Arte

Picasso, metamorfosi incessante

Anche il grande Picasso non sfugge all’attuale moda di riproporre instancabilmente i maestri del primo Novecento in mostre che però ne mettono a nudo i limiti, quali in genere si sono manifestati nella loro produzione dopo la soglia del 1930, per cui si vedono i vari Mirò e Chagall ripetersi in forme via via più stereotipate, prigioniere di stili all’inizio davvero creativi, ma poi ripetuti stancamente. Il genio spagnolo ora ci viene servito in due mostre, nelle due nostre capitali, quella politica, Roma, e l’altra economica, Milano, ma nel suo caso siamo fuori dalla stanca ripetizione di formule fin troppe note, in quanto Picasso si è mosso, nella sua lunga esistenza (1881-1973), nel segno di una metamorfosi continua, come in effetti si intitola l’esposizione milanese, che però forse è meno degna rispetto alla concorrente romana di innalzare questa etichetta. Infatti nelle sale di Palazzo Reale, da me scrupolosamente percorse, ci sono solo le metamorfosi cui Picasso si è dato dopo il 1930, in cui non è che si sia ripetuto stancamente, al pari dei suoi coetanei, anzi, al contrario si è dato a un polistilismo compiaciuto e ardito, imbrogliando le carte del suo gioco complesso, ricavando degli ibridi senza dubbio ingegnosi, ma non di rado spinti fino quasi a rasentare le rive del kitsch, o di una mostruosità gratuita. Del resto, di questi ircocervi, eccitanti ma anche urtanti, la mostra milanese ne presenta forse troppo pochi esemplari, cercando di riempire la scarsità dei pezzi usciti proprio dal pennello dell’artista con una infinita serie di opere, operine, frammenti da capolavori del passato, particolarmente dalla classicità greco-romana, di cui senza dubbio Picasso si è nutrito, ma lungo la sua intera carriera, e non si può dire quindi che queste apparizioni arcaiche abbiano nutrito solo i suoi ultimi anni. Si dà però il risultato sorprendente che la rassegna milanese, per un visitatore, sembra valere di più per quanto sciorina, di reperti archeologici o dai musei del passato, rispetto allo spettacolo del giochi di prestigio dell’artista, in fase di compiaciuto divertimento nel picchiare su ogni possibile tasto del suo gremito repertorio.
La mostra romana, alla Galleria Borghese, confesso che l’ho visitata solo virtualmente, avvalendomi del catalogo ricevuto per via di rete, ma forse in questo caso un contatto avvenuto esclusivamente via etere può considerarsi addirittura giovevole. Anna Coliva, la abile direttrice di quella sede, ha l’abitudine di aggiungervi al ben di Dio che già vi si trova una serie di capolavori di qualche grande artista del presente o del passato, ma con un doppio problema, che io ho altra volta puntualmente rimarcato, nei tempi felici quando recensivo le mostre su quotidiani. La Galleria Borghese è già di per se stessa piena come un uovo, e dunque è un po’ artificioso volervi infilare per forza qualche capolavoro in più, mettendo a rischio la percezione