Arte

La Tour, una candela che trasina verso l’alto

Finalmente una mostra giusta, al Palazzo Reale di Milano, dedicata a Georges de La Tour (1593-1652), in cui lo scarso numero di dipinti sicuri eseguiti dall’artista (una quindicina) si giustifica con il numero ridotto di opere componenti il suo catalogo, fra l’altro insidiato da repliche, non si sa se per mano stessa del pittore o di seguaci attratti dal successo che in vita non gli mancò, anche se in seguito era calato il silenzio su di lui. Ne era stato riscosso solo nel 1934 per un primo rilancio in Francia, cui aveva fatto seguito nell’immediato dopoguerra una mostra milanese officiata da Roberto Longhi, dove il soggetto principale era il Caravaggio, anche lui, nonostante la sua poderosa stazza, rimasto vittima di un offuscamento plurisecolare. I capolavori di sicura autografia del La Tour, in mostra, sono accompagnati da altre tele di spiriti affini, almeno a livello tematico, mentre le pareti, rimaste forzatamente vuote, scandiscono frasi di critici che cui si deve la riscoperta dell’artista (Voss, Thuillier, il nostro stesso Longhi). Il tema dominante nel Francese, come si sa bene, è il luminismo notturno, il che giustifica che gli vengano subito accostati i motivi affini del fiammingo Gherardo delle Notti e di altri ancora. Ma quel soggetto, in lui, è di una forza trascinante, a differenza dell’utilizzo rivolto a ottenere facili effettismi di cui possono essere accusati altri “notturnisti” dell’epoca, pur come lui di derivazione caravaggesca. Le candele del La Tour innalzano la loro luce in tesa, perfetta verticale, dando a tutta la scena una forza ascensionale, e così imponendo come prioritario il motivo di un asse verticale che si impadronisce anche delle figure, le trascina con sé. In altre parole, l’artista francese non conosce la disposizione orizzontale o trasversale. Anche se ci dà scene di genere alquanto affollate (“La rissa tra musici mendicanti”), si può stare sicuri che queste allineano protagonisti tutti “stanti” in perfetta verticale, come se ognuno di loro avesse infilato un manico di scopa o fosse stato “impalato”. Il dominio di quella fiamma lucida, incandescente, svettante si porta dietro una seconda conseguenza, implica che quella fonte luminosa vada a verificare a corto raggio uno spettacolo, non solo di volti, ma più ancora di tessuti, consistenti in vesti, tonache, calzoni, da quant’altro poteva entrare nella moda dell’epoca, senza filtri schizzinosi tra l’alto e il basso dei ceti sociali. Infatti proprio questa ricognizione di stoffe condotta con un lume a corto raggio porta l’artista a deliziarsi soprattutto di farla strofinare su tele rozze, di abiti sdruciti, più di mendicanti o comunque di personaggi appartenenti al quarto stato, che di signori di rango elevato. Probabilmente, se il nostro Burri avesse condotto una ricognizione su questo suo antenato, vi avrebbe riconosciuto un anticipatore della messa in evidenza delle ruvide, slabbrate, sdrucite tele di sacco da lui stesso esibite. In almeno una tela, “Giovane che soffia su un tizzone”, il La Tour inserisce un supplemento, rispetto alla limpida luce di candela, facendo brandire al ragazzo un tizzone ardente, come fonte di una illuminazione supplementare, e in definitiva già per se stessa derivante proprio dalla combustione potenzialmente annunciata, ma non realizzata, dal lume di candela, come se quella fiamma fosse subito pronta a provocare incendi attorno a sé. Già si è detto dell’ottimo accompagnamento didattico di cui questa mostra gode, affidato a proiezioni parietali di massime memorabili espresse dagli storici dell’arte cui va il merito di aver riscattato l’artista da un lungo oblio. Tra questi ausili informativi, ci sta pure un’intervista–video affidata a Pierre Rosenberg, anche a nome di quanti, al Louvre, fra cui il già ricordato Thuillier, hanno contribuito al rilancio di questa figura dimenticata. Bisogna però guardarsi dal calcare troppo la mano, come in qualche misura succede all’intervistato d’eccellenza, non si può arrivare a dire che il La Tour sia stato il maggiore pittore del Seicento francese, così come, fatte le debite proporzioni e applicando al giudizio una specie di pantografo, non si può arrivare a dare un giudizio parimenti categorico neppure sul Caravaggio. Per ritornare in territorio transalpino, dove mettiamo l’immensa presenza di Nicolas Poussin? E in Italia, la scuola dei Carracci, col Reni, il Guercino, il Domenichino? Mentre Longhi, presso di noi, lavorava alacremente, e giustamente, per il rilancio del Merisi, nella stessa sede di Bologna, dalla cui cattedra universitaria se ne era appena andato, un suo collega di altra scuola, Cesare Gnudi, promuoveva appunto il riscatto dei Carracci e compagni, incontrando un riconoscimento a mezza strada, un po’ a denti stretti, da parte dello stesso rinnovatore delle fortune del Caravaggio. E anche, di riflesso, di quelle dello stesso La Tour, ragione per cui gli Italiani, e i Lombardi in particolare, si possono rallegrare per questo suo rilancio.
Georges de La Tour, a cura di F. Cappelletti e T.C. Salomon, Milano, Palazzo Reale, fino al 7 giugno, Cat. Skira.

