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Dom. 1-12-19 (Iri)

Si usa sostenere che ai nostri giorni non ci sono più differenze tra destra e sinistra, ma invece una grossa e palese se ne prsenta, se parliamo delle crisi aziendali che si sono accese negli ultimi tempi. Per una destra, anche moderata, liberale, è un dogma che non si possono obbligare le aziende private a mantenere il personale se il mercato non consente di produrre ai ritmi soliti, e dunque in questo caso non si possono evitare i licenziamenti, magari col sottinteso che conservare in uno stato sciale un po’ di disoccupazione serve a far tenere basse le richieste dei lavoratori. Per la sinistra invece bisogna farsi carico dei disoccupati, sia con varie forme assistenziali, come le casse integrazione, magari sconsigliando solo quella forma di beneficienza a fondo perduto che è il reddito di cittadinanza, accettato dal Pd solo per poter andare al matrimonio con i Pentastellati, che in quel provvedimento hanno visto una propria ragione sostanziale di esistenza. Ma a monte di tutto questo un pensiero di sinistra non può rinunciare al principio delle nazionalizzazioni, cioè del fatto che deve essere l’intera comunità a farsi carico di certi sevizi fondamentali, costi quel che costi. In questo senso ragiona bene il ministro Stefano Patanuelli che di recente ha risollevato il fantasma dell’IRI, dell’Istituto Ricostruzione Industriale, a cui si deve il salvataggio del nostro Paese sia nella crisi Anni Venti, sia in quella del dopoguerra. Averlo smantellato è stato forse un torto, uno sbaglio, la cui colpa grava in larga parte su Romano Prodi, che trovatosi alla testa di quell’istituto, lo aveva considerato insostenibile, soprattutto in visita delle nuove regole europee, e ne aveva avviato lo smantellamento a favore del privato. Ma oggi i privati fuggono a gambe levate da quelle responsabilità, o ne fanno una conduzione molto dubbia, vedi i casi di Autostrade e dell’ex-Ilva, mentre lo Stato non si è comportato male in occasione della costruzione di una poderosa rete autostradale, negli anni Sessanta e oltre, e più di recente nel creare la rete ferroviaria dell’Alta Velocità. In un caso e nell’altro non sembra che si siano avute ruberie o inserimenti mafiosi di particolare entità, e dunque non sempre l’intervento pubblico equivale a un ingrossamento dei costi e a un intervento di mediazioni nocive. Pare che una norma UE proibisca proprio gli interventi statali, ma questo è per garantire una apertura a gare di appalto cui possano accedere anche i privati. Se questi non compaiono, o se le loro anteriori gestioni risultano inefficienti, la parola non può che ritornare all’ente pubblico, tenuto ad assicurare lo svolgimento di servizi essenziali per la comunità, con relativo assorbimento della mano d’opera. Naturalmente, finché si può, è opportuno cercare forme miste, dove accanto a risorse pubbliche entrino anche i privati. Pare che qualche speranza in questo senso si sia profilata per la questione ex-Ilva, in cui il magnate franco-indiano è tornato al tavolo delle trattative. Mentre una pista del genere, che pure sembrava promettente, pare si sia chiusa per Alitalia, col ritiro di Atlantia, che ci starebbe solo se le venisse confermata la gestione delle autostrade, ma compromessa dai recenti crolli di ponti. Una cosa comunque è sicura, in un modo o nell’altro l’ente pubblico deve fare fronte a queste esigenze, trovando le giuste vie di intervento.

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Domenicale 24-11-19 (desistere)

