Arte

Premio Michetti 71: un buon assortimento di coktails

Sono ben lieto che la 71° edizione del Premio Michetti sia stata affidata a Guido Molinari, per me è quasi un atto di giustizia, in quanto con lui, e con Guido Bartorelli, che spero possa a sua volta curare una prossima edizione del Premio, avevo gestito varie rassegne, intitolate Officine o, con qualche sicumera, Biennali dei giovani, dove molte delle proposte venivano da loro. Io stesso, quando due anni fa ho curato a mia volta un Michetti, ne avevo approfittato sfruttando alcuni loro suggerimenti, E’ dunque se si vuole una partita di giro, anche con un’impostazione di base, che riconosce come tratto tipico dei nostri anni una situazione di eclettismo sistematico, di ibridazione endemica. Io in proposito utilizzo un efficace termine proposto dalla coppia francese Deleuze-Guattari, quella di plateau, cioè di una specie di altopiano in cui si raggiunge un equilibrio dinamico cercando di tenersi lontani dagli orli estremi. Un tempo invece si preferiva stare tutti da una parte, o verso l’innovazione spinta, con disdegno dei mezzi tradizionali, o verso un loro recupero in nome di un gusto rétro. Nella presentazione alla sua mostra Molinari ha usato un’ottima metafora, dicendo che questa trentina di artisti ci propone ciascuno un proprio cocktail, cioè una giusta miscela tra ingredienti diversi, con ricette personalizzate al massimo. Il titolo della rassegna indica già di per se stesso questo stato di privatizzazione spinta, parlando di un’”Aureola nelle cose” che porta anche a un “sentire l’habitat”, e mi pare derivarne la conseguenza che ciascuno dei partecipanti usa appunto i sensi a modo suo, in tanti modi diversi. Del resto, non si creda di essere in presenza di una specie di serie bis, rispetto alle nostre precedenti antologie. In fondo, di “ritornanti” ce ne sono solo tre: Pierpaolo Campanini, col suo iperrealismo. che però ora sembra volersi sgretolare, allentando l’ordito stretto con cui di solito si presenta (A lui uno dei due premi acquisto). E Valerio Nicolai, con una tradizionale visione di una cappa di camino sotto cui però albergano strani fluidi invasivi. Infine, le foto di Niccolò Morgan Gandolfi, ma a dire il vero proprio questo gusto accentuato del particolare porta a non praticare in eccesso un mezzo, evidentemente considerato troppo freddo. E poi ci sono prove di squisita sensibilità, anche se sfuggente, al limite dell’invisibile, come di Serena Vestrucci, che dorme munita di una matita chiamata a registrare i mini-movimenti compiuti involontariamente nel sonno. Giuseppe Lana insegue e fissa il volo delle zanzare. Enej Gala ci propone uno spezzatino di animali, rospi schiacciati, che diventano come enigmatici testi di Rorsach, o colli mozzati di gallinacei. Marta Pietrobon ci propone un vassoio di ostriche, ma di sicuro indigeribili, divenute simili a gioielli, a talismani, non certo da inghiottire. In fatto di macchie o sagome, compare anche Marco Samoré, vecchio cavallo di battaglia che si sa rinnovare. C’è chi, come il duo Lisa Dalfino-Sacha Kanah, offre un piatto colmo i colori e sapori, quasi un simbolo efficace dell’intera rassegnadi. Marcello Tedesco ci propone una statua poggiante su una base estremamente elaborata, quasi seguendo l’esempio dei favolosi piedistalli di Brancusi. E beninteso ci sono coloro che non evitano il ricorso a sua maestà la pittura, come Giovanni Copelli, che sembra quasi voler rendere omaggio a uno dei novecentisti anni Trenta come Pompeo Borra. E molto sapiente è pure la combinazione di immagini di “buone cose di cattivo gusto” che inzeppa in un dipinto Thomas Braida, con tanta abilità da meritarsi uno dei due premi ufficiali assegnati da questa rassegna, che si fa vanto esplicito di essere costituita da tanti “poveri ma belli”.
L’aureola nelle cose: sentire l’habita, a cura di Guido Molinari, 71mo Premio Michetti. Francavilla a Mare. Catalogo Corraini.