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Letteratura

Nove e Pazzi: percorso unico dalla poesia alla prosa

Ho ricevuto nei giorni scorsi il volumetto di liriche di Aldo Nove, “Poemetti della sera”, mentre in un incontro diretto a Ferrara, a proposito di un mio minuscolo saggio, “Una mappa per le arti in epoca digitale”, ho avuto con diretta consegna a mano una robusta antologia in cui l’amico Roberto Pazzi ha concentrato quasi per intero la sua produzione in poesia, “Un giorno senza sera”. Sono due autori molto diversi tra loro, ma trovo che li congiunge molto utilmente il fatto di essere entrambi cultori del genere breve appunto della poesia assieme all’altro “lungo” della narrativa. Le due componenti, lungi dall’ostacolarsi, agiscono in provvida concomitanza, o almeno così risulta a un lettore come me, che muove da una congenita diffidenza verso il genere poesia, di cui teme la caduta nel limbo o inferno del cosiddetto “poetichese”, così come pure per altre attività può esistere una analoga accusa di degenerazione. Molti dei miei colleghi che si occupano d’arte scrivono in “critichese”, e quanti frequentano le rive della filosofia scivolano nel “filosofese”, in cui, per non far nomi, eccelle Massimo Cacciari. Che cos’è il “poetichese”, che dà pure luogo alla “vergogna della poesia”? Il far ricorso a un lessico prezioso, cruschevole, ermetizzante. E il trovarsi pure, lo si voglia o no, coinvolti nelle questioni di una qualche metrica, anche se indubbiamente alleggerite dall’adozione, nella contemporaneità, del verso libero. Invece chi ha consuetudine anche con la prosa, se si cimenta pure nell’altro genere, lo fa avvalendosi di un linguaggio prosastico, comune, e anche di una sintassi molto fluida, dominata dalla paratassi, ovvero restano aperti i cancelli per una conversione da uno stato all’altro, senza nette cesure. Una situazione del genere si può allargare a tanti altri casi di simultanea frequentazione dei due lidi. Parlando proprio con Pazzi, ricordavo il caso notevolissimo di Moravia, autore di poesie fatte di tanti versetti sciolti, scarni, allungati come vermi. E ci starebbe pure il caso di Nanni Balestrini, pronto ad applicare a una pretestuosa “testa d turco”, trovata in una anonima signorina Richmond, una serie smisurata di apposizioni, a ruota libera, tirate fuori a colpi di dadi. E’ un criterio di libera casualità che poi Balestrini ha saputo applicare anche “in grande”, in componimenti narrativi pronti a diramarsi in infinite varianti. Questo esempio vale subito nel caso di Nove, anche lui portato a lunghe verificazioni, come fossero litanie, dedicate alla propria madre, o alla madre di tutti, alla Madonna. Infatti, mentre il metodo di Balestrini è inesorabile e pesca solo nel casuale, Nove invece incrocia il sacro col profano, componendo lunghe preghiere laiche, e magari invitando il pubblico presente a salmodiare assieme a lui i versetti di quelle litanie apotropaiche, forse suscettibili di procurare giorni di indulgenza, comunque non prive di potere consolatorio.
Si sa che Nove tiene un piede nella narrazione, ma con esiti alquanto rari. In Pazzi invece il narratore, rispetto al poeta, è ben più nutrito, egli vanta, se ben ricordo, non meno di una ventina di romanzi, che credo di aver recensito per lo meno in buona parte. E dunque, nel suo caso, anche quando assume la veste del lirico, si aggiunge pure immancabilmente il profilarsi di una “storia”, di uno spunto che basterebbe poco per allargare. Lo dice del resto lui stesso, ottimo commentatore di sé, che dai versetti snocciolati quasi d’impulso vede delinearsi i personaggi dei suoi romanzi, Cesare, Cleopatra, Napoleone, gli zar russi. Ovvero, c’è un percorso continuo che dall’esercizio breve porta verso il lungo. Prendiamo del resto il titolo stesso di questa antologia, “Un giorno senza sera”. Non potrebbe essere lo spunto per il dramma di un’umanità non più beneficata dal provvido arrivo delle tenebre serali, costretta a vivere sotto un’illuminazione inesorabile, come si fa per strappare la confessioni a qualche carcerato? Trovo esemplare in particolar modo il poemetto, “La mosca di Gravina”, riportato nel quarto di copertina della presente antologia. Vi scorgo adombrato un soggetto giù trattato da un regista dello horror di cui al momento non ricordo il nome, che mette in scena uno scienziato in anticipo sui nostri giorni, tentato addirittura dal progetto di trasportare lontano da sé il proprio corpo, pronto per tale scopo a chiudersi in una cabina ermetica. Ma non si accorge, il disgraziato, che assieme a lui è pure entrata una mosca, e così non può evitare che il suo corpo, trasmesso a distanza, salti fuori con la testa del vile insetto. Ebbene, uno spunto del genere mi pare pure insito nella lirica del nostro Pazzi, che per raggiungere una lontana donna amata pretende di mutarsi volontariamente in una mosca, e chiede alla donna di ospitarlo dentro di sé. Forse sfugge al nostro poeta che in tal modo rasenta una lirica eccezionale del Metafisico inglese per eccellenza John Donne, autore di un elogio dedicato a una zanzara che prima succhia il sangue di lui, poi quello della donna amata, e dunque in quell’essere vile avviene il coito, la congiunzione dei due sangui. Termino con un piccolo omaggio a me stesso, tornando a menzionare il libriccino di cui ho parlato in apertura, e che mi ha consentito di ricevere il dono poetico di Pazzi. In esso dichiaro che al giorno d’oggi tutte le creazioni, visive o letterarie che siano, confluiscono nel mezzo digitale, resta però un’unica differenza, appunto tra il fare breve e invece l’allungare il prodotto. I migliori operatori letterari, come Pazzi e Nove, sanno passare agilmente dall’una all’altra dimensione.
Aldo Nove, Poemetti della sera. Einaudi, pp. 88, euro 10,50: Roberto Pazzi, Un giorno senza sera, La nave di Teseo, pp. 293, euro 18.

