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Dom. 19-5-19 (Pd-M5S)

Qualche giorno fa la “Repubblica” ha ospitato un’intervista a Giuliano Pisapia, personaggio che non amo e contro cui mi sono già espresso. Ritengo che il suo rifiuto a ricandidarsi come sindaco di Milano rispondesse soprattutto all’intento di smarcarsi da una influenza renziana, a costo di far perdere alla sinistra quel Comune, cosa di cui il nostro Pisapia si sarebbe compiaciuto per il grave colpo che avrebbe inferto appunto al renzismo. Non era affatto la decisione di abbandonare la politica, anzi, di muoversi in una platea nazionale, sempre nel segno dell’ostilità verso quello che al momento appariva ancora il dominatore del Pd, cercando di schieragli contro tutti gli oppositori. Poi è entrato in scena un antirenziano come lui, l’attuale segretario Zingaretti, e allora a quel punto Pisapia non ha avuto più difficoltà a entrare nelle file del Pd, vedendosi subito premiato con l’offerta di un posto di capolista alle prossime europee. Col che, sia ben chiaro, l’esito di questo percorso per me è positivo, non avrei dubbio a votare Pisapia se mi trovassi nel suo collegio. Ma tra le risposte date in quell’intervista figurava un assoluto diniego circa la possibilità che il Pd in futuro potesse andare a fare un governo con i Pentastellati. Questo fino a poco tempo fa sarebbe stato balsamo per le mie orecchie, da renziano come continuo ad essere avevo plaudito alla sua uscita di porta per bloccare i tentativi allora in corso di attuare una alleanza in quel senso. Ora però confesso che avrei qualche dubbio in materia, fatta nascere dall’almeno apparente divorzio in atto in questo momento tra Salvini, sempre più di destra, e un Di Maio, che assume toni da difensore della sinistra. Forse è solo propaganda elettorale, a tutela delle proprie percentuali di voto. Purtroppo temo che l’esito del voto non cambi troppo le cose, la Lega forse perderà qualcosa, ma resterà pur sempre al 30%, i pentastellati risaliranno, ma non oltre il 22%. Morale della favola, dopo le aspre dispute di questi giorni i due fronti potrebbero constatare la convenienza di rifare l’accordo, in quanto Salvini non ha molta voglia di rientrare sotto la tutela di Berlusconi, e Di Maio e compagni non hanno sponde di altra natura. Inoltre un presidente pavido come Mattarella non avrebbe alcuna ragione per aprire una crisi, se non a seguito di un chiamarsi fuori di una delle due parti. Non dimentichiamo che nel 2011 Napolitano poté mandare via dal governo Berlusconi per tacito assenso della vittima, che era spaventato per la crescita dello spread, rovinosa per i suoi interessi privati. Ma qui, se nessuno dei due contraenti del governo “rompe” l’alleanza, Mattarella non si può intromettere. Si delinea la macabra prospettiva che i due, riedizione di un Bonnie and Clyde, uniti in un abbraccio mortale, trascinino il nostro Paese nel baratro. Ma in questo caso il Pd si potrebbe fare avanti e fornire a Di Maio e compagni una sponda per un cambiamento di governo, considerando appunto i passi da loro compiuti negli ultimi tempi verso un certo sinistrismo. E’ per esempio lodevole il loro rifiuto delle autonomie regionali, in base al giusto convincimento che non ci siano regioni di serie A e altre di serie B. Inoltre mi pare che non siano loro i difensori ad oltranza di un altro sciagurato proponimento leghista consistente nella flat tax, e anche sul fronte immigrazione sembrano più aperturisti. Quanto alla questione della riforma pensionistica anti-Fornero, ho già detto altra volta che dovrebbero intervenire i sindacati in dimensione europea, dialogando coi loro omologhi dei vari Paesi per stabilire un’età pensionabile buona per tutti, e non a discrezione delle singole nazioni, autorizzate a fare la gara a chi abbassa di più i termini di un provvedimento, che certo in termini di populismo ottiene facili consensi. Ma starebbe nella serietà di una politica sindacale andare a vedere fin dove in questa direzione ci si può spingere senza compromettere il bilancio pubblico. Una volta constatati i possibili punti d un accordo, ovvero di un contratto sui generis, a quel punto potrebbero essere i Cinque stelle a scalciare via l’accordo con la Lega e ad aprire una crisi, di cui però esisterebbe già una soluzione possibile.