Nel domenicale scorso (17 novembre) avevo annunciato gli argomenti che, se possibile, avrei svolto nella riunione delle sezioni Pd previste il martedì dopo, 19. Così è stato, in un incontro, presso la sede di via Murri, molto affollato, con ampia serie di interventi, ma non direi sorretti da una particolare avvedutezza politica. Per esempio, il tema di base da me introdotto non è stato ripreso da nessuno. Riguardava la desistenza, cioè l’opportunità, o quasi necessità che il M5S non presentasse una sua lista alle nostre elezioni regionali. Ovviamente non dipendeva da noi ottenerlo, ma trovo alquanto dissennato che nessun altro, oltre al sottoscritto, accennasse all’importanza di quel fatto. Si sa che poi il non aver ottenuto quella desistenza è apparso come un fatto grave, compromettente per il buon esito della nostra lista. Purtroppo il risultato della votazione Rousseau ci è stato avverso, ma nell’occasione è più che opportuno esprimere tutta la diffidenza possibile su quel metodo, non in sé, andiamo ormai verso un’estensione dilagante del ricorso alle consultazioni informatiche, ma ci vorrebbe almeno la regola che eventuali referendum affidati a quella via dovessero considerarsi validi solo se ad accedervi ci si stata la maggioranza degli aventi diritto, Invece in questo caso, funesto per noi, pare che si sia espresso solo un quinto degli aventi diritto, un esito che quindi sarebbe da annullare. Curiosa anche una tesi che pure ha ricevuto il maggiore consenso da parte degli intervenuti, che per sostenere la candidatura Bonaccini non si debba insistere sui meriti pregressi della sua amministrazione, ma invece prospettare future mirabilia. A promettere la luna, in fasi elettorali, sono buoni tutti, mentre il metro più solido appare proprio quello di valutare quanto in concreto è già stato fatto. Un altro mio motivo è stato raccolto, cioè il timore di uno spareggio nel voto regionale tra le città e le campagne, dove le prime votano a sinistra e le altre a destra, come è già accaduto tra Milano e le province lombarde, o tra Londra e le zone rurali, a proposito della Brexit. Io in merito ho ricordato, con un po’ di spocchia da intellettuale, l’esempio classico dell’avvento del Cristianesimo ai tempi dell’impero romano, senza dubbio portatore di progresso, e invece il culto resistente, rivolto agli dei “falsi e bugiardi”, nei pagi, da cui anche il termine di paganesimo.
Oltre ad avere insistito sul desistere, io ho anche ricordato il resistere a oltranza, pronunciato a suo tempo dal magistrato Borrelli. Credo infatti che questa debba essere la trincea di contenimento, anche nel caso malaugurato che si perdessero le elezioni regionali. Non cedere, non andare alla crisi di governo, non rendere felici Salvini e compagni. Quanto alle Sardine, è lecito esprimere qualche nota dubitativa, Al populismo fa da correlato il giovanilismo, i giovani si prestano volentieri a queste parate gioiose e giocose, per spirito emulativo, come è avvenuto anche per la predicazione lanciata dalla Thunberg, ma poi che cosa resta? Non è affatto detto che queste pur belle e incoraggianti folle si mutino automaticamente in voti a nostro favore. Temo che tra i “millennials” prevalga l’astensione dal voto, mette in allarme quel loro altezzoso respingere il patronato di qualsivoglia partito, compreso il nostro. Purtroppo temo che sia in arrivo una nuova ondata di qualunquismo, o quanto meno forse non saremo noi a cogliere i frutti di quell’albero.

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Dom. 17-11-19 (desistenza)

