Mattarella. Io ho sbagliato ritenendo che Salvini, come la tartaruga proverbiale, mai si sarebbe sbarazzato dello scudo rappresentano dallo spezzone di voti riportato da FI, il che gli avrebbe evitato di andare in condizioni di inferiorità al matrimonio contro natura con i Pentastellati. Ma non avevo fatto i conti con lo stato di disperazione in cui si trovava Di Maio, prossimo al baratro se in breve non avesse potuto rappezzare una qualche forma di governo, e per raggiungere un simile scopo era pronto a rinunciare al piatto di lenticchie della primogenitura. Questo è stato il calcolo astuto fatto proprio da Salvini, che gettando l’ancora di salvataggio al leader dei Cinque stelle lo avrebbe potuto ricattare, farsi dare una premiership di fatto, quale a detta di tutti è quella di cui oggi gode, libero di seguire la sua dura politica contro i migranti, cui proprio Mattarella, colpevole del dono insperato fatto alla Lega, ora tenta timidamente di porre qualche limite. Se fossimo andati al voto, avrebbe vinto un centrodestra in cui senza dubbio la Lega di Salvini avrebbe avuto la parte del leone, ma, si noti, non con la crescita spropositata che proprio il via libera concessogli da Mattarella gli ha consentito. Inoltre, ammettiamolo, la presenza seppure minoritaria di un Berlusconi sulla via di una tardiva saggezza senile, con l’aiuto di un altro moderato come Tajani, avrebbe potuto frapporre freni e ostacoli, Non dimentichiamo che qualche mese fa lo stesso Scalfari, posto di fronte a un quesito amletico, aveva confessato seppure a denti stretti che avrebbe preferito votare per Berlusconi piuttosto che per Di Maio. Se fossimo andati per quella strada legittima, ora avremmo un Salvini tenuto un poco a freno, e quanto meno si sarebbe evitato l’altro convitato scomodo, che recita a soggetto, in un quadro fumoso e incerto. Ma almeno, saremmo rientrati nella griglia di un certo bipolarismo. Mattarella, coi suoi occhi glauchi fissati nel vuoto, di un azzurro scialbo e inconcludente, ha fatto il grande pasticcio, speriamo che al più presto i due ladroni litighino tra loro e il carro italico si rimetta in carreggiata tornando alle elezioni.

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Dom. 8-7-18 (quesiti)

Intervengo ancora una volta sul tormentone del problema immigrati, tentando di stabilire una serie di punti fermi su cui il PD si dovrebbe attestare, rivendicando meriti passati ma anche correggendo errori, e in ogni caso incalzando l’attuale governo. Non credo affatto che i giochi siano fatti, la nostra causa può rinascere, basta avere fermezza di mosse.
1. Ho già detto che trovo sbagliato insistere nel “buonismo” di una difesa a oltranza delle Navi non governative, dallo statuto molto incerto, trovo giusto interdire a loro i nostri porti, tanto per cominciare a modificare l’accordo di Dublino.
2. Ma, domanda, Salvini intende interdire anche interventi di salvataggio della nostra guardia costiera, con relativo sbarco dei salvati nei nostri porti, e lo stesso si dica di salvataggi condotti da navi di transito? Un divieto del genere sarebbe inammissibile e da contestare con ogni energia.
3. 3. Qual è lo stato dei possibilili interventi della Libia in questo tormentato capitolo? Che cosa aveva ottenuto Minniti, o era solo un nulla di fatto? La guardia costiera libica interviene in misura efficace per riportare a riva i fuggiaschi?
4. Di che natura sono i luoghi di accoglimento degli immigrati che la Libia recupera, è vero che sono così orridi, peggio delle carceri? E l’ ONU non può svolgere una funzione mediatrice?
5. E’ possibile o no che la Libia funzioni come la Turchia, creando un decoroso centro di accoglienza dei fuggiaschi dalle zone sub-sahariane? L’UE è disposta a pagare lo stesso prezzo che dà alla Turchia, con l’effetto positivo di aver bloccato la rotta da Est?
6. Infine, dobbiamo rivedere il criteri di accoglienza degli immigrati che dovremo continuare ad accogliere. Il calo del loro numero temo che sia dovuto solo alle condizioni del mare, ora l’esodo pare essere ripreso in pieno. Quanti centri di questo tipo abbiamo e con quale conduzione?
7. Tentiamo di sfatare con energia la balla di Salvini, non è possibile rimandare a casa le migliaia di immigrati, che la casa non ce l’hanno più. Quindi è anche inutile, e comunque difficile, stare a distinguere tra chi fugge da guerre e chi invece lo fa per fame, motivo non meno giustificabile.
8. Riconosciamo che abbiamo sbagliato a pretendere di piazzare questi rifugiati nelle nostre varie comunità, questo ha alimentato paure, e slittamento dei voti verso la Lega. I trasferimenti devono essere legati a un inserimento dei soggetti nel mondo del lavoro, questo vale anche nei confronti degli altri Paesi dell’UE, che, come si è visto, non pensano certo di prendersi al buio le quote previste a tavolino. Gli immigrati sono una enorme forza lavoro di cui fare un uso razionale, I sindacati diano un loro decisivo contributo in questo senso. Insomma, ai rifugiati si ponga una alternativa, o si rassegnano a rimanere nei centri di raccolta a tempi indeterminati (rendendoli però vivibili), o accettano di essere avviati a lavori regolari, nei settori verso i quali i nostri cittadini sono del tutto refrattari. Questo significa che occorre affrontare tutti gli sbandati che errano come zombie nelle nostre strade, o che premono inutilmente nei luoghi di frontiera, proponendo loro lo stesso acquisito: o si lasciano riportare nei centri di raccolta, o accettano disvolgere lavori utili, retribuiti secondo canoni normali.

