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Dom.18-11-18 (centri storici)

Nei giorni scorsi si è tenuto sulla “Repubblica” un interessante dibattito sui centro storici della città, se sia possibile o meno difenderli. Sono stati intervistati Pier Luigi Cervellati, Massimo Cacciari, Alessandro Leon, con Francesco Erbani a fare da mediatore e cucitore. Ovviamente Cervellati è rimasto fedele alla sua missione storica, che fu negli anni ’50 e ’60, di fiero sostenitore del compito di restaurare i centri storici salvandoli dal degrado, una predicazione che allora gli diede onorificenze a iosa in tutto il mondo occidentale, ottenendo anche un preciso riscontro materiale a Bologna, con riassetto e ridipintura delle case antiche e tanti altri utili provvedimenti. Ma già allora queste isole protette risultavano insufficienti all’aumento della popolazione, e dunque lo stesso PCI locale, che del progetto Cervellati si era fatto un fiore all’occhiello, lo accantonò, puntando invece su un’espansione a Nord, fuori dal sacro cerchio delle mura cittadine, e affidando una simile diversa vocazione all’urbanista Campos Venuti. Ora Cervellati è tornato a insistere sul suo vecchio messaggio, e gli si può dare ragione, bisogna tutelare appunto il centro storico dal rischio di una quasi totale perdita di cittadinanza privata, a vantaggio di ristoranti, negozi d’abbigliamento, sedi bancarie, studi professionali. E’ questo un compito legittimo, e dunque fa male Cacciari, come sempre spocchioso e pieno di sé, a dichiararlo insostenibile, partendo un po’ troppo dal caso di Venezia, dove evidentemente la pressione del turismo di massa fa saltare tutte le paratie, simile al fenomeno dell’acqua alta, e lo stesso ovviamente si può ripetere per Firenze, ma le altre città italiane sono ben lontane dal subire un’invasione di uguale portata, e dunque pare più lecito battersi per la sopravvivenza di un tessuto civico. A Bologna di recente si è avuta una protesta di intellettuali che hanno tentato di ostacolare l’installazione di un supermercato nel cuore stesso della città, a fianco della cattedrale di S. Pietro. Si aggiunga un problema connesso, su cui io stesso sono intervenuto più volte: questa difesa dell’integrità dei centri storici ha il capitolo collegato di evitare i brutti sfregi dei “writers” a ruota libera, deturpatori di pareti, cosa grave se queste sono di valore storico. Un problema che si può risolvere infittendo la rete dei monitor capaci di registrare e rendere punibili gli atti barbarici.
Se dunque è giusto rilanciare il piano Cervellati, riscuotendolo dal letargo che gli era stato imposto, è però altrettanto giusto farsi carico delle periferie, dove di necessità tanta parte della popolazione è andata e va a risiedere. Bisogna renderle accoglienti, nelle abitazioni, nei servizi, nei trasporti, e mentre per lo spazio protetto entro le mura conviene svolgere una campagna protettiva contro gli interventi grafici indebiti, fuori porta al contrario occorre condurre operazioni ben calcolate di arredo urbano, di “street art”. Insomma, ci sono due pesi e due misure, per un verso i partigiani della crescita e dell’espansione devono riconoscere il buon diritto di protezione dei centri storici, per altro verso i legittimi sostenitori di questa profonda motivazione, sul tipo di Cervellati, devono saper aprire alle ragioni ben diverse che si rendono valide per le periferie.

