Arte

La storia dell’arte gioca a rimbalzello

Tra poche ore parto per New York dove, il venerdì e sabato prossimi, 26 e 27 aprile, parteciperò a un convegno organizzato dal Center for Italian Modern Art (CIMA) attorno a una mostra di nostri capolavori della Metafisica, Valori Plastici, Novecento e altri fenomeni affini. Una bella schiera di giovani studiosi insisterà su quei temi, peraltro già ampiamente dibattuti, io invece andrò a svolgere un tema che mi è caro, quello dei rimbalzi che certe situazioni trovano nel corso dei decenni, o dei secoli. Naturalmente evocherò le coppie dialettiche tipiche dello storico dell’arte Woelfflin, da me sempre amate, a cominciare da quella dominante fra tutte del contrasto tra forme chiuse e forme aperte. Ma volendo se ne possono costruire altre, nella presente occasione può valere il contrasto tra il ritorno al passato e l’attrazione del futuro, che in termini attuali, e cari al mondo anglosassone, si può anche riportare ai termini del modernismo vs il postmoderno. Il fatto è che una situazione del genere, caratteristica del secondo e terzo decennio del Novecento, è “ritornata” circa mezzo secolo dopo, in cui il ruolo del Futurismo, o in genere delle avanguardie ruggenti, è stato assunto dall’Arte povera, cui jnfatti Germano Celant era stato tentato di dare il nome di neo-futurismo, mentre il movimento in senso contrario si è caratterizzato attraverso i gruppi denominati, da me, dei Nuovi-nuovi, da Calvesi e altri degli Anacronisti, e infine da Bonito Oliva, della Transavanguardia. Ovvero, la storia dell’arte, come di ogni altro fenomeno culturale, conosce delle oscillazioni pendolari da un estremo all’altro. Col rischio, però, che oscillazioni del genere, se compiute, come avviene davvero nel pendolo della fisica, si mantengano su un medesimo piano, generando un effetto statico, immobilista. Ma già lo stesso Woelfflin aveva ben compreso come questo asse orizzontale di scorrimenti si potesse comporre con uno verticale del divenire temporale, dando luogo a una curva spiralica. Per cui, se due situazioni vengono a ricalcare in apparenza certi aspetti affini, la cosa avviene, per la seconda a un’altezza, per così dire di sorvolo, o se vogliamo ricorrere a un contagiri, è come se si fosse compiuto qualche giro in più. E c’è pure la similitudine del rimbalzello, di un sasso piatto scagliato sul pelo dell’acqua che dà luogo a una serie di rimbalzi, ma via via più deboli e leggeri, anche se si allargano le onde di rifrazione. Ovvero, più quantità e meno qualità. Io ho puntualizzato effetti di questo genere in una mostra effettuata nel 1974 al milanese Studio Marconi, parlando di una “ripetizione”, che però deve essere anche “differente”, accompagnata cioè da indici di variazione rispetto al modello di partenza, per non dar luogo a stucchevoli esiti prevedibili. In questa animata vicenda c’è però un eroe “tutto d’un pezzo”, Giorgio De Chirico, che per tutta la sua carriera è stato il paladino di una equazione a una sola variante, l’originario contrapposto all’originale, all’innovazione perseguita ad ogni costo. In proposito mi sono valso di una similitudine, proponendo di vedere in lui il visitatore sistematico di tutte le stanze di un museo ideale, con curiosi effetti sul pubblico, anche dei più agguerriti critici. Finché egli ha rivisitato le stanze “buone” del museo, dove stanno sia i prototipi dell’arcaismo greco-romano o del nostro Quattrocento più nobile, tutto bene, dieci con lode, ma quando, seguendo il suo coerente percorso, l’artista ha preteso di rivisitare le stanze dedicate al barocco e al naturalismo, apriti celo, è venuta la sua condanna, al limite dell’irrisione, il che però lo ha lasciato imperturbabile a continuare nel suo programma metodico. Con una tappa finale in cui egli ha rivisitato se stesso, ovvero le sale “buone” della Metafisica, ma dove ha pure introdotto un opportuno indice distanziante, e allora ha colto un rinnovato spirito dei tempi, degli anni ’70, allietati dai cartoons, e dalla TV a colori, e dunque, immagini chiare, tracciate coi colori tipici della congiuntura postmoderna, gialli zafferano, rosa fragola, verdi pistacchio. A risultati di questo genere egli è stato raggiunto, ancora una volta, da artisti in fuga dalle secche di un avanguardismo duro e coriaceo. Allora, ai tempi della Metafisica ferrarese, era stato raggiunto da Carlo Carrà, mentre sulla stessa lunghezza d’onda viaggiava pure Gino Severini, battendo su quel traguardo lo stesso Picasso, quando anche lui aveva momentaneamente ripudiato le prodezze di specie cubista ritrovando un classicismo perfino scandaloso. Si sa bene che tutto ciò si è ripetuto all’alba degli anni ’70, quando Giulio Paolini aveva invertito la rotta neoavanguardista, neofuturista dei colleghi dell’Arte povera, rivolgendo gli stessi strumenti concepiti nel ‘68, ovvero fotografia, bianco e nero, installazioni spaziali, a risvegliare i classici addormentati in qualche museo gravido di onori. Poi erano venuti dei seguaci più giovani e più arditi che avevano infranto il tabù sessantottesco di rinunciare alla pittura, rilanciandola invece, magari proprio con le tinte sature, di un purismo quasi lunare, che ritrovavano nei cartoni animati o nella TV a colori. Ecco quindi Salvo, Ontani, e tutta la valida schiera dei miei Nuovi-nuovi. C’era stato poi chi, vedi Carlo Maria Mariani, si era messo nel ruolo di devoto e scrupoloso copista di capolavori del passato, che però non esistevano nella realtà, dando così luogo a una folla di fantasmi, anche se in apparenza del tutto ligi alle formule antiche. Era un andare contro il corso del tempo, un darsi con giubilo a un convinto ana-cronismo. Ma tra i rimbalzi non poteva mancare anche quello dedicato a esiti in apparenza opposti alle eleganze della Metafisica, improntati invece a barbarismi, a selvaggeria, come già nei primi anni ’20 era stato fatto da Georg Grosz, da Otto Dix, e dunque ci stava un rimbalzo anche su questo fronte, subito condotto da Baselitz, da Kiefer, dai Neuen Wilden, con effetti di trascinamento sui nostri Transavanguardisti, Chia, Clemente, Cucchi, Paladino. Nell’occasione affermerò che quando si danno simili felici ritorni a un passato di gloria, l’arte italiana va a segno, consegue una palma di pieno successo. Ma anche negli Usa avvenne qualcosa di simile, soprattutto per merito della gallerista Holly Solomon, pronta del resto ad apprezzare i Nuovi-nuovi e ad esporli più volte nel suo spazio, che però era soprattutto consacrato al successo del Pattern Painting, con alla testa Bob Kushner. Scorgiamo in proposito una ennesima coppia dialettica degna del Woelfllin, tra la condanna tipicamente “modernista” pronunciata dall’austriaco Loos secondo cui l’ornamento è un delitto, e invece il pieno, convinto rilancio di questo aspetto, una delle affermazioni culminanti del clima postmoderno.

