Arte

Gli Uffizi ci invitano alla Corte dei Doni

Il direttore degli uffizi Elke Schmidt, prima di terminare il suo mandato, ha avuto due eccellenti idee, di riunire in sale apposite i capolavori che Michelangelo e Raffaello hanno realizzato per la famiglia Doni, e le tre opere principali che si devono a Leonardo presenti nel museo. Ritengo che una visitina quanto meno virtuale a queste due sale sia più che opportuna. Cominciamo da quella legata al nome della famosa famiglia fiorentina dei Doni, con i due ritratti che il Sanzio ha dedicato al marito e capofamiglia, Agnolo, e alla moglie Maddalena. Si deve penare che siano anteriori al grande episodio della Scuola del mondo, l’incontro che in palazzo Vecchio aveva impegnato sia Leonardo sia Michelangelo nella celebrazione, con due grandi dipinti, di famosi episodi della storia fiorentina. Fu una gara di tanto alto livello che è passata alla storia sotto il nome per nulla usurpato di Scuola del mondo. Ma di quella grandiosità non ci sono tracce in questi due dipinti di Raffaello, pure già al centro del primo decennio del Cinquecento, e già presente a Firenze da qualche tempo. D’altra parte il tema del ritratto lo portava ad adottare una chiave intimista, non certo epica, e dunque i due dipinti vanno visti nell’ambito di quel genere, in cui il Sanzio era partito più che mai sulle tracce del Perugino, ma proprio in questi due ritratti dimostra di averne abbandonato la secchezza alquanto stereotipata. I due personaggi si allargano, occupano la scena, soprattutto “lui”, con un massimo di disinvoltura che supera decisamente i canoni rigidi della “seconda maniera” e si inoltre nella terza, ovvero nella modernità. Di Leonardo compare anche un tratto tipico, la massa dei capelli che si fanno ariosi, ovvero, come avrebbe detto il Vinci in un suo famoso appunto, non se ne devono rimanere impataccati a fare massa ma si devono mostrare capaci di “scherzare al vento”. Quel vento, o almeno quella ariosità che trascorre nell’ampia fetta di cielo su cui il volto di Agnolo si stampa, ma già dimostrando la voglia di inserirvisi, di dialogare col contesto circostante. Anche se permane una specie di dogma dell’intera ritrattistica come si era svolta fino a quel momento, secondo cui la persona ritratta si deve stagliare su uno sfondo chiaro. Va osservato di passaggio che anche una famosa Madonna raffaellesca concepita in quegli anni, detta del Granduca, quasi sicuramente era stata realizzata anch’essa su uno sfondo chiaro, se ora invece la vediamo emergere dall’oscurità, ciò si deve a un intervento successivo, quando Raffaello, trasferitosi a Roma e divenuto compitamente “moderno”, ne accetta uno dei segni di riconoscimento, l’adozione di sfondi scuri, tenebrosi, il che diverrà quasi un motivo d’obbligo per tutta la posteriore grande pittura secentesca, Caravaggio insegna.
Venendo ora al “Tondo” michelangiolesco, se il committente è lo stesso, il ricco Doni, le opere che portano il suo nome non potrebbero essere più diverse, infatti il “Tondo” dovuto al Buonarroti Michelangelo appartiene al genere dei dipinti sacri, del resto non mi risulta che il Michelangelo si sia mai cimentato nel ritratto, un tema troppo compromesso col contingente, con manifestazioni di individualismo da lui giudicate di grado inferiore, mosso dall’intento di concepire sempre immagini dove l’umanità apparisse sempre di alto profilo, e dunque meritasse un ampio, maestoso trattamento plastico, come è è in questa Sacra Famiglia, anche se forse, a dire il vero, ispirata a un episodio familiare, al battesimo di una figlia del potente sponsor. In fondo, già qui Michelangelo pratica una totale equipollenza tra il lavorare a due o a tre dimensioni, anche la pittura deve essere forte, dar luogo a bozze, a escrescenze, a gonfiori, del resto perfettamente corrispondenti al formato circolare dell’opera. Raffaello in quel momento è lontanissimo da un tale modo di dipingere che del resto è pure del tutto estraneo perfezione al tema di stampo intimista da lui praticato nei due ritratti. Ma verrà tempo in cui questo artista, straordinario per doti mimetiche, pronto a prendere il suo bene dovunque ne sentisse l’opportunità, saprà comprendere ed acquisire la magnitudine del modo di procedere michelangiolesco. Dovremo attendere i prodigiosi dipinti delle Stanze vaticane, e in particolare proprio della pima, in cui la Scuola di Atene si dimostra assolutamente capace di sfruttare la grandiosità. Imponenza, forza scultorea che Michelangelo sapeva dare tanto alle sculture quanto ai dipinti. Ma questo trarre profitto dell’insegnamento michelangiolesco Raffaello non se lo portava dietro da Firenze, dove non lo aveva visto o capito, bensì doveva essergli nato quando, giunto pure lui nell’Urbe, a ridosso dell’arrivo del Buonarroti, doveva avere avuto la possibilità di dare qualche sbirciata di nascosto al soffitto della Sistina, cogliendo da lì l’input, la via verso il sublime che certo non gli era venuto dal Tondo Doni.