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Dom. 1-7-18 (Murri)

Non avrei nulla da aggiungere a quanto dicevo nel mio domenicale scorso, del 24 giugno, se non che pochi giorni dopo, giovedì 28, ho avuto occasione di esporne una sintesi in un incontro organizzato dalla sezione Murri del Pd. Quando sono arrivato, vi ho trovato una platea di anziani come me, o di poco più giovani, che si chiedevano tristemente cosa fare per evitare il declino emerso dalle ultime votazioni. In proposito, anche se questo non è stato l’oggetto del mio intervento, vorrei mandare un cenno di incoraggiamento, un invito a non credere ai tristi profeti di sventura, di scomparsa definitiva. La socialdemocrazia è una forza ancora presente nel mondo Occidentale, è al governo in Spagna e in Grecia, e perfino in Germania, seppure in posizione minoritaria, in Inghilterra potrebbe ritornare a vincere, e anche negli USA, dove i Democratici potrebbero riportare un successo nelle prossime elezioni di “mid term”. Va male solo in Francia, dove davvero al momento siamo quasi alla scomparsa, ma poi non tanto da noi, dove siamo pur sempre la terza forza partitica in termini numerici. Ma certo dobbiamo pur prendere atto dell’aver perso in pochi mesi un buon dieci per cento di consensi. E se ne comprendono bene le ragioni, non certo arcane. Come dicevo nel mio precedente domenicale, i motivi del successo di Salvini e, in misura minore, di Di Maio ci indicano in punteggiato in che cosa le nostre proposte non hanno funzionato. E dunque, dobbiamo prenderne atto e correre ai ripari. Venendo all’incontro di giovedì scorso, ho trovato troppo corrivo e “buonista” il discorso di Antonello De Otro, più attento e problematico quello di Luca Rizzo Nervo. Per venire al sodo, non è che Salvini abbia torto in tutto, mi pare giusta, e lo avevo già anticipato su queste mie pagine, la decisione contraria agli ONG, a questa strana consorteria di dilettanti, dediti a un’attività tra lo sportivo e l’umanitario che oggettivamente dà una mano agli scafisti, dimostrandosi pronta a raccogliere e salvare le fragili imbarcazioni da loro affidate alle onde. Lo facciano pure, se lo credono, ma vadano a sbarcare i salvati nei loro porti di partenza, o comunque se li procurino come clausola necessaria del loro altruismo, che diversamente è a spese nostre, troppo facile portarli nei nostri porti. Non è chiaro se Salvini pretende di estendere questo rifiuto anche alle nostre navi costiere impedendogli di raccogliere gli appelli dei naufraghi, questo sì che sarebbe grave e condannabile. E naturalmente i nostri porti devono rimanere aperti a navi che abbiano attuato dei salvataggi trovandosi sul luogo di passaggio, senza essere andate a cercarli di proposito. L’altro aspetto su cui dobbiamo darci una regolata è il connesso “buonismo” di voler andare a piazzare gli immigrati nelle nostre varie comunità, una soluzione che ha incontrato la diffidenza e il rifiuto di buona parte della popolazione. In proposito scattano due esigenze, che gli internati restino chiusi nei rispettivi centri, senza saltarne fuori “all’italiana”, come massa di irregolari che vanno a premere ai confini, o che turbano la tranquillità del nostro vivere civile. Si dà una grande possibilità, di far uscire gli immigrati, ma piazzandoli come forza lavoro opportuna, anzi necessaria, per coprire i tanti lavori cui i giovani italiani non intendono affatto adempiere. E allo stesso modo è inutile pretendere che gli altri paesi dell’EU si prendano a priori quote di questi immigrati, anche nel loro caso bisogna svolgere una attenta azione di piazzamento mirato, spedire via quanti possono essere assorbiti per vie legali, con tutti i crismi di un lavoro regolare.
Naturalmente, a parte questa minima quota di un possibile consenso, Salvini resta un orrido lanciatore di panzane, non è possibile il rinvio alle loro case di migliaia di immigrati, e riesce anche difficile la distinzione tra chi lo è per ragioni politiche o invece per ragioni economiche. La fame evidentemente è una causa non meno impellente di guerre o rivoluzioni politiche.
Infine, ammettiamolo, sia le mosse di Minniti, sia ancor più quelle di pari senso compiute da Salvini in direzione della Libia, per farle costituire dei centri di raccolta profughi, o per accettare le nostre motovedette ai fini di un servizio costiero più efficiente, al monto non sembrano dare i frutti sperati. Bisogna insistere, sperando in un forte finanziamento dell’UE, oppure possiamo noi stessi, come da me già detto più volte, prendere il posto della Turchia, chiedere un adeguato finanziamento e costituire questi centri di accoglienza pronti a una redistribuzione mirata e razionale di forza lavoro. Sarebbe anche una grande occasione per i sindacati, che al momento sono messi in acque peggiori delle nostre.
Col che ritroviamo grazie al solito punteggiato un’altra delle ragioni delle nostre sconfitte, ma rimediabile se impariamo la lezione. Ben poco, noi e i sindacati, abbiamo fatto per i giovani, a cominciare dai portatori di pizze e dagli addetti ai call center. Anche in questo campo ci siamo lasciati strappare il servizio dai Cinque stelle, lo dobbiamo riprendere in mano.

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Dom. 24-6-18 (blocco porti)