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L'”Imperio” di De Roberto, opera alquanto inconcludente

In questi giorni si parla molto dell’”Imperio” di Federico De Roberto (1861-1927), terza tappa della trilogia stesa dall’autore napoletano, che ha al suo centro, e come indiscutibile capolavoro, l’opera di mezzo, “I viceré”, mentre quest’ultima, se viene rievocata da un certo letargo, è soprattutto per merito di un’ampia introduzione stesa da Gabriele Pedullà, che già si era distinto curando una raccolta di racconti del De Roberto, e insomma aggiungendo il suo nome a un carniere già ricco di tanti felici interventi diretti su momenti e personaggi della nostra letteratura, da Machiavelli a Fenoglio, per non parlare del suo giovanile opus magnum, addirittura un “Atlante della letteratura italiana”, cui si deve pure aggiungere una sua bella attività di narratore in proprio. Purtroppo il De Roberto, se poteva vantare una apprezzabile fedeltà all’impegno sul reale che era stata propria della grande stagione verista meridionale, si era fatto scavalcare dai tempi, non avvertendo quei palpiti di innovazione che già scuotevano le opere dei suoi coetanei, Svevo, D’Annunzio, Pirandello. Ma certo, è pregevole la cura, quasi da cronista, da giornalista dell’epoca con cui in questo romanzo vengono ricostruite le vicende del nostro Parlamento, in una congiuntura caratterizzata soprattutto dal trasformismo, dal connubio tra destra e sinistra. Strano però il titolo dato all’opera, sarebbe stato più azzeccato porla sotto l’etichetta del “potere”, invece di ricorrere a un vocabolo arcaico. Ma bisogna riconoscere che, proprio nel nome del rispetto a un metodo sicuro, l’autore si procura due testimoni che gli permettano di introdursi in Montecitorio. Sono questi l’eroe numero uno della sagra dei “Viceré”, Consalvo Uzeda di Francalanza, e invece un personaggio più modesto, tale Federico Ranaldi, di estrazione sociale inferiore, che infatti non si può permettere di sedere tra i deputati, gli spetta un ruolo minore, di appoggio alle roboanti e clamorose prestazioni dell’Uzeda. Qui sta un limite del romanzo, infatti il De Roberto non è riuscito a differenziare abbastanza i due protagonisti, al di là delle indubbie diversità di casta e di storia personale, tra di loro c’è scarsa differenza di potenziale. D’altra parte i due sono “cavalli di Troia” per consentire al narratore di darci una gremita vicenda di incontri e scontri parlamentari, scopriamo attraverso le agguerrite note del prefatore che per quei tempi un filone del genere non era una novità, ma trovava molto seguito. Questo comunque il merito principale del racconto, farci assistere alle manovre parlamentari, a come queste avvenivano, come si concepivano i discorsi, con relative emozioni, attese spasmodiche, ricerca di consensi. La vicenda pubblica assorbe quasi per intero i due personaggi, lasciando loro ben poco margine per il privato, tanto più che, anche se escono dalla severa aula parlamentare, è per incontrarsi e tramare nei caffè e ristoranti, o per fondare dei giornali, il cui primo fine è, di nuovo, di servire come armi d’aggressione nelle mischie parlamentari. Diciamo pure che una simile cronaca capillare conquista buone dosi di attualità, scopriamo che ancora oggi il dibattito politico, come ci è testimoniato da mezzi ben più potenti dei giornali, se pensiamo alla selva dei “social”, non pare proprio che si svolga in modi molto diversi. Di particolare attualità risulta essere anche l’attentato di cui Consalvo resta vittima, da parte di un balordo, per sua fortuna senza troppe conseguenze, ma trattato proprio come un episodio che si potrebbe ripetere in qualsiasi momento anche ai nostri giorni. Da notare anche un’amara riflessione fatta da Ranaldi, che assistendo dalla galleria del pubblico a una delle contese logorroiche che si disputano in basso nell’anfiteatro, si appoggia a una colonna, scoprendo che è non già di solido marmo, bensì solo di legno ricoperto da cartone, La cosa ci ricorda la cinica osservazione del Gattopardo secondo cui da noi tutto cambia, ma al fine di non cambiare nulla. E dunque, quella scintillante sceneggiata parlamentare è solo fatta di fragile, inconsistente cartone, il che prelude al pentimento di entrambi i protagonisti, anche in questo caso condotto in modi troppo simmetrici, col loro relativo ritorno ai paesi d’origine. Conviene osservare che questa fuga da Roma ladrona sarà un motivo ricorrente, nella nostra narrativa meridionalista a venire, ne offriranno varianti Anton Giulio Borgese nel suo Rubé, e perfino Vitaliano Brancati con i suoi eroi prigionieri della sicilitudine. Dopo aver visto i due personaggi così immersi e affascinati dalla vita pubblica, ce ne sembra troppo repentino il pentimento, che induce uno di loro, il Ranaldi, fino a meditare il suicidio. Ma di nuovo c’è un deficit di invenzione nel De Roberto, dato che per entrambi come via di fuga e di salvataggio si affaccia solo il concepimento improvviso di un amore per qualche bella fanciulla, una via d’uscita che per la gran parte del romanzo avevano rifiutato, quando ancora speravano di prendersi una qualche fetta di “imperio”, o meglio, di potere. Che il romanzo sia rimasto incompiuto, è stata di nuovo una uscita di sicurezza per l’autore, non si sa bene quale diversa soluzione avrebbe potuto escogitare, oltre a quella di lasciare che i due protagonisti scornati e delusi si rifugiassero nel conforto di teneri amori.
Federico De Roberto, l’imperio, commento e cura di Gabriele Pedullà, Garzanti, pp. 512.