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Attualità

Dom. 23-2-20 (corona)

L’argomento del giorno non può non essere l’eventuale epidemia di Corona. Metto di proposito il termine minimizzante di “eventuale”, dato che fin qui il fenomeno è stato di limitatissima diffusione. Trovo infelice il fatto che un competente, Fabrizio Pregliasco, convocato venerdì scorso nel salotto della Gruber, abbia osato far balenare lo spettro della Spagnola, con i suoi milioni di vittime. Al momento siamo in presenza, fuori dalla Cina, di un numero ridottissimo di casi, e comunque tutti con matrice da chi sia provenuto da quel Paese, e siccome lo si lascia solo per via aerea, piuttosto che sbarrare scuole, negozi, eccetera ci sarebbe da fare una ricerca oculata di chi negli ultimi mesi sia venuto di là, e condurre solo su di lui i debiti accertamenti. Del resto, nella Cina stessa l’epidemia è stata ben lungi dal diffondersi a macchia d’olio. Considerato che nei primi tempi di incubazione il regime aveva tentato di tacere, condannando al silenzio un primo medico che aveva lanciato l’allarme, risulta che il tutto resta concentrato nell’infermi di Huhan e spazi limitrofi, dove peraltro impazza con numeri non altissimi, Che sono mai un migliaio di morti in una comunità di ben dieci milioni di abitanti? In che misura eccedono rispetto ai dati statistici di una normale mortalità? Ma che cosa è avvenuto in quella sede per provocare un disastro così concentrato, che sembra oltretutto aver preso l’avvio in un luogo ben preciso, il locale mercato del pesce? Che cosa hanno mangiato i bravi abitanti della città dannata? Hanno bevuto sangue di pipistrelli, o di serpenti, che sarebbero stati i colpevoli del passaggio dagli animali agli esseri umani? Insomma, credo che indagini ravvicinate e condotte a tappeto in un’area così ben delimitata dovrebbero dare risultati apprezzabili. Se addirittura non si debba ricorrere alla spiegazione di una fuoriuscita di virus tenuti in vita, dai tempi della SARS, non certo per concepire una improbabile guerra batteriologica, ma anche solo per un giusto impulso scientifico di trovare gli opportuni vaccini. Una fuga di un virus alimentato a forti dosaggi spiegherebbe l’incrudelire dell’infezione in un territorio così ristretto. In conclusione, si adottino pure provvedimenti di salvaguardia, ma “con juicio”, per dirla con Manzoni, grande cantore di un’epidemia virale con cui quella attuale per fortuna ha ben pochi tratti in comune. E sempre sfruttando l’esempio manzoniano, stiamo ben attenti a creare una categoria di untori, guardandoci soprattutto dal colpevolizzare le colonie cinesi tranquillamente residenti e attive presso di noi da lungo tempo.

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Cerith Wyn Evans, una festa di luci