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Dom. 12-5-19 (fascismo)

L’argomento del giorno potrebbe essere l’indubbio rigurgito di velleità di fascismo, il cui apice è stato dato dalla pretesa della casa editrice Altaforte di partecipare al Salone del libro di Torino. Ma in merito direi che basterebbe una attenta e rigorosa applicazione delle leggi antifasciste che già esistono, emesse da Scelba e ribadite da Mancino. Dove ci siano atti che si richiamino a una evidente ripresa di riti fascisti, come per esempio tentativi di rilancio del saluto col braccio teso, o comunque esplicite volontà revansciste, è giusto intervenire reprimendo. Bisogna però stare attenti a non applicare un erroneo sillogismo, che tutto quanto è stato fatto nel famigerato ventennio sia per questa sola ragione condannabile. Io stesso con altri mi sono impegnato a realizzare per il Comune di Milano la mostra “Annitrenta”, nel 1984, con straordinario successo, di recente replicato da una mostra molto simile gestita da Germano Celant per la Fondazione Prada. Il fascismo, se fu implacabile sul piano politico, facendo vittime, da Matteotti ai Fratelli Rosselli, e imponendo il confino e tante altre angherie ai suoi oppositori, sul pano culturale “lasciò fare”, il che avvenne per vari motivi. Per la presenza, al fianco del Duce, di un’amante del tutto con lui solidale quanto a idee politiche, ma certo non priva di talento critico, Margherita Sarfatti, cui si dovette l’operazione positiva del cosiddetto Novecento. Inoltre dalla prima ora fino all’ultimo Mussolini ebbe a fianco il genio esplosivo di Marinetti e del Futurismo. Insomma, intellettuali, scrittori, artisti molte volte, nel ventennio si distinsero non certo per una ribellione al fascismo, ma per la pretesa di esserne considerati come i “veri” testimoni e garanti. E poi è stato ampiamente rivalutato l’intero capitolo dell’architettura sotto il regime, fino al concepimento dell’impresa dell’EUR, con alcuni capolavori che si fece in tempo a realizzare. Insomma, è giusto, necessario essere implacabili nel reprimere ogni rigurgito di fascismo, considerandolo indebito e dannoso, ma ci si deve guardare dall’estendere la medesima condanna su tanti episodi culturali che avvennero nel corso di quegli anni, ma con motivazioni proprie, originali e significative. Nulla di simile venne dalle dittature del tutto negative di Hitler e di Stalin, sotto cui la repressione della libertà e creatività dell’arte e della letteratura fu totale.

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Dom. 5-5-19 (ballottaggio)

L’evento positivo della settimana è la vittoria che il Partito Socialista di Pedro Sànchez ha ottenuto in Spagna, a riprova che la causa della socialdemocrazia non è affatto perduta, almeno in Europa, contrariamente a quanto sostengono tanti gufi di casa nostra. Però si ripropone pure il solito dramma. Il 28% conquistato dal leader spagnolo è ben lungi dall’assicurargli la capacità di governare il Paese, imponendogli l’obbligo di sottomettersi a estenuanti trattative con altri partiti nel tentativo di comporre una maggioranza stabile, o di presentarsi solitario in minoranza con l’ancor più faticoso problema di dover trovare di volta in volta i voti mancanti. Mi pare che si riproponga quanto da me già detto in passato, echeggiando del resto una tesi sostenuta pure dal mio beneamato Renzi: bisogna andare a un accordo entro l’UE che porti ad adottare in ogni Paese il sistema del ballottaggio in due turni, concedendo al vincitore un congruo premio di maggioranza che gli permetta davvero di governare sena continui compromessi, quelli cui siamo soggetti noi stessi per la sciagurata scelta di Mattarella di consegnare il Paese a una maggioranza eterogenea e raffazzonata. Questo dramma di una ricerca ansiosa di un governo stabile, se ci si vale di un sistema proporzionale, si presenta ormai ovunque, in Germania, in Austria, forse perfino in Gran Bretagna, una volta che riesca a saltare fuori dal pantano del Brexit. Unici Paesi che si salvano, nel nostro mondo occidentale, sono la Francia, erede della saggia riforma attuata da De Gaulle, di cui l’attuale beneficiario è Macron, e soprattutto gli USA, che da sempre hanno il sistema bipartitico, vince l’uno o l’altro dei due unici partiti che si danno battaglia. Con la speranza che chi perde oggi possa vincere domani. Anzi, è quasi una certezza, dato che, come proprio osservavo a proposito del conflitto ultimo tra Trump e la Clinton, repubblicani e democratici, non è quasi mai successo che l’uno dei due partiti vincesse per tre volte di seguito. E poi, sappiamo bene che in genere a moderare gli eccessi del partito vincitore c’è la quasi inevitabile vittoria di un ramo del parlamento di segno contrario, nelle elezioni di mid-term. Ovviamente, se anche in Europa si adottasse il sistema del ballottaggio, resterebbero organi parlamentari per frenare gli eventuali eccessi dell’altro fronte. Questa mi sembra tra le prime riforme che si dovrebbero imporre, se si voglia dare nuova vita alla UE.