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Dom. 28-4-19 (impossibilità di crisi)

Anticipo a questa domenica il pezzo che secondo abitudine avrei dovuto mettere nel blog la domenica prossima 28 aprile, in cui partirò da New York, arrivando a casa solo il lunedì dopo, 29 aprile. Non so quindi che cosa avverrà nei prossimi giorni, ma ben difficilmente ci potrà essere una crisi di governo, che non avrebbe lacuna possibilità di sbocco. Purtroppo il presidente Mattarella ci ha conciato per le feste, concependo per ignavia il matrimonio fuori natura tra due forze avverse. In questo momento non ci sarebbero maggioranze alternative in Parlamento. Fosse per Berlusconi, magari sarebbe possibile tentare di rilanciare un patto del Nazzareno col Pd, ma Salvini non lo accetterebbe mai e poi mai. D’altra parte una alleanza di centrodestra non raggiungerebbe i voti necessari. E anche sul versante del Pd, malgrado la situazione non florida, e i sondaggi che riprendono a calare, essendo cessata l’effimera luna di miele provocata dall’ascesa di Zingaretti, sembra esclusa la possibilità di rabberciare una qualche maggioranza con i Pentastellati. Dunque, almeno fino alle elezioni europee i due conviventi, anche se da separati in casa, dovranno continuare a convivere sotto il medesimo tetto, e anche dopo, non si vede in quale modo il sodalizio nefasto si possa interrompere, fino al trascinamento del nostro Paese nel disastro totale.

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Un capolavoro del Reni in Notre Dame

Il “Corriere di Bologna” di mercoledì scorso 17 aprile ricordava che per fortuna, dall’immane tragedia dell’incendio di Notre Dame, si sono salvate fra l’altro due tele di autori di scuola bolognese, chiedendone notizie al miglior conoscitore in materia, Daniele Benati, ordinario di storia dell’arte moderna al Dipartimento delle arti del nostro Ateneo. La prima di queste è di Ludovico Carracci, ma è opera tarda di questo maestro, eseguita poco prima della sua morte, quando ormai era entrato in una parabole discendente, e non giova certo all’apprezzamento del dipinto il fatto che in archivio se ne trovi solo una riproduzione in bianco e nero. L’altra invece, un San Giobbe quale protettore dell’arte della seta, è un capolavoro di Guido Reni, del livello della “Strage degli Innocenti” o giù di lui. Come il dipinto del Carracci, venne trafugato da Napoleone nelle sue campagne di conquista in Italia, e non più restituito, rimanendo quasi nascosto su una parete della chiesa, dove però non era sfuggito all’attenzione di due massimi conoscitori di quel momento glorioso della nostra pittura quali Denis Mahon e Andrea Emiliani, e dunque questo mio breve scritto è anche un modo per rendere omaggio a quest’ultimo a pochi giorni dalla sua scomparsa. Se il dipinto fosse giunto a Parigi all’epoca della sua realizzazione, secondo o terzo decennio del Seicento, avrebbe accresciuto la stima che l’ambiente francese dedicava al nostro artista, non per nulla detto “le divin Guide”, e in definitiva preferito al rivale Caravaggio, anche se pure il Merisi aveva goduto di una ardente stagione di consensi a Parigi, ma poi era venuto Poussin a infliggergli una stangata accusandolo di aver rovinato l’arte di quel secolo. E così era, se nel grande Nicolas si vede il fautore di un classicismo maturo e rigoroso, nei cui confronti ci si deve guardare da una rapida accusa di conservatorismo. Se il Caravaggio apre la strada al grande realismo-naturalismo dell’Ottocento, da Géricault a Courbet, come sarebbe venuto Roberto Longhi a catechizzarci, da Poussin si fa un balzo in avanti, in lui ci sono già i germi di Cézanne, di una composizione di straordinario e ben controllato formalismo. Quanto alla tela del Reni, è un capolavoro di leggerezza, di ariosità, di gesti ampi, larghi, con quel suo fare come affidandosi a movimenti di danza, pronto a cogliere le migliori proposte di Raffaello, con le due spettatrici che si affacciano in secondo piano da una balconata. E certo, se qualcuno cerca il dramma, resta deluso, in quanto tutto qui appare lieve, arioso, proprio come per un balletto ben organizzato. E beninteso la gamma cromatica è perfettamente consona a questo inno alla leggerezza, fatta com’è di toni delicati, quasi fosforescenti, pronti quasi a picchiare con una bacchetta su corpi, muscolature, teste, volti per imprimere loro un carattere magico, come obbedendo agli ordini di un regista che chiede di muoversi con agilità, di non fare massa, di non concedere alle tenebre. Una precettistica che va in senso del tutto contrario all’imporsi delle tenebre richiesto dalla linea del Caravaggio, di cui proprio in questi giorni si ha il pieno trionfo nelle tele del periodo napoletano del Merisi esposte a Capodimonte. Non si potrebbe dare maggiore contrasto, tra il trionfo dell’oscuro, delle tenebre e ombre nelle opere del Gran Lombardo, e invece questa danza quasi aerea, pneumatica, suggerita dal Divino Guido, pronto a fare scuola ai pittori del Re Sole e oltre. Anche senza aver visto quel dipinto, ma valendosi di altre presenze del Reni, marceranno per quella strada cercando una piena esposizione alla luce della ragione i Le Sueur e Lebrun in arrivo. Il secondo Seicento francese è tutto irrorato dai lumi provenienti da Guido e magari anche dal Domenichino, mentre contro il caravaggismo viene pronunciato un convinto ”vade retro Satana”. Siamo stati fortunati che, almeno, dall’incendio di Notre Dame sia saltato fuori con forza integra quel raggio di luce.