Sono ben lieto di aver visitato, seppure a pochi giorni dalla conclusione, la straordinaria mostra dell’inglese Cerith Wyn Evans (1958), del tutto degna del magnifico spazio milanese Hangar Pirelli Bicocca, credo sicuramente il più ampio in Italia, e forse nel mondo, se parliamo di un volume unico e compatto, mentre certo in estensione planimetrica lo battono per esempio le Corderie dell’Arsenale di cui si vale la Biennale di Venezia. Sappiamo bene che questo blocco mastodontico conserva nel suo ventre di balena le spettacolari torri erette a suo tempo da Anselm Kiefer, ma in genere i curatori di turno hanno saputo affiancarle con opere di uguale articolazione e spettacolarità. Del resto mi è già capitato di parlare di tante altre di quelle imprese eccellenti. Tra cui appunto, ora, l’accendersi dei grovigli di neon con cui l’artista inglese ha animato in toto quell’antro gigantesco, come un gigante che riprende, su scala macroscopica, quel giochetto ben noto consistente nel far vorticare nel buio una sigaretta accesa, che semina una stria di fuoco lungo il suo percorso, capace di resistere per un momento nella nostra pupilla. Qui a dire il vero un analogo gironzolare, ma in grande, delle tracce luminose se ne sta ben fermo grazie al numero incredibile di tubicini al neon che si intrecciano, si sovrappongono, fanno nodo, fornendo uno spettacolo nello stesso tempo fragile, effimero, eppure resistente, nell’occhio dello stupito e affascinato visitatore, Motivo ispiratore, i movimenti di una danza giapponese, ma liberati dall’ingombro dei corpi per risolversi in pura forza cinetica, Per intitolare questa sua prestazione Cerith ruba il titolo da una delle ultime imprese di Duchamp, “… the Illuminating Gas”, ma senza voler contestare per nulla il ruolo di insuperabile apripista di tutte le innovazioni spettante all’artista francese, forse gli mancò sempre un valido senso dello spettacolo, se si eccettua quella selva di corde con cui invase, al suo arrivo negli USA, un’intera stanza per festeggiare da par suo una ricorrenza del Surrealismo. Qui, più che portar via a Duchamp l’asticella di una staffetta, Cerith semmai sembra collegarsi ai neon di Lucio Fontana, che erano stati proprio tra gli animatori di quella spelonca, per di più infittendone il ritmo, la frenesia delle sferzate con cui sciabolare il vuoto, animarlo, renderlo vibrante. Ma oserei anche andare più indietro, evocare lo spirito magno del Tintoretto, il fiero oppositore del genio di Tiziano, quest’ultimo sempre intento a tappare gli spazi stendendovi le sue manteche tonali, l’altro invece a svuotarli, a trafiggerli con aguzzi fasci lineari. Parlando di lui in un mio saggio, mi era avvenuto di dire che il Tintoretto avrebbe fatto miracoli se già allora al posto dei tracciati disegnati avesse potuto disporre di una selva di tubicini al neon.
Il meglio della mostra sta nel corpo centrale dello Hangar, con quel mirabolante accendersi di fasci luminosi, nodi felici, gioiosa e gloriosa selva artificiale degna della nostra età tecnologica. Si deve aggiungere che all’ingresso Cerith ci accoglie con un “introibo” meno spettacolare, con alcune colonne svettanti in rigorosa verticale, e beninteso rese luminescenti, roba da ricordare un suo connazionale, Lawrence d’Arabia e i suo “Sette pilastri della saggezza”. Fuori dall’antro, l’artista ci fornisce, per così dire, come dei programmi di coda, consistenti in una lunga scritta, sempre affidata ai neon, quasi un omaggio a Joseph Kosuth, e qualche tentativo di aggiungere agli splendidi dati visivi quelli sonori, attraverso una serie di tamburelli risonanti. E sì, ci sono pure alcune piante con giochi d’ombra, ma, come già detto, il miglior lussureggiare della vegetazione è reso dalla danza fantastica dei neon all’interno.
Cerith Wyn Evans, “…the illuminating gas”, a cura di Roberta Tenconi e Vicente Todoli, Milano, Pirelli Hangar Bicocca. fino al 23 febbraio.

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Letteratura

Un romanzo che talvolta supera “le dosi consigliate”