dei visitatori comuni, che magari non colgono bene la differenza tra i conviventi abituali, in quelle splendide ma limitate sale, e gli ospiti forzati del momento, Inoltre, in un luogo che già soffre per conto proprio di una affluenza eccessiva, non c’è alcun bisogno di accrescerla ricorrendo a convitati straordinari e temporanei. Ma ciò detto, la rassegna ora dedicata a Picasso come scultore è eccezionale per ricchezza e completezza, e meriterebbe davvero di essere posta all’insegna della metamorfosi incessante cui Picasso si è dato in ciascuna delle tappe del suo lungo, e davvero trasmutante procedimento stilistico, riuscendo oltretutto a fornirne ogni volta dei precisi equivalenti plastici. E dunque, ecco, a frugare negli interstizi tra i capolavori stanziali, apparire gli esiti forniti dal maestro spagnolo in parallelio alla fase cubista, e poi del richiamo all’ordine, e poi ancora della ripresa di ardimenti da lui raggiunti al chiudersi degli anni Venti. Ma mentre in seguito la sua musa pittorica, come detto sopra, si è limitata a calcare i sentieri di una divertita ibridazione, forse il dover dare corpo, materia, consistenza plastica a quegli stessi ardimenti li ha preservati da un eccesso di compiaciuta mostruosità. Diciamo insomma che l’impegno a investire la terza dimensione ha dato forza, impeto, originalità alla produzione in scultura, anche oltre la soglia del 1930, che per tanti altri maestri del secolo, e per lui stesso in pittura è risultata alquanto limitativa. Penso a “Donna seduta” e alle sue varianti, che sono, da parte del genio multiforme del Nostro, un modo per investire l’ambiente. Lo stesso si dica per “Bagnante a braccia alzate”, o per “Capra”, e siamo già al 1950, quando appunto su tela l’artista si esibisce in giochi meno efficaci, più estrosi ma meno creativi. E si continua con “donna incinta”, con “La lettrice”, opere in cui l’autore, oltre che a inquietare lo spazio, rasenta anche l’informe, compete insomma con tutti gli esiti più avanzati della ricerca quale si stava svolgendo nel secondo dopoguerra, mossa anche dalla volontà di prendere congedo dai vari esercizi stilistici un po’ troppo formali della prima metà del secolo. Picasso invece non si arrende, vuole restare competitivo, combattere fianco a fianco dei più giovani rivali sul medesimo fronte, fino a esiti davvero sorprendenti, come per esempio quello di spezzare la totalità delle forme, di offrirle sbocconcellate, a pezzi. Si vedano per esempio “Mano sinistra”, “Mano con manica”. Non mi risulta che ce ne siano degli equivalenti su superficie, in quella enorme produzione alquanto facile e conforme cui, in qualità di pittore o di grafico, Picasso negli ulti tempi si stava spendendo, e anche dissipando.
Picasso, Metamorfosi, a cura di P. Picard. Milano, Palazzo Reale, fino al 17 febbraio. Cat. Skira.
Picasso scultore, a cura di A. Coliva e di D. Widmaier. Roma, Galleria Borghese, fino al 3 febbraio. Cat. Officina Grafica.