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Dom. 11-11-18 (Cazzullo)

Stimo abbastanza Aldo Cazzullo, come del resto gli altri opinionisti in forza del “Corriere della sera”, per esempio Paolo Mieli, Beppe Severgnini, mentre più difficile è il mio rapporto con i collaboratori esterni, detesto i predicozzi di Galli Della Loggia, dissento in pieno dal liberalismo di Francesco Giavazzi, ho umori a sensi alterni con Angelo Panebianco, Ma tornando a Cazzullo, non ho condiviso una sua polemica con un lettore, nella rubrica “risponde” di martedì 6 novembre, a proposito di D’Annunzio e dei suoi rapporti con la Grande Guerra. Del resto, molto sinceramente Cazzullo ha dichiarato che nei suoi giudizi sul Vate è condizionato da un’insegnante avuta al liceo che glielo ha presentato in termini molto negativi, sul piano ideologico. Il che lo ha portato a bacchettare il Comandante imputandogli di essere stato un interventista, un guerrafondaio, un cinico condottiero portato a spingere alla morte centinaia di poveri soldati. Il tema è grosso e forse senza soluzione. Nel 1915 era meglio intervenire o no? Sbattere sul tavolo della pace la immane cifra di un milione di caduti, per meritarci la consegna di Trento e Trieste, o invece astenerci dal conflitto e ricevere quelle stese terre dall’impero austroungarico come premio per la nostra neutralità? Francamente non so cosa avrei pensato in quel momento drammatico, forse davvero era meglio astenerci dall’entrata in guerra. Ma, tornando al Comandante, è sicuramente vero che egli ha voluto la guerra per spirito guerrafondaio, per esaltare il suo eroismo, da autentico cavaliere all’antica o da samurai, dedito alla singolar tenzone, di cui infatti ha dato prove tangibili, imbarcandosi per temerarie imprese su agili imbarcazioni o su fragili velivoli, fino al famoso infortunio che gli è costato la perdita di un occhio, Ma è altrettanto sicuro che proprio nel corso della Guerra è avvenuta una mutazione in lui, egli ha capito la presenza dell’”umile fante”, del popolo affamato, negletto, sfruttato dalla borghesia, che peraltro era la sua stessa classe d’origine. Ci sono dichiarazioni sincere in lui quando dice di inchinarsi proprio davanti all’”umile fante” e di sentire l’obbligo morale di innalzare un altare in suo onore. Una cosa si può dire, che sul fronte il proletariato italiano, oltre a fare qualche passo verso un’unificazione linguistica della comunità nazionale, ha raggiunto un’unità di classe. E’ quanto un allora giovane scrittore in erba, Curzio Malaparte, ha capito a meraviglia, dandoci quello straordinario pamphlet che si intitola “Viva Caporetto” dove viene svolta una tesi estrema ma in sostanza veridica, che proprio in occasione di quella disfatta i poveri fanti hanno capito che il vero nemico era nelle retrovie e dunque bisognava invadere l’Italia per colpire il vile borghese che li aveva mandati mal attrezzati a morire sulle trincee. Credo che, anche senza gli orrori della guerra, in quel momento storico ci sarebbe stato comunque lo scontro tra un proletariato oppresso, sfruttato in mille modi, e la borghesia, ovvero l’Italia si sarebbe trovata al discrimine, o una rivoluzione di sinistra, al modo di quella leninista, sovietica, o una controrivoluzione di destra, dei neri, del fascismo. Certo, continuando a compulsare il dossier dannunziano, senza dubbio egli allora stava coi neri, però ci fu quell’episodio di Fiume e della Carta del Quarnaro che senza dubbio si pose nel segno dell’ambiguità, ma che allora era nell’aria, in sospensione tra sinistra e destra, tanto che perfino Lenin mandò un osservatore per capire che cosa stava succedendo a Fiume, verso cui molti intellettuali accorrevano da tutte le parti, non solo della geografia dell’Occidente, ma anche della carta dei valori ideologici. Fu insomma la “Festa della rivoluzione”, come una eccellente studiosa di quei fenomeni, Claudia Salaris, ha intitolato un suo saggio fondamentale. E io stesso, riproponendo un mio scritto, “D’Annunzio in prosa”, l’ho potuto arricchire della preziosa testimonianza di alcuni intellettuali inglesi, i fratelli Sitwell, che si dissero all’incirca: “abbiamo perso la rivoluzione sovietica di ottobre, non lasciamoci scappare questa nuova occasione data da Fiume”. La conclusione è che bisogna stare attenti a non applicare chiavi ideologiche troppo a senso unico, occhiali affumicati dal pregiudizio, Purtroppo l’Italia del secondo dopoguerra, in giusta reazione al fascismo, fu dominata da una ortodossia marxista ottusa, pronta a fare strazio di tanti valori, senza accorgersi che aveva nell’armadio gli scheletri della repressione stalinista. Sia D’Annunzio che Pascoli furono tra le molte vittime di letture del tutto monodirezionali.