Continua ad affermarsi una valida comparsa di testi narrativi che evitano di sfruttare l’abusata moda del “giallo” e non mirano neppure a sfociare in qualche prodotto televisivo. Dopo aver dedicato la domenica scorsa un elogio alla Sottili, ora posso dire bene, seppure con dubbi e riserve, di un altro romanzo, “Non superare le dosi consigliate”, di Costanza Rizzacasa D’Orsogna, le cui poche apparizioni anteriori a questa recente giustificano una mia completa ignoranza su di lei. A mettermi sulle sue tracce ha provveduto una pur minuscola recensione di un’ottima intenditrice quale Silvia Ballestra. Volendo trovare un genere entro cui classificare questa prova, potremmo evocare l’elegia, o la geremiade, cioè un lamento, una protesta contro i colpi del fato, di un’avversa fortuna, di un’umanità maligna e pregiudizievole. Roba che trova il suo capolavoro assoluto nell’”Elegia di Madonna Fiammetta”, in cui il genio narrativo del Boccaccio ha profuso le sue doti migliori. Per rispettare le regole di questa forma di narrazione, bisogna stare dentro al tema, non uscirne, ma nello stesso tempo trovare al suo interno una materia sufficiente per riempire il componimento. In linea di massima sarebbe pure questo il caso, in quanto la protagonista, tale Matilde, inutile stare a chiedersi se ci sia qualche riscontro con la biografia dell’autrice, denuncia il male che l’ha afflitta, una grassezza eccessiva, una bulimia sfrenata, con relativa assunzione di tutti i prodotti in cui si esplica l’offerta alimentare dei nostri giorni, accompagnata da uno straripante assedio pubblicitario. E quando la nostra scrittrice sta al tema, tutto procede bene, le sue confessioni, o lamenti tristemente elegiaci, o in vena di inarrestabili geremiadi, sono convincenti, ottimi sintomi di un male dei nostri tempi. Ma in qualche misura è pure possibile rivolgere contro la protagonista quanto lei stessa ci dice nel titolo, seppure pensando di rimanere all’interno di una prescrizione di ordine dietetico o farmaceutico, “non superare le dosi consigliate”. E’ quanto invece l’autrice non fa, ma a livello globale di strategia narrativa, infatti spesso e volentieri accantona questo aspetto riconoscibile e valido, di una fame incontenibile, insaziabile, con relativo aumento del peso fino a proporzioni mostruose, per gettare occhiate attorno a sé, o anche a se stessa, ma secondo un percorso a strappi, a singhiozzi, tra il dire e il non dire, con accuse, attacchi improvvisi e inopinati, ma prontamente seguiti da ritirate, da smentite. Forse è inevitabile che il rifarsi dalla prima infanzia, alla ricerca delle tracce iniziali di bulimia implichi di necessità il portare sul banco degli accusati la propria famiglia, ma già qui comincia un procedimento a base di atti d’accusa subito seguiti da ritrattazioni, La madre, quale giudizio darne, è la prima colpevole a sfiduciare Matilde, a stigmatizzare in misura atroce la sua grassezza, o invece no, tutto sommato è stata amorevole, pronta alla comprensione? E il padre, un mostro di indifferenza, o invece una creatura sensibile, del tutto degna di ricevere l’affetto della figlia? C’è poi tutto un ballare su e giù a livello sociale ed economico. Il padre è stato persona di successo, o invece ha trascinato la famiglia a condizioni fallimentari? La stessa avidità della protagonista ha dovuto saziarsi tante volte non più che di un pane povero, da sottoproletariato. E c’è pure un andare su e giù quanto a doti intellettuali della protagonista e sue eventuali affermazioni di ordine professionale. E’ una “minus habens” quanto a talento, oggetto di scherno da parte delle compagne, e, come detto, perfino dei genitori, o al contrario è piena di meriti che le consentono una brillante carriera negli USA? Insomma la narrazione sbanda, apre spiragli in troppe direzioni, anche se non dobbiamo dimenticare la massina pirandelliana secondo cui “la vita non conclude”. Ma in definitiva la nostra Matilde supera in troppi casi “le doti consigliate”, anche secondo il saggio proposito formulato a suo vantaggio. Per fortuna l’andamenti narrativo si riscatta ogni volta che torna a risuonare la sconsolata elegia per la grassezza molesta, con tutti i disturbanti fattori somatici che l’accompagnano.
Costanza Rizzacasa D’Orsogna, Non superare le dosi consigliate, Guanda, pp. 249, euro 18.

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Attualità

Dom. 16-2-20 (Conte)

Naturalmente l’argomento del giorno è la politica irritante di Matteo Renzi, la sfida continua alla maggioranza di governo, anche se in definitiva l’opinione di tutti è che egli non voglia spingere il gioco fino al punto di provocare una crisi di governo. Per un partitino come il suo l’andare ad elezioni sarebbe una morte sicura. E neppure gli altri ci vogliono andare, quindi staranno tutti ben attenti a non superare una certa soglia nelle dispute. Del resto, lo dicevo già in un precedente domenicale, che male ci sarebbe se il Parlamento, in nome della sua sovranità, bocciasse quanto il ministro della giustizia Bonafede sta combinando attorno alla prescrizione? Forse che il governo non può andare “sotto”, se non c’è nessuno che ne ricavi le conseguenze andando a rassegnare le dimissioni a Mattarella? Certo, l’IV dovrebbe rinunciare a chiedere la sfiducia di Bonafede, che sarebbe come voler togliere la pietra di sostegno di un intero edificio. Ma se evitando il ricorso a un simile atto estremo ci fosse semplicemente il rifiuto di una riforma pasticciata col voto delle opposizioni, che male ci sarebbe? Se poi andiamo a vedere il vero fine renziano, questo non si limita a cercare un maggiore grado di visibilità, pretesa quasi infantile se il rischio è di far crollare l’intero castello di carte. Il vero obiettivo è Conte e una sua possibile sostituzione al vertice del governo. E anche in questo caso che male ci sarebbe? Non dovremmo farla finita di lodare ad ogni passo questo Conte, accorto e prudente a non fare passi falsi, per esempio a difendere tutti i torti del passato regime per non scontentare i Pentastellati, a loro volta protesi a difendere certi atti compiuti quando erano al governo con Salvini? Un Conte che appunto tutela con cura il provvedimento Bonafede passato col precedente governo, e si guarda bene dall’intervenire sui trattati di cosiddetta sicurezza. Insomma, timido, incerto, con un unico merito indiscutibile, di avere messo alla gogna Salvini obbligandolo a uscire di pista, ma per il resto, solo un abile temporeggiatore, che il Pd non osa mettere in discussione, anche se è il simbolo tangibile della mancanza di discontinuità tra il regime giallo-verde e il giallo-rosso che è venuto a sostituirlo. Non ci sarebbe forse uno scatto di energia a sostituire Conte con Draghi o con Gualtieri? Ma Renzi lo può insinuare da battitore libero, sapendosi però sotto copertura per il fatto che i due partner maggiori di lui non vogliono andare ad elezioni. E loro come la pensano? I Pentastellati sarebbero disposti a fare a meno di Conte, e Zingaretti a insidiare quella specie di architrave sfidando i partner di maggioranza? Che poi su Renzi fiocchino da tutte le parti accuse, contumelie, beffe, la cosa ovviamente rattrista un suo ex-sostenitore come me, e vi scorgo anche l’amaro destino di un’Italia sempre pronta a trafiggere chi, bene o male, ha tentato di cambiare le cose. Ieri Craxi, oggi Renzi.

