Arte

Il grande valore artistico di Atemisia

Da tempo è agli onori delle cronache la pittrice Artemisia Gentileschi (1593-1652), però purtroppo il valore artistico in lei, di alto grado, viene alquanto messo in ombra dai fatti clamorosi della sua esistenza privata. Questi sono stati ampiamente divulgati, ora viene anche una accurata biografia messa on line dalla casa editrice Mimesis. Nella sua adolescenza fu abituata ad avere spesso in casa un collega del padre, Agostino Tassi, suo stretto collaboratore, con una divisione delle parti per cui Orazio era il “figurista”, l’altro lo specialista di sfondi e di ambientazione. La coesistenza quindi, tra il Tassi, coetaneo del padre, e dunque individuo maturo, spregiudicato, donnaiolo, e l’adolescente Artemisia non fu per nulla un episodio casuale e momentaneo, ma consegnato a una numerosa serie di incontri, da cui fu stimolata la bramosia del Tassi di possedere quel bocconcino che gli veniva quasi servito in tavola, adescandola con una promessa matrimoniale da cui, ottenuto lo scopo di avere più volte una relazione sessuale con la giovane, egli si ritrasse senza scrupoli. Chissà quante volte nei secoli un dramma di questa specie si è ripetuto, e si ripete anche ai nostri giorni, anche in ragione di un’estrema ritrosia delle vittime a sporgere una denuncia che il sistema di ogni tempo, fin qui favorevole al primato maschile, non incoraggia per nulla. In genere in simili circostanze il pensiero, dichiarato o recondito. è che la donna quella violenza se l’è procurata, con l’adozione di abiti o di comportamenti seducenti. Se questo è ancora vero ia nostri giorni, immaginiamoci quanto era difficile per la situazione femminile di quegli anni intentare una causa pubblica, rivelare con scandalo il sopruso patito. Ma sappiamo bene quello che accade, Artemisia osò l’inosabile, portò in tribunale, tra mille difficoltà e resistenze, il suo violentatore, con l’appoggio del padre, che doveva essere consapevole della responsabilità di aver accostato il collega corrotto alla figlia innocente. Fin qui il fatto di cronaca, notevole, spettacolare, che però rischia di fare aggio proprio sulla statura dell’artista presente in Artemisia. Invece è ora di occuparsi seriamente di lei come pittrice, e di riconoscerne appunto l’alto valore. Che le assegna un posto eletto entro la schiera numerosa dei seguaci di Caravaggio. Anzi, nessuno come lei ebbe la forza e il coraggio di approssimarsi al Maestro, per esempio affrontando il tema della “Giuditta e Oloferne”, in modi che hanno ben poco da invidiare alle versioni dello stesso soggetto offerte dal Merisi, compresa l’ultima, comparsa a sorpresa presso uno sconosciuto collezionista francese, ma di sicura mano del maestro lombardo, almeno ad avviso di un intenditore come Nicola Spinosa, con mio pieno allineamento. Il fatto curioso è che non si può invocare la presenza di una poetica di famiglia. Sarebbe logico pensare che la figlia fosse precoce perché postasi, nei suoi anni giovanili, sulle orme del padre, ma così non è. Se mai qualcuno segue questo mio blog, avrà preso atto di una mia particolare insistenza su Orazio in quanto l’unico, nella Roma tra la fine del ‘500 e gli inizi del nuovo secolo, capace di realizzare, accanto al Caravaggio, una pittura luminosa, a tinte compatte, quasi come un carrozzeria verniciata alla fiamma. Ma Artemisia non venne certo a rafforzare un assetto stilistico di questo genere, di cui il padre fu coerente sostenitore, anche nei vari pellegrinaggi di una esistenza movimentata, fino alla morte in Inghilterra. Artemisia faceva “sul serio”, per così dire, valendosi di una pittura violenta, a forti sbattimenti di luce, del tutto affine al Caravaggio più noto, più carnale, più tragico. Con in più una variante che solo in lei si trova. I corpi che appaiono nei suoi dipinti e che si presentano sono ben in carne, forti di una pienezza sgargiante, subiscono però delle improvvise impennate, degli scarti, delle torsioni. Ebbene, di questa movimentazione dinamica non ci sono tracce né nel maestro, in Caravaggio stesso, né nella pletora dei suoi seguaci, e dunque quelle torsioni, quelle entrate in campo con pose oblique, sterzanti, sono una peculiarità stilistica della nostra artista. Per trovarvi qualche precedente, si dovrebbe indietreggiare fino ai Manieristi, al Tintoretto, al Greco, ma non c’è nessuna ragione di muovere un simile passo retrospettivo, a proposito di un’artista che viceversa si compiace di inseguire una attualità bruciante. Purtroppo la violenza subito dal Tassi nella sua prima gioventù non fu la sola disgrazia della nostra Artemisia, anche il resto della sua esistenza, randagia come quella paterna, subì altri guai, come quello d nozze riparatrici con un marito indegno di lei. La sua, insomma, sia a livello esistenziale, sia a quello stilistico, fu una parabola calante. Per cui chi le voglia rendere davvero l’onore che le spetta deve riportarsi a quel secondo o terzo decennio del ‘600 in cui forse la protesta per l’affronto subito rjuscì a tradursi in una incontenibile energia stilistica.