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Dom. 4-11-18 (Pil)

Oggi parliamo un po’ del Pil, che secondo una drammatica notizia dell’Istat ha cessato di crescere. Ma, tra parentesi, mi chiedo se questo dato, nel nostro Paese, non sia da aumentare almeno di un terzo, pari all’evasione di cui tante aziende e imprese, come ben si sa, sono colpevoli. Tuttavia stiamo pure ai dati ufficiali, e smettiamola di lamentarci, o di augurarci sostanziosi incrementi, che ormai non possono più arrivare, non soltanto nel nostro disastrato Paese, ma anche in tutti gli altri che partecipino a un medesimo livello di benessere e di maturità. Oppure, per dargli ossigeno, dovremmo adottare un consumismo sfrenato, disfarci al mutare di ogni stagione dell’intero armamentario di gadgets, telefonini e altro, o riempire il carrello della spesa di cibi già destinati in partenza a finire nella spazzatura. Ci sono invece tutte le aree sottosviluppate del mondo, che sarebbero suscettibili di crescite a numeri interi, e non a piccoli decimali. Questo dovrebbe essere l’impegno per il futuro, cioè incitare le nostre imprese e aziende ad andare a produrre in quei posti, ma non col furbesco proposito di reintrodurre poi presso di noi quelle merci prodotte a basso prezzo, bensì di procurarne un consumo in loco, a soddisfare gli infiniti bisogni di quelle popolazioni. Sarebbe un modo per dare lavoro alle nostre maestranze, quel lavoro di cui ormai noi stessi siamo avari, e invece merci, mezzi, cibo alle tante aree del sottosviluppo. Certamente è un programma utopico, in quanto, ahimé, c’è un rapporto diretto tra il sottosviluppo di quelle aree e la presenza in esse di dittature, corruzione, lotte etniche, e dunque questi insediamenti dovrebbero avvenire sotto scorta armata, con truppe pronte a difendere chi si avventuri in tali imprese. Al momento questa è un’utopia, ma prima o poi ci dovremo passare, cercare di renderla possibile, o diversamente rassegnarci ad aumenti sempre più ridotti e da misurare in pochi decimali.