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Letteratura

Un Camilleri di buona fattura

Ormai in molte occasioni sono costretto a occuparmi dell’enorme capitolo di para-letteratura costituito dal filone del “giallo” o del poliziesco, con relativo andirivieni tra il cartaceo e il filmico-televisivo. Questo mi ha portato a esaminare quanto ci hanno dato in materia, almeno nel nostro ambito nazionale, i vari Lucarelli e De Giovanni e Carofiglio, cui ho dato voti per lo più scarseggianti e dubitativi. Ma certo il nostro migliore campione della serie resta Andrea Camilleri, soprattutto con la serie intestata al commissario Montalbano. Beninteso, seppure con la sua aura di mostro sacro della migliore intellettualità nostrana, di campione integerrimo delle più nobili cause, anche lo scrittore siciliano non sfugge ai limiti insiti nel genere da lui tanto abilmente coltivato, che sono fra l’altro quelli di votarsi a uscite copiose. il pubblico è avido di nuove vicende, non bisogna deluderlo, occorre esibirsi in nuovi esemplari, che dunque non sempre escono perfetti, o come si dice, non tutte le ciambelle hanno il buco giusto, e dunque ci sono di volta in volta notevoli infrazioni al verosimile, ripetizioni, ricalchi di storie già conosciute, furti dai classici del passato. Ma da limiti del genere non sono andati esenti neppure i massimi esponenti di questo filone, si pensi agli inventori dei Sherlock Holmes, dei Maigret, dei Poirot. Si può dunque chiosare con ricorso a un altro proverbio, invocare cioè il “mal comune” che diventa “mezzo gaudio”. Questo prologo mi serve per dire che, della vasta produzione di Camilleri, mi sembra un frutto valido l’ultimo uscito, se non sbaglio, “Il metodo Catalanotti”. Vi troviamo i personaggi che abbiamo appreso ad amare, guai se non si ripresentassero, in questo enorme teatro dei pupi, o commedia all’italiana. E dunque il nostro Montalbano viene svegliato in prima notte dal compare Mimì Augello, che gli deve confessare un’avventura imbarazzante, conseguenza del suo irrefrenabile dongiovannismo per cui si è recato a consolare una signora mal maritata calcolando sull’assenza forzata del marito, impegnato in un lavoro notturno. Ma il coniuge rientra all’improvviso, il che costringe Mimì a fuggire nel modo più classico, calandosi dal balcone in un appartamento sottostante, ma immerso nel buio e nel silenzio, in cui si avventura a tastoni, fino a percepire col tatto la presenza di un corpo umano, freddo, inerte, e dunque di un defunto, capace pure di emettere tracce di sangue. Come fare? I due poliziotti in carica non possono confessare quella visita notturna del tutto irregolare di Mimì, e la conseguente scoperta di un cadavere. A complicare le cose arriva l’annuncio del ritrovamento di un cadavere, questa volta a piene luci, in un luogo del tutto diverso da quello dell’impresa notturna di Mimì. E si tratta proprio dell’intestatario del racconto, del Catalanotti, apparentemente ucciso con una stilettata infertagli mentre già era steso sul suo letto. Personalità oscura e controversa, questa dell’assassinato palese, senza dubbio facoltoso, ma in che modo? Si tratta di uno spacciatore di droga, o di uno strozzino? La cosa si complica perché il solerte Montalbano, quando fruga nell’abitazione della vittima, vi scopre un dossier dove, di tanti individui, sono ripotati dei resoconti, sul loro vissuto più personale, che sembrano corrispondere più alle registrazioni di uno psicoanalista che a quelle di un usuraio. Infatti si dà il caso, rovesciato rispetto al normale, che l’apparente strozzinaggio del Catalanotti è solo una copertura, in realtà egli è un fine intellettuale amante del teatro, che intende praticare nelle forme più esigenti insegnate da Stanislavskij, o addirittura da Grotowski, ovvero egli punta a un teatro-verità, quasi seguendo Pirandello nel partire dal presupposto che la realtà ha più fantasia di ogni effetto narrativa, e cioè che il vero è più forte del verosimile. Si scoprirà quindi che in sostanza di cadaveri ce n’è solo uno, l’altro in realtà era solo un perfetto manichino di cera che il regista meticoloso si è fatto fabbricare per avvicinare il più possibile al vero una sua creazione teatrale. Qui mi fermo, se no anche in questa sede minima quell’uno o due lettori che forse mi seguono mi accuserebbero di svelare inopportunamente il segreto finale. Continuo invece a segnalare i tratti validi di questo ennesimo prodotto dell’officina Camilleri. Di rado, come in questo caso, egli fa professione di intellettualità scomodando i mostri sacri della cultura. Inoltre dà alla sua creatura prediletta, a Montalbano, l’agio di mandare a quel paese l’”amor di terra lontana”, la stancante e noiosa presenza di Livia, per tentare invece un approccio erotico con una bella collega trasferita nel suo commissariato. Cioè in sostanza Montalbano quasi ruba il mestiere all’amico Mimì, si dà a un giro di valzer sul fronte erotico, Ma poi né lui né il suo autore osano spingere a fondo, infatti la bella poliziotta se ne va altrove, e dunque temo che Livia tornerà a imperversare nelle prossime prove. Un motivo di consolazione sta nell’efficace dialetto con cui i vari protagonisti di questa commedia dell’arte ci parlano, laddove gli infelici concorrenti del Nostro hanno il difetto di usare uno stile neutro, scorrente come acqua fresca.
Andrea Camilleri, Il metodo Catalanotti, Sellerio, pp. 293, euro 14.