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Letteratura

Cristina Comencini, un gioco troppo ben ordito

Di Cristina Comencini mi ero occupato per la sua penultima uscita, “Da soli”, 2018, mi pare con un pollice sull’”Immaginazione”, non troppo in su, anzi con una inclinazione a scendere. Parlavo di un ritorno a una sorta di “commedia all’italiana”, senza dubbio trascinato alquanto da un riscontro col padre, il regista cinematografico Luigi, che di quella stagione del nostro cinema era stato uno dei sicuri protagonisti, ma con abbondante sfoggio di fantasia e incursioni in settori diversi del tempo e dello spa

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Attualità

Dom. 29-11-20 (decessi)

Non so se mai raggiungeremo la cosiddetta immunità di gregge, ma di sicuro siamo già in una sorta di ebetudine di gregge. Mi riferisco al fatto che ogni giorno ci viene inflitto il numero dei decessi causati dal contagio, numero a tre cifre, col commento aggravante che esso è il più alto in Europa, e il terzo nel mondo. Ebbene, nessuno dei dotti e pensosi uomini di cultura e giornalisti convocati ogni sera nel salotto ossessivamente ripetitivo della Gruber, o in tante altre occasioni di pubblico dibattito, osa avanzare una domanda di normale buon senso, ovvero, di grazia, ci si dica quanti, nel medesimo giorno, sono stati i decessi per altre malattie indipendenti dal covit, come le crisi cardiache, i tumori, altri guai e acciacchi. Se quel numero è sensibilmente inferiore ai decessi attribuiti al contagio, allora io ho torto marcio, è proprio questo che infierisce presso di noi in misura così ingente. Però, un momento, la verifica non è ancora completa, dobbiamo conoscere, statistiche alla mano, quanto in base ad esse dovrebbe essere presumibilmente il numero dei deceduti di quel certo giorno. Se dovesse risultare inferiore alla media statistica, ci sarebbe da sospettare che i nostri bravi virologi, con mossa astuta, traferiscono le morti naturali mettendole a carico delle vittime del contagio, tanto per farci credere che esso infierisce su di noi come prima, E dunque, essi possono continuare indisturbati a godere di una sovraesposizione mediatica.

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Arte

Perché fare del Macro una cavità oscura?

“Artribune” di qualche giorno fa ha ospitato un articolo a firma Pericle Guaglianone che ha mosso delle critiche all’archistar francese Odile Decq per il suo intervento di ristrutturazione del Macro a Roma. Non credo che quelle riserve si possano condividere. Intanto, ricordiamo la bellissima gara che, sul finire del primo decennio del nuovo secolo, ha opposto appunto il contenitore museale del Comune capitolino, il Macro, a quello dello Stato, il Maxxi, con una stimolante e indovinata lotta di acrostici, posti tra loro in una ascesa che in definitiva premia, come è giusto, lo strumento forgiato dallo Stato, affidato, come si sa, a un’altra Archistar, Zaha Hadid. In definitiva, ritengo che a vincere la sfida sia stata proprio quest’ultima operazione, il Maxxi, con gestazione lunghissima, appoggiata da un solerte e coraggioso servitore dello Stato, Pio Baldi, ingiustamente licenziato non appena ebbe condotto in porto la sua impresa. La Hadid ha avuto il vantaggio di poter ristrutturare ab imis il suo edificio, mentre la concorrente francese doveva rispettare la preesistente ex-birreria Peroni, che fino alla fine del ‘900 aveva ospitato il museo comunale romano, ma offrendo una struttura in sé molto valida, una specie di catamarano, con due ali simmetriche e tante stanze, perfettamente adatte a ospitare mostre e rassegne didattiche, su cui ritengo che la Decq abbia esercitato appena un compito normalizzante. Ma sua è stata la decisione di capovolgere l’accesso alla struttura, in modo da poterla dotare di un’ampia cavità d’ingresso, tinteggiata con uno squillante e bene augurante rosso fiamma, ponendovi anche una scala per accedere a un primo piano, e al catamarano già esistente, ma consentendo anche un ingresso dal basso al cortile centrale, adatto a ospitare installazioni. E infine, e siamo proprio all’intervento messo in discussione dal polemista, accanto all’atrio rosso, la Decq ha progettato pure un’enorme sala, una delle maggiori di cui disponga un qualche museo nel nostro Paese, tinteggiata in bianco, valendosi cioè di una soluzione azzerante, aperta a vari esiti. Il nostro contestatore asserisce che qui la Decq doveva invece ricorrere a un nero diffuso, entrando quindi in competizione con un altro contenitore, lo Hangar ex-Pirelli a Milano, Bicocca. Ma a mio avviso sarebbe stato un intervento del tutto artificioso e innaturale, dato che l’oscurità della Bicocca è qualcosa di insito alla storia stessa della struttura, nata a quel modo, e del resto adattissima, come una sorta di enorme sottobosco, per far svettare verso l’alto quei funghi enormi, velenosi e attraenti nello stesso tempo, che sono le torri realizzate da Anselm Kiefer, tanto adatte a quel luogo che non ne sono state più rimosse, e ne costituiscono la maggiore attrazione. Del resto, quell’antro termina con una specie di abside esposta in pieno alla luce. Imporre invece questa medesima oscurità al Macro sarebbe stata una soluzione artificiosa, troppo condizionante nei confronti di ogni uso posteriore, meglio dunque lasciarla a un biancore azzerante e in sé neutro. Magari, data proprio la vastità di quello spazio, ben difficile da riempire con una soluzione unitaria, la Decq avrebbe potuto dotarlo di qualche sistema mobile di pareti per articolarlo, per suddividere tanto volume, come in effetti i curatori succedutisi negli anni sono stati costretti a fare in tante occasioni, ben di rado trovando un mattatore capace di investire da solo l’intero volume.