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L'”Imperio” di De Roberto, opera alquanto inconcludente

In questi giorni si parla molto dell’”Imperio” di Federico De Roberto (1861-1927), terza tappa della trilogia stesa dall’autore napoletano, che ha al suo centro, e come indiscutibile capolavoro, l’opera di mezzo, “I viceré”, mentre quest’ultima, se viene rievocata da un certo letargo, è soprattutto per merito di un’ampia introduzione stesa da Gabriele Pedullà, che già si era distinto curando una raccolta di racconti del De Roberto, e insomma aggiungendo il suo nome a un carniere già ricco di tanti felici interventi diretti su momenti e personaggi della nostra letteratura, da Machiavelli a Fenoglio, per non parlare del suo giovanile opus magnum, addirittura un “Atlante della letteratura italiana”, cui si deve pure aggiungere una sua bella attività di narratore in proprio. Purtroppo il De Roberto, se poteva vantare una apprezzabile fedeltà all’impegno sul reale che era stata propria della grande stagione verista meridionale, si era fatto scavalcare dai tempi, non avvertendo quei palpiti di innovazione che già scuotevano le opere dei suoi coetanei, Svevo, D’Annunzio, Pirandello. Ma certo, è pregevole la cura, quasi da cronista, da giornalista dell’epoca con cui in questo romanzo vengono ricostruite le vicende del nostro Parlamento, in una congiuntura caratterizzata soprattutto dal trasformismo, dal connubio tra destra e sinistra. Strano però il titolo dato all’opera, sarebbe stato più azzeccato porla sotto l’etichetta del “potere”, invece di ricorrere a un vocabolo arcaico. Ma bisogna riconoscere che, proprio nel nome del rispetto a un metodo sicuro, l’autore si procura due testimoni che gli permettano di introdursi in Montecitorio. Sono questi l’eroe numero uno della sagra dei “Viceré”, Consalvo Uzeda di Francalanza, e invece un personaggio più modesto, tale Federico Ranaldi, di estrazione sociale inferiore, che infatti non si può permettere di sedere tra i deputati, gli spetta un ruolo minore, di appoggio alle roboanti e clamorose prestazioni dell’Uzeda. Qui sta un limite del romanzo, infatti il De Roberto non è riuscito a differenziare abbastanza i due protagonisti, al di là delle indubbie diversità di casta e di storia personale, tra di loro c’è scarsa differenza di potenziale. D’altra parte i due sono “cavalli di Troia” per consentire al narratore di darci una gremita vicenda di incontri e scontri parlamentari, scopriamo attraverso le agguerrite note del prefatore che per quei tempi un filone del genere non era una novità, ma trovava molto seguito. Questo comunque il merito principale del racconto, farci assistere alle manovre parlamentari, a come queste avvenivano, come si concepivano i discorsi, con relative emozioni, attese spasmodiche, ricerca di consensi. La vicenda pubblica assorbe quasi per intero i due personaggi, lasciando loro ben poco margine per il privato, tanto più che, anche se escono dalla severa aula parlamentare, è per incontrarsi e tramare nei caffè e ristoranti, o per fondare dei giornali, il cui primo fine è, di nuovo, di servire come armi d’aggressione nelle mischie parlamentari. Diciamo pure che una simile cronaca capillare conquista buone dosi di attualità, scopriamo che ancora oggi il dibattito politico, come ci è testimoniato da mezzi ben più potenti dei giornali, se pensiamo alla selva dei “social”, non pare proprio che si svolga in modi molto diversi. Di particolare attualità risulta essere anche l’attentato di cui Consalvo resta vittima, da parte di un balordo, per sua fortuna senza troppe conseguenze, ma trattato proprio come un episodio che si potrebbe ripetere in qualsiasi momento anche ai nostri giorni. Da notare anche un’amara riflessione fatta da Ranaldi, che assistendo dalla galleria del pubblico a una delle contese logorroiche che si disputano in basso nell’anfiteatro, si appoggia a una colonna, scoprendo che è non già di solido marmo, bensì solo di legno ricoperto da cartone, La cosa ci ricorda la cinica osservazione del Gattopardo secondo cui da noi tutto cambia, ma al fine di non cambiare nulla. E dunque, quella scintillante sceneggiata parlamentare è solo fatta di fragile, inconsistente cartone, il che prelude al pentimento di entrambi i protagonisti, anche in questo caso condotto in modi troppo simmetrici, col loro relativo ritorno ai paesi d’origine. Conviene osservare che questa fuga da Roma ladrona sarà un motivo ricorrente, nella nostra narrativa meridionalista a venire, ne offriranno varianti Anton Giulio Borgese nel suo Rubé, e perfino Vitaliano Brancati con i suoi eroi prigionieri della sicilitudine. Dopo aver visto i due personaggi così immersi e affascinati dalla vita pubblica, ce ne sembra troppo repentino il pentimento, che induce uno di loro, il Ranaldi, fino a meditare il suicidio. Ma di nuovo c’è un deficit di invenzione nel De Roberto, dato che per entrambi come via di fuga e di salvataggio si affaccia solo il concepimento improvviso di un amore per qualche bella fanciulla, una via d’uscita che per la gran parte del romanzo avevano rifiutato, quando ancora speravano di prendersi una qualche fetta di “imperio”, o meglio, di potere. Che il romanzo sia rimasto incompiuto, è stata di nuovo una uscita di sicurezza per l’autore, non si sa bene quale diversa soluzione avrebbe potuto escogitare, oltre a quella di lasciare che i due protagonisti scornati e delusi si rifugiassero nel conforto di teneri amori.
Federico De Roberto, l’imperio, commento e cura di Gabriele Pedullà, Garzanti, pp. 512.