Naturalmente siamo pieni di sdegno per le bordate populiste di Salvini e Di Maio, ma il PD dovrebbe essere prudente, non limitarsi a protestare, a contestare. Ci si chiede come mai nel giro di pochi mesi si siano persi circa dieci punti di elettorato, ma le mosse del duo al governo ce lo spiegano in punteggiato. C’era nel popolo una grande preoccupazione per il fenomeno migratorio, e soprattutto per la redistribuzione nel territorio di questi salvati dalle acque, nei cui confronti si è chiuso un occhio, li si è lasciati sciamare fuori dai luoghi di concentrazione, consentendogli di venire a mendicare nelle nostre strade, ne troviamo ormai uno ogni dieci passi che ci tende il berretto. E dunque, c’è nell’aria un sentito bisogno di mettere un freno a questa invasione. Purtroppo gli interventi di Minniti, per quanto intelligenti, non sono sembrati sufficienti. Io stesso avevo anticipato la decisione presa da Salvini contro quella strana fauna di misteriosi e ambigui benefattori dell’umanità, cioè delle navi onlus e di altre istituzioni autonome, che pietosamente vanno a raccogliere i naufraghi. Mi sembra giusto imporre che completino l’opera, che si portino a casa questi salvati in mare. Troppo comodo cavarsela pretendendo di sbarcarli nei nostri porti. Naturalmente per ragioni umanitarie noi dovremmo rifornire queste navi di ogni assistenza, cibo, soccorso medico, nell’affrontare le lunghe rotte per arrivare ai loro porti, ma è giusto che questa clausola del provvedere allo sbarco dei salvati debba entrare nelle regole d’ingaggio. In alternativa, visto che l’esodo di sicuro continuerà, e raggiungerà punte alte proprio in questi mesi, con le condizioni di mare favorevoli, da un lato ci dovrebbe essere un sistema vigile, di droni e altro, per chiamare al recupero di questi gommoni o imbarcazioni precarie le unità della marina libica. L’obiezione è che, ove il recupero sia effettuato da loro, seguirebbe un internamento dei ripescati in centri d’accoglienza simili a spaventosi lager. Ma l’ONU in proposito dovrebbe essere in grado di assicurare una possibilità di controllo. Un buon esempio è quello fornito dalla Turchia, che a fronte di un congruo finanziamento dell’UE blocca i migranti dall’Est. Lo stesso si dovrebbe fare in Libia, senza andare a pensare a soluzioni bizzarre, come sarebbe l’ipotesi di creare questi “hotspot” in Tunisia, o in Egitto, o in Albania. Oppure diano un robusto finanziamento a noi, che potremmo comportarci al modo della Turchia, incrementando i nostri centri di accoglienza, e facendone pure dei centri di integrazione. Cioè gli ospiti, per i quali è vano pensare a un rientro nei loro Paesi di provenienza, che non li vogliono, ne escano ma solo quando ci sia la possibilità di assegnare loro un lavoro, e allora vadano a vivere secondo i requisiti simili ai nostri lavoratori. I sindacati si dovrebbero dare da fare in questo senso, senza accanirsi unicamente nella difesa del lavoro nella grande industria, lasciando invece abbandonati a loro stessi i poveri migranti taglieggiati dai “caporali” nelle campagne del Sud. Una operazione fallita è la pretesa che le varie nazioni dell’UE si prendano una quota di questi rifugiati, ma lasciandoli in questo loro stato ambiguo e incerto. Diversa invece è la cosa se si consegnano a loro quote di lavoratori di cui facciano regolare richiesta. Dappertutto c’è il fenomeno che nei Paesi agiati, come lo sono i nostri, i cittadini non vogliono più fare i lavori umili, manuali, di basso profilo, e dunque si amministri questa mano d’opera, sicuramente a basso prezzo, ma da trattare secondo i crismi della legalità, alla luce del sole. Così si eviterebbero i fenomeni spaventosi dell’ammassarsi di poveri disgraziati a Ventimiglia, o a Bardonecchia, a Chiasso, al Brennero, o sulle rive della Manica, nel tentativo di riuscire a compiere un transito clandestino, Di questo ci viene fatta colpa, di permettere questa emorragia che porta i migranti a premere selvaggiamente ai confini, che è il nostro modo di lavarcene le mani. Se invece diventiamo un centro di redistribuzione programmata, la cosa cambia aspetto, assume ordine, razionalità.
Ma qui siamo all’altra ragione della sconfitta del PD, la latenza dei sindacati, tanto è vero che la sinistra “dura e pura” del LEU non ha ricavato nessun vantaggio dalla nostra debacle, Che cosa hanno fatto i sindacati, a cominciare dalla CGIL, per tutelare il lavoro in nero dei poveri schiavi del Sud, o le attività sottopagate dei giovani portatori di pizze, o impiegati nei call center? Anche qui, il fatto che Di Maio sia intervenuto in primis a loro favore ci mostra in punteggiato un’altra delle ragioni della sconfitta, non aver accolto il grido di dolore proveniente da questa massa giovanile, inducendola così a votare compatta per i Cinque Stelle.

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Dom. 17-6-18 (attracchi)

Quei due o tre lettori che leggono le mie cronachette sanno bene quanto io sia contrario all’attuale governo giallo-verde, ma nella specifica questione del negare l’attracco nei nostri porti alle navi non battenti bandiera italiana mi pare che Salvini abbia ragione, io stesso nel mio piccolo avevo già ipotizzato qualcosa del genere. Bisogna distinguere. Se i migranti sono salvati da navi nostre, o che si siano trovate sul posto per caso, è d’obbligo concedere che sbarchino nei nostri porti le persone così salvate dal mare. Ma è giusto mettere un freno per quanto riguarda le navi delle onlus o comunque di organizzazioni private. Non è infondato il sospetto che ci siano collusioni tra loro e gli scafisti, se non di fatto, almeno in senso virtuale, infatti i mercanti di carne umana ora la affidano a gommoni già in partenza a rischio, ben sapendo che dopo poche miglia ci sono i provvidi salvatori ad attendere i naufraghi, e che quindi questi funzionino quasi, per dirla proprio con Salvini, come un servizio di taxi. Bene, se lo vogliono, lo facciano pure, quali ne siano i motivi, se davvero umanitari, o invece appartenenti a una specie di sport di nuovo conio, o per ragioni di interesse, però completino l’opera prevedendo da subito che toccherà a loro portare i salvati in porti sicuri, togliendosi dalla testa la comoda possibilità di sbarcarli a casa nostra. Questo sarebbe anche un modo per cominciare a spartire l’arrivo dei profughi non facendone carico solo al nostro Paese, da cui poi non riescono ad andarsene. Infatti, come ben si sa, è del tutto fallito il criterio di una redistribuzione, a ciascun Paese una quota di immigrati, e anche la pretesa di Salvini di rimandarne la più parte ai Paesi di provenienza è al momento una sparata a vuoto. Mi sembra che si delinei un’impostazione giusta, da recenti dichiarazioni di Macron e Merkel, secondo cui il problema degli sbarchi deve essere assunto in toto dall’Unione europea. In fondo, abbiamo un modello che funziona, dato dal finanziamento accordato alla Turchia, che a quanto pare ha saputo creare dei campi di soggiorno per chi arriva dalla Siria o da altre zone dell’Est. E’ vero che la Turchia può funzionare in questo senso avendo un governo dittatoriale capace di assicurare la realizzazione di questo genere di operazioni. Lo stesso si dovrebbe fare in Libia, ma purtroppo qui non ci sono autorità sicure, vale comunque la pena di tentare, secondo la strada già imboccata da Minniti. Oppure, l’intera Italia potrebbe assume le funzioni che l’UE affida alla Turchia, ricevere cioè un adeguato finanziamento per potenziare la tenuta di centri di accoglienza come si deve, al riparo dalla nostra corruzione, e che non siano dei colabrodo da cui i prigionieri, simili a carcerati, sciamano via per poi andare a premere alle frontiere di Svizzera, Austria, Francia soprattutto, che in definitiva qualche ragione ce l’hanno, a tenere la porta chiusa. Ancora peggio succede da noi, dove i fuggitivi da questi centri assolutamente non accoglienti errano come zombies nelle nostre strade, ne incontriamo uno che chiede l’elemosina ogni cinquanta metri. Di centri di questo tipo, in definitiva, già ne abbiamo, si tratta di organizzarli meglio, e di porre ai loro internati una alternativa, o il rimpatrio, ma sapendo che questa è una soluzione a tempi lunghi, o invece l’assunzione per lavori adeguatamente compensati. In fondo, ci sono tanti lavori che gli Italiani non vogliono più fare, si pensi alla raccolta di pomodori e di frutti nelle campagne del Sud, o alla richiesta di domestiche e di badanti nelle nostre case. Suppongo che uguali esigenze si avvertano in ogni altro Paese d’Europa, e dunque potrebbe partire, dai nostri centri, una emigrazione mirata, con posti di lavoro garantiti. Di fronte a queste prospettive, male fa il mio partito, il PD, a irrigidirsi nella politica dell’accoglienza ad ogni costo, che probabilmente è tra le ragioni principali della caduta di consensi a nostro favore. E c’è da denunciare l’assoluta assenza dei sindacati, che si dovrebbero fare difensori di queste nuove possibilità di lavoro, sottraendo i migranti dalle vergognose condizioni di quasi-schiavismo in cui sono tenuti nel Sud. Tutti ammettono che l’Occidente, in piena crisi di natalità, ha bisogno di nuove forze-lavoro, eccole arrivare sulle nostre sponde, basta organizzarne l’accesso e la redistribuzione.