Nel domenicale di oggi anticipo quanto direi nella riunione indetta dal Pd locale per il prossimo martedì 19 novembre, con al centro i problemi delle prossime elezioni nella nostra Regione, ammesso che a un pesce piccolo come me sia possibile prendere la parola. Del resto sarebbe la ripetizione di quanto giù affidavo al domenicale di due settimane fa, del 3 novembre. Purtroppo anche nella nostra Regione potrebbe accadere quanto si è verificato in Inghilterra, e anche in Lombardia, che cioè i grandi centri, come Londra e Milano, votano a sinistra, mentre il contado (si sarebbe detto una volta) è più portato a favore della Lega. Questo avviene, almeno a casa nostra, per la politica sbagliata di aver obbligato alcune località a prendersi quote di immigrati, senza preoccuparsi di dar loro un qualche sbocco lavorativo. E forse anche la tutela da parte delle forze dell’ordine può essere apparsa talora alquanto scarsa, che sono i motivi su cui la campagna elettorale di Salvini insiste. A Bologna non dovrebbero esserci problemi, come ha dimostrato la magnifica levata di scudi delle “sardine”, che però, per effettuarsi, richiede una concentrazione di consistenti folle giovanili, come non si verifica altrove. Ma in ogni caso ingranerei il motivo da me agitato in un altro domenicale, l’opportunità di “resistere” a oltranza, se anche ci fosse una sconfitta. Starebbe solo nel Pd ricavarne la triste conseguenza di imboccare la crisi di governo, che diversamente, anche se l’esito elettorale fosse per noi negativo, non potrebbe valere per il Presidente della Repubblica, non tenuto a rispettare i sondaggi di Pagnoncelli e compagni, e neanche i responsi di elezioni parziali. In ogni caso, meglio la vittoria, che sarebbe resa più facile da una desistenza del M5S. Proprio non si vede perché dovrebbe presentare presso di noi una propria lista, per rendere pubblica una sua inevitabile caduta di consensi? Naturalmente una rinuncia a entrare in lizza, col rischio di sottrarre voti al Pd, potrebbe trovare dei compensi, per esempio promettendo a esponenti Pentastellati qualche posto nella Giunta regionale, o anche nelle liste per il Consiglio, se c’è tra loro qualcuno cui non ripugna apparire sotto i nostri simboli. E poi ci si potrebbe impegnare a rendere il reciproco, cioè a non presentare liste nelle Regiini in cui i Cinque Stelle apparissero forza preponderante.

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Una sontuosa manifestazione del “triangolo” di Joseph Kosuth

Avevo già annunciato, parlando di Cesare Viel nel blog di domenica scorsa 3 novembre, che avrei approfittato della presenza in contemporanea di una mostra di Jseph Kosuth, nella Galleria di Lia Rumma, un vero e proprio miracolo, uno spazio che gareggia con le istituzioni pubbliche e tiene a contratto un gran numero di maestri di oggi, quasi sfidando le équipes più affollate dei nostri tempi, quali si riscontrano presso un Gagosian o un Perrotin. Tra tante presenze di valore, appunto, c’è pure il maestoso, ieratico Kosuth, cui si deve l’introduzione della scrittura tra i mezzi canonici di fare arte, accantonando, come insegnava la rivoluzione del ’68, l’usurato strumento del pennello e della pittura. La scrittura, fin dalle avanguardie storiche, era stata presente nella prassi artistica, ma come un modo di gettare un pittoresco disordine nella stanza ben ordinata dei caratteri tipografici. Kosuth invece la prendeva nei modi più conformi, desunti dalle pagine a stampa, per farne un uso tipicamente “concettuale”, ovvero per agire sulla nostra mente, mettendo tra parentesi l’aspetto materiale della grafia, il “significante”, a tutto vantaggio del “significato”, chiamato a far funzionare quasi allo stato puro le nostre “cellule grigie”. E questo uso insolito del materiale verbale era da lui prontamente associato ad altre due vie, così da costituire un rigoroso “triangolo”, che stavano nell’appendere alla parete l’oggetto stesso, oppure una sua foto, anche in questo caso ben attenta a non introdurre disturbanti caratteri sensuosi. Rispetto a queste tre vie canoniche, gli eredi come Viel, cioè i post-concettuali, si sono sentiti indotti a “riscaldare” il clima, ovvero a introdurre un po’ di aspetti più sensuosi, per esempio ricorrendo a scritture manuali, e soprattutto a sfondi cromatici, proprio per umanizzare, rendere più accattivante la maestosità che invece Kosuth ha continuato a imporre alle sue manifestazioni. In sostanza, egli si è limitato a introdurre un unico mutamento, affidando la scrittura alla luminosità opalescente e sfavillante del neon, come nelle insegne pubblicitarie, spiccanti su sfondi rigorosamente neri. Ma per carità, nessuna concessione a uno spirito Pop, alla volgarità delle insegne pubblicitarie. Infatti le frasi, magari sempre più lunghe e complesse, sono affidate a caratteri anch’essi solenni, sacralizzati. Per un verso è l’accoglimento della svolta impressa ai neon da Bruce Nauman, ma assolutamente lontana dal voler rendere conto di dati somatici, esistenziali. Il che sembra costituire una contraddizione, rispetto al titolo stesso di questa mostra in cui si invoca un “Existentioal Time”, ma ancora una volta risulta che il Signore impassibile di questo regno si rifugia nella impersonalità, andando a cercare queste testimonianze di specie esistenziale presso i grandi scrittori della storia, in una lista impressionante che va da Nietzsche a Joyce alla Stein. Si entra cioè in una sacra cripta, in un memoriale eretto per celebrare le più preziose testimonianze del genere umano. Una trasformazione analoga va a colpire gli altri due aspetti del sacro triangolo kosuthiano, che troviamo al primo e al secondo piano della Galleria. Il ricorso alla foto non riguarda più, come in origine, una banale sedia, o un orologio dozzinale, bensì un serpente sacro, acciambellato su se stesso, a evidenziare il mitico schema dell’Ouroboros, “dove è il mio principio c’è pure la mia fine”, avrebbe sentenziato Eliot (anche se in questo caso il riferimento va a Nabokov). E pure gli oggetti, convocati secondo il registro del ready made, del tale e quale, non sono a loro volta desunti da una quotidianità frusta e logora, bensì dai musei dove si conservano gli oggetti appartenuti a tanti eroi del nostro tempo, da Einstein a Duchamp a Virginia Woolf. Il tutto è immerso in gelido algore, in una sorta di freezer, come si conviene per consentire la custodia delle memorie, che non si corrompano, come è nell’intento del nostro artista. Va da sé che, viceversa, per distanziarsi, per trovare uno spazio autonomo di manovra, Viel, assieme ai suoi compagni di generazione, avverte la necessità di “riscaldare”, di riavvicinare alla vita di tutti i giorni quella olimpica e asettica virtuosità.
Joseph Kosuth, “Existential Time”. Milano, Galleria Lia Rumma.