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Dom. 28-4-19 (impossibilità di crisi)

Anticipo a questa domenica il pezzo che secondo abitudine avrei dovuto mettere nel blog la domenica prossima 28 aprile, in cui partirò da New York, arrivando a casa solo il lunedì dopo, 29 aprile. Non so quindi che cosa avverrà nei prossimi giorni, ma ben difficilmente ci potrà essere una crisi di governo, che non avrebbe lacuna possibilità di sbocco. Purtroppo il presidente Mattarella ci ha conciato per le feste, concependo per ignavia il matrimonio fuori natura tra due forze avverse. In questo momento non ci sarebbero maggioranze alternative in Parlamento. Fosse per Berlusconi, magari sarebbe possibile tentare di rilanciare un patto del Nazzareno col Pd, ma Salvini non lo accetterebbe mai e poi mai. D’altra parte una alleanza di centrodestra non raggiungerebbe i voti necessari. E anche sul versante del Pd, malgrado la situazione non florida, e i sondaggi che riprendono a calare, essendo cessata l’effimera luna di miele provocata dall’ascesa di Zingaretti, sembra esclusa la possibilità di rabberciare una qualche maggioranza con i Pentastellati. Dunque, almeno fino alle elezioni europee i due conviventi, anche se da separati in casa, dovranno continuare a convivere sotto il medesimo tetto, e anche dopo, non si vede in quale modo il sodalizio nefasto si possa interrompere, fino al trascinamento del nostro Paese nel disastro totale.

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Michele Serra: un ritiro condivisibile