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Letteratura

Faletti e l’ospite perturbante

Giorgio Faletti è scomparso troppo presto (1950-2002), ma ci ha lasciato un buon ricordo di sé, lo rimpiangiamo per quella sua faccia simpatica di persona ben vissuta, di adulto pieno di comprensione per il mestiere di vivere, come ha dimostrato fra l’altro nelle sue apparizioni di attore cinematografico. Ma in questa sede devo ricordare soprattutto il giallista cui si devono due forti successi, “Io uccido” e “Io sono Dio”, opere nelle quali ha ecceduto il plafond medio dei nostri giallisti, che in definitiva cadono in una routine prevedibile, invece le sue trame toccavano limiti di noir o di horror, quasi degni di uno Stephen King, che sappiamo essere misure e temperature molto rare presso di noi. Ora appaiono due suoi racconti, di cui l’uno, il secondo, “Per conto terzi”, non esce fuori da una certa media, come ci avverte già il titolo, che in fondo si rifà a una ben nota invenzione giù sfruttata dal grande Hitchcok, vale a dire la trovata del due compari desiderosi di vendicare i torti subiti incrociando i crimini, in modo che ciascuno di loro risulti al di sopra di ogni sospetto. Protagonista di questo racconto è un balordo, un povero disgraziato infelice di aspetto, tanto da essere soprannominato il Bradipo, costretto a poter godere soltanto di qualche amore venale pagato a caro prezzo, e dunque deve procurarsene i soldi con piccoli reati di delinquenza spicciola, Ma, in fuga su auto dopo una di queste sue misere delinquenze, ha investito e ucciso in circostanze diverse due giovanotti, lasciando un ovvio strascico di dolore nei genitori, i quali decidono di coalizzarsi per far fuori questo tristo antieroe, simulando un suo suicidio per impiccagione, che rivela ben presto la vera sostanza del fatto, lasciando però il detective incaricato dell’indagine a grattarsi il capo per trovare la giusta strada che porti al vero colpevole. E’, se si vuole, un racconto ben costuito, ma in nessun modo fuori della media di tante storie che oggi ci vengono presentate, dove le morti pregresse, e tante volte proprio per incidenti d’auto, costituiscono i presupposti dei crimini che seguono a scatto ritardato.
Molto più saporito il primo episodio, “L’ospite d’onore”, anche se comincia in modo conforme, si potrebbe dire che c’è perfino una specie di autoritratto di Faletti stesso, sotto specie di un uomo di spettacolo, tale Walter Celi, colmo di successo, ma che al culmine della sua notorietà sparisce nel nulla, tanto che bisogna promuovere una spedizione di ricerca per andare a ritrovarlo. E anche lungo questo cammino per circa metà strada rimaniamo nell’ovvio. Infatti l’amico e collega che si incarica del ritrovamento scopre che il bellimbusto ha sedotto una sua giovane nipote lasciandola addirittura incinta. Col suo aiuto diventa quindi agevole ritrovarlo, in una clinica dove anche lui è stato ricoverato per incidente d’auto. Ma resta il mistero della scomparsa, dell’ uscita di scena.Ebbene, qui si piazza l’inserimento horror o noir o diabolico che dir si voglia. Infatti il Celi, fin troppo uomo navigato, rotto a tutte le astuzie e malizie, come ci sembra essere stato proprio lo stesso Faletti, ha incontrato all’improvviso un essere umano abbigliato in modo del tutto improbabile, gilet giallo, farfalla rossa, giacca scura, e soprattutto col vezzo di masticare un lecca-lecca. Diciamolo pure, questa è una incarnazione di Satana, che mi ricorda come il grande Fellini, nell’episodio da lui firmato di “Quattro passi nel delirio”, ha raffigurato a sua volta il diavolo, sotto forma di una fanciulla dal volto malizioso. Si sa che il modo giusto per chiamare in scena il Diavolo è di dargli un volto sorprendente, come non ce lo aspettiamo, fuori da ogni ordine prevedibile, niente di diabolico in modo troppo esplicito ed ostentato, ma qualcosa di scostante, di alieno, che però proprio per questo esercita una efficace azione deterrente. Il Celi, spaventato a morte, ha rinunciato dopo quell’apparizione a ogni comparsa pubblica, mondana. Inoltre un simile effetto terrifico si diffonde a raggiera,
giunge a sfiorare lo stesso narratore del racconto, che chiude il suo resoconto confessando: “Adesso avevo paura”.
Giorgio Faletti, L’ospite, Einaudi stile libero, pp. 117, euro 13.

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Attualità

Dom. 15-7-18 (ancora Mattarella)

Ritorno su un motivo già da me trattato, ovviamente nella mia insignificanza, che è stato un atto d’accusa contro l’ignavia del presidente Mattarella, che per evitare la grana di portare il Paese a nuove elezioni lo ha regalato a Salvini, col suo magro 17%, tale infatti era l’esito del voto del 4 marzo. Se oggi la Lega ha quasi raddoppiato i consensi, lo si deve proprio al regalo enorme ricevuto da Mattarella. Io ho sbagliato ritenendo che Salvini, come la tartaruga proverbiale, mai si sarebbe sbarazzato dello scudo rappresentano dallo spezzone di voti riportato da FI, il che gli avrebbe evitato di andare in condizioni di inferiorità al matrimonio contro natura con i Pentastellati. Ma non avevo fatto i conti con lo stato di disperazione in cui si trovava Di Maio, prossimo al baratro se in breve non avesse potuto rappezzare una qualche forma di governo, e per raggiungere un simile scopo era pronto a rinunciare al piatto di lenticchie della primogenitura. Questo è stato il calcolo astuto fatto proprio da Salvini, che gettando l’ancora di salvataggio al leader dei Cinque stelle lo avrebbe potuto ricattare, farsi dare una premiership di fatto, quale a detta di tutti è quella di cui oggi gode, libero di seguire la sua dura politica contro i migranti, cui proprio Mattarella, colpevole del dono insperato fatto alla Lega, ora tenta timidamente di porre qualche limite. Se fossimo andati al voto, avrebbe vinto un centrodestra in cui senza dubbio la Lega di Salvini avrebbe avuto la parte del leone, ma, si noti, non con la crescita spropositata che proprio il via libera concessogli da Mattarella gli ha consentito. Inoltre, ammettiamolo, la presenza seppure minoritaria di un Berlusconi sulla via di una tardiva saggezza senile, con l’aiuto di un altro moderato come Tajani, avrebbe potuto frapporre freni e ostacoli, Non dimentichiamo che qualche mese fa lo stesso Scalfari, posto di fronte a un quesito amletico, aveva confessato seppure a denti stretti che avrebbe preferito votare per Berlusconi piuttosto che per Di Maio. Se fossimo andati per quella strada legittima, ora avremmo un Salvini tenuto un poco a freno, e quanto meno si sarebbe evitato l’altro convitato scomodo, che recita a soggetto, in un quadro fumoso e incerto. Ma almeno, saremmo rientrati nella griglia di un certo bipolarismo. Mattarella, coi suoi occhi glauchi fissati nel vuoto, di un azzurro scialbo e inconcludente, ha fatto il grande pasticcio, speriamo che al più presto i due ladroni litighino tra loro e il carro italico si rimetta in carreggiata tornando alle elezioni.