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Dom. 10-11-19 (ILVA)

Mi pare che ormai si diffonda la consapevolezza di quanto sia stato errato cedere ai privati certe infrastrutture fondamentali alla vita economica del nostro, come di qualsiasi altro Paese. Il caso presente ovviamente è quello dell’ILVA, ma si aggiunge pure quello dell’Alitalia, e forse anche di Autostrade. E’ riusonato in queste ore un ammonimento del Presidente Boccia di Confindustria, non si possono obbligare le aziende private a mantenere dipendenti quando il mercato va male, il che è sacrosanto, i privati non possono diventare benefattori lavorando in perdita, ma proprio in questi casi deve intervenire la comunità nazionalizzando, questo è un tratto fondamentale che caratterizza la sinistra dalla destra. E dunque, inutile insistere per far recedere Arcelor Mittal dall’intento di uscita, hanno ragione quanti osservano che la mancata proroga di uno scudo protettivo è solo un pretesto, la vera ragione è che quella ditta per mantenere l’impegno vorrebbe poter licenziare la metà degli operai. Inutile andare per le vie legali, si perderebbero anni, di fronte a una situazione che invece chiede interventi urgenti. E allora, via a qualche forma di nazionalizzazione, magari attraverso la Cdp, o anche con formule di mezzadria, tra lo Stato e qualche privato, come si tenta di fare anche per Alitalia. Non si capisce perché la UE avrebbe posto il divieto a ricorrere ad aiuti di stato, Forse che la sua costituzione è fondata su un liberismo a oltranza, forse è una norma suggerita da un liberista della più bell’acqua come il nostro Giavazzi? Se uno Stato comunitario impiega i suoi soldi per sanare una industria fondamentale, purché rispetti le norme di deficit globale, come glielo si può impedire? E perché si interviene su questo aspetto, mentre si lascia libertà su certi fattori capaci di squilibrare, di creare la differenza, adottando criteri disparati per quanto riguarda l’età del pensionamento, la sanità, la scuola?
Però i guai relativi al nodo ILVA sono due, la conduzione, che deve essere effettuata malgrado tutto a un regime di piena occupazione, ma c’è pure la questione ambientale. Si sente dire che altrove, presso acciaierie di altre nazioni, il problema è stato risolto, prendendo provvedimenti per cui quegli impianti non sono più nocivi. Ma se interventi così salutari non esistono, restano due vie, o spostare l’impianto in un terreno innocuo, o applicare questa ricetta alle abitazioni circostanti, demolendo i quartieri posti in vicinanza delle acciaierie e trasferendo altrove gli abitanti. Ovviamente sono soluzioni onerose, ma non siamo alla ricerca di occasioni di lavoro, soprattutto per il Sud? E non sono questi proprio gli interventi per una politica green, ambientalista, che dovrebbero consentire alla UE di chiudere un occhio sui conti dei membri, concedendo sforamenti’ In ogni caso penso che da evitare sia la politica della decrescita felice, come sarebbe eliminare gli alti forni e sostituirli con un bel parco verde con tanti animaletti scorazzanti.