Michele Serra è un autore ben noto, chi non legge ogni giorno la sua “Amaca” su “Repubblica”, condividendone i toni di un impegno giustamente iroso e scandalizzato che non fa sconti a nessuno, perorando una nobile causa di valori, diciamo così, sentitamente di sinistra? Qualche domenica fa mi è capitato di fare un confronto tra i nostri due maggiori quotidiani, dando proprio la palma all’”Amaca” di Serra nei confronti del suo dirimpettaio, sul “Corriere”, Massino Gramellini, che invece nelle sue noterelle quotidiane appare più frivolo e leggero. Si aggiunga, se qualcuno teme l’impegno eccessivo, che Serra, sull’”Espresso” sa pure coltivare il disimpegno più umoroso entrando in lizza con un altro contendente, Stefano Benni. Ma ecco la sorpresa, l’impegnato a tempo pieno affida a una sua controfigura, tale Attilio Campi, una mossa in senso del tutto contrario, si dichiara stanco, nauseato proprio da quel porsi sempre in prima fila, nel fronte, direbbero gli oppositori, del radical-chic, e mette in atto invece una fuga verso una vita primitiva e selvaggia, di ritorno alla natura, a una esistenza paga del poco, poco cibo, pochi conforti, in una rinuncia quasi di sapore francescano a tutti i privilegi che gli venivano dai precedenti impegni e successi personali. Un simile movimento di fuga non è certo insolito, già altri hanno deciso che bisognava giocare di rovescio, fuggire dallo scenario di una attualità sfolgorante, ma direi che nessuno è riuscito a realizzare questa marcia a ritroso nei modi convincenti quali ritroviamo proprio nell’’indietreggiamento attuato dal nostro autore. Penso per esempio a un Antonio Moresco, anche lui deciso a far ritirare sui monti una sua emanazione, ma senza resistere al richiamo di una “lucina”, come titolava un racconto di qualche tempo fa, e dunque la ricercata solitudine veniva interrotta da un misterioso richiamo, cui il candidato all’eremitaggio non riusciva a sottrarsi. Perfino un consumato umorista come Benni ci ha provato pure lui a ritirarsi sui monti, spogliandosi “Di tutte le ricchezze”, come titolava un suo racconto, il cui protagonista cercava di lasciar cadere la solita maschera del fustigatore dei vizi e costumi della nostra scena quotidiana, ma anche in quel caso, mi è capitato di commentare, l’autore si era portato dietro un po’ di bagaglio, era caduto nel solito vizio di sparare frecciate moraleggianti e critiche. Invece la forza di questo racconto svolto da Serra sta proprio nella misura integra, inflessibile secondo cui il progetto di rinuncia viene condotto, ovvero, per giocare anche in questo caso sul titolo, il narratore ci si è messo davvero d’impegno nell’inseguire e realizzare il progetto “Le cose che bruciano”. C’è quasi una imitazione del nichilismo estremo alla Beckett, d’altra parte evitando il carattere quasi teorematico con cui lo scrittore francese persegue la spoliazione di ogni suo avere. Qui il protagonista non si distacca del tutto da una certa quotidianità, il modo con cui si disfa di vecchio mobilio, di antiche memorie e ricordi è davvero condotto in modo metodico e nello stesso tempo efficace, ragionevole, senza ostentazione. D’altra parte sempre nel titolo è inclusa perfino una dose di ambiguità, infatti in quelle cose sottoposte a una metodica distruzione c’è pure un pacchetto di lettere, un epistolario tra la madre e una presenza maschile sconosciuta. Chissà, se il distruttore le leggesse, verrebbe a conoscere una verità “bruciante”, che la sua paternità risale a qualche amante della genitrice, meglio quindi fermarsi, procedere implacabilmente all’atto distruttivo, senza farsi attrarre troppo da eventuali residui legami con la famiglia, per esempio con una sorella che si compiace di una condotta simmetricamente opposta, si concede cioè ogni piacere, ogni licenza e tolleranza quali possono essere consentite dalla sua avvenenza fisica. Nulla insomma può impedire a questo candidato all’autodistruzione di proseguire con rigore, ma anche in modi verosimili, quasi per vie naturali, nel suo progetto nichilista, fino quasi a rendercelo accettabile, condivisibile.
Michele Serra, Le cose che bruciano, Feltrinelli, pp. 171, euro 15.

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Dom. 21-4-19 (Guglielmi)