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Attualità

Dom.18-11-18 (centri storici)

Nei giorni scorsi si è tenuto sulla “Repubblica” un interessante dibattito sui centro storici della città, se sia possibile o meno difenderli. Sono stati intervistati Pier Luigi Cervellati, Massimo Cacciari, Alessandro Leon, con Francesco Erbani a fare da mediatore e cucitore. Ovviamente Cervellati è rimasto fedele alla sua missione storica, che fu negli anni ’50 e ’60, di fiero sostenitore del compito di restaurare i centri storici salvandoli dal degrado, una predicazione che allora gli diede onorificenze a iosa in tutto il mondo occidentale, ottenendo anche un preciso riscontro materiale a Bologna, con riassetto e ridipintura delle case antiche e tanti altri utili provvedimenti. Ma già allora queste isole protette risultavano insufficienti all’aumento della popolazione, e dunque lo stesso PCI locale, che del progetto Cervellati si era fatto un fiore all’occhiello, lo accantonò, puntando invece su un’espansione a Nord, fuori dal sacro cerchio delle mura cittadine, e affidando una simile diversa vocazione all’urbanista Campos Venuti. Ora Cervellati è tornato a insistere sul suo vecchio messaggio, e gli si può dare ragione, bisogna tutelare appunto il centro storico dal rischio di una quasi totale perdita di cittadinanza privata, a vantaggio di ristoranti, negozi d’abbigliamento, sedi bancarie, studi professionali. E’ questo un compito legittimo, e dunque fa male Cacciari, come sempre spocchioso e pieno di sé, a dichiararlo insostenibile, partendo un po’ troppo dal caso di Venezia, dove evidentemente la pressione del turismo di massa fa saltare tutte le paratie, simile al fenomeno dell’acqua alta, e lo stesso ovviamente si può ripetere per Firenze, ma le altre città italiane sono ben lontane dal subire un’invasione di uguale portata, e dunque pare più lecito battersi per la sopravvivenza di un tessuto civico. A Bologna di recente si è avuta una protesta di intellettuali che hanno tentato di ostacolare l’installazione di un supermercato nel cuore stesso della città, a fianco della cattedrale di S. Pietro. Si aggiunga un problema connesso, su cui io stesso sono intervenuto più volte: questa difesa dell’integrità dei centri storici ha il capitolo collegato di evitare i brutti sfregi dei “writers” a ruota libera, deturpatori di pareti, cosa grave se queste sono di valore storico. Un problema che si può risolvere infittendo la rete dei monitor capaci di registrare e rendere punibili gli atti barbarici.
Se dunque è giusto rilanciare il piano Cervellati, riscuotendolo dal letargo che gli era stato imposto, è però altrettanto giusto farsi carico delle periferie, dove di necessità tanta parte della popolazione è andata e va a risiedere. Bisogna renderle accoglienti, nelle abitazioni, nei servizi, nei trasporti, e mentre per lo spazio protetto entro le mura conviene svolgere una campagna protettiva contro gli interventi grafici indebiti, fuori porta al contrario occorre condurre operazioni ben calcolate di arredo urbano, di “street art”. Insomma, ci sono due pesi e due misure, per un verso i partigiani della crescita e dell’espansione devono riconoscere il buon diritto di protezione dei centri storici, per altro verso i legittimi sostenitori di questa profonda motivazione, sul tipo di Cervellati, devono saper aprire alle ragioni ben diverse che si rendono valide per le periferie.