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Dom. 3-11-19 (resistere)

Per stigmatizzare con efficacia la situazione attuale credo che nulla valga meglio che ripetere lo slogan usato da Saverio Borrelli, al culmine di “Mani pulite”, “resistere resistere resistere”. In questo caso ovviamente lo si deve applicare al governo giallo-rosso, pur sempre sovrastato dal rischio che se cede, il Paese viene consegnato a quel Mussolini in sedicesimo, ma non per questo meno pericoloso, che è Matteo Salvini. E’ sconcertante sentire i “soliti” noti, convocati dalla Gruber e da altri salotti televisivi, ripetere scuotendo la testa che no, così non va, non c’è feeling tra i Cinque stelle e il Pd. Come se ci fosse stato quando si era effettuato il matrimonio ancora più assurdo e a freddo tra Lega e Pentastellati, origine di ogni nostro male, Ho già ripetuto non so quante volte che invece di elogiare il Presidente Mattarella dovremmo inveire contro di lui per aver provocato quella unione contro natura solo per evitare le grane che allora sarebbero state costituite da un sacrosanto andare a nuove elezioni, da cui sarebbe saltato fuori un governo di centro-destra, ma senza dare a Salvini un ruolo prioritario. Si temono i risultati avversi delle elezioni regionali, ma di quella nell’Umbria il buon senso ha portato a far valere la parzialità del responso, dato l’esiguo numero dei chiamati alle urne. Ora ci attende il responso ben più impegnativo della consultazione in Emilia Romagna. Dio non voglia che esso risulti negativo per il Pd, ma se anche così fosse, non ne verrebbe fuori la crisi automatica dell’attuale governo. O meglio, si ricreerebbe la situazione di qualche mese fa, in cui saremmo stati costretti a procedere col governo giallo-verde, a meno che “qualcuno” non provocasse la crisi. E anche dopo un eventuale insuccesso nelle prossime Regionali, se i membri del governo mantengono i nervi a posto, non succede nulla, Mattarella non ha assolutamente il potere di sciogliere il Parlamento, non mi risulta che sia al servizio dei sondaggi di Pagnoncelli. Ecco la ragione del ripetere anche oggi l’appello al “resistere” ad ogni costo. Certo, la carta di una alleanza organica tra i due partiti leader del governo non ha funzionato, in Umbra, potrebbe però funzionare un patto di desistenza, ovvero il M5S, che certo in Emilia non può fare molto, dovrebbe non presentare una propria lista e invitare i propri aderenti a votare per la lista Pd, al fine di non sottrarre voti a quest’ultimo, in un numero che, se anche esiguo, potrebbe però essere proprio la causa della perdita nel confronto con la Lega.

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Dom. 27-10-19 (IV)