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Michele Serra: un ritiro condivisibile

Michele Serra è un autore ben noto, chi non legge ogni giorno la sua “Amaca” su “Repubblica”, condividendone i toni di un impegno giustamente iroso e scandalizzato che non fa sconti a nessuno, perorando una nobile causa di valori, diciamo così, sentitamente di sinistra? Qualche domenica fa mi è capitato di fare un confronto tra i nostri due maggiori quotidiani, dando proprio la palma all’”Amaca” di Serra nei confronti del suo dirimpettaio, sul “Corriere”, Massino Gramellini, che invece nelle sue noterelle quotidiane appare più frivolo e leggero. Si aggiunga, se qualcuno teme l’impegno eccessivo, che Serra, sull’”Espresso” sa pure coltivare il disimpegno più umoroso entrando in lizza con un altro contendente, Stefano Benni. Ma ecco la sorpresa, l’impegnato a tempo pieno affida a una sua controfigura, tale Attilio Campi, una mossa in senso del tutto contrario, si dichiara stanco, nauseato proprio da quel porsi sempre in prima fila, nel fronte, direbbero gli oppositori, del radical-chic, e mette in atto invece una fuga verso una vita primitiva e selvaggia, di ritorno alla natura, a una esistenza paga del poco, poco cibo, pochi conforti, in una rinuncia quasi di sapore francescano a tutti i privilegi che gli venivano dai precedenti impegni e successi personali. Un simile movimento di fuga non è certo insolito, già altri hanno deciso che bisognava giocare di rovescio, fuggire dallo scenario di una attualità sfolgorante, ma direi che nessuno è riuscito a realizzare questa marcia a ritroso nei modi convincenti quali ritroviamo proprio nell’’indietreggiamento attuato dal nostro autore. Penso per esempio a un Antonio Moresco, anche lui deciso a far ritirare sui monti una sua emanazione, ma senza resistere al richiamo di una “lucina”, come titolava un racconto di qualche tempo fa, e dunque la ricercata solitudine veniva interrotta da un misterioso richiamo, cui il candidato all’eremitaggio non riusciva a sottrarsi. Perfino un consumato umorista come Benni ci ha provato pure lui a ritirarsi sui monti, spogliandosi “Di tutte le ricchezze”, come titolava un suo racconto, il cui protagonista cercava di lasciar cadere la solita maschera del fustigatore dei vizi e costumi della nostra scena quotidiana, ma anche in quel caso, mi è capitato di commentare, l’autore si era portato dietro un po’ di bagaglio, era caduto nel solito vizio di sparare frecciate moraleggianti e critiche. Invece la forza di questo racconto svolto da Serra sta proprio nella misura integra, inflessibile secondo cui il progetto di rinuncia viene condotto, ovvero, per giocare anche in questo caso sul titolo, il narratore ci si è messo davvero d’impegno nell’inseguire e realizzare il progetto “Le cose che bruciano”. C’è quasi una imitazione del nichilismo estremo alla Beckett, d’altra parte evitando il carattere quasi teorematico con cui lo scrittore francese persegue la spoliazione di ogni suo avere. Qui il protagonista non si distacca del tutto da una certa quotidianità, il modo con cui si disfa di vecchio mobilio, di antiche memorie e ricordi è davvero condotto in modo metodico e nello stesso tempo efficace, ragionevole, senza ostentazione. D’altra parte sempre nel titolo è inclusa perfino una dose di ambiguità, infatti in quelle cose sottoposte a una metodica distruzione c’è pure un pacchetto di lettere, un epistolario tra la madre e una presenza maschile sconosciuta. Chissà, se il distruttore le leggesse, verrebbe a conoscere una verità “bruciante”, che la sua paternità risale a qualche amante della genitrice, meglio quindi fermarsi, procedere implacabilmente all’atto distruttivo, senza farsi attrarre troppo da eventuali residui legami con la famiglia, per esempio con una sorella che si compiace di una condotta simmetricamente opposta, si concede cioè ogni piacere, ogni licenza e tolleranza quali possono essere consentite dalla sua avvenenza fisica. Nulla insomma può impedire a questo candidato all’autodistruzione di proseguire con rigore, ma anche in modi verosimili, quasi per vie naturali, nel suo progetto nichilista, fino quasi a rendercelo accettabile, condivisibile.
Michele Serra, Le cose che bruciano, Feltrinelli, pp. 171, euro 15.

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Dom. 21-4-19 (Guglielmi)