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Letteratura

Maraini, un trio insostenibile

Ho conosciuto Dacia Maraini alla corte di Alberto Moravia, cioè nell’appartamento del tutto borghese che aveva nel quartiere Prati, a cui fui ammesso per il fatto che, tra gli esponenti della neoavanguardia, dichiaravo di stimarlo, al pari del resto del numero uno del nostro gruppo, Sanguineti, mentre per gli altri era un idolo da abbattere. Io ne avevo parlato bene nella “Barriera del naturalismo”, cosa che ovviamente gli era stata gradita, ma in occasione di un pranzo mi rimproverò per non aver dato ospitalità in quelle pagine alla ex-moglie Elsa Morante. Rispettosamente gli feci notare che il capolavoro di lei, “Menzogna e sortilegio”, era del tutto al di qua della “barriera” da me eretta, anche se poi, non mi sono ricreduto sulla natura di un simile giudizio, ma sul valore intrinseco dell’opera, sì. Accenno a questo fatto per ricordare una virtù di Moravia, di prodigarsi per le sue donne, passate e presenti, e infatti in quel momento il suo interesse andava tutto alla promozione di Dacia, al punto da volerle aprire uno sbocco presso la neoavanguardia chiedendo a me di introdurre un suo romanzo di quegli anni “A memoria”, cosa che feci più che volentieri. In seguito, mentre è continuata la mia stima per Moravia, c’è stato un divorzio completo dalla Maraini, con vergogna reciproca, da parte mia, di aver accettato di fornirle un salvacondotto verso il Gruppo 63, e da parte sua per aver abbozzato una mossa di avvicinamento ad esso. In forza proprio di queste due rotte divergenti, in seguito mi sono occupato ben di rado dell’industre laboratorio di Dacia, forse avrei dovuto parlare della sua opera più nota e meglio riuscita, quella dedicata a Marianna Ucria, mentre sono intervenuto in misura molto limitativa a proposito di “La bambina e il sognatore”, considerato troppo a rimorchio di dati di cronaca, come del resto è nella parte ufficiale che la nostra scrittrice ha assunto sul “Corriere”, di testimone e fustigatrice di fatti del costume nostro quotidiano. Ora francamente non so perché abbia esumato, pare da vecchie carte del passato, una vicenda magra e alquanto inverosimile come “Trio”, oppure sì, c’è la concomitanza con l’attuale fase del coronavirus, infatti anche quella storia emergente dal passato è contrassegnata da duri episodi di peste che imperversavano nella Sicilia del Settecento. Senza dubbio è utile fare un confronto su come si svolgevano allora i frequenti e rovinosi episodi di pestilenze e come si sono svolti al giorno d’oggi. Allora, chi poteva, i benestanti, fuggivano dai centri abitati rifugiandosi in villa. Basti pensare alla peste fiorentina che induce quella decina di giovani di buona famiglia a rifugiarsi nel contado e a passare il tempo a raccontarsi delle novelle, da cui il favoloso “Decamerone” del Boccaccio. Oggi al contrario siamo stati chiamati a chiuderci nelle rispettive case, magari dialogando per via telematica. Allora il dialogo avveniva per via epistolare, a quanto pare il sistema postale, seppure a rilento, non veniva interrotto, E dunque due nobildonne, Agata, sposa di Girolamo, con figlio, e Annuzza, nubile, unite per ragioni di età, di stato sociale, di educazione, e dunque di profonda amicizia, restano unite attraverso un fitto scambio di missive. Ma c’è un dato di fatto che rende questo dialogo del tutto inverosimile, in quanto entrambe sono innamorate dello stesso uomo, appunto del bello, fosco, tenebroso Girolamo, impenitente, disposto a fare i comodi suoi, che infatti passa imperturbabile da un nido all’altro. Un pizzico di comune psicologia vorrebbe che un simile stato di fatto infliggesse nelle due donne una profonda ferita, mandando in frantumi la loro pur solida amicizia di partenza, qui invece le due continuano senza sosta il loro dialogo, scambiandosi le più calde professioni di amore reciproco. Non so se in merito la Maraini si è ricordata del “Jules e Jim”, il romanzo di Henri-Pierre Roche, divenuto noto soprattutto per il film che Truffaut ne ha ricavato, assegnando a una eccellente Jeanne Moreau il compito di fare la spola tra i due amanti, con ritmo quasi pendolare. Qui invece, a livello cartaceo, spetta, come detto, al cinico, indifferente, strafottente Girolamo condurre questo gioco di sponda. La vicenda è tanto esile, paradossale, mal fondata, che ritengo molto improbabile che qualche regista ne voglia trarre un film. Resta solo un’opera marginale nel corpus della nostra scrittrice, sperando che se ne voglia riscattare al più presto con qualche contributo più impegnativo.
Dacia Maraini, Trio, Rizzoli, pp. 106. euro 16.

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Attualità

Dom. 26-7-20 (banchi)