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Letteratura

Leavitt, un romanzo davvero “decoroso”

Dopo tanti anni torno ad occuparmi di David Leavitt in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo, “Il decoro”. Negli anni ’70 lui e taluni suoi colleghi furono protagonisti del Minimalismo statunitense, sia ben chiaro, in ambito narrativo, dato che la stessa etichetta si rivolge a ben diverse persone sul fronte artistico. Andò a loro l’attenzione mia e di altri reduci dall’impresa della neo-avanguardia, come un possibile ritorno di fiamma di uno sperimentalismo al momento quasi scomparso nel nostro Paese. E dunque, recensii le prime uscite di Leavitt, come quelle di suoi stretti sodali sul tipo di Bret Easton Ellis e Jay McInerney. Un luogo per esaminarli era dato da “Alfabeta”, nella sua prima esistenza, dalla cui redazione ero stato escluso col pretestuoso motivo che non ero residente né a Milano né a Roma, ma era un modo dei compagni di via, verso di me sempre diffidenti e ostili, per farmi fuori, o per rinfacciarmi una qualità di scrittore minore di provincia. Per fortuna ad occuparsi della critica letteraria in quella rivista c’erano gli schiettamente “milanesi” Francesco Leonetti e Antonio Porta, in pieno esercizio in quanto, era il giudizio anch’esso maligno degli altri redattori, si trovavano ad essere alquanto disoccupati, non certo viziati da un ingente successo editoriale. Era abbastanza chiaro a tutti che questo minimalismo, cioè l’affidarsi a brevi frasi e battute di dialogo, cioè in sostanza, a un trionfo della paratassi, negli USA avevano consistenti radici, gli si potevano trovare due padri illustri nelle persone di Scott Fitzgerald e di Hemingway. Dal primo veniva una leggerezza magari un po’ fatua e civettuola, dall’altro invece una scarna, martellante scansione che conduceva fino a Carver. Il nostro Leavitt sta senza dubbio nella prima casella di quel fronte, come dimostra in pieno questa sua prova recente, di cui, una volta tanto, è del tutto azzeccata la traduzione italiana del titolo, “Decoro”, che può riferirsi a un intervento di ristrutturazione di un appartamento, ma anche, in accezione più larga, a una modalità generale di comportarsi, con stile, educazione, rispetto delle buone regole. Forse il titolo originale,”Shelter in Place”, dà conto solo della prima accezione. Ma certo al centro di tutto c’è il problema di come e di chi debba “decorare”, rimettere a nuovo un fatiscente appartamento veneziano appartenente a una nobildonna decaduta. E’ l’obiettivo che si pone Eva Lindquist, facoltosa sposa di Bruce, come lui ambientata nei quartieri alti di Manhattan, ma stanca sia del ménage coniugale, sia di un’esistenza regolata da tempi toppo precisi, non più riscaldata da qualche fiamma. Tra i due non ci sono più rapporti sessuali, e del resto anche in passato non hanno generato dei figli, il loro amore, ben contingentato, affidato a ritmi prevedibili, si riversa su tre cani, da portare fuori per i loro bisogni, procedendo proprio con quell’educazione, con quel garbo così congeniti negli abitanti dei quartieri alti newyorkesi, e invece tanto ignorati dalle nostre parti. I tre cani di cui dispone la coppia sono tra i protagonisti principali di tutta la storia, anche perché servono ad agganciare qualche vicino di casa, da cui nasce un battibecco, mantenuto su toni felpati, ma senza evitare il rischio di degenerare. Infatti i nostri due, corretti “liberal”, sono contro Trump, di cui invece il rozzo vicino è un sostenitore accanito, e dunque le passeggiate coi rispettivi cani sono sempre sul punto di tramutarsi in zuffe. Ma il tono dell’intera vicenda vuole essere distensivo. Visto che siamo in pieno festival di revivalismi, si potrebbe dire che siamo in presenza di un neo-rococò, fatto di tranquille cene, dove magari si sperimentano i cibi alla moda, con inviti reciproci in cui interviene una pattuglia di comprimari ugualmente squisiti nelle loro mosse, dove prevalgono le donne, le varie Rachel, Min, e infine Sandra, con cui, come in un lento mettere le carte in tavola, si scoprirà che il nostro Bruce ha una relazione. Forse la moglie lo intuisce, e dunque l’acquisto dell’appartamento veneziano diviene una via di fuga, un’ancora di salvezza. La cosa riguarda anche l’architetto di interni, tale Jake, a cui è affidato il compito di curare il “decoro” di quello spazio strategico, caricato di valori che vanno al di là dei suoi muri scrostati e delle tappezzerie cadenti. Venezia viene subito dopo Manhattan, nell’intera trama, dato che proprio Jake vi ha conosciuto un amore gay dei più intensi della sua intera esistenza, con un Vincent, presto colpito da una forma disastrosa di Aids, tanto da meditare il suicidio, con un tuffo in un canale veneziano, dove però l’acqua era troppo bassa per potersi dare davvero la morte. Questa soluzione incerta e sospesa diviene il simbolo dell’intero romanzo, ogni cui motivo di trama è fatto di “pulcherrimae ambages”, rallentamenti, stasi, tempi morti. Il tutto sempre giocato con destrezza ed eleganza. Naturalmente se vogliamo ricostruire l’albo genealogico del nostro Leavitt, si parte da Scott Fitzgerald, si giunge a Truman Capote, e magari noi italiani ci possiamo infilare dentro anche l’Arbasino dei “Fratelli d’Italia”, ma in definitiva a Leavitt manca il coraggio di inserire un suicidio effettivo, quello tentato dal lontano compagno dell’arredatore Jake resta sospeso e virtuale, come tutto in questa leggera ma squisita prestazione.
David Leavitt, Il decoro, Società editrice milanese, pp. 349, euro 17.