Il mio amico e collega in tante avventure critiche Angelo Guglielmi sta festeggiando molto bene la sua età di 91 anni raggiunti in ottima forma. Ha affidato a un agile saggio, “Sfido a riconoscermi”, un autoritratto come via di mezzo tra capitoli, si direbbe oggi, di autofiction, e conferme del suo credo intellettuale. Ma soprattutto l’opinione pubblica resta propensa a riconoscere e celebrare in lui il direttore della Terza Rete, quando questa, in clima spartitorio, venne affidata al PCI e lui stesso, da funzionario Rai fin lì posto su un binario morto, venne recuperato ed elevato a un ruolo direttivo. Dove, come è ben noto, e oggi ricordato ad ogni passo, compi una rivoluzione, ponendo fine ai programmi ingessati e ufficiali delle due reti nazionali aprendo le porte a un impatto diretto della realtà, chiamando a darne testimonianza un gruppo di personaggi da lui inventati e promossi, i vari Costanzo, Santoro, Lerner, Chiambretti eccetera. Domenica scorsa alcuni di loro sono stati invitati dalla Annunziata, nel suo programma, tanto per non cambiare, della terza rete, a recitare le lodi del loro vecchio comandante, con sua presenza diretta. A suo merito, diciamo pure che Angelo “vola basso”, attribuisce il successo ottenuto allora a una perfetta capacità di cogliere il tempo giusto, mentre non ritiene affatto che il miracolo oggi sarebbe ripetibile. In fondo, diciamolo pure, la sua formula ha vinto fin troppo, ora tutti i programmi televisivi, non solo della Rai ma anche delle concorrenti Mediaset e Rete Sette e via elencando, si sono impadronite della formula, la gente comune viene interpellata ad ogni passo, e del resto anche i radical-chic, come i sanculotti alla rivoluzione francese, hanno ben appreso la lezione, sanno di dover apparire in vesti dimesse e ”popolari”, o forse meglio dire populiste. Vale insomma il motto tipico del “troppa grazia. S. Antonio”, una lezione che era innovativa quarant’anni fa, ora è di pubblico dominio, e dunque Angelo si può ritirare in buon ordine.
Dunque, tutto bene, una presenza di cui vengono riconosciuti i meriti storici, mentre lui stesso provvede a confermare quelli raggiunti a livello critico. C’è solo un punto che mi distingue da lui, anche se la mia sorte è imparagonabile alla sua, io sparirò nel nulla, del resto proprio la sua presenza critica mi ha sempre oscurato, in genere colleghi e avversari hanno dato per buone le sue interpretazioni sottoponendo le mie a selve di improperi, o peggio ancora di ostili silenzi. Ma nel mio piccolo io resto in linea, sono combattente oggi come ieri. Un limite di Angelo, e proprio come è risultato dall’intervista che gli ha dedicato l’Annunziata, è di essere caduto nella “laudatio temporis acti”, avvalendosi del copione “ai mei tempi sì che”, al punto di riabilitare perfino due personaggi che nella sua carriera critica ha sempre attaccato, Moravia e Pasolini, incontrando sul primo il mio dissenso, e invece piena concordia riguardo al secondo. Questo suo chiudere al presente Angelo lo aveva già dimostrato quando nel ’93 non sostenne per nulla il tentativo, condotto da me e da Balestrini, di rilanciare un fronte sperimentale, e proprio in ambito narrativo, negli incontri di RicercaRE, a Reggio Emilia. Fra l’altro, apriti cielo, in quei fortunati dialoghi con i nuovi narratori noi dovemmo constatare la rinascita della trama, questo vecchio protagonista della narrativa che non vuole mai uscire di scena. Proprio con lui personalmente mi scontrai, io difendendo Ammaniti come massimo esponente di questo rilancio, lui invece escludendolo, facendo piovere su di lui una implacabile condanna. E così via, io credo che ogni generazione dia i suoi frutti, obbligando anche l’establishment ad attuare certi pubblici riconoscimenti, se si pensa che proprio Ammaniti, e Scarpa, e Piccolo, balzati fuori da Reggio Emilia, sono andati a dama, ovvero hanno ricevuto il conferimento del Premio Strega. E spero che quest’anno venga laureato Scurati, anche se non uscito dalle nostre file, e vorrei anche che prima o poi ci si ricordasse pure di Covacich, e di altre nostre scommesse di quei tempi, tra cui le voci femminili, Ballestra, Campo, Santacroce, Vinci. E’ quasi una legge fisica, non si ammettono i vuoti d’aria, lo spazio, della letteratura e dell’arte, viene inevitabilmente occupato da nuovi arrivi, e il nostro compito critico è di ricominciare ogni volta daccapo, di non andare in pensione, se non sotto l’aspetto burocratico e remunerativo. Io almeno non ci andrò, anche se temo con esito nullo agli effetti di qualche pubblico riconoscimento.
Angelo Guglielmi, Sfido a riconoscermi, La nave di Teseo, pp. 168, euro 19.

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Frankenthaler: visioni tra interno ed esterno

Se si vuole indicare un effetto della globalizzazione per quanto riguarda le arti visive, nulla è più efficace di un rimando alla rete di gallerie creata da Larry Gagosian, presente in quasi tutte le capitali del mondo avanzato, con tre sedi a New York, due a Londra, e poi a Parigi, Ginevra, Atene, Hong Kong, e finalmente una anche a Roma, l’unica che mi riesce possibile visitare con una certa frequenza e quindi offrirne dei resoconti. Ma ricevo notizie per email da tutte le altre sedi Gagosian sparse per il mondo, efficace gazzettino della migliore produzione artistica. In Italia non abbiamo nulla di simile, in Europa forse si può contrapporre soltanto una rete accostabile per estensione, stabilita da Emmanuel Perrotin, che però al momento tace nei miei confronti. Qualche giorno fa, a Roma, ho visitato la giusta e opportuna mostra dedicata a Helen Frankenthaler (1928-2011) in cui si può ammirare “Una decina di dipinti, 1974-1983”, su temi marini. Questa pittrice è da riportare al grande capitolo statunitense dell’Espressionismo astratto, in cui ha occupato una posizione intermedia, tra il “tutto pieno” di Pollock, e all’estremo opposto il diradamento, la rarefazione delle distese quasi monocrome di Rothko. Magari, se si vuole, con una maggiore vicinanza a quest’ultimo polo, tanto che si è ritenuto di poterla includere nel gruppo dei “Color field painters”, ma non è corretto, dato che in definitiva la Frankenthaler non rinuncia mai a introdurre episodi di lacerazione, di contaminazione, anche quando, come nella presente mostra, sembra fissarsi sul tema di distese d’acqua. Nel caso suo si potrebbe rilanciare un’etichetta francese che per qualche tempo aveva tentato di contrastare il dominio quasi assoluto, presso di noi, del termine di Informale, ricorrendo al “tachisme”, alla “macchia”, che infatti nei dipinti della Frankenthaler interviene immancabilmente appunto a incrinare, a maculare il “campo cromatico”, a impedirgli di distendersi compatto e assoluto. Qualcosa del genere è presente anche in altri artisti statunitensi, come Sam Francis e Joan Mitchell, tanto da suggerire di proporre per loro una derivazione più appropriata fino a parlare di un “Impressionismo astratto”, con riferimento alle Ninfee di Monet. Ma è un accostamento indebito, le ninfee del pittore francese restano pur sempre un fenomeno di superficie, accarezzato con infinita compiacenza ottica, e dunque legato al naturalismo, al mimetismo della grande tradizione occidentale, che proprio con Monet chiude per sempre i battenti. Inutile, sbagliato volerlo rilanciare a proposito di episodi che si spingono ben oltre. Come succede nelle visioni marine della nostra artista, che affondano sotto la superficie, vanno a scoprire magari depositi di alghe, o tracce di inquinamento, o detriti galleggianti, determinando quindi un sentimento di inquietudine, di minaccia, anche se velata e per così dire assopita. Si esce insomma da un ordine di percezioni a scala normale per entrare in ambiti più sottili e segreti, pronti a invadere anche il continente onirico, a non limitarsi quindi a una semplice visione, ma a farsi “visionari”. Se proprio si volesse nobilitare l’arte della nostra pittrice con paragoni di portata storica, converrebbe vedere in lei l’erede di un connazionale, anche se non proprio fiero della sua condizione di cittadino nordamericano. Mi riferisco a James McNeill Whistler, produttore di visioni azzurrine di distese d’acqua, spesso opalescenti, lattiginose, offerte non ai raggi diurni di una illuminazione solare, ma piuttosto a pallidi riflessi lunari, ricercati sulle rive del Tamigi, o nella Laguna di Venezia, o nel lontano Cile. L’unica differenza è che un’artista dei nostri giorni, come la Frankenthaler, si affranca del tutto dall’obbligo di andare “sul posto”, quelle distese misteriose le scopre al confine tra l’interno e l’esterno.
Helen Frankenthaler, Sea change, a decade of paintings, 1974-1983, Roma, Gagosian, fino al 19 luglio.