Ma allora, la “patente”, di Paese massimamente sfigato, l’ Europa ce l’ha data, con esito miracoloso, forse con concessioni che non conosco bene ai Paesi “frugali” per convincerli ad avere pietà di noi. Ora la palla rimbalza dalla nostra parte, col problema di come affrontare la montagna di soldi in arrivo. Che peraltro non arriveranno troppo presto, da qui il dilemma se nel frattempo non ci convenga accettare il MES. Sembrerebbe di sì, se non ci fosse quel fatto curioso che i Paesi in condizioni simili a noi, Spagna, Portogallo e Grecia, pare che non lo vogliano. Ma al momento conta soprattutto la scadenza del 31 luglio, mi auguro proprio che Arcuri e compagni non abbiano partita vinta, che venga tolto l’obbligo del distanziamento sociale. Quante volte va ripetuto che il semplice strumento del termo scanner rende superfluo l’obbligo del distanziarsi di almeno un metro? Arcuri e la ministra Azzolina si sono fatti ridere dietro per la richiesta di avere in circa un mese la fornitura di tre milioni di banchi di scuola, .il che diverrebbe del tutto inutile se appunto si accettasse che gli scolari, qualora risultino alla prova del termo scanner privi di stato febbrile, si possono sedere accanto, anche a meno di un metro, come hanno sempre fatto. Fra l’altro, se i banchi si possono anche moltiplicare, l’operazione non riesce a livello di docenti, che ovviamente non si possono segare in due per raddoppiarne il numero, che era già scarso, figurarsi che cosa succederebbe se pretendessimo di comporre delle classi solo con una decina di allievi ciascuna
Ma un altro problema che bolle in pentola è quello della legge elettorale. Non vedo con quale vantaggio Renzi possa sostenere un sistema maggioritario, l’unica soluzione pare l’attaccarsi a un proporzionale con premi in su e sbarramenti in giù, per cui il Pd dovrebbe svolgere una grande impresa di riaccorpamento, riprendersi il LEU, e anche IV. Il privilegio di cui questa gode attualmente per i deputati fatti eleggere da Renzi quando era segretario hanno ben poche speranze di rielezione se non rientrano a testa bassa nel gregge comune.

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Viva l’Impressionismo tedesco!

Confesso che questa mostra sugli Impressionisti Tedeschi avrei voluto curarla io, e ci ero andato vicino, in quanto era stata offerta al dittatore culturale di Bologna, Fabio Roversi Monaco, per la sua sede principale di Palazzo Fava, ma lui aveva temuto che riuscisse ingrata al pubblico felsineo, preferendo offrigli un prodotto più consacrato alle nostre tradizioni quale il Polittico Griffoni, di tutt’altra stagione. Perché gli Impressionisti Tedeschi? Rientra nelle mie profonde convinzioni che l’Europa, assai prima che nascesse l’UE, nei secoli è stata molto unita, per quanto riguarda la cultura e in particolate le arti visive, fino a includere quella che a lungo ne è stata solo un’appendice, per poi rovesciare i ruoli, cioè l’America, soprattutto del Nord. E dunque, è mio dogma che gli “ismi”, pur nati in qualche regione europea, siano stati condivisi da ogni altro Paese, quale più quale meno. A questa regola non ha fatto per nulla eccezione l’Impressionismo, con buona pace per chi crede che invece no, per questo movimento si debba riservare una specie di riservato dominio per la sola Francia, e in particolare per la sola Parigi e dintorni. A questo scopo, a cavallo di due anni inziali del nuovo secolo, 2001-2, avevo condotto a Brescia, Palazzo Martinengo, la mostra “Impressionismi in Europa”, con un sottotitolo ben più eloquente, “Non solo Francia”, dove appunto la colonia tedesca era la più nutrita, con momentanea esclusione dei nostri artisti, cui poi avevo dedicato nella medesima sede un “Impressionismo in Italia”. Che cosa osta a un simile allargamento d’orizzonte? Il ruolo eccessivo che si riserva al solo Claude Monet, fino a degenerare in “monettismo” a senso unico, con uno strano ribaltamento di valori. Quando, nei lontani ’50, ero un apprendista della critica si usava escludere l’autore delle Ninfee dal novero delle avanguardie, ritenendolo confinato nell’Ottocento, come è giusto che sia. Oggi invece, in clima recessivo, si è capovolto il giudizio, fino a innalzare proprio l’autore delle Ninfee a un ruolo massimo. Ci ha pensato, come è noto, il curatore Marco Goldin, che ha dedicato al Francese un culto esclusivo e parossistico, titillando gli umori più facili del vasto pubblico Che male c’è, nel seguire una simile tendenza? Che sembra scaturirne un codicillo per cui un impressionista autentico, un “monettiano”, non tratta troppo la figura umana, anzi la evita del tutto. Proprio in quella mostra ormai lontana io avevo coniato uno slogan che ritengo efficace, che cioè nelle tele monettiane suona un allarme atomico, e dunque i membri del consorzio umano scappano via spaventati, lasciando solo un panorama di prati, covoni, marine, falaises eccetera. Ma questo dipende solo da una imperizia, o allergia del pittore francese a trattare ritratti e simili. Se si facesse un dogma di questa esclusione, dovremmo espellere dall’Impressionismo, da quello considerato “buono” di marca monettiana, i Manet e i Degas, e anche i Renoir, e pure uno come Guillaume Caillebotte, che pur essendo finanziatore di Monet, dipinge una specie di monumento dedicato al lavoro umano, nei suoi “Confezionatori di parquet”. E il discorso si allarga anche ai cugini d’oltre Oceano, sono lieto che i dossier Giunti mi abbiano permesso di celebrare quei colossi yankee che si chiamano Winslow Homer, Thomas Eakins, e un “eroe dei due mondi” quale Whistler, Aggiungo ancora che, mosso da umori del genere, avevo deprecato che il Consiglio d’Europa avesse cessato di organizzare mostre onni-inclusive proprio sui movimenti che avevano garantito la nostra unità, come una rassegna sul Neoclassicismo che ne aveva assicurato il rilancio. Ora che c’è l’UE, di mostre del genere non se ne fanno più, mentre ci vorrebbe proprio una escussione sistematica di tutti gli Impressionismi. Ma al momento accontentiamoci di questa selezione, senza dubbio parziale, dato che viene da un solo museo, però ricca di validi campioni, soprattutto della nota fondamentale che caratterizza tutti gli Impressionismi europei “non monettiani”, cioè una brillante, consistente presenza degli esseri umani, rivolti a tutte le incombenze: il lavoro, la fatica, ma anche i momenti di distensione in osteria, della festa, dell’assistenza agli anziani. In tal modo ho caratterizzato la tematica del numero uno di una simile situazione, Max Liebermann, che nasce anche “giusto”, nel 1847, a poca distanza dal parametro che magari, quello sì, si può ancora mantenere, il 1840 della nascita di Monet. Rispetto al quale nascono “giusti” un Franz Lenbach, 1836 e un Hans Thoma, 1839, come si vede dai loro freschi paesaggi, pur sempre animati da qualche presenza umana, E’ assente un antesignano (1815!) come Adolf Menzel, cui invece nella mostra bresciana avevo innalzato un monumento, tanto che un recensore maligno mi aveva preso per i fondelli osservando che secondo la mia tesi l’Impressionismo sarebbe nato a Berlino, e non a Parigi. Poi, se si vuole, le acque si confondono, le generazioni si incrociano, e dunque i casi emergenti, in mostra e anche nella valutazione critica, di Lovis Corinth (1858) e soprattutto di Max Slevogt (1868) si caricano di riflessi quasi-simbolisti, o navigano già verso la tappa successiva della grandezza tedesca, l’Espressionismo. Comunque domina sempre la figura umana, servita in salse impetuose, rutilanti, emotive al massimo.
Impressionisti Tedeschi dal Landesmuseum di Hannover, a cura di Thomas Andratschke e Doris Jorioz, Aosta, Museo archeologico, fino al 25 ottobre. Cat. Silvana Editoriale.