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Una mostra al MAMbo conferma il “glocalismo”

Il MAMbo presenta, a cura del Direttore Lorenzo Balbi, assistito da Sabrina Samorì, una mostra ben assortita di sette artisti provenienti da vari Paesi, quasi a dimostrazione che viviamo in pieno la stagione detta di “glocalismo”, caratterizzata dal ricorso a una serie di strumenti comuni che però ogni artista rivolge a riscattare caratteri della propria cultura. Non direi però che ciò avviene, come dice il titolo della rassegna, “AGAINandAGAINandAGAIN”, nel nome di un riciclaggio o di citazione di cose già viste, penso che sarebbe stato meglio insistere per esempio su un “Anywhere”, proprio per indicare una simile diffusione di soluzioni, in una piacevole varietà. Tanto per cominciare, incontriamo subito nella prima stanza il greco Apostolos Georgiou, un notevole rappresentane del ritorno della Vecchia Signora Pittura cui stiamo assistendo, onorata da rappresentanti come lo statunitense Alex Katz e l’inglese David Hockney, e in fondo io stesso, nella mia modesta ripresa dell’atto del dipingere, mi potrei iscrivere, non da ultimo ma da postremo, in questa tribù. Ma non si tratta di “citare” fantasmi del passato, o quanto meno il nostro Georgiou si limita a una rivisitazione circolare di tanti stili genericamente attribuibili a un postimpressionismo, o neo-espressionismo. Una specie di passerella finale in cui tanti stili emergono e si danno la mano, senza poterne far emergere uno in particolare. Ricordo in proposito la mia persona difficoltà a rispondere quando mi si chiede se nel mio rilancio di pittura sono un neo-fauve, o un De Pisis rinato e così via, senza saper trovare la risposta giusta. Allo stesso modo il nostro Apostolos pratica una sintesi di vari approcci, con larghezza di mano e di dimensioni, sfidando il comportamento, con figure sommarie che si agitano in scena, ben sagomate, fissate con scioltezza e rapidità di impressione. All’interno si presenta subito lo statunitense Ad Atkins, che si vale di uno degli strumenti più avanzati, proprio quelli che potrebbero relegare in pensione la vecchia Signora, cioè la videoarte, ma lo fa in maniera originale e impressionante, simulando quello che ci capita quando siamo al controllo delle nostre persone per un volo aereo, e dobbiamo disfarci di indumenti, cinture, scarpe. Atkins va ben oltre, in quanto il suo soggetto si libera di pezzi del corpo, una mano, un avambraccio, addirittura la massa cerebrale, riponendoli con cura nelle apposite vaschette, evocando un horror da bassa macelleria, ma sterilizzato per la lucidità dei singoli spezzoni. Proseguendo in una stanza accanto, ecco i begli esiti dell’unico italiano della compagnia, Luca Francesconi, che si avvale di una serie di supporti agili, slanciati, già essi stessi frutto di brillanti invenzioni plastiche, come degli steli raffinati e arborescenti, che reggono ai loro estremi dei frutti della terra, ortaggi, frutta, pesci, in un gesto di omaggio al cibo di cui dovremmo nutrirci. In un ampio palcoscenico che chiude l’enorme spazio a pianterreno della Galleria l’inglese Cally Spooner espone i fantasmi elettronici di alcuni danzatori impegnati in una “street dance” dalle mosse ardite quanto banali, prosaiche nella loro immediatezza. E se visitiamo il sito su Google, scopriamo che la Spooner è solita affidarsi anche a violente emissioni sonore come omaggio totale alla gestualità più piena e coinvolgente. Devo dire che invece non mi ha soddisfatto molto la pesante, ingombrante installazione dell’islandese Ragnar Kjartansson, posta a occupare il centro dell’enorme salone, giocando la carta del “vero più vero del vero”, come del resto hanno già fatto altri, penso per esempio al fiammingo Guillaume Bijl che ho invitato a una delle mie “Officine”. E’ una carta che sfrutta la vertigine insita in un recupero delle “cose stesse”, ma ci vorrebbe in ciò un qualche aggancio sull’attualità, diversamente sembra di assistere alla diligente preparazione di un set cinematografico o televisivo per girare un film in panni storici o folclorici. Confesso che mi sono sfuggite le altre due presenze, valide però a completare il giro d’orizzonte planetario di questa intrigante proposta.
Fino al 3 maggio 2020.