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Letteratura

pregi e difetti della premiata ditta Camilleri

Siamo ormai invasi, la cosa è sotto gli occhi di tutti, da una profluvie di narrativa “gialla”, che dal cartaceo si diffonde, ancor più invasiva, nell’ambito dei programmi televisivi forniti dalle varie reti. Il fenomeno, più che essere di competenza di un giudizio critico fornito caso per caso, è da valutare con i criteri della sociologia, magari per scoprire che non si tratta certo di una novità. In altre stagioni si sono avuti fenomeni analoghi, e anzi ancor più estesi. Ho già ricordato più volte l’infinito e dilagante ciclo del romanzo cavalleresco, ai tempi del medioevo, tanto da generare la reazione di un Cervantes col suo Don Chisciotte. Purtroppo non vedo chi oggi riesca ad opporsi a questa invasione. Qualche tentativo lo possiamo trovare in Ermanno Cavazzoni, mentre i già appartenenti alla ondata dei cannibali, o dei frequentatori degli incontri di Reggio Emilia, di RicercaRE, mi sembrano ora intenti a rifugiarsi nella trincea di contenimento della autofiction, da Covacich a Piccolo a Pincio. Ma se così stanno le cose, diciamo pure che il migliore prodotto è quello che ci viene dalla premiata industria gestita da Andrea Camilleri. Ho sul tavolo accanto a me gli ultimi romanzi di Maurizio De Giovanni, “Le parole di Sara”, e di Giancarlo Carofiglio, “La versione di Fenoglio”, avendo avuto la tentazione di dedicare all’uno o all’altro di loro questo mio intervento domenicale, ma infine ho dovuto riconoscere che la fabbrica di Camilleri produce in modi più intriganti ed efficaci, come ha dimostrato il suo recente prodotto cartaceo. “Il metodo Catalanotti”, e ribadito alcune riprese televisive su RAI 1 che ci sono state ammanite nei recenti lunedì della settimana. A proposito delle quali, noterò en passant che è indecoroso che la principale rete nazionale si metta anch’essa a darci dei cibi riscaldati, a scovare dagli archivi vecchi spezzoni già presentati. Lasci che un compito così degradante resti affidato a reti minori, come Rai Premium, libera di propinarci una serie inesausta di rilanci dei vari Marescialli e Brigadieri e Commissari e Donne detective, con cui, a dire il vero, gareggiamo con esiti non disastrosi rispetto alle riproposte che ci giungono dalla Sette o da Giallo, rivolte anche loro ad affliggerci con riapparizioni incessanti dei Cordier o dei Barnaby, e via replicando. Tornando a Camilleri, anche nella sua officina non è tutto oro quello che luccica, ma forse un difetto del genere è inevitabile, proprio in materia di una narrativa di taglio popolare e di consumo. Vado un po’ a spulciare appunto alcuni di questi remake, riproposti con la voce auratica, mistico-sacerdotale di un Tiresia redivivo, di un Camilleri nei panni di un santone dei nostri giorni, che mai ammetterebbe di avere dei segreti del mestiere, cioè di ricorrere a meccanismi già sfruttati, e riproposti affidandoli alla ben nota maestria di Luca Zingaretti, fin troppo a suo agio nei panni del Commissario Montalbano. Ma si deve guardare da un eccesso di immedesimazione in quella parte, che potrebbe impedirgli di saltarne fuori e di indossare altri abiti, come dovrebbe pur fare un attore a tutto campo. E sarebbe anche l’ora che il suo creatore lo liberasse dalla fastidiosa appendice data dalla compagna sempre assente, sempre lontana, con comparse che credo ogni spettatore respinge annoiato, considerandole quasi peggio degli intervalli pubblicitari. Ma veniamo alle trame, e al vizietto di riciclare sequenze già sfruttate. Nelle tre ripetizioni di cui vado a parlare, la più immune è “Amore”, dove resta felice la trovata dei due coniugi, attori di mestiere, che giunti al termine della loro vita “provano” come sopprimersi l’uno al seguito dell’altra con un colpo di pistola. Ma l’attenzione principale va all’amore profondo, che si muta in gelosia, in sacro senso del possesso, che un tale Saverio Moscato prova nei confronti di una fanciulla sventurata, costretta in passato ad essere la donna di altri, e sottoposta alla tentazione di darsi ancora a relazioni improvvise. E allora, proprio a difesa dell’amore esclusivo che vuole rivolgere solo a colui che in definitiva meglio di tutti l’ha compresa e accolta, la donna decide di suicidarsi, a scorno, in questo caso, delle indagini di Montalbano, che tentato dal suo stesso mestiere penserebbe piuttosto a una “ammazzatina” prodotta dalla mafia, o dalla gelosia dell’amante che non riesce a liberarsi dal ricordo dei passati tradimenti subiti. In definitiva, morendo, la donna amata si concede pienamente a lui, che le può dedicare un culto funerario ossessivo, macabro, Mi pare di aver già ricordato che il colto Camilleri in proposito riecheggia il grandioso finale di uno dei capolavori di Dostoevskij, “L’idiota”, dove una figura analoga di amante infelice decide di far fuori l’amata per averla per sempre a sua disposizione.
Camilleri forse è un po’ troppo propenso a valersi dell’incesto come deus ex macina dei suoi intrighi polizieschi, lo ha già fatto ad alto livello in uno dei suoi capolavori, “Il cane di terracotta”, 1996, ricade nella replica in uno di questi recuperi, “Covo di spie”, dominato dalla figura di un impenitente Don Giovanni, tale Cosimo Barletta, conquistatore di femmine, ma conquistato a sua volta da un amore che non perdona nutrito verso la figlia Giovanna, pronta però a ucciderlo quando lui non sa resistere alla tentazione di rivolgersi anche altrove. Il bello è che, per abiette ragioni di interesse, temendosi diseredato dal genitore troppo zuzzurellone, anche il figlio maschio decide a sua volta di reprimerlo, e ammettiamo pure che la doppia “ammazzatina” segna un punto a favore di una certa originalità di trama.
Invece non si capisce perché ne “La giostra degli scambi” Camilleri abbia ripreso un meccanismo da lui appreso dai maestri del giallo, niente meno che Simon Maigret e Agatha Christie, che hanno fatto ricorso alla trovata della sequenza di crimini gratuiti per confondere le idee agli investigatori, e a noi spettatori, onde preparare il terreno e giungere al delitto cui invece si mirava fin dall’inizio con stringente perfezione. Siamo alla “Giostra degli scambi”, in cui, intanto, ritroviamo come motore primo l’incesto, ovvero la storia di un anziano che, tradito dalla fanciulla da lui adottata, e preparandosi a ucciderla in modo selvaggio, come un Pollicino delittuoso semina il percorso non di omicidi, ma di sequestri gratuiti. Solo che in questo caso il ricorso a un simile stratagemma è del tutto ingiustificato, in quanto il piano criminale del genitore incestuoso è di far ricadere la colpa sul penultimo amante della figlia, inducendo a credere che sia stato lui a sopprimerla per gelosia, fino al punto da portare denuncia contro di lui. E Montalbano sta quasi per abboccare, per accusare questo tale di entrambe le orride “ammazzatine”, perpetrate ai danni sia della ragazza, colpevole due volte, in quanto aveva tradito anche l’ultimo innamorato passando tra le braccia del migliore amico di lui. Ma poi Montalbano si riscuote, fa uso delle sue migliori doti, sbroglia l’intricata matassa. Queste dunque le luci e le ombre dell’industrioso apparato narrativo di Camilleri, ammirevole, ma da accompagnare con una nota limitativa, non si consideri alla stregua del corregionale Pirandello, di ben altra e alta statura, e non assuma i toni, come detto sopra, del profeta, dell’ammaestratore dei nostri tempi. In fondo, vale anche per lui il classico “sutor, non ultra crepidam”.