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Letteratura

Paolo Nori, che dispiacere questa prosa sconclusionata

Sono notoriamente alquanto avverso a una “Felsina narratrix”, con stroncature rivolte a Marcello Fois, alla Silvia Avallone, accoglienza non sempre favorevole al collettivo Wuming, giudizio altalenante rivolto a Carlo Lucarelli. Mentre ovviamente seguo con adesione i passi di Simona Vinci e di Grazia Verasani, intervenute ai felici incontri di RicercaRE ed entrate nell’antologia dei “Narrative invaders”, campione aureo di quella fortunata stagione. Un tale< destino propizio dovrebbe riguardare anche Paolo Nori, non per nulla intervenuto a quei raduni, entrato in quella rassegna, da me gratificato con un “pollice recto” a una delle sue prime prove, “Bassotuba non c’è”. Ma poi mi sono via via distaccato dalle sue cose successive, in quanto mi è sembrato adottare un comportamento strafottente, troppo propenso a irridere ogni sacro dogma, il che beninteso è più che giusto, è perfino un sacrosanto compito per chiunque si voglia iscrivere nelle file della sperimentazione, ma bisogna che il fuoco dato alle polveri sia davvero scattante e non sembri invece, come nel suo caso, cavato fuori in modi stentati, programmati. Insomma, non c’è una fiammella che si accende, ma il sapore di qualcosa di programmato, come nella morra cinese in cui il primo compito è di fare sempre la mossa che l’avversario, qui il lettore, non si aspetta. Nori, per adeguarsi a chi conduce un gioco simile al suo, dovrebbe studiare da vicino protagonisti come Stefano Benni, per stare in un ambito bolognese, o Francesco Piccolo, dove le polveri esplodono col giusto scatto. Nell’ultima sua fatica, “Che dispiacere”, Nori sfida addirittura le regole del “giallo”, il che sarebbe senza dubbio utile. Se oggi esiste uno stanco “main stream”, è proprio quello dato dalla schiera dei giallisti che coltivano sia il cartaceo che il televisivo, quindi qualche sberleffo lanciato contro di loro ci starebbe bene. Nori dichiara di aver preso le misure giuste, consultando due campioni di quel filone, come l’altro felsineo Lucarelli e Sandrone Dazieri, per avere da loro le giuste imbeccate. Non so come siano andate le cose, ma a mio avviso quei due corretti mestieranti del filone avrebbero dovuto ammonire il Nostro, fargli una qualche ramanzina, “così non si fa”, oppure dirgli, alla maniera di Gino Bartali, “gli è tutto sbagliato, tutto da rifare”. Naturalmente, in questa finta adesione alle regole del mestiere, Nori ci sbatte subito in prima pagina un cadavere, ma poi se ne scorda, o ci ritorno quasi casualmente, credendo appunto che faccia fino prendere a calci in faccia, o per il fondoschiena, le regole del mestiere, diluendo la trama in una serie di personaggi dalla effimera presenza, tanto da aver sentito il bisogno di darcene una lista. Personaggi che si confondono tra loro, quasi giocando a chi fa il ruolo del colpevole o invece quello del detective industrioso, si fa per dire, perché le rispettive condotte sono piene di errori, di buchi, di omissioni. Nori a sua difesa potrebbe accampare il ricorso a una lingua, che però segue lo stesso ritmo altalenante, tra correttezza e invece voci dialettali, influssi di un parlato diretto. Si sa che il nostro autore è uno studioso e traduttore della grande narrativa russa, forse qualche traccia di Gogol si può anche ricavare, ma forse meglio fare riferimento a un campione assoluto in tecniche omissive, del saltare di palo in frasca, come il Laurence Sterne di “Tristram Sandy”, Ma se questo è un possibile riferimento, diciamo che Nori ne è un erede in sedicesimo, dispersivo e inconcludente. Paolo Nori, Che dispiacere. Salani, pp. 241, euro 16.