Purtroppo il mio divorzio dallo stato di ardente, generoso sostenitore di Renzi è irreversibile, non trovo proprio possibili giustificazioni alla sua scissione. Magari lo avesse fatto in passato quando fu bollato dalle due sconfitte successive, al referendum costituzionale e alle ultime elezioni politiche, sarebbe stato più naturale, in tanti davano per scontato che volesse imitare l’esempio di Macron, e proprio il fatto che allora non avesse compiuto una opzione del genere mi faceva sperare che in lui ci fosse la decisione di rimanere dentro il Pd. Ora invece lo ha fatto, ma senza le motivazioni che hanno assicurato il successo a Macron. In Francia la socialdemocrazia, per il malgoverno di Hollande durante la sua infelice presidenza, compromessa da ridicole imprese amatorie, era scesa a livelli a una sola cifra, il che non è affatto avvenuto nel caso del Pd, che tutto sommato resta in Italia il partito meglio strutturato, fra l’altro non si vede perché mai il cauto e compiacente Zingaretti non riaccolga i fuorusciti del LEU e simili, ora che il da loro odiato Renzi ha tolto il disturbo,. Purtroppo, andandosene, Matteo ha dato ragione a posteriori a quanti lo hanno sempre accusato di essere poco di sinistra, e di aver spostato troppo a destra il Pd, fino quasi a snaturarlo. Insomma, tutte le accuse lanciate nei suoi confronti hanno trovato giustificazione e conferma. Oltretutto la nascita di quel partitino reca offesa temo insanabile alla nobile causa di una socialdemocrazia finalmente unita nel nostro Paese, dopo che per decenni nella balena bianca DC le due anime, di destra, maggioritaria, e di sinistra, minoritaria, erano state costrette a una unità contro natura. E poi ancora la causa unitaria risultò spaccata tra il PCI, troppo lento e cauto a scindere le sue responsabilità dal ramo sovietico, e il PSI di Craxi, incapace anch’esso di staccarsi dalla Balena bianca. Ora avremo i due tronconi, con l’ulteriore pessima conseguenza che Renzi non potrà rispettare uno dei cardini della sua coraggiosa riforma costituzionale, per aver tentato la quale gli si dovrà confermare un grande merito storico. Uno dei punti caratterizzanti era di trasportare anche nelle elezioni politiche l’ottimo sistema che abbiamo per i Comuni, quando grazie al ballottaggio al massimo nel giro di due settimane sappiamo chi sarà il sindaco. Se quello stesso ballottaggio maggioritario fosse stato introdotto nel sistema elettorale politico, l’esito sarebbe stato lo stesso, Ora invece, come avviene per tutti gruppuscoli, Renzi dovrà farsi paladino del sistema proporzionale, anche se magari con alto indice di sbarramento. Perché senza dubbio potrà crescere la nomea di essere un tipico social-traditore, portato a pescare voti al centro e alla destra, ma con ciò ribadendo l’impossibilità di giungere a una possibile unità della sinistra nel nostro Paese. Per cui mi trovo a dovergli augurare un massimo di insuccesso, per punizione di un gesto gratuito ed inutile.

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Pietroiusti: una felice autobiografia