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Arte

La grande sintesi di John Armleder

Il Museo MADre di Napoli dedica una importante mostra a John Armleder (1948), uno dei migliori rappresentanti nel nostro Occidente di una tendenza che, da buon fenomenologo degli stili, mi sono provato a distinguere con una formula, ricorrendo addirittura al massimo, e scomodo, Hegel, e parlando di una fase di sintesi subentrante ai due classici momenti anteriori, della tesi e della antintesi. Sempre per valerci di categorie del genere, la tesi la ritrovo nel clima del ’68, con la sua condanna della pittura e il proclama, espresso in modo eccellente da Joseph Kosuth, che da quel momento fosse lecito solo valersi di foto, scrittura e cose stesse riprese in ready-made. Ma poi ci fu l’antitesi, ovvero il radicale capovolgimento di quei dogmi, col clima della citazione, in particolare siglato da me con la formula, anch’essa di estrazione filosofica, della “ripetizione differente”, salutata da noi dalle baruffe tra i miei Nuovi-nuovi, gli Anacronisti, i Transavanguardisti. Poi, alla metà degli ’80, anche quel ritorno al passato apparve superato, ci fu semmai un ritorno a uno spirito avanguardista, ma ricercato, con passo indietro, nella Pop e nella Op, però non riprese pari pari, se no, che sintesi sarebbe stata?, ma nobilitate da qualche pizzico di aura magica, di cromatismo, in omaggio alla appena superata stagione citazionista, ma con “citazioni” contenute, diciamo anche contegnose. Io stesso, sempre pronto a cogliere il mutare dei venti, feci a ridosso di quel mutamento epocale una mostra a Rimini convocandovi tutti gli esponenti nostrani di questi rivolgimento della frittata (“Ordine e disordine”), ma plaudendo in particolare a una mostra visitata nell’86 presso la Galleria Sonnabend a New York che esibiva lo stato maggiore di una simile variazione del gusto, con i massimi Jeff Koons, Haim Steinbach, Peter Halley. Di rimbalzo, chiamato a selezionare artisti internazionali all ‘”Aperto” della Biennale di Venezia del 1990, vi feci invitare Koons, l’unico a non avere ancora superato il limite di una nascita nel ’55 che ci veniva imposto. Ma poco dopo, realizzando per conto mio in Emilia “Anninovanta”, fui libero di inserirvi proprio Armleder, a cui finalmente sono arrivato. E fu con una delle sue eccellenti “Furniture Scultpures”, dove compariva il colore, ma tramite la cromia “di pessimo gusto”, spaventosamente kitsch che da tempo era propria di tutti i mobili dozzinali, di formica o di altri materiali sintetici, un’orgia di tinte acide, verdastre, violette, ocracee. Nello stesso tempo, all’artista era data una sorta di alibi mentale, se qualcuno gli avesse rinfacciato un ritorno al colore, avrebbe potuto rispondere, come proprio poteva fare il nostro Armleder, “io non c’entro, quei colori impossibili ce li ha messi l’industria, in una fase sofisticata. Io li riprendo tali e quali secondo la modalità neutra del ready-made”. Ma si dà il caso che quella gamma cromatica svenevole, tra lo squisito e il banale, era la stessa che compariva nelle immagini di enormi circuiti elettronici, zigzaganti, labirintici, stesi da Halley, e il medesimo tripudio del “cattivo gusto” era pure nelle toppe con cui il tedesco Guenter Foerg picchiettava le superfici, e che dire delle costruzioni rigidamente metalliche di un altro tedesco, Reinhard Mucha, o dei violini spaccati, vivisezionati del fiammingo Vercruysse? Insomma, eravamo in presenza di una vera e propria “internazionale, anche se limitata per il momento solo alle due sponde dell’Atlantico, gli altri abitanti del pianeta attendevano ancora, ma per poco, la loro tumultuosa entrata in scena. Da notare che se i nomi fin qui elencati denotavano un recupero, ma aggraziato da quelle tinte, sofisticate, e vomitose nello stesso tempo, del clima Optical, magari con qualche tocco di minimalismo, c’era pure il versante iconico, espresso dal numero uno Koons, che compiva un’operazione molto simile sul versante oggettuale, iconico, anche in questo caso andando a recuperare le cose di cattivo gusto dagli scaffali riposti dei supermercati. E naturalmente anche per questo filone c’era una rispondenza dalla vecchia Europa, già la stessa Sonnabend aveva avuto il coraggio di inserire nella sua mostra apripista il caso giovanile quanto geniale di Wim Delvoye, e nel mondo tedesco facevano eco le soluzioni dure, acide, discostanti di Katharina Fritsch.
Tutto questo come introduzione al mondo ibrido, estremamente variato del nostro Armleder, che nelle 90 opere raccolte nell’occasione napoletana rivela tante altre corde al suo arco. Intanto, da vero erede dell’Op Art si produce in “puntini” e in altri interventi minuti a parete, fino ad aprire la strada a un erede come l’inglese Hirst, pronto anche lui a praticare un polistilismo sconfinato. I puntini e i minuti segni grafici, però, talvolta si allargano, si mutano in sciabolate, in strisce sferzanti, quasi un dripping in verticale, con cui Armleder sfida un gigante in materia quale Gerhard Richter. Ma poi, dopo essersi sbizzarrito in una sorta di neo-informale di coraggioso pittoricismo, ci mette un freno, accostandolo a rotoli di moquette accumulati sul pavimento, quasi chiamati a coprire e nascondere tanto impudico espressionismo. In sostanza Armleder si sa muovere molto bene tra gli estremi della anoressia e della bulimia, talvolta interviene di punta, quasi col fioretto, talaltra riveste le pareti di sontuoso materiale “capitonné” di un impossibile verde smeraldo, o rovescia per terra una pioggia di palline multicolori, di quelle che si arpionano in qualche pesca di beneficienza. Non manca qualche capatina residua nell’ambito del citazionismo, come risulta dalla ripresa di un capolavoro di Tiziano, ma subito fatto oggetto di inserimenti impietosi e profanatori. E non manca neppure una visita alla dimensione del suono, mediante il piazzamento di una batteria pronta a emettere le sue vibrazioni, che sicuramente saranno di tono stridulo, quasi al limite degli ultrasuoni. In definitiva questo è tutto un festival dell’andare su e giù, a parete o no, nello spazio, del solleticare i gusti più retrivi in fatto di cromia o invece di imporre loro digiuni e austere privazioni.
John Armleder, a cura di Andrea Viliani e Silvia Salvati, Napoli, MADRE, fino al 10 settembre.