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Attualità

Dom. 14-4-19 (Zingaretti)

Questo domenicale ricalca motivi da me già agitati. E’ l’ingenerosità che certi santoni, pur a parole propensi alla sinistra, continuano a dimostrare verso il Pd. Prendiamo per esempio l’elezione a segretario di Zingaretti. Preciso che io non ne sono stato un sostenitore, nelle primarie non ho votato per lui, anche perché a livello fisionomico appare una cattiva copia del fratello Luca. Ma da buon militante Pd sento ora l’obbligo di sostenerlo, mentre appunto i pensosi, a parole, partigiani della sinistra non mancano di accoglierlo con qualche sorrisetto, di tirargli le orecchie accusandolo di insufficienza. Forse il numero uno di questi falsi sostenitori della sinistra è Marco Damilano, che sta trascinando molto in basso, verso l’inutilità, l’ “Espresso” di cui ha preso la guida. Aò suo fianco si pone Antonio Padellaro, vendicativo a oltranza, che non perdona un crimine in effetti su di lui compiuto dal Pd in altri tempo, l’averlo mandato via dalla direzione dell’”Unità” per ragioni non chiare, ma così attirandosi addosso il suo astio incessante, come risulta nei soliti appuntamento con la Gruber, dove recita la parte del “giapponese”, dell’ultimo combattente a favore della causa dei Pentastellati, assieme al suo capo Travaglio, mentre da molte altre parti li si sta abbandonando. Ma, poste queste recriminazioni, resta vero che il messaggio lanciato da Zingaretti appare debole e poco incisivo. Il fatto è che il Pd deve rispondere sui due fronti che ne hanno provocato la sconfitta nello sventurato 4 marzo dell’anno scorso. Viene prima di tutto l’aver fatto molto poco per dare lavoro ai giovani, che in conseguenza lo hanno abbandonato in massa confluendo nei Cinque Stelle, e non sono certo ritornati a lui, nelle file del popolo Pd andato a votare per le primarie, tra cui io stesso, di giovani se ne vedevano ben pochi. Un’inchiesta sociologica dovrebbe indicare che si è compiuto il grande tradimento, i figli delle classi che votavano a sinistra, i quali a loro volta un tempo votavano accettando i consigli dei padri, ora sono concordi nell’esprimere un voto di protesta. Anche il mio amato Renzi ben poco ha fatto per questa causa, confidando troppo nello sgravio degli oneri fiscali concesso agli industriali italiani per indurli ad assumere. Doveva credere di più nella soluzione roosveltiana del New Deal, cioè dedicare miliardi di euro per creare posti di lavoro nella scuola, nei beni culturali, nei centri civici, nel personale paramedico. Ho ripetutamente denunciato due passi falsi dei passati governi, il non aver trovato uno sbocco professionale per i possessori di lauree del primo grado, del triennio, obbligandoli a proseguire negli studi. E poi c’è stata la stupida e insensata riforma Franceschini, che invece di creare concorsi per posti di ispettore è andata a conferire pingui contratti a pochi esperti internazionali solo allo scopo di far accedere più pubblico ai musei. L’altro limite della passata gestione Pd è di aver proceduto a una distribuzione degli immigrati, ma inserendoli di forza e in modo disorganico delle relative comunità civiche, che li hanno sentiti come un ingombro, come una minaccia. Bisognava invece impostare una politica che portasse a immetterli nelle forze di un lavoro regolare, a copertura dei tanti mestieri manuali e di basso profilo che i nostri giovani si rifiutano di fare, preferendo vivere alle spalle di padri e di nonni, o credendo di scorgere nell’elargizione proposta dai Pentastellati un comodo ripiego a una disoccupazione cronica. Gli immigrati potrebbero essere una risorsa, se inquadrati in modi regolari. In merito gravi sono anche le colpe dei sindacati di sinistra, che nulla hanno fatto in questa direzione. Voglio sperare che il Pd, in vista delle prossime tornate elettorali, si concentri su questi due enormi