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Arte

Keith Sonnier, dipingere con la luce

Molto a proposito la “Lettura” di oggi dedica la copertina, come sempre selezionata con gusto efficace da Gianluigi Colin, all’artista statunitense Keith Sonnier, in mostra proprio a Milano, Galleria Fumagalli, con presenza che viene a interrompere un lungo periodo di assenza di questo artista dalle nostre parti, al punto che, confesso, lo credevo addirittura scomparso, mentre al contrario egli è vivo (nato nel 1941) e del tutto attivo. In esposizione ci sono i suoi “light works”, in sostanza, opere realizzate con tubi al neon, il che mi porta a riprendere un discorso già svolto appena domenica scorsa, ricordando ancora una volta il merito pionieristico del nostro Lucio Fontana, che fin dagli anni ’50 aveva ben inteso quale uso si potesse fare di quel ritrovato tecnologico per invadere l’ambiente, in modo più sostanzioso di quanto egli stesso non facesse bucando o squarciando la tela, dove la tela stessa bloccava l’infrazione e la rendeva meno decisiva. Inoltre, Fontana aveva il merito aggiunto di usare quelle lingue di luce con tratti sinuosi, biomorfi, mentre un suo successore, Dan Flavin, ne avrebbe fatto un uso rigido, rettilineo, secondo i parametri di un Mininimalismo ortodosso. In seguito la parola passò all’artista californiana Bruce Nauman che ben comprese la possibilità di sfruttare al massimo la duttilità, di quei tubicini al neon, fino a forgiare con loro dei numeri o delle parole, sostituendoli così ai mezzi grafici tradizionali, e riuscendo a scrivere davvero con la luce. In tal modo si compiva una staffetta col nostro Mario Merz, anche lui pronto usare la luce come mezzo grafico, si trattasse di scandire i numeri della serie di Fibonacci o certe sentenze decisive per la cultura dei nostri giorni. Ma anche di questo ho parlato domenica scorsa a proposito della magnifica mostra degli Igloos dell’artista torinese allo Hangar Bicocca. I “Light works” del nostro Sonnier sono concepiti tutti all’insegna della duttilità più mossa, quasi che volessero sostituire il pennello quando veniva manovrato dagli artisti dell’”action painting”, sul tipo di Mark Tobey, anche lui campione del West degli USA, come poi Nauman, in stretto dialogo con la calligrafia asiatica, e del francese Georges Mathieu, con le sue stoccate da temibile e ardito spadaccino. Tra Nauman e Sonnier, si compie proprio quel passaggio che a suo tempo io ho definito come l’abbandono dell’Informale “caldo”, cioè affidato alla manualità del pennello, a favore di un un Informale da dirsi freddo o tecnologico, dove appunto il pennello, e la relativa gestualità scoperta e immediata, risultavano sostituiti, ma con pari efficacia, da uno strumento tecnologico. Se si sta a certa borsa ufficiale dei valori, Nauman, almeno qui in Europa, ha oscurato il collega, concorrente, “competitor”, ottenendo una celebrità che però a mio avviso è stata messa a dura prova quando l’artista californiano ha piegato proprio la corsività del neon fino a comporre scenette di basso erotismo, approfittando anche della capacità di quei segmenti di accendersi e spegnersi a ritmo alterno, come avviene in tutti i messaggi pubblicitari, così da dare l’impressione di un movimento, e rendendo palese il compiersi dell’atto sessuale. Ma è stato un modo di “divertirsi”, quasi da fare concorrenza alle insegne dei sex shops. Sonnier si è comportato sempre più seriamente nelle sue applicazioni di quegli strumenti, il che però forse gli è costata quella certa dimenticanza da cui è rimasto colpito, almeno dalle nostre parti. Ma nessuno lo può battere nell’elasticità e felicita con cui ricorre proprio a quelle fiammelle di luce, davvero del tutto simili a pennellate schiette, dotandole prima di tutto del colore, giallo, verde, blu, e poi aggrovigliandole, portandole a intersecarsi tra loro, a sovrapporsi, oppure offrendole in cerchi, in forme più essenziali e geometriche, ma sempre all’insegna della mobilità più pronta e suggestiva.
Keith Sonnier, Light works, 1968 to 2017. Milano, Galleria Fumagalli, fino al 19 dicembre.