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Attualità

Dom. 22-11-20 (telepandemia)

C’è quale timido segno di rivolta contro i diktat imposti dai nuovi monatti a una cittadinanza che vogliono costringere in stato di sottomissione gregaria. L’ottimo vignettista Giannelli, dalle colonne del “Corriere della sera”, qualche giorno fa ha denunciato la “Telepandemia”. Inserendo in un riquadro le sagome di ben dodici virologi d’assalto, quelli che in ogni ora e in ogni rete televisiva ci minacciano di sciagure, rovine, lutti, preparandosi in cuor loro a farci passare in stato di lockdown, o quasi, l’intero Natale, e magari, perché no, gettando un avido sguardo anche verso Pasqua, tanto, finché non arriva il vaccino, per loro non c’è speranza, ma resta evidentemente a minacciarci lo Speranza con la maiuscola. In parallelo c’è pure la telepandemia dei vari conduttori di rubriche, sul tipo della Gruber e della Merlino, all’insegna di “piatto ricco mi ci ficco”, pronte a spalleggiare i virologi di riferimento. Credo che fra tante voci di ripetitori interessati l’unica che si distingua per un certo rigore sia l’Annunziata, che domenica scorsa, intervistando il magno Locatelli, investito, al pari dell’altrettanto magno Arcuri, di poteri eccezionali, le è scappato detto che i loro dati sul contagio sono raccolti “alla carlona”. E l’ha spalleggiata niente meno che il presidente dei Lincei, osservando che poco vale assediarci con dati globali, servono dati analitici, per capire davvero le dinamiche del contagio. Mi pare che in quella stessa trasmissione a Paolo Mieli sia scappata detta una cosa di elementare buon senso, già varie volte detta pure da me, che i tamponi andrebbero fatti nello stesso numero ogni giorno, unico modo per poterne trarre delle statistiche attendibili. Non parliamo poi dell’argomento lugubre e minaccioso fra tutti, il numero giornaliero dei decessi, con l’allegra notizia che in questa funesta contabilità siamo i primi in Europa, e che nel mondo intero ci superano solo l’Iran e il Brasile. Com’è possibile? Intanto, ci dicano quali sono le fasce d’età soggette a questa incredibile mortalità, risulterà che sono in alta percentuale gli ultra-ottantenni. E chi ci dice che la causa delle loro morti sia stato davvero il covid, o non piuttosto un carico di altre malattie a cui la presenza del contagio ha dato appena il tocco finale? Mi pare incredibile che l’opinione pubblica non chieda a gran voce di conoscere i dati statistici delle morti avvenute negli anni passati alle date corrispondenti nel calendario a quelle degli attuali referti. Solo la valutazione di una differenza del genere ci permetterebbe di valutare la reale incidenza del contagio. Ma a patto che chi dà le cifre sia in buona fede e non faccia scivolare nel numero delle vittime del covid i morti per cause naturali, tanto per gonfiare la cifra e incutere timore a noi profani.