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dom. 28-10-18 (Pd

Il Pd è affondato in una serie di “mea culpa”, di fervorini sterili in cui si invocano mutamenti di tono, di condotta, mentre in politica contano le “cose” che ci si deve proporre di fare, a correzione di errori che ci sono stati, e proprio i punti che hanno dato il successo alla coalizione gialloverde ci dicono dove e in che modo si deve agire, per parare i loro colpi. Purtroppo uno dei punti dolenti non è nelle mani dei partiti italiani, deve intervenire l’EU, infatti è inutile, è risibile che si fissi, seppur legittimamente, per ogni Paese aderente i limiti del deficit da rispettare, se prima non si decide, tutti assieme, una questione strategica, a quale età consentire il pensionamento dei lavoratori. Non si possono lasciare le mani libere ai singoli stati in una materia del genere, pretendendo che però rispettino i criteri di spesa. Questo lo deve fare l’autorità comune europea, altrimenti i singoli Paesi subiscono il ricatto populista del ritornare alla età pensionabile che la Fornero ha innalzato, non per capriccio ma per porre rimedio a un precedente momento in cui la nostra economia versava in cattivo stato. E ci stiamo ritornando, se si lascia al governo la possibilità di rimettere il limite del pensionamento ai 62 anni. E’ ovvio che il “popolo” plauda a una proposta del genere, e voti in suo favore, se non interviene una imposizione europea, che fissi proprio un limite uguale per tutti, come condizione “sine qua” non per rimanere in Europa.
L’altro punto in cui il Pd deve rimediare al passato sta nell’aprire vaste possibilità di lavoro ai giovani, ben al di là dell’insufficiente Job’s Act, e beninteso scartando con sdegno l’ipotesi assistenzialista su cui pure i Pentastellati “ci marciano”, attirando a sé quasi per intero il voto giovanile. Bisogna trovare i modi di aprire concorsi, assunzioni, anche a costo di sforare i limiti di spesa, invece che per dare sussidi agli sfaticati e abbassare l’età dell’andare in pensione, che invece sono i due assi di briscola dell’alleanza di governo.
Infine, la questione immigrati, dove il Pd, come forza di governo, ha sbagliato non certo nell’assicurare l’accoglienza di quanti sono stati affidati alle carrette del mare, ma nel distribuirli poi sul nostro suolo senza procurare loro una sistematica possibilità di lavoro, di inserimento nella società. Prendiamo atto di due fallimenti, della politica di Minniti verso la Libia, troppo malmessa per fornire una sponda di accoglimento degli aspiranti all’immigrazione in condizioni sopportabili. Non so che mai riuscirà a fare la conferenza–monstre prevista nei prossimi giorni. E inappellabili sembra pure la risoluzione degli altri Paesi a prendersi ciascuno una quota di immigrati, anzi, pretendono addirittura di riportarci quelli che di straforo siano riusciti a varcare i confini. Quindi, teniamoceli, cercando di ricavarne un impiego razionale, e facendoci pagare dall’Europa il disturbo, allo stesso prezzo che viene concesso alla Turchia per chiudere la rotta da Est a Ovest. Noi possiamo chiudere quella da Sud a Nord, ma alle stesse condizioni, ed è quanto possiamo e dobbiamo pretendere con voce ferma dall’UE.

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Dom. 21-10-18 (Leopolda)

Non partecipo alla Leopolda, e del resto, chi mai ascolta la mia vocina sommessa, lanciata nel vuoto? Comunque, mi permetto di riassumere quanto voglio sperare che venga detto in questa occasione, che è anche la sintesi di tanti miei precedenti interventi, volti a parare i guai da cui è scaturito il consenso popolare tributato a Lega e M5S.
Primo, pensioni, revisione legge Fornero. Trovo madornale che la UE non abbia proceduto per prima cosa a fissare un’età pensionabile uguale per tutti gli Stati membri. E’ inutile predicare il rispetto di certi parametri economici se poi si permette di mandare all’aria i rispettivi bilanci con date diverse di pensionamento. E’ chiaro che il popolo plaude all’idea che si vada in pensione a 62 anni invece che a 66, ma ci vuole appunto una regola perentoria per impedire l’arbitrarietà di decisioni in questo ambito cruciale:
Secondo. Assenza di lavoro giovanile, ragion per cui la grande massa degli elettori dai 18 anni fino ai 30 e oltre hanno votato M5S. Bisogna che lo Stato, seguendo l’esempio decisivo del new deal roosveltiano, intervenga con massicce assunzioni. Io domenica scorsa ho indicato un limitatissimo intervento, di assegnare tante quote per cattedre universitarie quanti sono gli idoneati promossi nei concorsi nazionali. Roba da poco, cui il MBC dovrebbe aggiungere ben più abbondanti assunzioni, in accordo con Comuni e Regioni. Più in genere, diamo uno sbocco alla riforma universitaria del tre più due, che attualmente non serve a nulla, in quanto dopo il triennio non è prevista alcuna possibilità di assunzione, nelle scuole, negli ospedali, nella tutela del territorio e dell’ambiente. Tutto ciò, ovviamente per respingere la sterile linea assistenzialista del reddito di cittadinanza, che è la promessa di dare soldi in tasca perpetuando uno stato di disoccupazione generalizzata.
Terzo, e più difficile, questione immigrati. Sono cadute alcune ipotesi, come quella di distribuirli tra i vari Paesi, che non li vogliono. O di cercare la collaborazione della Libia, per farle impedire le partenze e trattenere in luoghi appositi gli aspiranti all’immigrazione via mare. Diciamo pure che la politica tentata da Minniti in merito è senza sbocco. L’unico esempio è dato da quanto l’UE ha fatto verso la Turchia, dandole una cospicua sovvenzione per farle trattenere gli immigrato, e così chiudendo l’esodo verso l’Occidente. I Paesi di quell’area si sono tutelati, l’unica sarebbe di fare lo stesso con noi, di farci divenire il luogo di accoglienza degli immigrati, e di una loro redistribuzione, ma sensata, a ragion veduta, come di un enorme ufficio di collocazione. Invece li lasciamo evadere dai nostri centri di accoglienza, a errare per le nostre strade, il che ha allarmato la popolazione e l’ha portata ad aderire in massa al discorso xenofobo di Salvini.