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Attualità

Dom. 19-7-20 (Giuseppi)

Come tutti, ho pronosticato lunga vita in qualità di premier al nostro “Giuseppi”, però deve evitare di uscir fuori dal suo ruolo di furbo mediatore tra eccessi opposti. Invece negli ultimi giorni l’ha fatto almeno in due occasioni, mi sembra lunedì scorso in cui ha rilasciato al “Fatto quotidiano” una dichiarazione recisa di revoca del mandato ai Benetton, per poi vedersi costretto a rimangiarsi tanta perentorietà accedendo a vie più moderate consigliate dai soci di governo, con successo di una raggiante De Micheli che è apparsa la vera trionfatrice in questo nodo. Poi c’è stata l’altra dichiarazione ugualmente ultimativa di voler prolungare lo stato di emergenza per il contagio fino al prossimo dicembre. Qui è toccato a un più prudente ministro Speranza fissare l’asticella al limite ben più ragionevole del 31 luglio. In particolare, se si prorogasse oltre questa data ormai prossima l’obbligo di mantenere le distanze previste, sarebbe un disastro, per la scuola e per tutte le manifestazioni culturali, sportive, associative, con grave danno per i rispettivi settori. Tutto questo, l’ho detto ormai fino alla noia, per la non accettazione del criterio elementare del termo scanner. Chi non è in stato febbrile, ha diritto di accedere in qualsiasi luogo, pubblico e privato, al chiuso o all’aperto, e anche di sedersi vicino a chi come lui o lei al momento non riveli uno stato di febbre, Se poi si tratta di un positivo asintomatico, che conta? Vorrà dire che contagerà un qualche vicino cui a sua volta sarà negato l’accesso. Ritorno anche su un altro mio chiodo fisso, che si dovrebbe indagare sull’assoluta anomalia cui l’Italia è andata soggetta, risentendo del contagio in maniera smisurata, rispetto ad altri Paesi europei. E’ questa solo una leggenda metropolitana, dato che poi il morbo si è esteso dovunque? No, la cosa resta sancita, siamo noi i primi, assieme alla Spagna, a recitare questa parte e a chiedere in nome di questa nostra disgrazia sovvenzioni particolari dall’UE, quindi in qualche modo chiediamo una “patente”, al modo del personaggio pirandelliano che voleva riconosciuto il suo ruolo di iettatore. Noi in qualche modo vogliamo che ci venga riconosciuto il ruolo di essere stati “grandi malati”, e di ricevere di conseguenza un trattamento di favore, cioè appunto una patente. Ma perché lo siamo stati, da cosa è dipeso questo non invidiabile privilegio? Purtroppo viene fuori una pennellata in più a scapito di un’Italietta fatta solo di pizzaioli e di mandolinari, che ora chiedono l’elemosina ai compassati e severi Paesi del Nord, andati soggetti al contagio in misure meno pesanti, forse perché non sovrastati da petulanti virologi, incapaci di prevedere e consigliare a tempo opportuno.

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Tanti auguri a Giuliano Gori