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Dom. 10-6-18 (Sfax)

Nell’aprile scorso, da lunedì 16 a venerdì 20, 2018, ho tenuto un ciclo di lezioni alla Faculté des lettres et des sciences humaines dell’Università di Sfax, seconda città della Tunisia per importanza economica, su invito di un caro amico, Souflane Chaari, ottimo conoscitore della lingua e letteratura italiana per lunghi soggiorni nel nostro Paese. Confesso di aver commesso un errore di presunzione, da vecchio quale sono, abituato, fin dai tempi ormai lontani dei miei studi universitari, a praticare una sola lingua straniera, il francese, masticando invece con difficoltà l’inglese, esperanto dei nostri giorni. In un precedente invito, sempre da parte di Chaari, ma quella volta in altra località tunisina, Hammamet, avevo potuto constatare che la Tunisia aveva mantenuto proprio il francese come lingua ufficiale, e dunque non mi pareva vero di poter andare a manifestare la mia padronanza di quella lingua nel seminario previsto. Anche il programma, per la parte relativa a uno dei miei interessi, la narrativa, si ispirava all’esame di grandi romanzieri europei, tra Sette e Ottocento, escludendo stupidamente i nostri autori. Avevo invece trascurato il fatto che, proprio sotto la guida illuminata dell’amico Chaari e dei suoi bravi collaboratori, mi sarei rivolto a studenti di letteratura italiana, passabilmente capaci di intendere la nostra lingua, in cui infatti sono stato invitato a esprimermi, cosa senza dubbio più facile, ma anche punitiva delle mie ambizioni, e del resto i pochi docenti di quell’ Università che hanno avuto il coraggio di mettere il naso alle mie lezioni, credo che siano stati scoraggiati proprio dall’uso di una lingua per loro poco familiare.
Ma non è di questo che qui intendo parlare, intendo svolgere piuttosto qualche riflessione generale, pur sempre suscitata da una simile occasione. La generosità di Chaari prevedeva che venisse all’aeroporto di Tunisi per caricarmi sulla sua auto e affrontare i 300 km circa di autostrada per arrivare nella sua città di residenza. Lasciata Tripoli e dintorni, con la vista di qualche montagna, il paesaggio si è appiattito, scorrendo in mezzo a un’infinita distesa di ulivi, sorgenti da un terriccio ocraceo. A una mia domanda se alla scarsa ombra di quelle piante ci fosse qualche coltura, la risposta è stata negativa, la scarsità di acqua obbliga a concentrarla tutta per far crescere gli ulivi, e dunque siamo a una rigida monocultura, interrotta solo da greggi, e dalla vista di villaggi biancheggianti in lontananza. Confesso che tanta monotonia mi ha indotto a celebrare dentro di me i vantaggi della nostra Italia, posta all’insegna del “piccolo è bello” e di una estrema varietà di assetti geologici e di panorami. Ma di recente ho fatto un viaggio in treno lungo la Puglia, ebbene, da dopo Foggia fino a Lecce il paesaggio è uguale identico a quello tunisino, anche là domina l’ulivo quasi in misura esclusiva. Quanto poi alle varie località, forse anche qui ci sono delle affinità. In Tunisia si hanno macchie enormi di costruzioni basse, tutte in bianco, cinte da muri che non permettono allo sguardo di entrare. La monotonia delle cinture, o di quanto si innalza sopra di esse, è rotta da tocchi squisiti, finestrelle, motivi decorativi in cui si esprime l’eleganza di una cultura che ha rifiutato l’iconismo e che si esprime mediante ciò che si usa definire “arabesco” per antonomasia. Altro tratto costante: tante costruzioni sono rimaste bloccate, con pareti grezze, pronte per essere allungate, innalzate, estese a futura memoria. E’ l’effetto di un abusivismo che viene bloccato da qualche intervento di legge, o una prudente e saggia misura, quasi di architettura organica alla maniera di Lloyd Wrght, di flessibilità, tanto da permettere alle famiglie di allargarsi via via che i figli crescono e mettono su famiglia a loro volta? Naturalmente l’amico Chaari, alla domenica del mio arrivo, mi ha invitato a casa sua, che avrei faticato a trovare, in un reticolo infinito di strade tutte uguali, se non fosse stato lui stesso a portarmi, e beninteso anche la sua dimora si trova in quello stato di sospensione e di attesa di possibili estensioni future. Una situazione del genere, se non in Puglia, si trova sicuramente in Sicilia, come mi è capitato di constatare nell’agrigentino, quando vi andavo per incontri pirandelliani, ma là è il frutto di abusivismo, di edificazioni fatte con la mano sinistra, sfidando appunto i regolamenti civici.
Deludente è dunque aggirarsi in un infinito labirinto di stradine tutte uguali che vanno a perdersi nei campi, con lo sguardo sbarrato da arcigni muretti protettivi. Però a questa piattezza c’è un antidoto, se ci si reca nel centro città. Dove ovviamente esiste un’area di modernità, al passo coi tempi, ma è soprattutto spettacolare la Medina, la zona vecchia e tradizionale, che è un’area di mercati, negozi di cibi e di ogni altro tipo di merci, che si estendono a labirinto, roba da perdersi dentro, da smarrire l’orientamento, con montagne di ortaggi, tagli di carni, pesci di tutti i generi e formati. Non ricordo di aver visto nulla di simile, per estensione e abbondanza di offerta, in qualsivoglia mercato da me visitato nel nostro Paese. Notevole anche il rito di certi ristoranti dove ti mostrano in un piatto le diverse combinazioni di pesce da cuocere su tua ordinazione, in base a quanto vuoi spendere. Nell’attesa che il cibo sia pronto, ti arrivano antipasti con salse piccanti che è assai pericoloso assaggiare.
Ma veniamo al motivo fondamentale della mia presenza, alle lezioni che ho impartito. Già ho detto dell’errore di aver sottovalutato l’interesse del mio pubblico per la letteratura italiana. Però sono molto orgoglioso del messaggio generale che ho portato, e che sarei ben lieto di andare a ripetere in ogni altro luogo del mondo. Il fatto è che oggi per la prima volta da secoli o da millenni l’jntero pianeta si trova a valersi di una tecnologia unificata. E naturalmente è stato il mio solito McLuhan a fornire le coordinate di questo comune destino, a predicare l’avvento del “villaggio globale”, del “tutti in rete”, tutti chini sul cellulare come fonte infinita di notizie, di servizi utili, al seguito del dato dominante dell’immensa velocità del segnale elettronico, e della capacità di accumularlo in quantità enormi in una piastrella di silicio.
E’ stato, questo mio messaggio, questa “buona novella” che sono venuto a portare, qualcosa di inadeguato, rispetto al livello dei miei ascoltatori, e ascoltatrici? Si potrebbe obiettare che molte tra loro portano il chador, ma con eleganza e leggerezza, e non è più un obbligo, tante altre ne fanno a meno senza subire alcun interdetto. Ma tutte, comunque siano vestite, sono pronte a chinarsi sui cellulari, il dato che oggi unifica davvero tutti gli abitanti della Terra, e ne traggono alimento, di sicuro con più abilità di me. Infatti l’accedervi non si differenzia più per aree geografiche e culturali, ma piuttosto per fasce d’età, per generazioni. Da loro mi sono sentito muovere l’obiezione che però il Paese in cui vivono è ai margini del mondo, in un’area periferica, lontana dai centri avanzati di elaborazione tecnologica. Ma gli esiti che ne escono arrivano dappertutto, come sta proprio a dimostrare lo sfruttamenti dei cellulari da parte di quelle ragazzine che pure portano il chador. Del resto, chi può dire, magari qualche innovazione viene introdotta dovunque, in fondo uno dei dogmi della nuova età ci dice che il centro è dappertutto.