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dom. 14-10-18 (idoneazioni)

Faccio tacere una volta tanto la mia “vox clamantis in deserto” rivolta a denunciare il misfatto del Presidente Mattarella che ha regalato il Paese al duo di malfattori Salvini-Di Maio, nonostante che avessero del tutto proclamato il piano criminoso di portarci sull’orlo della bancarotta. Affronto invece un tema più in linea con la mia vecchia professione di docente universitario, anche se ai mie tempi non esisteva la modalità dell’idoneazione nazionale dei candidati a qualche avanzamento nei posti di insegnamento. Ora si deve acquisire una specie di abilitazione ai due ruoli di ordinario e di associato, con prove affidate a commissioni che lavorano on line, con l’obbligo di mettere poi in rete i rispettivi verdetti. Non ci sono limiti di posti, il che consente a queste commissioni di largheggiare nelle promozioni. Infatti, fino a questo livello, il sistema funziona bene, le commissioni si riuniscono abbastanza presto, e la messe degli idonei è larga. Ma poi i promossi devono affrontare delle colonne caudine, in quanto l’idoneità raggiunta è solo un primo passo, devono poi trovare qualche dipartimento dei vari Atenei che sia disposto a chiamarli, avendo nella sua dote la relativa quota di assunzione. La cosa è abbastanza facile quando si tratta dell’avanzamento di persone già incardinate, di ricercatori che sono stati promossi al rango di associati, e di questi ultimi dichiarati ordinari. Ma diventa invece difficile per chi è fuori dal sistema, e dunque esige una quota intera. Molti dunque degli idoneati restano fuori, sono costretti a lunghe attese, con l’ansia che i termini di validità del titolo raggiunto possano scadere. Sarebbe molto semplice ovviare a questo stato di cose, con un provvedimento che per giunta andrebbe del tutto nel senso di dare lavoro ai giovani e di evitare la fuga dei cervelli, che sono finalità proclamate a piene lettere da tutti i governi, compreso il precedente, quindi una volta tanto la mia non è un’accusa all’attuale governo gialloverde. Basterebbe mettere a disposizione una quota, che non ritengo molto rilevante, tale che ci fosse un posto per ogni idoneato, a prescindere dalle disponibilità esistenti presso i singoli dipartimenti e atenei. A questo modo l’assunzione sarebbe assicurata, si tratterebbe solo di aspettare il proprio turno, ma con l’animo tranquillo, sapendo che prima o poi questo arriverebbe. Non credo che la spesa per istituire un provvedimento del genere sarebbe eccessiva, d’altra parte esso andrebbe in una direzione del tutto giusta, in linea con i vari proclami annunciati, che però restano il più delle volte soltanto delle proclamazioni emesse a vuoto.