Il mio amico e collega in tante avventure critiche Angelo Guglielmi sta festeggiando molto bene la sua età di 91 anni raggiunti in ottima forma. Ha affidato a un agile saggio, “Sfido a riconoscermi”, un autoritratto come via di mezzo tra capitoli, si direbbe oggi, di autofiction, e conferme del suo credo intellettuale. Ma soprattutto l’opinione pubblica resta propensa a riconoscere e celebrare in lui il direttore della Terza Rete, quando questa, in clima spartitorio, venne affidata al PCI e lui stesso, da funzionario Rai fin lì posto su un binario morto, venne recuperato ed elevato a un ruolo direttivo. Dove, come è ben noto, e oggi ricordato ad ogni passo, compi una rivoluzione, ponendo fine ai programmi ingessati e ufficiali delle due reti nazionali aprendo le porte a un impatto diretto della realtà, chiamando a darne testimonianza un gruppo di personaggi da lui inventati e promossi, i vari Costanzo, Santoro, Lerner, Chiambretti eccetera. Domenica scorsa alcuni di loro sono stati invitati dalla Annunziata, nel suo programma, tanto per non cambiare, della terza rete, a recitare le lodi del loro vecchio comandante, con sua presenza diretta. A suo merito, diciamo pure che Angelo “vola basso”, attribuisce il successo ottenuto allora a una perfetta capacità di cogliere il tempo giusto, mentre non ritiene affatto che il miracolo oggi sarebbe ripetibile. In fondo, diciamolo pure, la sua formula ha vinto fin troppo, ora tutti i programmi televisivi, non solo della Rai ma anche delle concorrenti Mediaset e Rete Sette e via elencando, si sono impadronite della formula, la gente comune viene interpellata ad ogni passo, e del resto anche i radical-chic, come i sanculotti alla rivoluzione francese, hanno ben appreso la lezione, sanno di dover apparire in vesti dimesse e ”popolari”, o forse meglio dire populiste. Vale insomma il motto tipico del “troppa grazia. S. Antonio”, una lezione che era innovativa quarant’anni fa, ora è di pubblico dominio, e dunque Angelo si può ritirare in buon ordine.
Dunque, tutto bene, una presenza di cui vengono riconosciuti i meriti storici, mentre lui stesso provvede a confermare quelli raggiunti a livello critico. C’è solo un punto che mi distingue da lui, anche se la mia sorte è imparagonabile alla sua, io sparirò nel nulla, del resto proprio la sua presenza critica mi ha sempre oscurato, in genere colleghi e avversari hanno dato per buone le sue interpretazioni sottoponendo le mie a selve di improperi, o peggio ancora di ostili silenzi. Ma nel mio piccolo io resto in linea, sono combattente oggi come ieri. Un limite di Angelo, e proprio come è risultato dall’intervista che gli ha dedicato l’Annunziata, è di essere caduto nella “laudatio temporis acti”, avvalendosi del copione “ai mei tempi sì che”, al punto di riabilitare perfino due personaggi che nella sua carriera critica ha sempre attaccato, Moravia e Pasolini, incontrando sul primo il mio dissenso, e invece piena concordia riguardo al secondo. Questo suo chiudere al presente Angelo lo aveva già dimostrato quando nel ’93 non sostenne per nulla il tentativo, condotto da me e da Balestrini, di rilanciare un fronte sperimentale, e proprio in ambito narrativo, negli incontri di RicercaRE, a Reggio Emilia. Fra l’altro, apriti cielo, in quei fortunati dialoghi con i nuovi narratori noi dovemmo constatare la rinascita della trama, questo vecchio protagonista della narrativa che non vuole mai uscire di scena. Proprio con lui personalmente mi scontrai, io difendendo Ammaniti come massimo esponente di questo rilancio, lui invece escludendolo, facendo piovere su di lui una implacabile condanna. E così via, io credo che ogni generazione dia i suoi frutti, obbligando anche l’establishment ad attuare certi pubblici riconoscimenti, se si pensa che proprio Ammaniti, e Scarpa, e Piccolo, balzati fuori da Reggio Emilia, sono andati a dama, ovvero hanno ricevuto il conferimento del Premio Strega. E spero che quest’anno venga laureato Scurati, anche se non uscito dalle nostre file, e vorrei anche che prima o poi ci si ricordasse pure di Covacich, e di altre nostre scommesse di quei tempi, tra cui le voci femminili, Ballestra, Campo, Santacroce, Vinci. E’ quasi una legge fisica, non si ammettono i vuoti d’aria, lo spazio, della letteratura e dell’arte, viene inevitabilmente occupato da nuovi arrivi, e il nostro compito critico è di ricominciare ogni volta daccapo, di non andare in pensione, se non sotto l’aspetto burocratico e remunerativo. Io almeno non ci andrò, anche se temo con esito nullo agli effetti di qualche pubblico riconoscimento.
Angelo Guglielmi, Sfido a riconoscermi, La nave di Teseo, pp. 168, euro 19.