Sono stato un sostenitore della cosiddetta Scuola di Piombino, composta da Salvatore Falci, Stefano Fontana e Pino Modica, cui si era aggiunto Cesare Pietroiusti, nonostante la sua nascita a Roma, parlando di loro già dalla fine degli anni ’80, quando apparvero in forze a Milano, presso la Galleria del Milione, ma solo perché sostenuti da un gallerista allora senza sede propria, Casoli, poi trasferitosi a Roma. Era un episodio appartenente a una infinita sequela di recuperi e rilanci. A metà di quel decennio era terminata una stagione propriamente citazionista dal passato e dal museo, sostituita da una ripresa da tendenze delle neoavanguardie anni ‘60, Pop, Minimalismo eccetera, fino a una sorta di neo-concettuale di cui i quattro erano brillanti protagonisti. Ebbi la fortuna di presentare la loro situazione alla Biennale di Venezia del 1990, quando ancora esisteva l’opportuna sezione dell’”Aperto” dedicata ai nuovi arrivati, poi sciaguratamente abolita, e io appunto ne avevo approfittato per segnalare tutta questa nuova ondata, a cominciare dal grande Jeff Koons, comparso presso di noi per la prima volta in quell’occasione. E c’era pure un ultimo testimone dei Nuovi-nuovi, Pino Salvatori, e oltre a lui, i principali esponenti del neo-minimalismo nostrano, da Stefano Arienti a Umberto Cavenago, e ancora i Nuovi Futuristi, come il trio Plumcake, non ancora divisi in due tronconi, e Gianantonio Abate. E poi, c’erano tre su quattro dei membri della Scuola di Piombino, non Fontana per la semplice ragione che qualcuno lo aveva già invitato in una edizione precedente, ma gli altri sì. In seguito il più assiduo e coerente è stato senza dubbio Pietroiusti, ma pure Falci proprio in questi giorni è ritornato in scena col gallerista di allora, Casoli. Però questa è l’ora di tessere l’elogio di Cesare, che ha organizzato al MAMbo di Bologna una rassegna di grande originalità e completezza. Si trattasse di un narratore, si dovrebbe parlare di un suo ricorso a un modello oggi molto frequentato, quello della “autofiction”, una specie di autobiografia, che nel suo caso risale fino ai primi anni di vita, affidata a ogni sorra di documenti, anche di archivio, di storia familiare, come sarebbero le pagelle scolastiche, le letterine scritte per Natale ai parenti, i primi oggetti acquisiti, radioline, matite per disegnare, e così via, una selva di oggetti tra cui infine compaiono pure le prove di carattere artistico, ma per nulla premiate, anzi, abbassate a un livello di prestazione comune. Al punto che se un rimprovero devo fare a una simile rassegna, è proprio di aver escluso quelle che mi erano apparse allora come le più brillanti opere realizzate da Cesare, pur sempre nel nome della promozione di oggetti banali, anzi, di scarto della vita comune, come sarebbero certi brandelli di carta da noi buttati via, cestinati, ma da lui invece scupolosamente salvati, ingigantiti e rifatti con materiali solidi. Resta comunque una affascinante partita come di ping pong, dentro e fuori dell’arte. A dire il vero, questa ha i polmoni robusti, e sarebbe pronta a suggerire un termine adatto a coprire tanta larghezza di modi. Infatti, proprio nella stagione del concettuale era comparsa la cosiddetta Narrative Art. Ebbene, ci siamo, questa etichetta si sposa perfettamente al carattere autobiografico di cui ho detto subito all’inizio del presente esame, riconoscendo il particolare rigore totalizzante messo da Pitroiusti in quest’impresa. Ma ci sono pure le differenze, in quanto la Narrative Art non pretendeva affatto che l’artista di turno si confessasse, anzi, al contrario, i brani narrativi per lo più erano inventati, avevano un carattere paradossale, inoltre venivano congelati, messi alla sbarra, per poter venire appaiati a dichiarazioni verbali o a interventi visivi che a loro volta si facevano un punto d’onore di mancare all’incontro, di sparare fuori. Campione assoluto di un simile modo di procedere è stata, ed è ancora la francese Sophie Calle, che molte volte irrita proprio per il carattere gelido, astratto, quasi disumano con cui sciorina i suoi reperti, anche se si tratta di parlare della morte di qualche parente stretto. Invece in questa lunga narrazione di Cesare piace, affascina proprio il carattere vissuto, personalizzato al massimo con cui queste “disiectae membra” ci vengono servite, con un piacevole gioco di sponda, rimbalzando cioè da un versante all’altro del polistilismo che oggi è concesso all’arte. Siamo insomma a un museo eretto a memoria di se stesso, dove però anche il visitatore comune si può riconoscere ad ogni passo, riuscire a partecipare, a prendersi una parte di divertimento, o di emozione. Direi che ad ogni artista di oggi dovrebbe spettare il compito di organizzare una simile parata, una storia fedele del proprio vissuto, una prestazione nascente dal nulla o dal tutto pieno di un’intera esistenza.
Cesare Pietroiusti, Un certo numero di cose 1955-2019. a cura di Lorenzo Balbi, MAMbo, fino al 6 gennaio.

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Dom. 20-10-19 (dazi)