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Dom. 7-10-18 (new deal)

Qualche giorno fa il salotto di Lilli Gruber ha visto lo scontro tra Renzi e Padellaro, in cui il primo ha rivendicato i meriti del suo governo, mentre Padellaro, nel suo volto di vendicatore dell’affronto che gli è stato fatto di venire licenziato dalla direzione dell’”Unità”, e dunque divenuto un oppositore d’obbligo del renzismo, con la conseguenza di appoggiare la rivolta dei Cinque Stelle, gli obiettava, non senza ragione, come si debba spiegare il crollo delle azioni del Pd, se davvero avesse condotto le cose in modo debito. Io nei miei inutili appunti ho già risposto a suo tempo, quando ammonivo che bisognava seguire il grande esempio offerto dal “new deal” di Roosvelt al momento della grande crisi del ’29. C’è poco da dire, di fronte a queste catastrofi, è la comunità, il governo, lo stato che deve intervenire, ad assicurare lavoro, di fronte all’incapacità, o alla non volontà dei privati, dei borghesi, dei capitalisti, di farlo, in quel momento. Invece Renzi ha creduto un po’ troppo nei “capitani coraggiosi” della nostra industria, che tali non sono, e che hanno approfittato degli sgravi fiscali offerti dal Job’s Act, procedendo poi al licenziamento, o alla non-assunzione di lavoratori, non appena questi sono cessati. L’alternativa era che fossero direttamente lo stato, il governo a creare occasioni di lavoro per i giovani, che sono coloro il cui voto in massima parte è andato a favore dei Pentastellati facendo inclinare del tutto la bilancia da quella parte. Beninteso, il provvedimento giusto non è certo il reddito di cittadinanza, atto sciagurato che favorisce la pigrizia dei giovani, consentendogli di prolungare a loro piacere la condizione di inattività. Per esempio, l’ex-ministro Franceschini, invece di fare l’inutile riforma dei direttori di museo chiamati solo in nome del consumismo, per strappare più ingressi, avrebbe dovuto chiedere fondi per far entrare nelle file dei beni culturali migliaia di nuovi adepti. E così si dica per ogni settore, il paramedico, l’assistenziale in genere, la tutela del verde e dell’ambiente.
L’altro errore è stato quello di imporre qua e là, alle diverse comunità, l’obbligo di accogliere una quota di immigrati, senza nel contempo obbligarli a compiere qualche lavoro utile alla comunità, retribuito secondo le norme vigenti. Lo spostamento massiccio di voti a favore della Lega non è stato tanto la protesta verso i salvataggi, quanto verso questa coabitazione forzata imposta senza contropartite. Se il Pd si ripromettesse di rimediare a queste due gravi deficienze della sua passata gestione, forse otterrebbe qualche grado maggiore di consenso alle prossime tornate elettorali.

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dom. 30-9-18 (ancora Mattarella)

Mi meraviglio che nessuna voce più autorevole abbia ripreso il mio quasi inudibile squittio contro Mattarella e la sua decisione criminosa di affidare il governo a due forze scellerate, la Lega e i Cinque Stelle, i quali, a onor del vero, non avevano fatto mistero dei loro disegni rovinosi e sovversivi. E’ un po’ tardi scoprire ora che la decisione presa di recente di portare il deficit al 2,4% si deve considerare anticostituzionali, ora non c’è più rimedio, dato che se anche il Quirinale si rifiutasse di firmare qualche atto, si sa che basterebbe ripresentarlo e il Presidente sarebbe obbligato a sottoscriverlo. D’altra parte, se per un verso Mattarella si è deciso a protestare con riferimento ad articoli precisi della nostra Costituzione, pare che per altro verso, se si dà retta al quirinalista patentato del “Corriere>”, Marzio Breda, non rinunciato a premere su Tria per indurlo a rimanere nel governo, Quanto a quest’ultimo, vale per lui, ma peggiorato, il detto di Francesco I sconfitto da Carlo V, tutto è perduto tranne l’onore, solo che appunto Tria ha perso pure l’onore, ogni credibilità residua, e non vale neppure l’alibi che sarebbe rimasto abbarbicato alla sua poltrona per “salvare il salvabile”. Quanto meno, nei tre anni prossimi per i quali è stato dichiarato il mantenimento del deficit programmatico non sarà possibile far recedere la cricca al governo, solidale più che mai. E certo il pavido Mattarella non oserebbe imitare il suo predecessore Napolitano nel mandare a casa i leader, se lo spread dovesse impennarsi al di là del sopportabile. Purtroppo non pare che niente ci possa salvare dal passare per le forche caudine di un default dei nostri conti, tale da persuadere il popolo votante dell’errore fatto nel dare piena fiducia ai due partiti nella loro politica disastrosa. Temi bui ci attendono, ma almeno si riconoscano i torti, le colpe in merito di Mattarella.