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Dom. 3-6-18 (ancora Mattarella)

Questa volta il misero grillo parlante che qui si agita nel vuoto e nel silenzio ha sbagliato tutti i pronostici, e i desideri, circa la soluzione della crisi governativa a seguito delle ultime elezioni. Il colpevole di questo esito perverso e nocivo delle cose è soprattutto il presidente della repubblica Mattarella, verso cui indirizzo un “empeachment” se non altro morale. Per uscire dalla crisi egli ha appoggiato in tutti i modi possibili la nascita di un governo giallo-verde, in piena opposizione alla sua stessa collocazione partitica e storia politica, di persona nata nell’ambito della DC di sinistra, ed eletto per merito di Matteo Renzi, contro i voti sia della Lega che dei Pentastellati. Naturalmente Mattarella si potrebbe difendere osservando che altro non è stato se non il corretto esecutore del responso voluto dal popolo italiano. Ma lui per primo avrebbe dovuto riconoscere che i vincitori non sono stati affatto due, Salvini lo si poteva considerare in questa veste, ma solo in quanto capo della coalizione di centrodestra, da cui proprio per tenace azione del Presidente è stato svincolato. Col suo 17% dell’esito elettorale Salvini era confinato solo al terzo posto, superato dal 19% del Pd. Si dice che il Presidente fosse terrorizzato dalla paura di dover indire nuove elezioni, ma questo sarebbe stato un trauma inferiore a quanto poi è accaduto, di dare il Paese in mano a due populismi, con orrida prestazione che ci mette all’ultimo posto in Europa. A nuove elezioni sono andate la Grecia e la Spagna, che forse sta per andarci ancora una volta, stava per essere pure il destino della grande Germania, ne è a un passo l’Inghilterra, ne è esente solo la Francia, ma per un lontano merito di De Gaulle che ha introdotto il ballottaggio nella costituzione. Si dice anche che il rischio dell’andare a nuove elezioni stava nella possibilità che ne venisse un esito simile al precedente, e questo per colpa dell’”infame” Rosatellum, ma mi si dica se, costretti a ritornare al proporzionale, questa legge, con l’introduzione dei collegi, non sia un modo per smussarne gli effetti perversi. Mi si confermi anche se è previsto o no il premio di maggioranza al 40%, con la conseguenza che ormai un blocco di centrodestra, data la indubbia crescita della Lega, sarebbe quasi sicuro di superare quella soglia. Mattarella doveva favorire questa ipotesi, in quanto un populismo per volta è meglio della somma disastrosa di due messi insieme, inoltre nella coalizione di centrodestra ci sarebbe stata anche la componente berlusconiana di FI, che ora, dispiace dirlo a un “sinistro” come me, pare essere l’unica a ragionare bene, a denunciare limiti e pericoli del pur ancora alleato in tante sedi Salvini. Mattarella ha atteso paziente che i due populismi riuscissero a andare a giuste nozze, quasi come un contadino assiste trepidante ai tentativi di un toro di ingravidare la vacca renitente. Quando c’è stata una esplicita e violenta rottura tra Lega e Cinque stelle, il Nostro ha mancato l’occasione per fare il suo governo di emergenza. L’unico punto a suo favore è almeno di aver rifiutato la candidatura di Savona a ministro dell’economia, con la tardiva nomina conferita al povero Cottarelli per tentare di raddrizzare una barca ormai compromessa. Questa vittima sacrificale avrebbe dovuto rifiutarsi, e anche evitare di pronunciare “nobili” parole di congedo, anzi, inveire contro chi ha lasciato incancrenire la crisi, precipitandosi poi a ricomporne i cocci nella direzione tanto desiderata. Ora nelle peste ci siamo noi, se c’è una logica sia lo spread sia le borse dovrebbero sconfessare il matrimonio fuori natura, sconfiggerlo, impedirgli, come si dice, di mangiare il panettone, o peggio ancora, di bere il vino novello. Ma si dice anche che non tutti i guai vengono per nuocere, forse è bene che il popolo italiano si renda conto di quanta sconsideratezza ci sia nel contratto sottoscritto dai due ladroni e ne prenda le debite distanze a una prossima scadenza elettorale. Mi si consenta un ultimo codicillo: ho dovuto fare seppure a denti stretti un elogio di Berlusconi per le sue ferme parole di condanna del pateracchio risultato. Sul fronte socialdemocratico l’unico capace di uguale forza e coerenza è stato Matteo Renzi, mentre i “quaquaraqua” attorno a lui erano pronti a cercare di sostituire Salvini nel matrimonio contro natura con i Pentastellati, anche se ora, Martina in testa, si sbracciano a tuonare contro. Ora nell’elenco dei candidati a salvare le sorti future del Pd vedo comparire tanti bei nomi, ma con omissione del reprobo, dell’innominabile Renzi. Penso invece che solo in un suo ritorno ci potrebbe essere qualche possibilità di futuro.