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Letteratura

De Giovanni: delitto e castigo di un Angelo

In passato mi ero espresso favorevolmente rispetto a un prodotto di uno dei tanti giallisti d’assalto presenti nel nostro mondo letterario, Maurizio De Giovanni, all’altezza di “Pane”, appartenente alla serie dei “Bastardi di Pizzofalcone”, forse perché ben disposto dalla vista di episodi di quella serie resi in modo efficace alla Tv. Ora di fronte al “Purgatorio dell’Angelo”, appartenente all’altra serie di successo di questo narratore, legata al Commissario Ricciardi, mi devo ricredere, o quanto meno devo rilevare i numerosi limiti, che del resto questo specifico prodotto ha in comune con tante altre imprese sue pari. Intanto, pare che una simile formula implichi l’obbligo che il commissario abbia qualche insoluto guaio sentimentale. Nel caso del più illustre campione del filone, il commissario Montalbano, interviene la stucchevole litania degli infiniti “incontrarsi e dirsi addio” con Livia, speriamo che Camilleri si decida a lasciar perdere quel remoto legame e lasci libera la sua creatura di valersi di incontri femminili, occasionali ma assai più appetitosi. Una serie minore intitolata al “Commissario Manara” vede anch’essa l’irritante va e vieni tra l’eponimo di queste inchieste e una compagna di banco, si può giurare che in ogni puntata i due si lasciano per ritrovarsi un momento dopo. Forse però non è un obbligo stretto impostare questi defatiganti duetti, se pensiamo che i due campioni massimi della categoria, Conan Doyle col suo Sherlock Holmes e Agatha Christie coi suoi Poirot e Miss Marple, hanno lasciato i rispettivi eroi in totale stato di “singles”, senza dover pagare un qualche scotto presso il loro vasto pubblico.
Ma a parte la noiosa vicenda sentimentale che tiene legato il nostro Riccardi, altri sono i motivi stereotipati, come per esempio l’obbligo che in ogni puntata accanto all’episodio principale ce ne sia uno minore e laterale, una matassa lasciata da sbrogliare al numero due delle indagini, in questo caso il buon Maione, intento a scoprire l’inevitabile, anche questo un motivo ricorrente, mela marcia che si annida nella compagine degli onesti poliziotti. Ma il peggio sta evidentemente nel motivo centrale, nel delitto che ha portato a spaccare la testa di un austero e in apparenza irreprensibile sacerdote, un Angelo di nome ma anche di fatto. Chi lo ha convocato nottetempo in un tratto deserto e scomodo del litorale napoletano per ucciderlo in modo barbaro? Il prete però ha atteso il colpo mortale in ginocchio, quasi offrendosi alla ferita, considerandola come una espiazione dovuta. C’è dunque nel marcio, nell’esistenza in apparenza retta e conforme del religioso. Il lettore lo intuisce dall’apparire di un episodio dai lineamenti volutamente tenuti segreti e coperti, come una carta del mazzo che al momento non si vuole giocare. Si parla di due giovani studenti di un convitto che per evitare un compito di greco fanno ingerire al docente una pozione che credono solo destabilizzante a tempo, ma che invece si rivela mortale. Lo sappiamo bene, i nostri giallisti, ma anche i Cordier e Barnaby di nazioni a noi vicine non fanno eccezione, usano valersi di delitti avvenuti nel passato, pronti a rimbalzare inopinatamente nel presente. Quel maldestro, e inverosimile, e improbabile attentato dei due giovani ha provocato la morte di un genitore con conseguente dramma del figlioletto che è stato messo a crescere proprio in quel medesimo collegio in cui padre Angelo è diventato una figura sacra e inviolabile, ma evidentemente tormentato dal ricordo di quel lontano peccato, che deve condividere col compagno del crimine giovanile, anche lui ormai divenuto un austero e reputato signore anziano quasi sull’orlo della tomba. Col tempo il rampollo rimasto orfano, ignaro di quale sia stato il crudele destino del genitore, diviene il devoto allievo di padre Angelo. Ma poi, appresa la triste verità, decide di fare vendetta, tremenda vendetta, andando a consumarla in quel modo brutale che si è detto. Il nostro candidato all’angelismo e al paradiso ha da scontare in precedenza un doloroso purgatorio, come ogni lettore di buon senso non dovrebbe aver esitato a sospettare, senza bisogno che sia io a rompere le uova nel paniere, dove stanno frutti non particolarmente freschi e gustosi.
Maurizio De Giovanni, Il purgatorio dell’angelo, Einaudi stile libero, pp. 314, euro 19.