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Letteratura

Maggiani e il romanzo misto di storia e d’invenzione

Maurizio Maggiani forse non se n’è accorto, ma con le sue ultime opere narrative, “Il romanzo della nazione”, del ’15, e l’attuale “L’amore”, di cui vado a parlare, rientra in pieno della formula manzoniana del “romanzo misto di storia e d’invenzione”, una coesistenza difficile da amministrare, col rischio che una delle componenti finisca per dominare sull’altra. E’ successo a Don Lisander, che dopo i “Promessi sposi” non ha più tentato di vivacizzare i fatti storici con l’aggiunta della trama, il romanziere è morto in lui, sostituito dallo storico puntiglioso e scrupoloso. Qualcosa del genere l’ha rischiata anche, di recente, Antonio Scurati, che col suo monumentale “Mussolini”, mentre ha raccolto una enorme messe di documenti, proprio da storico puntuale, si è visti ristretti gli spazi per la “fiction”, mentre nel precedente “Il tempo migliore della nostra vita” aveva tentato un compromesso ingegnoso, da una parte il blocco “storico” corrispondente a una attenta ricostruzione della biografia di un protagonista degli anni attorno alla metà del secolo scorso, Leone Ginzburg, ma affiancato, intervallato, dalle vicende oscure della sua stessa famiglia. Qualcosa del genere lo aveva fatto pure Maggiani nell’opera precedente, in quanto i fatti privati della sua famiglia erano stati messi a riscontro con quelli dei padri fondatori della nostra unità nazionale. Ora invece Maggiani fa saltare le paratie tra una dimensione e l’altra, ci offre un narratore in prima persona, tanto presente e ossessivo da non darci neppure il suo nome, il quale, dalla sua posizione di persona agiata, in possesso di un certo benessere, si china nel pozzo del tempo per andare alla ricerca delle varie fasi della sua esistenza precedente, facendo in modo che gli eventi del tutto privati di questa interferiscano con quelli pubblici. E soprattutto, evitando una esposizione “per filo e per segno”, ma saltabeccando da un capo all’altro di questa trama, come un Marcel pronto ad afferrare la resurrezione del tempo secondo appigli, spunti, suggerimenti del momento. Infine, facendo anche attenzione che nel dosaggio risultante il momento del privato sia più consistente e gratificante, sia per chi scrive che per chi legge, rispetto ai fatti pubblici. Non per nulla in primo piano ci stanno le relazioni sentimentali, o diciamo pure erotiche del soggetto che si confessa, come attesta il titolo di questa confessione, appunto l’amore, che però è parola infelice, come deve ammettere l’io che ci parla, costretto a rievocare una ragazza del passato, di stagioni ruggenti e bellicose, quando “dire ti amo appariva del tutto fuori luogo “ (p. 110). A proclamare con sicumera questa regola era, tra le altre adolescenti frequentate, la “luxemburghiana”, appartenente cioè a una delle varie sette e colorazioni ideologiche che nel corso di questa lunga confessione entrano in accordo o in collisione con il “privato”. Ora in un certo senso colui che narra (non bisogna fare l’errore di identificarlo con lo stesso Maggiani) ha raggiunto la pace dei sensi, vive in convincente accordo con la moglie, e dunque un termine pieno ed enfatico come “amore” potrebbe essere davvero accettabile, ma diciamo la verità, i passi godibili di questa narrazione ci sono quando l’austero commentatore, avanzato negli anni, ci parla dei rumori che dal giardino gli fanno giungere il tasso e la volpe, o quando egli si impegna in cucina, a preparare le frittelle di baccalà, o a pelare le patate. Soprattutto sfilano gli “amori”, ma per fortuna in versioni molto prosaiche e volgari, e trascinandosi dietro, ciascuno di essi, una fetta di tessuto pubblico. Si succedono così la Patri, la Sandra, la Chiaretta, colte, fatte rinascere, ciascuna di loro, assieme a un buona fetta di tessuto storico, per cui, di nuovo, traspare, in punteggiato. “il romanzo della nazione”. In un certo senso si potrebbe dire che ora Maggiani si affida a un enorme monologo interiore che assume anche i tratti a ruota libera, casuali, di una “corrente di coscienza”, quasi alla maniera del finale dell’”Ulisse” joyciano. Ma l’autore deve stare attento, questo continuo frammentare il filo del discorso, questo saltabeccare da un ricordo all’altro, alla fine potrebbe diventare anche stancante, un eccesso di divisionismo psichico può portare a un esito monotono, indifferenziato. In fondo, Joyce, almeno nel suo capolavoro, non si è affidato del tutto alla corrente di coscienza, lasciandola solo come capitolo terminale, mentre nei capitoli precedenti si è valso di fili conduttori, andando addirittura a prendere come guida i libri dell’Odissea. In altre parole, caro Maggiani, faccia attenzione, un po’ di disordine nell’afflusso dei ricordi e delle sensazioni può essere piacevole, ma un loro accumulo disordinato può alla lunga risultare difficile da sopportare. Ovvero un affluire eccessivo di eventi porta quasi a spegnerli, ad azzerarli.
Maurizio Maggiani, L’amore, Feltrinelli, pp. 195, euro 16.