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Lunediade 28-5-18 (in difesa del Presidente)

Devo delle scuse al nostro presidente Mattarella in quanto nel domenicale di ieri, 27 maggio 2018, lo accusavo di aver lasciato troppa corda all’orrido duo Di Maio-Santini, senza interromperne lo sutpido balletto parecchi giorni prima, quando per merito di Renzi il Pd aveva chiuso la porta in faccia ai Pentastellati, e anche Salvini era in fase di rientro nel gruppo di centro destra, tanto da meritarsi le contumelie dell’allora avversario, poi divenuto impensato alleato. Quello era il momento in cui Mattarella avrebbe dovuto dichiarare chiusi i giochi passando senz’altro a fare un proprio governo, magari consultando già in merito Contarelli e ottenendo un suo assenso, il che spiega come ieri sera, a pochi minuti dalla chiusura della partita giallo-verde, ha potuto subito procedere a dare un incarico alla persona di fiducia. Del resto non sono stato certo l’unico a lamentare l’eccesso di corda dato dal Presidente in attesa di vedere nascere lo strano parto, e in qualche misura ha riconosciuto lui stesso, nella ben motivata diagnosi emessa ieri sera, di essere stato fin troppo tollerante. Ma si è riscattato infine per la fermezza con cui ha posto il suo veto alla nomina di Savona, per le minacce insite in quel nome alla stabilità della nostra economia. Lo sguardo si riporta allora su Salvini, fino a chiedeci quale partita abbia giocato davvero, tra l’opportunità di rifugiarsi nel blocco di centro-destra, che non gli ha mai lesinato il conferimento di una leadership, e invece la tentazione di andarsene allo scomodo matrimonio con Di Maio, su basi di inferiorità. Chi dei due aveva più bisogno dell’altro, era proprio il leader pentastellato, alle cui spalle diversamente si apriva il baratro, mentre Salvini è come un ciclista che fa una sortita fuori dal gruppo, ma poi, se gli va male, si lascia riassorbire e non perde nulla. In molti sono pronti ad affermare che Salvini, ieri, aveva finito di sfogliare la margherita, decidendo in extremis di mandare tutto all’aria, attaccandosi a un preteso, il non poter rinunciare a Savona, mente bastava sostituirlo con un nome di pieno gradimento come Giorgetti, e tutto sarebbe andato a posto, stamane il Michele selvaggio avrebbe potuto presentarsi al Viminale per darsi subito alla caccia alle streghe, cioè ai poveri immigrati che, secondo un suo stupido sospetto, proprio in queste ore sarebbero stati avviati in gran numero verso le nostre sponde proprio per dargli fastidio.
E adesso, poveri Italiani? Scatta l’ipotesi che fin dall’inizio è stata la più credibile, che cioè si vada a nuove elezioni, il che non è un trauma, ma cosa pienamente lecita in ogni regime democratico. Non ci sarà modo di cambiare la legge elettorale, ma questa, contrariamente alle balorde accuse, è quanto di meglio ci possa essere almeno nel senso che corregge in parte i difetti di un proporzionale puro, e Salvini lo sa bene, infatti proprio col fatto di essersi coalizzato con FdI e FI poteva aspirare alla presidenza del consiglio. Se non sbaglio, l’attuale legge prevede anche un premio di maggioranza per il partito o la coalizione che superino il 40%, ebbene, proprio il blocco di centro-destra è appena a un passo da quella soglia, basta un po’ di crescita della Lega per raggiungerla e varcarla. Se invece Salvini si presenta da solo al nuovo appuntamento elettorale, certamente strapperà un esito vicino al 30%, il che però non gli sarà sufficiente per aspirare alla premiership. Tenterà di mettersi di nuovo con il M5S, che a sua volta non potrà andare al di là del 32% già conseguito? Rinascerebbero le difficoltà già incontrate in questi giorni, e si può proprio dire che “repetita non iuvant”. Dunque, l’ipotesi più ottimista è che alle prossime elezioni venga il fronte di centro-destra ritornato compatto per ragioni di convenienza, ma così il nostro Paese eviterà la iattura dell’unione insopportabile di due populismi sfrenati, inoltre ci sarebbe un Berlusconi in vena di saggezza senile a contemperare gli ardori selvaggi del suo socio, a far rinsavire il Salvini furioso. Per il mio Pd, al momento, nulla da fare, ma il coro unanime delle varie anime del partito in difesa di Mattarella e a condanna dei Pentastellati dovrebbe far riconoscere la saggezza con cui Renzi aveva fermamente proclamato che quel matrimonio non s’aveva da fare. Ritorneranno per noi, e per tutta la socialdemocrazia in Europa, tempi migliori.