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Dom. 14-4-19 (Zingaretti)

Questo domenicale ricalca motivi da me già agitati. E’ l’ingenerosità che certi santoni, pur a parole propensi alla sinistra, continuano a dimostrare verso il Pd. Prendiamo per esempio l’elezione a segretario di Zingaretti. Preciso che io non ne sono stato un sostenitore, nelle primarie non ho votato per lui, anche perché a livello fisionomico appare una cattiva copia del fratello Luca. Ma da buon militante Pd sento ora l’obbligo di sostenerlo, mentre appunto i pensosi, a parole, partigiani della sinistra non mancano di accoglierlo con qualche sorrisetto, di tirargli le orecchie accusandolo di insufficienza. Forse il numero uno di questi falsi sostenitori della sinistra è Marco Damilano, che sta trascinando molto in basso, verso l’inutilità, l’ “Espresso” di cui ha preso la guida. Aò suo fianco si pone Antonio Padellaro, vendicativo a oltranza, che non perdona un crimine in effetti su di lui compiuto dal Pd in altri tempo, l’averlo mandato via dalla direzione dell’”Unità” per ragioni non chiare, ma così attirandosi addosso il suo astio incessante, come risulta nei soliti appuntamento con la Gruber, dove recita la parte del “giapponese”, dell’ultimo combattente a favore della causa dei Pentastellati, assieme al suo capo Travaglio, mentre da molte altre parti li si sta abbandonando. Ma, poste queste recriminazioni, resta vero che il messaggio lanciato da Zingaretti appare debole e poco incisivo. Il fatto è che il Pd deve rispondere sui due fronti che ne hanno provocato la sconfitta nello sventurato 4 marzo dell’anno scorso. Viene prima di tutto l’aver fatto molto poco per dare lavoro ai giovani, che in conseguenza lo hanno abbandonato in massa confluendo nei Cinque Stelle, e non sono certo ritornati a lui, nelle file del popolo Pd andato a votare per le primarie, tra cui io stesso, di giovani se ne vedevano ben pochi. Un’inchiesta sociologica dovrebbe indicare che si è compiuto il grande tradimento, i figli delle classi che votavano a sinistra, i quali a loro volta un tempo votavano accettando i consigli dei padri, ora sono concordi nell’esprimere un voto di protesta. Anche il mio amato Renzi ben poco ha fatto per questa causa, confidando troppo nello sgravio degli oneri fiscali concesso agli industriali italiani per indurli ad assumere. Doveva credere di più nella soluzione roosveltiana del New Deal, cioè dedicare miliardi di euro per creare posti di lavoro nella scuola, nei beni culturali, nei centri civici, nel personale paramedico. Ho ripetutamente denunciato due passi falsi dei passati governi, il non aver trovato uno sbocco professionale per i possessori di lauree del primo grado, del triennio, obbligandoli a proseguire negli studi. E poi c’è stata la stupida e insensata riforma Franceschini, che invece di creare concorsi per posti di ispettore è andata a conferire pingui contratti a pochi esperti internazionali solo allo scopo di far accedere più pubblico ai musei. L’altro limite della passata gestione Pd è di aver proceduto a una distribuzione degli immigrati, ma inserendoli di forza e in modo disorganico delle relative comunità civiche, che li hanno sentiti come un ingombro, come una minaccia. Bisognava invece impostare una politica che portasse a immetterli nelle forze di un lavoro regolare, a copertura dei tanti mestieri manuali e di basso profilo che i nostri giovani si rifiutano di fare, preferendo vivere alle spalle di padri e di nonni, o credendo di scorgere nell’elargizione proposta dai Pentastellati un comodo ripiego a una disoccupazione cronica. Gli immigrati potrebbero essere una risorsa, se inquadrati in modi regolari. In merito gravi sono anche le colpe dei sindacati di sinistra, che nulla hanno fatto in questa direzione. Voglio sperare che il Pd, in vista delle prossime tornate elettorali, si concentri su questi due enormi

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Dom. 7-4-19 (CGIL)