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Attualità

Dom. 8-7-18 (quesiti)

Intervengo ancora una volta sul tormentone del problema immigrati, tentando di stabilire una serie di punti fermi su cui il PD si dovrebbe attestare, rivendicando meriti passati ma anche correggendo errori, e in ogni caso incalzando l’attuale governo. Non credo affatto che i giochi siano fatti, la nostra causa può rinascere, basta avere fermezza di mosse.
1. Ho già detto che trovo sbagliato insistere nel “buonismo” di una difesa a oltranza delle Navi non governative, dallo statuto molto incerto, trovo giusto interdire a loro i nostri porti, tanto per cominciare a modificare l’accordo di Dublino.
2. Ma, domanda, Salvini intende interdire anche interventi di salvataggio della nostra guardia costiera, con relativo sbarco dei salvati nei nostri porti, e lo stesso si dica di salvataggi condotti da navi di transito? Un divieto del genere sarebbe inammissibile e da contestare con ogni energia.
3. 3. Qual è lo stato dei possibilili interventi della Libia in questo tormentato capitolo? Che cosa aveva ottenuto Minniti, o era solo un nulla di fatto? La guardia costiera libica interviene in misura efficace per riportare a riva i fuggiaschi?
4. Di che natura sono i luoghi di accoglimento degli immigrati che la Libia recupera, è vero che sono così orridi, peggio delle carceri? E l’ ONU non può svolgere una funzione mediatrice?
5. E’ possibile o no che la Libia funzioni come la Turchia, creando un decoroso centro di accoglienza dei fuggiaschi dalle zone sub-sahariane? L’UE è disposta a pagare lo stesso prezzo che dà alla Turchia, con l’effetto positivo di aver bloccato la rotta da Est?
6. Infine, dobbiamo rivedere il criteri di accoglienza degli immigrati che dovremo continuare ad accogliere. Il calo del loro numero temo che sia dovuto solo alle condizioni del mare, ora l’esodo pare essere ripreso in pieno. Quanti centri di questo tipo abbiamo e con quale conduzione?
7. Tentiamo di sfatare con energia la balla di Salvini, non è possibile rimandare a casa le migliaia di immigrati, che la casa non ce l’hanno più. Quindi è anche inutile, e comunque difficile, stare a distinguere tra chi fugge da guerre e chi invece lo fa per fame, motivo non meno giustificabile.
8. Riconosciamo che abbiamo sbagliato a pretendere di piazzare questi rifugiati nelle nostre varie comunità, questo ha alimentato paure, e slittamento dei voti verso la Lega. I trasferimenti devono essere legati a un inserimento dei soggetti nel mondo del lavoro, questo vale anche nei confronti degli altri Paesi dell’UE, che, come si è visto, non pensano certo di prendersi al buio le quote previste a tavolino. Gli immigrati sono una enorme forza lavoro di cui fare un uso razionale, I sindacati diano un loro decisivo contributo in questo senso. Insomma, ai rifugiati si ponga una alternativa, o si rassegnano a rimanere nei centri di raccolta a tempi indeterminati (rendendoli però vivibili), o accettano di essere avviati a lavori regolari, nei settori verso i quali i nostri cittadini sono del tutto refrattari. Questo significa che occorre affrontare tutti gli sbandati che errano come zombie nelle nostre strade, o che premono inutilmente nei luoghi di frontiera, proponendo loro lo stesso acquisito: o si lasciano riportare nei centri di raccolta, o accettano disvolgere lavori utili, retribuiti secondo canoni normali.

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Arte

MAMbo: questo è lo stato dell’arte

Finalmente il duo Roberto Grandi-Lorenzo Balbi, il primo come presidente della Fondazione musei di Bologna, l’altro come direttore di fatto del MAMbo, finalmente sono entrati in azione diretta, dopo aver smaltito una brutta mostra sulla Russia rivoluzionaria ereditata da una gestione precedente. Ora ci offrono questo “That’s it”, nell’inglese oggi di prammatica, che può corrispondere a un più volgare “Così stanno le cose”, nell’ambito dell’arte, con attenzione a quanto fanno presso di noi i “millennials”, entrati in azione col nuovo secolo. E’ un onesto ed efficace spaccato, che potrebbe figurare in una qualsiasi delle Biennali che si fanno in ogni parte del mondo, ma che per lo più risultano molto avare di artisti nostrani. Invece questa selezione di 56 presenze attesta positivamente di come i nostri siano in linea col quadro internazionale. Anzi, ne prenderei lo spunto per suggerire al duo al comando, che mi sembra ben affiatato e autorevole, di riprendere una vecchia iniziativa anni ’80, quando il famigerato consiglio direttivo della GAM, allora in area Fiera, riuscì a portare in prestigiose città straniere, Francoforte in Germania, Vienna in Austria, Lucerna in Svizzera, e in altri centri ancora, una selezione dei nostri migliori artisti di allora. Anche questa scelta, magari ristretta nei numeri, potrebbe funzionare in giusta misura, a conferma di come stanno ora le cose, del fatto cioè che siamo di fronte a una situazione ibrida, multiforme, senza tendenze dominanti, varia per tecniche, modalità, proposte. Tanto è vero che mi riuscirebbe difficile condurre una rassegna ordinata e completa delle tante personalità qui in mostra. Inevitabile che io mi attacchi a quelle di cui mi è già accaduto di avvalermi in selezioni precedenti condotte da me stesso e colleghi. Partirei da Margherita Moscardini, anche se a suo tempo, quando l’avevo invitata a una Officina Italia 2, itinerante tra varie sedi, mi aveva suscitato molte difficoltà, apparendo ogni volta con volti diversi. Qui essa illustra nel modo migliore le possibilità della videoarte, evitando modi conformi e banali di presentazione. I suoi nove video sono come delle cartoline illustrate gettate a terra, a fior di pavimento, con inclinazioni varie. a conferma di una disposizione casuale. Sorprendente ne è il tema, trovato in una linea di fortificazioni difensive erette dalle forze tedesche a difesa delle coste atlantiche. Dal mare emergono dei colossi, come fossero astronavi discese dal cielo e interrate secoli fa, Qualche volta ci sono, su questi pachidermi, le esili figurine di essere umani, ma al modo di insetti fastidiosi che un’ondata potrebbe spazzare via. Un altro ospite a me caro, tanto è vero che non ho mancato di richiamarlo anche a una mia rassegna di prossima apertura, il Premio Michetti a Francavilla, è Alberto Tadiello, coi suoi grovigli di segni da cui pare levarsi un rumore assordante, un acuto stridio quasi al limite con gli ultrasuoni: Infine ritrovo con piacere anche Riccardo Benassi, già assiduo frequentatore dei miei vdeoart yearbooks, dove però ci aggrediva con rumori e invasioni di oggetti domestici, qui invece ha rarefatto la sua presenza in una serie di scritte sentenziose, alla maniera di Jenny Holzer, concedendo troppo ai riti del concettuale. Che a dire il vero nella presente rassegna sembrano decisamente in calo, mentre permangono quelli dell’ostentazione di fotografie, che si fanno perdonare nel caso di Emilio Vivarella, col dispiegamento di un centinaio di immagini, come carte da gioco di un solitario condotto con tenacia. Interessanti anche gli autoritratti di Irene Fenara, che si fa riprendere da telecamere come fosse una persona sospetta di cui diffidare. Ma foto e video hanno già raggiunto un grado di saturazione, per cui esiti più allettanti vengono da soluzioni di diversa natura: da Riccardo Giacconi, che ricava una tenda incastrando come in un puzzle delle policrome piastrelle di plastica; o da Roberto Fassone, che cuce tra loro dei frammenti di lenzuola, come fanno i detenuti per evadere, e in questo caso si potrebbe parlare di una evasione da un certo conformismo insito nel binomio, appunto, di foto-video, cui molti si affidano in modi alquanto conformi. Non è certo il caso di Petrit Halilaj, che visita l’area oggi molto fertile del ricorso a vecchi mezzi artigianali, come sarebbe la confezione di cornici, con dentro tracce di ricamo o di altri reperti della memoria. Caterina Morigi ci invita a contemplare una parata di lastre di finto marmo, dove oltre all’incanto delle venature si può anche andare alla scoperta di piccoli inserti, forse affioranti da remote epoche primitive. La frusta scena quotidiana, magari dominata da giocatori di calcio, viene esaltata dal duo Licciarello e Tagliavia nella forma solenne di un arazzo, con un voluto e ben calcolato testa-coda tra volgarità di immagine e nobiltà di mezzi. Interessante il ricorso al linguaggio degli alienati, alle loro sagome sgrammaticate e brutali, che ci propone Giulio Squillacciotti, andando a pescare in qualche ospizio di “malati mentali”. Come si vede, oggi le vie dell’arte sono infinite, ed è giusto che per dare ricetto alla loro invasione l’ex-Forno del pane abbatta le varie paratie divisorie e vada a un’occupazione sistematica di tutti gli spazi, constatando pure la loro insufficienza e quindi sciamando anche all’esterno. Ma si sa bene che oggi la ricerca artistica è una bomba esplosiva che non conosce limiti.
That’s it, a cura di Lorenzo Balbi. Bologna, MAMbo, fino all’11 novembre. Cat. autoedito con 17 testi di accompagnamento.