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Arte

Una perfetta mostra sul Picasso blu e rosa

Proveniente dai musei parigini che hanno titolo in merito, il Musée Picasso, il d’Orsay e l’Orangérie, è giunta alla Fondation Beyeler di Basilea una mostra sul Picasso blu e rosa che è da considerarsi perfetta, ricca di tutti i possibili dipinti e incisioni e sculture che il geniale artista eseguì tra il 1901 e il 1905, prendendo congedo da lui quando già stava concependo le epocali “Demoiselles d’Avignon”. Mostre di tanta completezza invano le vorremmo vedere anche da noi, e forse dipende proprio dal fatto che le nostre sedi espositive non praticano una politica di collegamento con istituzioni straniere, oppure, ahimé, da queste ultime non sono considerate credibili. E allora, come avviene per esempio per una deplorevole e manchevole mostra dedicata a Ingres dal Palazzo Reale di Milano, prendono l’iniziativa gli editori di cataloghi che abborracciano in fretta e furia rassegne molto parziali. Ma immergiamoci pure in questa perfetta raccolta di tutte le prove fornite dal giovane Picasso in quello scorcio d’anni, qui seguiti passo passo, ma forse non a sufficienza nelle ragioni stilistiche di fondo. Si ha la situazione curiosa di un artista che, pur avendo capito come i destini della ricerca si giocassero a Parigi, non si guarda troppo intorno, giunto alla Ville Lumière, sembra rimuginare più che altro i ricordi di Barcellona, del noto maestro Nonell che ebbe allora, o più in genere del modernismo catalano. Ovvero, Picasso non si imbranca con i prossimi Fauves, e tanto meno con i Tedeschi del Ponte, anche se pure lui è affascinato da temi di degrado e di miserabilismo. Non saprei dire quanti bevitori e bevitrici di assenzio sforna in quegli anni. Ma qui incontriamo un suo tratto decisivo, che poi non lo abbandonerà più, egli ci appare refrattario ai contenuti, non si farà mai trascinare al loro seguito, e non avrà mai molta attenzione per gli ambienti, per gli sfondi, o diciamo pure per i paesaggi. E dunque le sue figure, anche se appartenenti al mondo del degrado, offrendoci accanto ai bevitori di assenzio i personaggi favolosi del circo, i saltimbanchi, o chiunque ami indossare abiti sgargianti, a pezze multicolori, verranno trattati in un clima di sospensione magica. Non farà mai al caso suo il brutalismo in cui frattanto si immergono coloro che puntano a un fauvismo o a un espressionismo dichiarati, palesi. Lui si porta dietro una perfetta conoscenza anatomica, da accademico consumato, che poi non lo lascerà più sul filo degli anni, e dunque le immagini del degrado o del diletto marginale e gratuito gli consentono di prodigarsi in deliziose avventure plastiche, esercitate sui corpi, portandoli a farsi smunti, emaciati, o al contrario rotondi, plastici, proprio come le palle che agitano. L’artista è calamitato soprattutto dalle estremità, e dunque i volti si allungano, si fanno cavallini, le mani diventano prensili, quasi come serpentelli pronti ad afferrare la preda. Si potrebbe anche dire che il Picasso di quegli anni non si lascia assorbire entro le file degli artisti parigini a tutti gli effetti, ma semmai andrebbe paragonato a un immigrato come lui, al nostro Modigliani, capace di eleganze e di stilizzazioni ancor più preziose ed estenuate. Ma beninteso dobbiamo far entrare in gioco le due tonalità cromatiche assunte in queste fasi, che sono perfette nel praticare un clima di sospensione magica, volutamente estranea ai due corni tra cui era possibile scegliere. Da un lato il figlio del secolo nuovo non può certo confermare i climi magici e sacrali del Simbolismo fin-de-siècle, da cui ha preso congedo nel momento stesso che se n’è andato da Barcellona. Ma da un altro lato non vuole neppure accedere ai toni grossolani, volutamente scorretti, sbracati della consorteria fauve-espressionista, ecco dunque queste opzioni in definitiva consacrate al “cattivo gusto”, quasi al kitsch, che corrispondono proprio alla volontà di non pronunciarsi, di condurre i propri perfetti volteggi in un clima a sé stante, disponibile ad ogni passo ulteriore. Come infatti succede verso il 1906-7, quando da buon acrobata Picasso capisce che quell’equilibrio non è più sostenibile, e allora lo fa precipitare verso esiti gonfi e plastici, indietreggiando fino alle forme arcaiche, che gli vengono, ancora una volta, da quanto ha ammirato in patria. Ma poi capisce che anche quella soluzione non è decisiva, e allora, non è certo che guardi quanto, attorno a lui, andavano facendo i colleghi fauve, ormai da considerarsi arretrati. Lo colpiscono piuttosto le maschere negre o dell’Oceania che scopre a Parigi, ma nei negozi dei rigattieri, e da lì prende la forza per imprimere alle sue figure una sconvolgente sferzata d’energia. Però i fantasmi accademici non vengono mai da lui congedati, anche se per il momento li ripone in un armadio, da cui poi tornerà a tirarli fuori, ma non come scheletri, bensì come corpi ben in carne, salvo poi a renderli di nuovo “macri”, filamentosi, e così via, in una partita sempre aperta agli esiti più vari.
Picasso, The Blue and Rose Periods, a cura di R. Bouvier. Basilea, Fondation Beyeler, fino a maggio.

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