Tra pochi giorni Giuliano Gori compirà novant’anni e certamente pioveranno su di lui auguri fervidi e sinceri da tutte le parti, come giusto contraccambio della generosa amicizia che egli ha prodigato a piene mani, da un ruolo di numero uno per le arti visive in Toscana. Io in particolare mi sento legato a lui da riconoscenza e direi anche da affetto, per la considerazione che ha sempre dimostrato nei miei confronti. Fu una grande emozione quando, agli inizi degli ’80, insediato nel ruolo di direttore dell’Istituto bolognese di Storia dell’arte, ricevetti la visita del suo “missus dominicus”, ìl critico israeliano Amnon Barzel, che a nome suo mi invitava a visitare il Parco di Celle, nei pressi di Pistoia. In una collina di cui era proprietario Gori aveva iniziato a installare una serie di maestose sculture all’aperto. Non tardai certo a recarmi in devoto pellegrinaggio in quel luogo d’incanto, fornendo anche la mia penna per celebrarlo, ogni volta che me ne venisse fatta richiesta. Fin dalla prima ora vi si potevano ammirare le opere di artisti di grande fama internazionale, come un labirinto di Bob Morris, e l’intervento di uno scultore, Dani Karavan, particolarmente grato al padrone di casa, oltre a eccellenti presenze di autori nostrani perfettamente in linea con le mie scelte, come un occhio da Ciclope immane, giacente in una forra, trafitto da un giavellotto, grandiosa prova “citazionista” dei coniugi Anne e Patrick Poirier, mentre da uno stagno si elevava una “arpa birmana” di Fausto Melotti. L’esempio era così imponente e suggestivo, da indurmi a tentarne una imitazione in altro luogo, nel forlivese, presso il Comune di S. Sofia, lungo il corso del fiume Bidente. In quel primo momento Gori con la sua numerosa famiglia risiedeva nella villa nobiliare che del parco e terreno agricolo limitrofi era la giusta reggia, ma in seguito, con gesto inaudito, obbligò i suoi a uscir fuori da quella augusta dimora per accamparsi nel modesto appartamento del custode, dato che le stanze maestose del sito padronale dovevano ospitare anche loro delle opere d’arte, ma destinate a decorare le pareti. Nasceva così un doppio museo, all’aperto e al chiuso. Intanto, a poca distanza, a Prato, veniva creato il Centro Pecci, su cui Gori ha sempre steso, con discrezione e tatto, una preziosa influenza. Ma tante altre sono state le sue iniziative, tra cui va ricordato il padiglione di Emodialisi eretto presso l’Ospedale di Pistoia, un modello straordinario, perché Gori lo volle nobilitato dall’inserimento di capolavori di arte ambientale, tra cui l’irrinunciabile Morris, ma anche Buren, Lewitt, e pure presenze nostrane, in quanto uno dei meriti di questo raffinato erede della grande tradizione medicea è di non essere soggetto alle imposizioni internazionali. E dunque. in quel padiglione ospedaliero, accanto ai divi internazionali comparivano pure validi campioni nostrani, come Nagasawa ormai divenuto nostro cittadino, e Parmiggiani, e c’era pure Ruffi, uno dei tre rappresentanti della Scuola di Pistoia, per quanto esposta al rischio di venire sottovalutata come troppo provinciale. Del resto, un altro di quel terzetto, Roberto Barni, svetta nell’aia di Celle, e in una sala interna c’è pure Buscioni. Del resto, a completare lo spirito innovativo del Padiglione nell’ospedale pistoiese, va pure ricordato l’esperimento di evitare il bianco neutro e sterile delle pareti, tinteggiandole invece a colori delicati, tali da instillare gioia di vivere nei degenti. Quanto al centro Pecci, mi sono trovato di nuovo in piena armonia con Gori, e con uno dei suoi figli, nel tentare di porre alla sua direzione l’amico Fabio Cavallucci, che mi era stato accanto nella creazione del Parco del Bidente. Purtroppo l’amministrazione locale non ha rinnovato il contratto a questo operatore, ma evidentemente il nucleo centrale dell’impero di Gori consiste pur sempre in quella Tenuta di Celle che si allarga anno dopo anno, popolandosi di capolavori. Non dubito che il creatore di questo paradiso ambientale abbia già dato sagge disposizioni perché la crescita aumenti anche dopo una sua eventuale scomparsa fisica.

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Scola, la Terrazza come microcosmo