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Vasari, la differenza tra maniera moderna e bella maniera

“Artribune” del 9 novembre scorso reca la notizia che un dipinto di Giorgio Vasari, “La tentazione di S. Antonio”, è stato battuto a un’asta Pandolfini per 800.000 euro. Non sembra un prezzo eccessivo, data la popolarità dell’autore, che però non è mai stato molto stinato nella sua attività diretta di pittore, nulla di simile alla celebrità che giustamente gli è venuta dalle “Vite”, si sa che perfino i suoi concittadini meditarono di scialbare i suoi affreschi della cupola del Duomo. E’ un amaro destino che si è ripetuto tante volte, anche ai nostri giorni, quando non c’è stato quasi alcuno storico dell’arte che pur con qualche esitazione non abbia pure manovrato la matita o il pennello. E anche l’Aretino non fa eccezione, io lo considero imbattibile come storiografo, ritengo che la sua concezione delle tre maniere che si susseguono da Cimabue in su costituisca un picco di intelligenza critica insuperabile, soprattutto per quanto concerne la terza maniera, da lui proclamata “moderna” per eccellenza, dando prestigio e lunghi destini a quel termine in sé abbastanza frusto. Accanto alla perspicuità della etichetta, sta il merito di avervi raccolto una splendida pattuglia, aperta da Leonardo, continuata, a Venezia, da Giorgione e Tiziano, a Roma da Raffaello, però con un Michelangelo tale da inserire una nota di disturbo. Presenza altisonante, quella del Buonarroti, ma non troppo in linea proprio con i canoni del “moderno”. Infatti gli interi secoli devoti a quella causa, ‘600 e ‘700, non furono certo ossequienti al nume michelamgiolesco, che per ritrovare un pieno riscatto dovette attendere la comparsa di artisti di decisa proclamazione anti-moderna come Fuseli e Blake. E proprio il primato che Vasari gli attribuiva fu anche per lui una nota di disturbo, l’introduzione di una pericolosa ambiguità tra la nozione, tanto perspicua, di maniera moderna, o invece di “bella maniera”, a cui nel suo esercizio della pittura l’Aretino fu decisamente più incline, trascinandosi dietro il Salviati, e facendone un qualcosa di distintivo e di contradditorio rispetto a un Manierismo autentico, dei Pontormo e Rosso Fiorentino e Giulio Romano, in piena rivolta proprio verso i canoni del “moderno”. Se esaminiamo il dipinto andato all’asta, vi troviamo proprio gli aspetti in cui l’autore inclina verso la maniera da dirsi “bella” piuttosto che davvero moderna. I corpi si accumulano, stipano lo spazio, invece di distribuirsi con una sapiente distanziazione, quale sapevano realizzare gli autentici “moderni”. E certo, c’è il trionfo della carne viva, secondo uno dei tratti tipici della terza maniera, ma è carne un po’ troppo adiposa, perfino flaccida, troppo rotondeggiante, così come i gesti appaiono alquanto declamatori, ben lontani dalla sublime indifferenza, naturalezza, verosimigliamza che potremmo trovare in un Raffaello o in un Tiziano. In conclusione, e come referto finale, qui e altrove il Vasari resta prigioniero del “bello” piuttosto che del “moderno”, nonostante la sua eccellente caratterizzazione verbale di questa maniera.