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Pulini: una affascinante biografia del Guercino

Massimo Pulini (1958) è un personaggio con molte frecce al suo arco. Docente di pittura all’Accademia di belle arti di Bologna, pittore egli stesso con la produzione di dipinti “seriali” di notevole interesse, assessore alla cultura della sua città, Rimini, con due mandati consecutivi, nel corso dei quali gli è stato possibile creare una Biennale del disegno, ora alla terza edizione, capace di impegnare varie sedi della città romagnola, con un ben congegnato programma tra l’antico e e il moderno. Ma ora ne voglio parlare in quanto Pulini è pure estensore di opere narrative tra il biografico e l’immaginario, tra cui il recente “Mal’occhio”, che poi sarebbe un ritratto a tutto tondo di Giovan Francesco Barbieri, il Guercino (1591-1666). Questa affascinante biografia romanzata si apre proprio dando conto della menomazione quasi congenita portata dal pittore, un accentuato strabismo all’occhio destro, che se non gli impedì di esercitare alla perfezione la sua attività artistica gli inflisse però un grave turbamento psichico, accentuato dal fatto che i suoi coetanei, con la crudeltà dell’infanzia e dell’adolescenza, infierirono su quella disgrazia, con scherzi spesso atroci e di cattivo gusto. Dal che egli ebbe rovinata quanto meno la sua vita sentimentale, se non quella professionale. Della prima l’autore fa un filo conduttore, non saprei dire con quanto rispetto per una realtà documentaria, ma direi di sì. Pulini, pur non rinunciando mai a una sua interpretazione fine, anche in chiave psicologica, o addirittura psicoanalitica, dimostra molto rispetto per i documenti. Ci fu dunque un grande amore di tutta la vita dell’infelice uomo afflitto dal mal’occhio, per stare al titolo stesso dell’opera, verso una fanciulla chiamata Lavinia, la cui famiglia apparteneva alla infelice classe sociale dei marrani, cioè degli ebrei convertiti al cattolicesimo, che però così rischiavano di prendere botte da entrambe le parti. Del resto Lavinia si allontanò presto da Francesco, per un trasferimento della famiglia a Roma, tanto che la loro disgraziata relazione fu affidata soprattutto a un rado scambio epistolare. Ma, pur non mancando mai di tenere sullo sfondo questa storia sentimentale, il nostro narratore si impegna a parlarci del grande artista, fra l’altro stabilendo una puntuale correlazione coi magnifici disegni con cui il Guercino stesso ha documentato i fatti salienti della sua vita, dandoci il ritratto di fratelli, parenti, ambienti sociali e di natura, con quel realismo scrupoloso e vivace che ne è stato anche uno dei tratti stilistici dominanti. E che lo ha fatto parteggiare, per venire alla grande famiglia dei Carracci, a favore di Ludovico, proprio per una sua musa bassa, prosaica, quasi fangosa, intinta di colori ocracei, invece che per la tavolozza più nobile e squillante del cugino Annibale. Il Nostro aveva un vero culto per Ludovico, fino a definire una sua tela come “cara zinna”, con gioco di parole tra il maestro amato e la sua pronuncia in dialetto locale. Siamo abituati ai manuali di storia dell’arte che viaggiano ad alta quota, non curando “de minimis”, invece Pulni, sia perché anche lui uomo del mestiere, sia per una acribia filologica, ci narra di quanto fossero difficili gli inizi per un apprendista di modesta famiglia, quali le difficoltà da superare, anche solo per farsi accettare dalla vicina Bologna. Il quadro sociale non era certo favorevole al ceto degli artisti, considerati appena una spanna più in alto di volgari artigiani, e dunque ecco che l’oscuro centese viene accolto con alterigia dalle famiglie patrizie petroniane, per non parlare poi della freddezza con cui tenta anche la carta fiorentina. Il fatto è storico, in quel momento, inizi del Seicento, Firenze non è più un modello, anzi, è entrata in una crisi senza fine, ma per loro fortuna gli artisti bolognesi possono “saltare” quella tappa e puntare subito su Roma e sulla corte pontificia, di cui sono sudditi. E’ la via che ha già intrapreso, prima del Guercino, soprattutto Annibale, trovandovi anche la morte, logorato da uno sfruttamento indegno cui lo aveva sottoposto il Farnese, dandogli però la possibilità di realizzare il grande capolavoro, la Galleria nel Palazzo omonimo. E poi Guido Reni, il Domenichino. Finalmente scocca l’ora anche del Nostro, quando un prelato con cui in patria aveva già realizzato un buon rapporto, Alessandro Ludovisi, sale al soglio pontificio col nome di Gregorio XV, e non esita a chiamare a sé quell’umile artista che però aveva potuto apprezzare. Eccolo dunque, il Guercino, compiere nel 1621 il viaggio a Roma, di cui Pulini ci dà conto con ricchezza di dettagli, quasi introducendoci nella stessa carrozza sobbalzante in cui allora si poteva compiere il viaggio lungo e faticoso, su duri sedili di legno che intorbidavano le gambe. Una volta giunti a Roma, i manuali “scaricano” i loro protagonisti, invece il nostro biografo si preoccupa di seguire il Barbieri nelle piccole incombenze pratiche, dove andare ad alloggiare, con quali costi. Inoltre in genere i panorami a volo d’uccello delle storie ufficiali si sbriciolano in tante presenze individuali, invece qui si prende cura dei rapporti di gruppo. Con chi va a vivere il Guercino “romano”? Scopriamo con meraviglia che gli sono compagni di abitazione grandi firme, come Guido Cagnacci, Simon Vouet, e anche una figura discussa quale Agostino Tassi, già malfamato per l’accusa mossagli da Artemisia Gentileschi di avere abusato di lei con promessa matrimoniale, ma poi abbandonandola. Il Tassi sarà stato una mala persona a livello etico, ma era anche un eccellente ”quadraturista”, di cui il Guercino poté valersi nel realizzare il suo capolavoro, l’Aurora dipinta nel casino Ludovisi, di proprietà di un parente del pontefice. Naturalmente questa massima impresa è accompagnata come sempre dal nostro preciso biografo da tanti dettagli, di quelli che vengono di solito trascurati da chi procede all’ingrosso. Intanto, il provinciale appena giunto a Roma deve superare un esame, da parte del consigliere del Papa, Monsignor Agucchi, che sta del tutto dalla parte del classicismo di Annibale e del Domenichino, tanto che non si è ancora stabilito con certezza chi dei due gli abbia dedicato un magnifico ritratto, dove il pptente prelato dimostra tutta la sua lucida cattiveria. Non gli piace per nulla quel neofita che pare portarsi dietro il tanfo di Ludovico, tanto da coniare una battuta feroce. Con lui quel personaggio che se ne era andato sconfitto da Roma, pretende di rivivere dopo morte. Inoltre ci sono pure le difficoltà pratiche, che non sfuggono a un conoscitore del mestiere come Pulini, mica era facile dipingere sulle volte, sdraiati, a testa in su, senza poter gettare un’occhiata globale al dipinto. Si aggiunga che un altro Bolognese, Guido Reni, aveva dipinto pure lui una famosa Aurora, in un’altra dimora nobile, dei Pallavicini Rospigliosi. E dunque, diciamo pure, fu una sfida tra due Bolognesi eccellenti che confermavano la supremazia di una Scuola capace in quel momento di dettare legge a tutto il grande secolo, anche se in tempi recenti il culto del caravaggismo ha cercato di “fare fuori” quegli alti modelli. E certo, tra i due, chi pendeva più dalla parte di un cauto realismo, coi fianchi morellati dei destrieri, era il più giovane dei due, mentre l’altro si dava per intero alla sua magistrale sinfonia di note azzurrine, leggere e aere, Terra contro cielo, così si potrebbe riassumere quel grande scontro che Bologna era riuscita a portare nell’Urbe. Dove però Francesco non mancava di cercare tracce del suo grande amore, Lavinia, costretta dalle persecuzioni contro la famiglia a trasferirsi a vivere nel contado senza lasciare tracce di sé. Quanto l’artista la ritroverà, sarà troppo tardi, la donna non avrà potuto evitare il destino di andare a nozze e di partorire figli.
La permanenza romana del Guercino fu di breve durata, anche se piena di successi, del resto secondo il comune destino dei grandi esponenti della Felsina pictrix, che o morivano sul posto, come Annibale, o rientravano nei “vecchi parapetti” domestici, come il Reni e il Guercino stesso, che però ebbe a vivere ancora per una quarantina d’anni, conducendo una straordinaria impresa a Piacenza, e anche stabilendo un dialogo con un Duca di Ferrara, un Alfonso d’Este, che ebbe la forza d’animo di lasciare il potere al figlio e di andare a rinchiudersi in un monastero, intrattenendo uno scambio epistolare di grande spessore morale col Nostro. Semmai, sempre a stare alla navigazione ufficiale dei manuali, in queste pagine manca un riflesso consistente di un mutamento stilistico che a partire dalla metà del secolo intervenne anche nella pittura del Guercino come in quella di tanti altri, portati ad abbandonare la tavolozza terrestre del Caravaggio e di Ludovico per adottare quella neoclassica di Annibale e del Reni. Ma il grande naturalismo del Caravaggio e di Ludovico era confluito nella maestria di Velàsquez, che in un suo tour italiano non mancò di recarsi a Cento per rendere omaggio a chi in sostanza lo aveva anticipato.
Massimo Pulini, Mal’occhio, CartaCanta editore, pp. 303, euro 16.