Ancora una volta mi valgo dell’equipollenza da me sempre dichiarata tra la narrazione affidata al cartaceo e quella che un tempo veniva posta su pellicola, e ora sempre più su un supporto digitale. Qualche giorno fa, passeggiando tra le reti, mi è capitato di rivedere “La terrazza” di Ettore Scola, con alcune riflessioni conseguenti. Scola è forse il quarto grande tra i nostri registi, anche se di lui come di altri ci siamo largamente dimenticati, pure in questo momento in cui le varie reti vivono di riproposte, e in particolare alla Rai costerebbe poco avviare una serie di commemorazioni dedicate ai grandi protagonisti del nostro cinema. Ma piove sul bagnato, si sta facendo perfino troppo per l’Albertone nazionale, cosa che a dire il vero non mi dispiace affatto, dato che. come tanti altri, sono disposto a considerarlo il nostro miglior attore del secondo Novecento. Ma perfino di Fellini non mi pare che si sia condotta una programmazione sistematica dell’intero suo repertorio. Un grande come Michelangelo Antonioni è del tutto dimenticato, assieme all’attrice, Lucia Bosé, che aveva nobilitato le sue prime uscite, anche per lei, morta di recente, non c’è stato nessun particolare ricordo, Questa amnesia colpevole riguarda pure il terzo grande tra i nostri registi, Marco Ferreri, e anche in questo caso non si è approfittato della scomparsa di uno dei suoi attori preferiti, Michel Piccoli, per dedicargli una rivisitazione di qualche ampiezza, mi pare che sia stato riproposto solo un pur indubbio capolavoro quale “Dillinger è morto”. Ma tornando a Scola, lascio perdere una buona metà della sua produzione, quando senza dubbio indulgeva a tentazioni da “commedia all’italiana”, ma la serie che inizia proprio con “La terrazza”, e continua con “Il mondo nuovo”, “Ballando ballando” e culmina con “La famiglia”, è degna di tutto rispetto e ammirazione, per la capacità di condurre una approfondita analisi esistenziale dell’umanità di quei giorni, peraltro non molto diversi dai nostri. Si aggiunge la capacità di scegliere attori e attrici di grande livello, dando luogo a memorabili duetti, che sfruttano al meglio le loro capacità intrinseche. Certamente questo Scola ha un modello, il capolavoro felliniano della “Dolce vita”, ma sa offrirne abili, convincenti varianti, anche dotate del bene di una specie di proliferazione, come mettere una lente d’ingrandimento sulle crisi coniugali, i patemi, i dilemmi di cui Fellini era andato alla scoperta. E dunque incontriamo un Mastroianni come sempre sornione, portato a sfumare, a cercare di evitare i drammi; un Tognazzi anche lui conciliante, moderatore, un Gassman isterico, che come un cavallo imbizzarrito reagisce al morso, al freno, vuole “rompere”, ma nello stesso tempo non osa. E poi c’è un Trentignant convincentemente isterico, che conosce molto bene l’arte di rendersi insopportabile, infine la vittima designata, un Serge Reggiani passo passo costretto al suicidio. Accanto alla recita dei protagonisti al maschile, altrettanto eccellente quella delle donne, ognuna di loro intonata alla sua indole, una Milena Vikotic dolce e remissiva (ma attenzione, perché nel caso lei sa mettere fuori gli artigli e diventare possessiva), una Sandrelli tenera, fresca, quasi infantile, una Gravina e una Colli che invece sono ciniche e mature quanto conviene. Ottimo anche il rapporto tra il pubblico e il privato, con una scelta perentoria a favore di quest’ultima dimensione, che è anche il segno di una cultura di sinistra ormai decisa a mettere in pensione i miti d’altri tempi. Qui compaiono di persona i leader del Pci, di cui il personaggio interpretato da Gassman è un esponente, ma non per nulla in un intervento pubblico egli si fa sicuro, convincente sostenitore delle ragioni incalzanti del privato. Questi vari duetti e siparietti avvengono necessariamente extra moenia, tra le mura di appartamenti privati, ma la terrazza del titolo è il collettore comune, e anche il luogo in cui le tensioni e i conflitti conoscono una tregua momentanea. I convitati seguono la padrona di casa dimenticando per i piaceri della tavola le dispute del momento, o se si vuole prestandosi a un enorme atto di ipocrisia collettiva.

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Attualità

Dom. 12-7-20 (Gabanelli)

Sono come tanti un ammiratore di Milena Gabanelli, che oltretutto, a sua detta, è stata in passato una mia allieva al bolognese corso DAMS, tuttavia talvolta mi sembra che ecceda nel complicare oltre il giusto i casi affrontati. Questo è successo lunedì scorso 6 luglio, in una delle ultime puntate del “Data room”, ospitato dal telegiornale di Mentana, in cui appunto ha complicato le cose parlando di diversi ceppi del virus, diversamente dalla tesi che ce ne sarebbe stato uno solo partito da Wuhan, e questi virus più pericolosi sarebbero giunti tra di noi già all’inizio dell’anno o prima ancora, provenienti dalla Germania. Io sarò una mente limitata, ma sono affezionato a certe evidenze, come il fatto che il coronavirus ha avuto il suo luogo d’origine in Wuhan, data la travolgente irruenza con cui vi si è manifestato, propagandosi da lì attraverso voli aerei e altri mezzi di trasporto, prima del lockdown praticato dalle autorità cinesi. Aggiungo che ritengo molto verosimile che una tale monogenesi si spieghi come una fuoriuscita del morbo da laboratori di Wuhan in cui si coltivavano i virus del precedente Sars, non certo allo scopo di una guerra batteriologica, ma solo per ragioni sperimentali. Noi avevamo preso subito dei provvedimenti, facendo un ricorso sistematico al termo scanner, ma in modo stupidamente indiscriminato, applicandolo ad ogni arrivo, di treno o di aereo, da qualsivoglia località. Poi invece abbiamo fatto ricorso ai tamponi nei confronti di nostri connazionali provenienti dalla località cinese, organizzando addirittura dei voli riservati a loro. Questa era la via giusta, ma il buon senso, di cui io tento di dare prova in queste mie inutili riflessioni, avrebbe voluto che controllassimo appunto i voli provenienti con scalo, per esempio, a Francoforte, principale hub europeo, o da altri terminal equivalenti. Dalla Germania, per riprendere le tesi Gabanelli, non è arrivato un germe sconosciuto, ma solo viaggiatori cinesi che non sono atterrati direttamente a Fiumicino o alla Malpensa. Solo se si ammette questa nostra stupida imprevidenza, da mettere in conto agli errori dei virologi, si riesce a comprendere perché noi siamo stati il primo Paese europeo devastato dall’invasione del contagio. Non ci sono ragioni, geografiche, ambientali, antropologiche, per spiegare quell’invasione, se non attribuendola a nostri errori di condotta. Non dimentichiamo che eravamo apparsi come un Paese deplorabile, da onorare con luminarie, ma anche sotto sotto col nascosto pensiero che da mandolinari come noi non c’era da aspettarsi altro. E in effetti almeno nei primi tempi siamo stati noi a infettare i Paesi vicini, che non per nulla ci vietavano l’accesso. Forse, a parziale ammenda di questa nostra iniziale cecità, si potrebbe dire che quell’invasione così devastante è stata provvidenziale perché ci ha portato a prendere certi provvedimenti di contenimento prima degli altri Stati, così da diventare un modello di efficienza. Ma certo, se poi il virus si è diffuso negli altri Paesi europei, con buona pace della Gabanelli ciò non è dipeso dalla Germania, e non c’è stato nessun ceppo più violento. Ora speriamo che sia una fake news quella del morbo che potrebbe provenire dal Kazakistan. Quanto poi alla pretesa del nostro premier Conte di prolungare lo stato di emergenza per tutto l’anno, pare proprio che sia un tentativo per rafforzare la sua leadership, per metterla al riparo da attacchi altrui. Confermo la mia fiducia nella validità del termo scanner per bloccare i portatori di uno stato febbrile denunciante un grado di positività. Ora sì che si può applicare questo strumento quasi a scala universale, rendendo possibili i contatti. E non ascoltiamo i virologi, troppo interessati, al pari di Conte, a prolungare oltre il giusto lo stato di emergenza.