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Letteratura

Francesco Abate, un romanzo che affonda nella salina

Mi ero espresso già due volte a pieno favore di altrettante opere di Francesco Abate, quali “Mia madre e altre catastrofi”, esilarante battibecco tra una genitrice troppo in linea con le buone maniere e un figlio a sua volta troppo eversivo. Ma trascinante soprattutto l’invenzione che sta alla base di “Torpedone trapiantati”. in cui il titolo già la dice lunga, si tratta infatti di una combriccola di soggetti che sono stati sottoposti a qualche trapianto e che se ne vanno per una specie di vacanza-premio, quasi per dimenticare il trauma subito, ma pronti anche a inneggiare ai rispettivi donatori, e incerti se gustare le gioie di una piena esistenza ritrovata o pagare qualche tributo alle entità superiori che li hanno protetti e salvati. Non so perché mai Abate ora abbia deciso di fare un passo indietro, rispetto a questa frizzante attualità in presa diretta, cedendo anche lui al fascino del passato, del romanzo storico, che poi non lo è del tutto, in quanto l’arretramento si ferma in genere, presso questi affrettati cultori del passatismo, agli inizi del secolo scorso. E’ una tentazione costata cara a quanti vi hanno acceduto, forse con le sole eccezioni di Pennacchi, che ha recuperato davvero le radici di una povera gente emigrata da un Veneto sottoposto ai morsi della fame, cercando salvezza nelle paludi Pontine da risanare. E soprattutto abbiamo avuto di recente l’eccezione di Scurati, col suo maestoso occuparsi di Mussolini, ma col rischio di uscir fuori dai canoni del romanziere per entrare in quelli dello storico tout court. Il lato infelice insito in questi passi indietro sta nell’ambiguità tra il rispetto di una verità documentaria, con qualche credibilità filologica, e invece l’impulso a rileggerla in chiave di attualità, appiccicando ai fatti lontani aspetti e umori ben noti alla nostra scena attuale, ma in tal modo creando nocivi effetti di disturbo. Si prenda proprio a esempio di tali spiacevoli esiti “I delitti della Salina”, la recente prova del nostro Abate, di cui seppure obtorto collo mi accingo a dire male. Intanto, è alquanto inverosimile la protagonista, una strana combinazione tra caratteri etnici cinesi e invece tratti sardi, dato che è stata adottata da un personaggio in vista della comunità cagliaritana, tale Francesco Paolo Simon, che peraltro scompare troppo presto dalla scena, lasciando la figlia a gestire in prima persona l’imbarazzo di quella sua natura così ibrida, così in contrasto con la gente del luogo. Un simile imbarazzo, o nota stridente, accompagna ogni gesto della nostra Clara, a cui viene assegnato, dall’autore, reo di anacronismo, un lavoro che certo sarebbe pienamente adeguato ai nostri giorni, quello di brillante giornalista d’assalto, decisa a battersi contro la delinquenza, contro i torti e soprusi che sia la malavita organizzata, sia la razza padrona, commettono nel cagliaritano, e in particolare nello sfruttamento delle saline, massimo bene comune di quella popolazione. Abate è come un giocatore di scacchi che fa compiere alle sue pedine delle audaci sortite, vedendosi però costretto a indietreggiare poco dopo. La nostra Simon si comporta come solo un secolo dopo sarà consentito alle sue colleghe in gonnella, e dunque viene subito redarguita, per esempio non può firmare in prima persona i suoi attacchi, le sue denunce, deve appunto fare un passo indietro, e mettersi sotto la protezione di un collega al maschile, tale Ugo Fassberger, che, lui sì, ha la licenza di uccidere, magari assumendosi la paternità degli articoli veementi stesi da quella compagna, sempre decisa ad andare sopra le righe. Poi, come in ogni gallo dei nostri giorni, sia esso in versione cartacea o filmica o televisiva, non può mancare l’innamoramento. Le mosse spregiudicate della nostra Clara vengono protette da un avvenente ispettore, Saporito di nome e di fatto, che in parte le si concede, in parte resta incorruttibile a difendere il braccio giusto della legge. Ma contro chi si rivolgono gli strali della nostra giornalista d’assalto, troppo in anticipo sui tempi giusti? La causa delle sue indagini sta nella morte di tanti ragazzini, detti nel dialetto locale “piciocus de crobi, ma qui le carte dell’intrigo si imbrogliano, a chi la colpa di aver fatto annegare a decine questi poveri ragazzi? Sono stati i padroni delle saline, che si sono disfatti di quei miseri braccianti, quando non ne hanno avuto più bisogno, o sono loro stessi a essersi resi colpevoli di qualche spaccio di doga, di qualche collusione con trafficanti illeciti? Purtroppo Abate in merito è incerto, o almeno io stesso, forse perché lettore distratto, non saprei rispondere a un simile quesito. Sono però ben fermo nell’esortare il mostro autore a ritornare il prima possibile a frequentare la sua bella, frizzante, tonificante attualità-
Francesco Abate, I delitti della salina, Einaudi stile libero, pp. 290, euro 18.