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Letteratura

Sottili: un vento che riporta memorie

Nonostante che si parli tanto della crisi del cartaceo, questo resiste attraverso una abbondante uscita di uno dei suoi frutti più consistenti, il romanzo, che non pare proprio arrendersi rispetto al pur temibile rivale televisivo. Purtroppo, essendo un decaduto, ricevo ben pochi omaggi a domicilio, ma sbircio avidamente le recensioni contenute nei vari supplementi letterari, anche questi in definitiva cartacei, e procedo all’acquisto di romanzi che mi sembrino solleticanti, anche se non so nulla dei rispettivi autori, e non ne ho letto qualche prodotto precedente. E’ il caso di Eleonora Sottili e del suo “Senti che vento”, che mi sembra un buon frutto di varie componenti. Intanto, di un realismo che è pur sempre la moneta pagante, ispirato alle varie alluvioni che anche in tempi recenti hanno funestato il nostro Paese. Qui siamo a un esubero del Magra, in Liguria, e la descrizione di come le acque aggrediscono un villino invadendolo fino al primo piano è condotta in modi lucidi, esatti, senza concedere nulla a fattori misterici, come poteva avvenire nei racconti di Buzzati. E’ un pericolo reale cui si può reagire con gesti concreti, come quello di affrettarsi a portare ai piani superiori gli oggetti, utili o inutili, giacenti in basso, tra cui anche i regali ricevuti per un matrimonio imminente, che dovrebbe unire la protagonista, Agata, a un giovanotto, tale Giacomo, figura incolore e praticamente assente. Qui si potrebbe inserire una nota psicologica, a integrazione della sventura meteorologica, in quanto è evidente che la fidanzata non gradisce molto quell’unione prossima, e dunque è ben lieta che l’invasione delle acque distrugga quei doni, incolpevoli simboli, di un futuro non troppo amato. Accanto a lei ci sono una nonna e una madre, le tre costituiscono una piccola comunità ben organizzata e autosufficiente, tanto da rifiutare risolutamente le proposte di aiuto, o di esodo, che giungono loro dalle squadre di pronto soccorso. Infatti uno dei meriti di questo romanzo è di evitare assolutamente le note della fosca tragedia, questo nucleo familiare sopporta molto bene la calamità. Le tre donne si accontentano che l’assistenza provveda solo a rifornirle di acqua potabile, che diversamente non uscirebbe dai tubi, ormai inutilizzabili. Si dà anche un abile gioco tra il dentro e il fuori, per esempio una barca, trasportata dalla corrente, giunge a percuotere la casa. Le tre abitanti decidono di farla attraccare, quasi come preda di guerra, e intanto salvano dalle acque anche un cucciolo di cinghiale che diviene quasi la loro mascotte, come un cagnolino affezionato, alimentato con provvide poppate di latte. Accanto allo scambio con l’esterno, ne esiste uno all’interno, il frettoloso trasferimento degli oggetti collocati, e dimenticati nei ripostigli in basso portano alla scoperta di lontane foto di famiglia, coi loro relativi segreti, che giacevano nell’oblio, tra cui una relazione che la nonna aveva avuto con un amore clandestino. Del resto anche la protagonista numero uno, in quella reclusione forzata, ha tutto l’agio di riandare con la memoria a un suo tradimento nei confronti del fidanzato Giacomo. Lo avevamo intuito, che quella relazione non era alimentata da una vera e propria passione, per questo verso l’alluvione delle acque raggiunge una portata simbolica, assumendo il compito di cancellare, o almeno di rinviare sine die, un rapporto affettivo sbagliato, o avvertito come un “pis aller”. L’assenza del fidanzato non è solo dettata da cause di forza maggiore ma risponde anche a una “panne” sentimentale, quanto meno da parte della candidata al matrimonio, che peraltro è l’unica di cui conosciamo in cronaca diretta i sentimenti. Insomma, si potrebbe concludere, non tutte le disgrazie vengono per nuocere, quei giorni di isolamento causati dall’inondazione costituiscono un utile momento di pausa, di ripensamento.
Eleonora Sottili. Senti che vento. Einaudi, pp. 193, euro 16,50

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Attualità

Dom. 9-2-20 (prescirzione bis)

Ritorno un momento sull’esito delle elezioni regionali in Emilia Romagna, peraltro avvenute appena due domeniche fa. Senza dubbio queste hanno rimpannucciato le sorti del Pd, ma, come dal suo stesso interno molti hanno osservato, non è detto che quel successo trovi conferma nelle molte altre elezioni regionali che ci attendono. A questo proposito, ripeto una osservazione di crasso buon senso: mai possibile che non si possano unificare in un unico “electionj day”, almeno per quanto riguarda appunto l’appello regionale? Un tempo si poteva considerare opportuno condurre sondaggi periodici a breve scadenza degli umori dell’elettorato, ma al giorno d’oggi, con previsioni di voto che ci giungono quotidianamente, e sempre più valide, di tali frequenti sondaggi non abbiamo proprio bisogno. E anche se, come probabile, Salvini o la destra in genere vincessero in alcuni dei prossimi appuntamenti regionali, la possibilità di una crisi di governo sembra remota, anche per l’inciampo dovuto al referendum abrogativo del taglio dei parlamentari. Oppure no, si deve temere lo spettro della disputa accesa attorno alla prescrizione? Ma intanto, anche in questo caso, non sarebbe ora di adottare davvero modalità europee comuni, al pari di altri settori strategici, come l’età del pensionamento e il sistema di assistenza medica? Questi sarebbero davvero i passi unificanti, senza i quali diviene davvero difficile procedere alla pari sul piano dei bilanci economici. Ma torniamo alla fiera disputa che in questo momento scuote il governo attorno alla prescrizione, può essere questa una causa di crisi? Non certo il voto in sé, un governo può “andare sotto”, è già successo tante volte, questo non determina automaticamente una crisi, se non sbaglio ci vuole qualcuno che intenda trarne le conseguenze, potrebbero essere i Pentastellati che, se vedessero bocciato per colpa del cattivo Renzi un punto caratterizzante la loro identità politica, potrebbero obbligare Conte a presentare a Mattarella le dimissioni del governo, o potrebbe essere la minoranza a chiedere un voto di fiducia. E dunque, per un verso o per un altro, mi sembra che la navigazione di questo governo possa continuare la sua pur difficile marcia a singhiozzo, nonostante gli stolti commenti degli opinionisti che continuano a dire che questa maggioranza non ha un’anima. Ma in politica l’anima è solo un valore aggiunto, non indispensabile.