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Letteratura

Di Battista: una diva davvero ultima

Nel mio attuale stato di bassa fortuna non mi posso certo permettere di disprezzare i “libri ricevuti”, dato che me ne arrivano ben pochi, accordo quindi un po’ di attenzione a “L’ultima diva dice addio”, di tale Vito di Battista, che mi sembra essere proprio come me un autore “tra presenza e assenza”, forse votato più alla seconda che alla prima. Infatti le note autobiografiche sulla bandella del libro assommano ad appena tre righe, un record in questo filone che invece altri nutre fino all’eccesso, e naturalmente non dicono quasi nulla. I caratteri a stampa sono anch’essi deboli, quasi al limite di una scrittura in inchiostro simpatico che potrebbe sparire da un momento all’altro, se non ci si affretta a leggerli. Nel testo colgo una frase che la dice lunga sull’intera operazione, infatti vi si parla di qualcosa che giunge con “50 anni di ritardo”, il che può divenire proprio la sigla dell’intero romanzo, dove semmai sarebbe da prolungare la lunghezza del ritardo, estenderlo al secolo e oltre. Pare di essere di fronte a un erede di Henry James intento a stendere un “Ritratto di signora” tardivo, fuori tempo massimo. Per di più la signora in questione è, come ci dice il titolo, un’”ultima diva”, una controfigura di Greta Garbo o di Marlene Dietrich, dal nome di Molly Buck, a cui il protagonista che dice io in queste pagine vota un culto supremo. Ma si tratta di una divinità cui rivolgere quello che si dovrebbe definire un culto negativo, più facile infatti dire che cosa questa “ultima diva” non è più, ogni suo dono e carattere va coniugato rigorosamente al passato, Un tempo era celebre, amata, riverita, al centro della vita mondana, ora se ne sta neghittosa, solitaria, ma assolutamente non vinta, anche se è avara in tutto, nel concedere memorie di sé, o queste emergono fuori con estrema difficoltà. Il suo devoto adoratore gliele deve strappare fuori dalla bocca come farebbe un dentista. Il personaggio è sfuggente, ma anche su questo piano è alquanto difficile ricostruire gli itinerari, le soste, le permanenze che ha condotte nel tempo. Dove, come, quando ha avuto davvero successo’ IlL nostro servitore fedele si sente perfino indotto a compiere un viaggio negli USA alla ricerca di un passato della diva, colmo peraltro di ombre che in definitiva egli stesso non ama dissolvere. Da ogni parte che ci si volta, insomma, si scorgono cartelli sul tipo di “non varcate quella soglia”. Come è negli articoli di ogni fede che si rispetti, bisogna credere sulla fiducia, sulla parola, o rifugiarsi in un “credo quia absurdum”. E proprio in ciò sta il fascino di questo esercizio così desueto, fuori moda e tempo, quando tutto attorno premono su di noi prodotti di rapida confezione schiacciati sulle modeste vicende del quotidiano. Qui invece c’è il bagliore di fiamme lontane, anche se il narratore si guarda bene dal precisarle troppo. Oppure sì, se indaga più a fondo, emergono immagini che emettono però il medesimo sapore di fantasmi di altri tempi. Come è il caso dell’unica parente della diva che assume qualche tratto fisso. Si tratta della sorella Anna, a cui però, neanche dubitarne, viene assegnato un profilo caratterizzato dai soliti “50 anni di ritardo”. Basti dire che questa congiunta è stata una ospite di case di tolleranza, ma quando erano di alto bordo, ben frequentate, e quindi essere legati a quel carro era quasi un segno di distinzione, non si confonda coi miseri bordelli di infino ordine. Tanto è vero che, udite udite, ne viene anche un’aspra condanna della legge Merlin, non si sa bene se pronunciata da Anna, meretrice di lusso, in carta patinata, o dal protagonista, o addirittura dall’autore, d’accordo con la sua creatura. Il tutto a ribadire l’aura museale, sotto campana di vetro, in cui si colloca questa prova, il che d’altra parte contribuisce a darle il fascino di quanto ci giunge quasi dall’altro mondo, quasi fuori classifica.
Vito di Battista, L’ultima diva dice addio, Società editrice milanese, pp.213, euro 15.