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Attualità

Dom. 15-11-20 (J’accuse)

Dopo la Colonna dell’infamia eretta domenica scorsa, ora scomodo un “J’accuse” di zoliana memoria, sempre avendo come principali obiettivi i ministri Franceschini e Speranza. Procedo magari a elencare alcuni divieti leciti, cui io stesso mi attengo. Come quello di indossare le mascherine anche all’esterno, E certo ci voleva un coprifuoco, per evitare soprattutto le “movidas”, ma bastava porlo, come si era fatto in un primo tempo, alle 22 o 23, l’aver privato i ristoranti di servire la cena serale è stato un atto di puro sadismo che chiede vendetta. Si sa che i giovani, sfruttatori dell’”apericena”, non si siedono certo ai tavoli ma si affollano ai banconi, poi vanno a bere all’esterno. Questi dunque erano i comportamenti da impedire. Si potrebbero pure accusare i trasporti, ma bastava mettere un sistema di controllo sia alle fermate delle metropolitane sia sugli autobus. Leggo che ora si chiudono le più importanti stazione della metropolitana di Roma, anche questo è sadismo allo stato puro, provvedimento che grida vendetta, che meriterebbe di essere bollato da una insurrezione popolare. E poi, perché chiudere le scuole, nonostante che la ministra Azzolina ne avesse difeso la continuità di apertura? Il prendere le lezioni on line crea dei seri problemi a molte famiglie, e del resto siamo gli unici in Europa a insistere in questo disastroso divieto.
Resta poi il fatto, che meriterebbe anch’esso una sollevazione popolare di protesta, il fatto che i tamponi che si applicano a ruota libera, non si sa bene con quale criterio, col sospetto lecito che, se i contagi calano di numero, si dia ordine di farne di più, facendo aumentare per inevitabili regole statistiche il numero dei contagiati. E quando ci si deciderà a dare la differenza tra i cosiddetti asintomatici, che sono la maggioranza, e quelli che al momento sono già soggetti all’infezione? Perché non darci le probabilità statistiche che quelli della prima categoria, prevalente, contagino davvero gli altri?
Per altre cruciali questione mi basterà rimettermi al Data room dell’autorevole Gabanelli, che ci ha detto che la vera crisi sta nei medici di famiglia, i quali non intervengono se chiamati al minimo segno di contagio, causando quindi il ricorso alle ambulanze, con una folla di pazienti che potrebbero essere tranquillamente curati a domicilio, ma che così vanno a intasare gli ospedali, sostando in lunghe file in attesa di accoglienza. E il super-monatto Arcuri, invece di cumulare incarichi, non potrebbe intanto procedere a procurare bombole d’ossigeno, da portare nelle case, evitando appunto il ricorso agli ospedali, che peraltro anche loro ne scarseggiano?
Infine il capitolo dei morti, su questo si è espresso, se si vuole con cinismo, ma anche con franchezza, domenica scorsa il Presidente della Liguria Toti, intervistato dalla Annunziata. Al 90% muoiono degli anziani ultra-ottantenni (dunque, in sostanza, dei mei coetanei), già vittime di precedenti patologie, per cui riesce difficile valutare l’effettiva incidenza del covid a procurare il decesso. E poi, per favore, dateci il numero dei decessi avvenuti negli anni procedenti, fateci fare il conto della differenza.
Contravvenendo a tutte queste sacrosante richieste i nuovi monatti creano un clima di terrore tra la popolazione, fra l’altro ci hanno riportato in coda in Europa, dopo qualche effimero punto a nostro favore. Oggi siamo quelli che dichiarano ogni giorno il maggior numero di contagiati, di deceduti, di ricoverati. E si aggiunge a tutto questo anche il calo del anche il calo del PIL, dopo il rimbalzo anch’esso effimero dichiarato qualche giorno fa dal ministro Gualtieri. Ma certo la congrega dei virologi, sotto la guida compiaciuta di Speranza, si frega le mani di piacere per questo andamento così favorevole ai loro auspici, lunga vita a un contagio così’ remunerativo in termini di prestigio personale, di presenza sui media.

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Arte

Giambattista Tiepolo e la sua rivoluziine “chiarista”