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Arte

Migliori: un tragico spettacolo “son et lumière”

Grande rentrée sabato scorso 27 giugno per il mondo dell’arte bolognese che si è radunato in buon numero per visitare una mostra allestita nell’ex-chiesa di S. Mattia, usualmente gestita dalla soprintendenza statale, ma in questa occasione data in gestione al MAMbo, presente col Presidente dei Musei comunali Roberto Grandi e col Direttore Lorenzo Balbi. Doppia ricorrenza, infatti da un lato si è trattato dell’ennesima celebrazione della tragedia di Ustica 1980, di quell’aereo Itavia colmo di innocenti passeggeri abbattuto, pare ormai acquisito, da qualche aereo della Nato che intendeva abbattere un aereo libico confuso con l’innocuo volo civile. Bologna ha fatto di tutto per ricordare quella tragedia, ricostruendo i pezzi del velivolo recuperati uno ad uno in fondo al mare e raccogliendoli in un museo apposito, che ha già avuto l’omaggio di un grande artista come il francese Christian Boltanski. Ora si aggiunge quello che reca al dramma l’ultranovantenne Nino Migliori, e dunque è anche una festa a lui dedicata, alla sua creatività incessante. Infatti pur dall’alto di una carriera ricca di innovazioni e di svolte, Migliori riesce ad andare oltre se stesso, e intanto ad occupare una sede che sicuramente non è facile, trattandosi di una chiesa sconsacrata di enorme volume. Io stesso avevo tentato di convincere degli amici artisti a esporvi, ma questi si erano ritratti, data la difficoltà di occupare quell’antro enorme. E in definitiva questa medesima difficolta poteva porsi anche a Migliori, abituato a ricognizioni da vicino dei suoi soggetti, fossero statue celebri del passato o volti di amici. Io stesso ho posato per lui, illuminato dal fuoco fatuo di un cerino che sfrigolava nel vuoto e nel buio, con una durata a tempo limitato, del tutto precaria. Invece in questa occasione Migliori ha capito che doveva agire in grande, infatti ha collocato nello smisurato spazio del S. Mattia, quasi emulo del milanese Hangar Pirelli, una serie di schermi, sette per la precisione, di grande superficie, riuscendo così ad animare convenientemente il grande vuoto. E anche le immagini proiettate non saltano fuori dalla luce effimera, manuale, artigianale di un fiammifero, ma sono colte investendo con forte impatto, con dilagante fiotto luminoso i reperti di quella tragedia, che opportunamente viene ribattezzata, ed p anche il titolo della mostra, con la premessa di una “esse”, “Stragedia”, quasi abbreviazione di un “extra”, come appunto è fuori scala l’illuminazione cui l’artista ricorre, valendosi di una aggressione ottica che ricorda lo schianto, la lacerazione prodotti dal missile omicida. O è anche come se i relitti affiorassero attraverso una perlustrazione condotta con un batiscafo capace di squarciare le tenebre del fondo marino, conferendo presenza, immanenza spaventosa alle lamiere contorte, come si trattasse di relitti di naufragi di altre epoche. I dati visivi sono accompagnati anche da una colonna sonora, il tutto dura circa un quarto d’ora, dato che una simile intensità di illuminazione e di scandaglio non possono protrarsi a lungo. In definitiva si ritrova la provvisorietà, la scadenza immanente quali potrebbero essere consentire dall’artigianale, domestica, confortante luce di un cerino.
Nino Migliori, Stragedia, a cura di Lorenzo Balbi. Bologna, ex-San Mattia, fino al 27 settembre.

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