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Arte

Vaccari, un’immagine che ci colpisce al cuore

Credo di avere già detto che la Galleria P420 è la più grande tra le private di Bologna, molto simile, con i suoi due saloni disadorni ma funzionali, a un loft newyorkese. Oltretutto ha una gestione molto fedele alle sue scelte, che ripropone periodicamente, come è ora nel caso di Franco Vaccari (1936), collocato nel salone centrale con un ottimo programma video, una delle cose più belle che si possono vedere a Bologna in questi giorni, pur gremita di eventi pullulanti attorno ad Artefiera. Si tratta di una sequenza “rubata” a un osservatorio astronomico californiano in cui si vede un asteroide entrare, dagli spazi siderei, nel campo gravitazionale terrestre, da cui poi si allontana sparendo nel nulla. All’inizio quel corpo astrale è appena una strisciolina minima, poi va ingrandendosi, e prende un aspetto che sta tra l’orrore dei visitatori extramondani e invece una immagine di tranquilla quotidianità, sembra uno sfilatino, un pezzo di pane con la crosta rugosa, che solca lo spazio come un siluro, come un sigaro, subendo una dilatazione progressiva fino all’impatto, fino a riempire di sé tutto il campo visivo occupandolo con un nero assoluto a indicare l’avvenuta collusione. Il tutto immerso in una arcana musica delle stelle. E’ un’immagine che cattura, non ci si stancherebbe di ammirarla nelle sue varie fasi incalzanti, e dunque è bene che sia data in loop, ritornando di continuo a pungerci-affliggerci-allarmarci.
Vaccari, come la Galleria che lo ospita, è artista di grande coerenza, e dunque nella prima sala ci offre un campionario delle sue celebri operazioni in tempo reale, che tra i vari temi affrontano anche le nostre imprese più temerarie, i sogni, col loro carico di mistero, ma anche di quotidianità impensata. Nulla è più falso di quanto nel loro nome pretende di offrirci il cattivo Surrealismo. Vaccari invece si attiene alla lezione di Freud, che ci dice come il lavoro onirico sia il più delle volte una rimasticazione di quanto, nelle ultime ventiquattr’ore, abbiamo sperimentato a occhi aperti, solo che la sequenza cronologica è spezzata, cede il passo a strampalati cortocircuiti, provvisti addirittura di una carica di comicità. Freud ci ricorda nei suoi appunti che quando spiegava ai pazienti il meccanismo dei loro sogni, questi non evitavano il riso, o meglio il sorriso. La logica dell’onirismo è talmente innovativa che io uso asserire che nel corso di quell’avventura noi siamo potenzialmente grandi pittori o narratori, della forza di un Bacon o di un Kafka. Ma purtroppo nei comuni mortali i sogni ”muoiono all’alba”, l’Ego riprende il controllo, ricaccia quei fantasmi, per quanto eccitanti possano essere. Lo sa bene il nostro Vaccari che infatti cerca di fissare in rapidi appunti, prima della loro scomparsa, quelle avventure “in tempo reale”, dandocene tanti resoconti, che nella mostra risultano immersi nel buio, accendendosi solo quando il visitatore si accosta a ciascuno di loro, così simulando il breve momento in cui, appena sveglio, ha ancora qualche ricordo di quelle imprese arcane. Nel prendere questi appunti anche visivi, Vaccari si affida a una fattura rapida, preoccupata più dell’afferrare in breve, prima del dileguamento, che della qualità delle immagini in sé, però forse un po’ di maestria, sull’esempio del grande Bacon, non guasterebbe. Vaccari non fa mistero della sua assoluta mancanza di capacità a livello grafico-cromatico, ma forse, invece di darci quei tracciati frettolosi, dovrebbe rivolgersi, anche in questo caso come in altri del suo repertorio, a un abile collage di immagini rubate al ”già fatto”, sfruttando la circostanza stessa che i sogni, come detto, sono abili, assurdi, inopinati montaggi di cose che abbiamo visto o vissuto davvero.
Franco Vaccari, Migrazione del reale, Bologna, Galleria P420, fino al 21 marzo.

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