Confesso che mi trovo a ripetermi, forse valida ragione di più per far cessare questi miei inutili vagiti. Mi voglio riferire all’incontro tra il nuovo segretario del Pd e il nuovo responsabile della CGIL, che senza dubbio era giusto fare, ma è anche evidente che non sono stati affrontati temi decisivi, tanto è vero che il Pd ha ripreso a calare nei sondaggi, a svantaggio del concorrente immediato, i Pentastellati. Mi è capitato di osservare che la grande occasione mancata dei nostri sindacati di sinistra è stata di non fare una politica di respiro europeo, cercando di stringere un patto di solidarietà con i sindacati di uguale colore, almeno finché al governo di importanti Paesi c’erano partiti socialdemocratici, come la Germania, la Spagna, e in fondo anche la Francia di Macron. Uno di questi temi su cui urgeva raggiungere un’intesa sovra-nazionale stava nell’età del pensionamento. Per carità, è giusto che un sindacato di sinistra sia favorevole a concedere ai lavoratori un pensionamento quanto più possibile “basso”, al limite si potrebbero pure abbracciare concezioni di socialismo utopistico, di quelle che profetizzano la fine del lavoro, da affidare ai robot, con la classe operaia che va in paradiso dandosi a incrementare a dismisura il tempo libero. Ma si sa che più si abbassa l’età dell’andare in pensione, più aumentano i costi, con rischio di dissestare l’economia dei vari Paesi. E dunque, perché non fissare un limite comune, che evidentemente sarebbe più facile sostenere, senza concedere a disinvolti tentativi di abbassarlo a puri scopi elettorali, come stanno facendo concordi i giallo-verdi? E sempre per rivangare tra i mei passati appunti, perché un partito europeo dei sindacati non è intervenuto nel fissare paletti doganali per le imprese che vanno a produrre all’estero, in Paesi dove la mano d’opera costa assai meno che da noi? Solo fissando una quota di compenso, per prodotti fabbricati a costi agevolati del lavoro, è possibile proteggere le possibilità di occupazione per la nostra classe operaia. Infine, che cosa hanno fatto i nostri sindacati, CGIL in testa, per tutelare il lavoro degli immigrati, per proteggerli dal caporalato, dallo sfruttamento indecoroso della mano d’opera a prezzi di schiavismo? E se non sbaglio non c’è stato alcun impegno a fare un impiego razionale degli immigrati, trovando per loro utili occasioni di occupazione, in quelle attività che la nostra classe operaia rifiuta? Sarebbe quello il primo passo verso una possibile integrazione. Questi gli aspetti per cui i sindacati di sinistra dovrebbero battersi, il che forse consentirebbe anche un miglioramento nei sondaggi relativi al Pd, loro inevitabile compagno di destini.

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Dom. 31-3-19 (governo)

I nostri due principali quotidiani titolano oggi, il “Corriere”, “Lega-M5S, ora è alta tensione, e la “Repubblica”, con quegli enormi caratteri a scatola portati dalla nuova direzione, “Governo, prove di divorzio”. E’ insomma l’ovvio, consensuale riconoscimento di quanto sia stata scellerata la composizione dell’attuale governo. Il bello, o il brutto è che nessuno si azzarda a mettere sotto processo il responsabile di questo dannoso pateracchio, il presidente della repubblica Mattarella, che lo ha fatto per evitare le grane che gli avrebbe procurato un più onesto proposito di portarci a nuove elezioni. Purtroppo non si vede come il malo connubio possa cessare, le elezioni di cui ora siamo tutti in attesa riguardano l’Europa, e dunque quale ne sia l’esito, i due contraenti del matrimonio contro natura potranno chiamarsene fuori, anche perché un eventuale divorzio porrebbe a entrambi più guai che vantaggi. I Pentastellati in definitiva potrebbero sperare di riguadagnare qualche punto, visto che ora si sono messi di caccia a contrastare le mosse vincenti della controparte, inoltre può darsi che il loro relativo successo nell’aver varato il reddito di cittadinanza riporti a loro il voto dei giovani, in ogni caso non hanno alternativa, all’aggrapparsi al corpo della Lega, come un pugile suonato che tenta solo di prolungare il suo rimanere in piedi nel ring. Quanto a Salvini, egli non potrà andare oltre quel 30 e passa % di cui già dispone, e poi, perché rinunciare alla comoda possibilità di mettere alle strette l’attuale alleato, visto che gli riesce così bene di ricattarlo? Morale della favola, nulla lascia sperare che dopo le elezioni si renda inevitabile una caduta del governo, questo potrà rimanere in piedi a fare danni, col tacito consenso del timido Mattarella, che non ha certo la stoffa di un Napolitano, e che dunque non assumerà mai la responsabilità di mandare a casa i due partner di cui lui stesso ha benedetto a suo tempo le nozze. E dunque, i gialloverdi potranno continuare nella loro opera sistematica di dissesto inflitto a tutti i nostri parametri, fino a esiti catastrofici.

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