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Attualità

Dom. 1-7-18 (Murri)

Non avrei nulla da aggiungere a quanto dicevo nel mio domenicale scorso, del 24 giugno, se non che pochi giorni dopo, giovedì 28, ho avuto occasione di esporne una sintesi in un incontro organizzato dalla sezione Murri del Pd. Quando sono arrivato, vi ho trovato una platea di anziani come me, o di poco più giovani, che si chiedevano tristemente cosa fare per evitare il declino emerso dalle ultime votazioni. In proposito, anche se questo non è stato l’oggetto del mio intervento, vorrei mandare un cenno di incoraggiamento, un invito a non credere ai tristi profeti di sventura, di scomparsa definitiva. La socialdemocrazia è una forza ancora presente nel mondo Occidentale, è al governo in Spagna e in Grecia, e perfino in Germania, seppure in posizione minoritaria, in Inghilterra potrebbe ritornare a vincere, e anche negli USA, dove i Democratici potrebbero riportare un successo nelle prossime elezioni di “mid term”. Va male solo in Francia, dove davvero al momento siamo quasi alla scomparsa, ma poi non tanto da noi, dove siamo pur sempre la terza forza partitica in termini numerici. Ma certo dobbiamo pur prendere atto dell’aver perso in pochi mesi un buon dieci per cento di consensi. E se ne comprendono bene le ragioni, non certo arcane. Come dicevo nel mio precedente domenicale, i motivi del successo di Salvini e, in misura minore, di Di Maio ci indicano in punteggiato in che cosa le nostre proposte non hanno funzionato. E dunque, dobbiamo prenderne atto e correre ai ripari. Venendo all’incontro di giovedì scorso, ho trovato troppo corrivo e “buonista” il discorso di Antonello De Otro, più attento e problematico quello di Luca Rizzo Nervo. Per venire al sodo, non è che Salvini abbia torto in tutto, mi pare giusta, e lo avevo già anticipato su queste mie pagine, la decisione contraria agli ONG, a questa strana consorteria di dilettanti, dediti a un’attività tra lo sportivo e l’umanitario che oggettivamente dà una mano agli scafisti, dimostrandosi pronta a raccogliere e salvare le fragili imbarcazioni da loro affidate alle onde. Lo facciano pure, se lo credono, ma vadano a sbarcare i salvati nei loro porti di partenza, o comunque se li procurino come clausola necessaria del loro altruismo, che diversamente è a spese nostre, troppo facile portarli nei nostri porti. Non è chiaro se Salvini pretende di estendere questo rifiuto anche alle nostre navi costiere impedendogli di raccogliere gli appelli dei naufraghi, questo sì che sarebbe grave e condannabile. E naturalmente i nostri porti devono rimanere aperti a navi che abbiano attuato dei salvataggi trovandosi sul luogo di passaggio, senza essere andate a cercarli di proposito. L’altro aspetto su cui dobbiamo darci una regolata è il connesso “buonismo” di voler andare a piazzare gli immigrati nelle nostre varie comunità, una soluzione che ha incontrato la diffidenza e il rifiuto di buona parte della popolazione. In proposito scattano due esigenze, che gli internati restino chiusi nei rispettivi centri, senza saltarne fuori “all’italiana”, come massa di irregolari che vanno a premere ai confini, o che turbano la tranquillità del nostro vivere civile. Si dà una grande possibilità, di far uscire gli immigrati, ma piazzandoli come forza lavoro opportuna, anzi necessaria, per coprire i tanti lavori cui i giovani italiani non intendono affatto adempiere. E allo stesso modo è inutile pretendere che gli altri paesi dell’EU si prendano a priori quote di questi immigrati, anche nel loro caso bisogna svolgere una attenta azione di piazzamento mirato, spedire via quanti possono essere assorbiti per vie legali, con tutti i crismi di un lavoro regolare.
Naturalmente, a parte questa minima quota di un possibile consenso, Salvini resta un orrido lanciatore di panzane, non è possibile il rinvio alle loro case di migliaia di immigrati, e riesce anche difficile la distinzione tra chi lo è per ragioni politiche o invece per ragioni economiche. La fame evidentemente è una causa non meno impellente di guerre o rivoluzioni politiche.
Infine, ammettiamolo, sia le mosse di Minniti, sia ancor più quelle di pari senso compiute da Salvini in direzione della Libia, per farle costituire dei centri di raccolta profughi, o per accettare le nostre motovedette ai fini di un servizio costiero più efficiente, al monto non sembrano dare i frutti sperati. Bisogna insistere, sperando in un forte finanziamento dell’UE, oppure possiamo noi stessi, come da me già detto più volte, prendere il posto della Turchia, chiedere un adeguato finanziamento e costituire questi centri di accoglienza pronti a una redistribuzione mirata e razionale di forza lavoro. Sarebbe anche una grande occasione per i sindacati, che al momento sono messi in acque peggiori delle nostre.
Col che ritroviamo grazie al solito punteggiato un’altra delle ragioni delle nostre sconfitte, ma rimediabile se impariamo la lezione. Ben poco, noi e i sindacati, abbiamo fatto per i giovani, a cominciare dai portatori di pizze e dagli addetti ai call center. Anche in questo campo ci siamo lasciati strappare il servizio dai Cinque stelle, lo dobbiamo riprendere in mano.