A dire il vero in precedenti domenicali ho già detto tante cose ancora valide, ma d‘altra parte “repetita iuvant”, come è nella questione dei dazi, oggi attuale più che mai. Questi non sono un male in assoluto, anzi, costituiscono una ragguardevole arma di difesa, quando un’industria decide di delocalizzare i suoi stabilimenti per spostarli in sedi dove il lavoro costa meno. E’ la ragione che ha permesso a Trump di vincere la presidenza, perché aveva ragione di sottoporre a dazi le auto che la Ford andava a costruire in Messico, dove gli operai costano meno che a Detroit. E anche in Europa si dovrebbe ragionare allo stesso modo, dovrebbe nascere una alleanza dei sindacati, almeno di quelli di sinistra, per attuare una politica del genere. Prendiamo il caso della Whirlpool, perché chiude lo stabilimento di Napoli? Quella ditta cessa in assoluto la sua attività, o la trasferisce in Paesi dove appunto il lavoro costa meno? Nel primo caso non c’è nulla da fare, nel secondo può funzionare proprio l’imposizione di un dazio, se poi quell’azienda vuole reintrodurre in Italia i prodotti costruiti altrove e a costi più vantaggiosi, il che vale anche per la Fiat, che non può pretendere di vendere presso di noi le auto costruite in Brasile a costi minori. La UE, col pieno appoggio dei sindacati, dovrebbe attestarsi su questa barricata. Però si dà il caso che trasferimenti del genere avvengano “intra moenia”, cioè a favore di Paesi appartenenti alla UE, ma dove il lavoro operaio costa meno che da noi. Male si è fatto nell’ammettere delle nazioni di questo genere nella nostra Unione, si doveva pretendere che prima di accoglierli avvicinassero le loro retribuzioni alle nostre, ma se anche questo non è avvenuto, si dovrebbe lo stesso concedere un diritto di dazio a compenso di gravosi dislivelli di questo genere.

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Dom. 13-10-19 (hubs)

L’efferato attacco che Erdogan ha sferrato contro i Curdi ha almeno un vantaggio, di ricordarci che è ancora in atto l’accordo dell’UE di dare al dittatore turco ben tre miliardi all’anno perché trattenga l’emigrazione dall’Est, impedendole di invadere i Paesi dell’Europa dell’Est. Ebbene, come ho già detto più volte, questa mi sembra l’unica soluzione da adottare anche verso gli emigranti con provenienza dalla Libia. Inutile pensare di rimandarli in quel Paese infelice, soggetto a una guerra che fra l’altro ha la curiosa prerogativa di essere “dimenticata”. Che fine ha fatto l’aggressione di Haftar contro Tripoli? Quell’esecrabile tirannello è ancora inchiodato nei sobborghi della capitale libica? Succede al giorno d’oggi, nonostante il bombardamento massmediale, che taluni conflitti a un tratto scompaiano dall’orizzonte, come per esempio quello che sembrava dover portare a una sanguinosa guerra fratricida il Venezuela. Ma ritornando a noi, al momento evidentemente non si può pensare di rispedire i migranti sulle coste libiche. Il patto della Valletta, cioè di una distribuzione degli sbarcati in alcuni Paesi dell’UE che siano disposti ad accoglierli, mi sembra di malcerta esecuzione, e in ogni caso richiederebbe tempi lunghi, Quanto alla rispedizione dei salvati ai Paesi d’origine, questa mi pare rimanere una pia illusione, o quanto meno al momento riesce impossibile farli rientrare nei Paesi subsahariani, da cui la grande maggioranza proviene. E dunque, l’UE dia a noi una congrua somma, con nostro impegno a istituire delle hub, dei luoghi di accoglienza, ma condotti a regola d’arte, non dei colabrodo come lo sono stati fin qui, da cui i confinati sciamano fuori e invadono le nostre località, provocando quelle reazioni di cui si è avvantaggiato Salvini. Oppure si ammassano alle frontiere tentando disperatamente di varcarle verso la Francia o l’Austria. Siano queste non delle carceri ma dei luoghi di educazione allo svolgimento di quei lavori che, inutile negarlo, gli europei, gli italiani in primis, non vogliono più fare; domestici, badanti, braccianti. Dovrebbero essere dei contenitori intesi come centri di addestramento, cui le varie comunità di tutta Europa si potrebbero rivolgere per chiedere l’importazione di operatori secondo bisogno e necessità, naturalmente da retribuire in misura giusta, con l’assistenza dei sindacati. A questo punto, si dovrebbe ammettere lo sbarco nei nostri porti, che sono, non c’è nulla da fare, i più logici, naturali, razionali. Inutile predicare una alternanza degli accessi, che non possono non essere soggetti a una logica geografica, a un calcolo delle distanze. Accanto a una massiccia sovvenzione verso il nostro Paese, l’UE dovrebbe tornare a dotarsi di una flotta destinata al recupero sistematico dei naufraghi, in aggiunta a quanto già fanno le navi battenti bandiere di ong.

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