L’enorme complesso espositivo che, per la fusione di varie sedi bancarie nel cuore di Milano, si può fregiare, quasi per antonomasia, dell’appellativo di Gallerie d’Italia, proprio in virtù della sua massima estensione può assumere compiti che per altre sedi sarebbero insostenibili. E’ il caso, ora, di una rassegna dedicata a Gianbattista Tiepolo, con un titolo, una volta tanto, accettabile, in quanto si limita a designare alcune tappe geografiche del vasto percorso dell’artista, in crescendo e con dilatazione progressiva: “Venezia, Milano, l’Europa”. Compito immane, in quanto l’artista veneziano è stato soprattutto un affrescante di enormi estensioni parietali, e dunque i dipinti da cavalletto ne riducono certo la portata, anche se integrati con abbozzi, disegni, dipinti preparatori, come avviene nella presente rassegna. La quale, non so se con qualche calcolo, si pone a staffetta con la mostra appena inaugurata a Naoli, Capodimonte, dedicata a Luca Giordano, che del Tiepolo è l’annunciatore, il prologo, l’apripista. Tra i due si compie una entusiasmante staffetta, nel nome di una medesima riforma, o rivoluzione, consistente nel liberare gli esiti dell’età barocca dal pesante strascico del tenebrismo, delle tinte fosche con cui si presentava, per allagarle invece di luce, in un “chiarismo” programmatico, il che potrebbe anche segnare la svolta da un barocco pieno e cupo verso il cosiddetto barocchetto o rococò. In ogni caso, si tratta, per entrambi gli artisti, di segnare la tappa finale di una evoluzione durata almeno due secoli, dopodiché sarebbe divenuto necessario cambiare il corso delle cose. E magari a ciò si adopra già uno dei figli di Giambattista, Giandomenico, qui presente ma assieme ai fratelli meno illustri, e senza che se ne evidenzi il forte distacco dalle orme paterne. Naturalmente queste mie riflessioni sono il frutto di una visita del tutto virtuale, che avviene grazie ai mezzi elettronici, giustificata dallo stupido, vergognoso divieto emesso dal Ministro Franceschini, che pure dovrebbe essere il difensore dei beni culturali, ma che di fatto, intimando la chiusura delle mostre, le equipara alle sale dei bigliardini e dei giochi d’azzardo. Scorrendo il catalogo, pur con le difficolta provocate da una visione on line, che non surroga affatto il poterlo sfogliare in buona consistenza cartacea, trovo subito un perspicuo affaccio tra un dipinto del Piazzetta, un San Jacopo, gravato proprio dal tenebrismo che ne tarpa le ali, ricacciandolo nella bolgia infernale del Seicento più cupo, mentre al confronto un “Martirio di San Bartolomeo” del Tiepolo spicca il volo, si alleggerisce, si tuffa in tinte argentee, azzurrine, prepara cioè la grande mutazione che l’artista da giovane realizza soprattutto a Udine, nei mirabili affreschi dell’Arcivescovado, segnando subito un vertice, su questa strada di alleggerimento, di tinte che sembrano quasi acquerellate, tanto sono liquide, dilaganti, trasparenti. Poi c’è senza dubbio la via dei successi a catena, ben elencati nel titolo della mostra, il passaggio a Milano, da cui vengono recuperati numerosi dipinti distaccabili dalle pareti, quindi inizia il grande periplo europeo, con le ben note tappe a Würzburg, e il trionfo finale a Madrid, dove Giambattista muore sul lavoro, ma è il canto del cigno, in quanto quella sua maniera, pur trionfale, sta per essere aggredita ai fianchi da un ben diverso genio, Goya, il quale capisce che per salvare quei lattei fantasmi bisogna quanto meno fargli incontrare un processo di schiacciamento, con conseguente accentuazione dei tratti fino a varcare la soglia di un espressionismo avanti lettera. In mezzo, ci sta appunto l’intelligente mediazione di Giandomenico, che capisce bene come quella popolazione di figure paterne veleggianti nell’aria devono ormai atterrare, prendere ferma stanza al suolo, svestire le maschere del mito o delle Sacre Scritture per indossare costumi più vicini alla quotidianità, e magari volgerci perfino le spalle, abbozzando un gesto di rifiuto nei confronti di una persuasione retorica troppo manifesta. Di quel risoluto voltarci le spalle sarà erede, di lì a poco, un altro e ben più risoluto annunciatore del contemporaneo quale Caspar David Friedrich. Queste sapienti, ricche, senza dubbio proficue antologie promosse dalle Gallerie d’Italia hanno assunto come loro conduttore quasi fisso Ferdinando Mazzocca, che anche in questa circostanza guida il carro, ma restando vittima della sua specializzazione, che gli si può riconoscere soprattutto nel caso di un tardo erede del mondo tiepolesco, quale Francesco Hayez. Ma la vastità tiepolesca d’impianto, somministrata con toni leggeri, aerei, magicamente fruscianti nello spazio, in quel tardo continuatore diviene un trattamento pesante, pedissequo, a gara con le oleografie che frattanto si stanno diffondendo. E beninteso in mostra non c’è solo la pretesa di infilare i testi dissonanti di un Romanticismo nostrano che tradisce gli aspetti migliori di quella stagione, ormai assunti dalla Francia di Géricault e di Delacroix. il nostro Mazzocca, come gli avviene anche nelle rassegne che cura al San Domenico di Forlì. è vittima di una bulimia che lo spinge ad affollare le sue mostre di tante presenze via via calanti nel valore, nel prestigio, di un’Italia che non riesce a rimanere in linea con i grandi valori espressi nelle sue età dell’oro.
Tiepolo, Venezia, Milano. L’Europa, a cura di F. Mazzocca e A. Morandotti. Milano, Gallerie d’Italia, fino al 21 marzo. Cat. Skira.

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