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Dom. 23-9-18 (pensioni)

Il tema di questo domenicale è del tutto sull’onda dell’altro di una settimana fa, riguarda talune scelte di fondo che la Comunità europea avrebbe dovuto fare già all’atto di fondazione, per essere tale, e che comunque dovrebbe fare al più presto, se vuole sopravvivere. L’altra volta indicavo l’opportunità che i Paesi aderenti si dessero una medesima formula elettorale consistente nel ballottaggio al secondo turno, in modo da avere alla fine un unico partito vincitore, evitando le difficili alchimie cui al giorno d’oggi quasi ogni nazione è condannata. L’altra adozione comune dovrebbe riguardare l’età del pensionamento. Se questa è diversa per i vari Paesi, determina differenze di impiego delle risorse che mi pare rendano impossibile procedere allo stesso passo, come se tra i cavalli di un tiro alcuni avessero le zampe impastoiate. Naturalmente i sindacati dovrebbero avere forte voce in capitolo, nel decidere una materia come questa. Se si arrivasse a stabilire una soglia unica, si porrebbe fine al balletto insopportabile da cui in questi giorni proprio il nostro Paese è afflitto, con le due forze alleate nello sciagurato governo che ci è stato dato dall’insipienza di Mattarella, che tra tante discordie, solo in una cosa marciano compatte, cioè nel pretendere di abbassare la soglia del pensionamento, producendo nei nostri conti pubblici quella voragine cui la legge Fornero aveva tentato di rimediare per rimettere in ordine i nostri conti. Questa tormentosa e affliggente problematica non esisterebbe se all’atto stesso di ingresso nell’EU fossimo stati costretti ad accettare proprio un livello comune di accesso alla pensione, questa è materia essenziale, da non lasciare ad libitum dei singoli Paesi, ne va appunto della loro possibilità di procedere allo stesso passo.

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Dom. 16-9-18 (Svezia)

Il tema di questo domenicale viene dal risultato delle elezioni che si sono appena fatte in Svezia. Ancora una volta una legge elettorale di specie proporzionale si è dimostrata difettosa, anche là dovranno fare sforzi enormi per rappattumare una maggioranza possibile. Il caso si aggiunge ai molti già verificatisi, In Germani, in Italia, in Spagna, perfino la Gran Bretagna non ne è stata indenne. Gli unici due stati dell’Occidente che non hanno patito di questa impasse sono la Francia, per effetto della riforma costituzionale a suo tempo voluta da De Gaulle, che ha introdotto il ballottaggio, di cui ha usufruito Macron, l’unico leader europeo oggi sufficientemente in sella, salvo errori suoi, gli unici che ne possono corrodere il potere. E Beninteso gli USA, che procedono risolutamente a colpi di ballottaggio sia dentro le file dei due unici partiti, sia nello spareggio finale tra questi. E proprio gli USA dimostrano che c’è una provvidenza interna a questo metodo, per cui i vincitori si alternano, nessun partito manda per tre volte consecutive un proprio esponente al governo, e dunque è possibile un ricambio fisiologico. Il nostro Renzi aveva tentato di introdurre anche da noi questo sistema provvidenziale, ma è stato “gambizzato”, dagli elettori, e anche da una pavida corte costituzionale, che ammette il ballottaggio per la nomina dei sindaci ma, chissà perché, non lo concede a livello di elezioni nazionali. Si parla tanto di riforme per l’EU, credo che la prima e più impellente sia proprio di far adottare a tutti i membri della Unione questo sistema del ballottaggio, a costo di espellere chi non lo accetta.

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