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Arte

A Rimini una Biennale delle meraviglie

A Rimini si è rinnovato per la terza volta il miracolo della Biennale del disegno, l’evento che, tra tante Biennali sparse nel mondo, l’intelligenza critica e la capacità organizzativa di Massimo Pulini hanno saputo creare nella città romagnola dedicandola alla cenerentola delle arti, sottraendola a un destino minore, e giocandone invece molto bene le carte, sia nella larghezza con cui il tema viene affrontato, dai capolavori del Seicento fino alle prove di oggi, sia nella varietà degli spazi. Il punto centrale di partenza è senza dubbio il Museo della città, utilizzato sia negli spazi canonici, sia nel corpo aggiunto consistente nell’aver acquisito, ormai da decenni, ben tre piani di un ex-ospedale. Non meraviglia che Pulini inizi questo suo percorso nel sacro nome del Guercino, cui ha appena dedicato una monografia, illustrandola proprio con i disegni che l’autore di Cento ha disseminato con abbondanza lungo il suo percorso. Ma al solito Pulini non manca mai di estrarre carte impensate dalla manica, infatti dopo una giusta antologia di grafica del Maestro e suoi allievi, compare un fenomeno sorprendente e di difficile classificazione, quel falsario che, un secolo dopo, lo imitò in modo efficace, quasi da confonderlo con l’originale, in una specie di reviviscenza, di ricomparsa dall’altro mondo. Segue, sempre nelle stanze centrali del Museo, un omaggio a Stefano Della Bella, incisore-principe del ‘600, padrone assoluto di quella dimensione “micro” che ovviamente della grafica è il primo requisito, e che a lui ha permesso di coltivare tutti i generi, il ritratto, il paesaggio, la ricostruzione di eventi storici, di scene immaginarie, in un felice ibridismo da fare concorrenza a un Salvator Rosa, che quella stessa varietà di temi la sapeva coltivare in formato grande. Ma sempre a stare in quelle stanze, la grande sorpresa ci viene dalla rassegna dedicata a Fortunato Duranti, un marchigiano vissuto a cavallo tra fine ‘700 e buona parte dell’800, che appartiene alla razza di quegli autori quasi fuori classifica, come un Fuessli, un Blake, per i quali riesce impropria l’etichetta di Romanticismo, in quanto sapevano passeggiare in su e giù lungo i secoli, magari, come fa proprio Duranti, resuscitando i fantasmi del Manierismo, ma poi correndo in avanti fino ad anticipare soluzioni da dirsi quasi cubiste, con disegni in cui i corpi si smembrano, si “quadrettano” in modi audaci, tanto da prendere in contropiede i più “normali” neoclassici e puristi, che pure gli vengono accostatati, ma per misurare quanto egli appartenga a un’”altra” dimensione. Con passaggi interni, ma anche con l’aiuto di comodi ascensori, si giunge poi ai tre piani dell’ex-ospedale dove viene offerta una sfilata di artisti di oggi, dove il visitatore si sente bombardato da tante presenze, e magari si limita a prendere nota solo di qualche ospite particolarmente gradito, come potrebbero essere i tracciati raffinati di Alvise Bittente, o i trucioli di matita allineati da Stefano Ronci, o i tralci, pronti a scivolare nel regno degli insetti, annodati da Barbara Nicoli.
Ma l’abbondanza dello spettacolo incalza, e dunque conviene lasciare il porto centrale del Museo della città, rispondere all’invito della piazza grande e dell’Arengo, che al piano terra ospita un “macchiaolo” versato nella floricoltura quale Davide Benati, assieme ad acquerelli di Vanessa Beecroft, che però appartengono a un passato, ormai superato da fasi posteriori e più mature del suo lavoro. E rechiamoci pure, per un gran finale, a Castel Sismondo, altro cuore della rassegna, dove i pezzi forti sono forniti dal più illustre e noto dei figli di Rimini, Federico Fellini. Qui si attua un felice accorgimento, che è di proiettare in grande le opere più ridotte degli artisti, per una comoda contemplazione in un’ampia sala centrale. Ma diciamolo pure, Fellini appartiene alla categoria degli alti talenti in qualche arte, come la poesia per Montale e Pasolini, o la critica per Barthes, che però quando prendono in mano matita e pennelli appaiono meno convincenti, anche se nelle sue prove grafiche Fellini senza dubbio sperimenta i fantasmi barocchi cui poi riesce a dare uno sbocco più convincente nei film. Il guaio è che gli viene posto alle costole un genio dilagante, in tutte gli aspetti del visivo, quale Picasso, che potrebbe apparire come uno Stefano della Bella del nostro tempo, anche lui vario, poligrafo, qui poi proprio chiamato in scena per una serie di piccole incisioni concepite per illustrare la Célestine di Fernando de Rojas. Forse è indebito che i nidi densi, gremiti nel piccolo formato, del genio spagnolo vengano esposti in grande, facendoli uscire dalle nicchie protettive degli inchiostri, ma in tal modo lo spettacolo è davvero piacevole. Lo stesso non si può dire, tra le altre cose fornite da una selezione sempre varia e sorprendente, per una serie di disegni di Adolfo De Carolis, ma relativi agli anni tardi del maestro marchigiano, quando i palpiti del “ver sacrum” avevano dato luogo a forme neo-rinascimentali un po’ troppo pesanti. Non è ancora finita, ci attende un’ultima sorpresa, dal cilindro del prestigiatore Pulini, infatti un percorso invero alquanto tortuoso ci porta in un corpo laterale dove viene sciorinata la retrospettiva, credo la più completa mai fatta, dell’artista ceco Jiri Kolàr, dove di nuovo è il trionfo del “micro”, di un artista che ha come coltivato colonie di insetti, o colture di bacilli, di enzimi, portandoli poi a espandersi sui fogli, o ad andare a corrodere nei fianchi taluni recipienti, vasi, statue, con quell’azione diffusiva che in tempi posteriori è stata ripresa felicemente da Keith Haring e da altri graffitisti.
Biennale del Disegno 2018, a cura di Massimo Pulini con la collaborazione di Annamaria Bernucci e altri, Rimini, sedi varie, fino al 15 luglio.

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