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Dom. 27-5-18 (assassini)

Chi ha “ucciso” il nostro Paese? Sì, perché, se, come pare ormai indubitabile, nasce il famigerato governo giallo-verde, siamo destinati a andare fatalmente verso il default, e in ogni caso saremo diventati il peggior Paese d’Europa, roba da farci invidiare perfino il regime Trump. Al primo posto in questa lista di colpevoli, diciamolo pure, c’è il popolo italiano, che ha votato nel modo peggiore da quando esiste la Repubblica. Se accettiamo che il popolo critichi la casta, il sistema, l’establishment, accusiamolo d’altra parte delle colpe che gli competono. Gli anziani hanno votato una specie di Brexit, da “pagani”, cioè da abitanti nella bassa realtà di minute località del Nord Est, assediate dalla paura degli immigrati. I giovani hanno inseguito il miraggio del reddito di cittadinanza. Al secondo posto, si abbia il coraggio di mettere il presidente della repubblica, Mattarella, facendola finita con lo stereotipo che abbiamo tutti piena fiducia in lui. Al contrario, egli si è comportato come uno dei peggiori presidenti che abbiamo avuto in questo arco di tempo, tormentato dalla paura di doversi assumere le sue responsabilità facendo un suo governo e mandando il Paese a nuove elezioni. E’ stato un pavido, ha voluto allontanare da sé quello che ha considerato un amaro calice, e dunque è stato ad attendere, paziente oltremisura, che le due parti giungessero ad un accordo. In fondo, le loro rispettive proclamazioni di reciproca incompatibilità gli avevano dato la possibilità di finirla con l’attesa e di innescare un suo governo, che avrebbe salvato il Paese dalla iattura che ora ci attende. Perfino quella battuta sospensiva quando gli è stato fatto il nome di Conte come premier, con conseguente chiamata dei due presidenti delle camere, va vista come una furba manovra per mostrare che accettava quella candidatura col conforto delle autorità istituzionali, non avendo “sua sponte” la forza morale e politica di respingere un candidato colto in fallo a inserire nel suo curriculum, come un qualunque aspirante a un posto di lavoro, dei titoli che non gli appartengono. Ora non speriamo che faccia lo stesso con la candidatura scomoda del proposto ministro dell’economia, oppure anche in questo caso si farà “coprire” dall’assenso di qualche autorità istituzionale. Del resto arrivati a questo punto, Mattarella si è ridotto senza più margini, avere il coraggio di mandare ora all’aria il governo vorrebbe dire sottoporsi a una immane prova da sostenere, del tutto inadeguata al suo profilo. E allora, che faremo adesso, noi poveri Italiani? C’è solo da sperare che i due ladroni vengano presto a lite, che il governo “non mangi il panettone”, meglio ancora se non andrà neppure alla vendemmia. La nostra convenienza è di tornare al più presto alle urne, con la quasi sicura vittoria di un centro-destra, capace di tenere a freno lo scatenato Salvini. Il quale, a voler continuare nella lista, è il terzo assassino, non si capisce chi gliela abbia fatto fare di mollare lo scudo degli alleati per andare nudo e crudo a un’alleanza da subordinato con Di Maio. Se ora gli è stato concesso molto, per attirarlo nella rete, stia sicuro che poi la lenza sarà via via ritirata e lui si troverà a boccheggiare, in attesa dell’arrivo dei “suoi”, cioè di un centro-destra che gli darebbe una sicura premiership, quella che ora non gli spetta né di fatto né di diritto.

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