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Attualità

Dom. 11-11-18 (Cazzullo)

Stimo abbastanza Aldo Cazzullo, come del resto gli altri opinionisti in forza del “Corriere della sera”, per esempio Paolo Mieli, Beppe Severgnini, mentre più difficile è il mio rapporto con i collaboratori esterni, detesto i predicozzi di Galli Della Loggia, dissento in pieno dal liberalismo di Francesco Giavazzi, ho umori a sensi alterni con Angelo Panebianco, Ma tornando a Cazzullo, non ho condiviso una sua polemica con un lettore, nella rubrica “risponde” di martedì 6 novembre, a proposito di D’Annunzio e dei suoi rapporti con la Grande Guerra. Del resto, molto sinceramente Cazzullo ha dichiarato che nei suoi giudizi sul Vate è condizionato da un’insegnante avuta al liceo che glielo ha presentato in termini molto negativi, sul piano ideologico. Il che lo ha portato a bacchettare il Comandante imputandogli di essere stato un interventista, un guerrafondaio, un cinico condottiero portato a spingere alla morte centinaia di poveri soldati. Il tema è grosso e forse senza soluzione. Nel 1915 era meglio intervenire o no? Sbattere sul tavolo della pace la immane cifra di un milione di caduti, per meritarci la consegna di Trento e Trieste, o invece astenerci dal conflitto e ricevere quelle stese terre dall’impero austroungarico come premio per la nostra neutralità? Francamente non so cosa avrei pensato in quel momento drammatico, forse davvero era meglio astenerci dall’entrata in guerra. Ma, tornando al Comandante, è sicuramente vero che egli ha voluto la guerra per spirito guerrafondaio, per esaltare il suo eroismo, da autentico cavaliere all’antica o da samurai, dedito alla singolar tenzone, di cui infatti ha dato prove tangibili, imbarcandosi per temerarie imprese su agili imbarcazioni o su fragili velivoli, fino al famoso infortunio che gli è costato la perdita di un occhio, Ma è altrettanto sicuro che proprio nel corso della Guerra è avvenuta una mutazione in lui, egli ha capito la presenza dell’”umile fante”, del popolo affamato, negletto, sfruttato dalla borghesia, che peraltro era la sua stessa classe d’origine. Ci sono dichiarazioni sincere in lui quando dice di inchinarsi proprio davanti all’”umile fante” e di sentire l’obbligo morale di innalzare un altare in suo onore. Una cosa si può dire, che sul fronte il proletariato italiano, oltre a fare qualche passo verso un’unificazione linguistica della comunità nazionale, ha raggiunto un’unità di classe. E’ quanto un allora giovane scrittore in erba, Curzio Malaparte, ha capito a meraviglia, dandoci quello straordinario pamphlet che si intitola “Viva Caporetto” dove viene svolta una tesi estrema ma in sostanza veridica, che proprio in occasione di quella disfatta i poveri fanti hanno capito che il vero nemico era nelle retrovie e dunque bisognava invadere l’Italia per colpire il vile borghese che li aveva mandati mal attrezzati a morire sulle trincee. Credo che, anche senza gli orrori della guerra, in quel momento storico ci sarebbe stato comunque lo scontro tra un proletariato oppresso, sfruttato in mille modi, e la borghesia, ovvero l’Italia si sarebbe trovata al discrimine, o una rivoluzione di sinistra, al modo di quella leninista, sovietica, o una controrivoluzione di destra, dei neri, del fascismo. Certo, continuando a compulsare il dossier dannunziano, senza dubbio egli allora stava coi neri, però ci fu quell’episodio di Fiume e della Carta del Quarnaro che senza dubbio si pose nel segno dell’ambiguità, ma che allora era nell’aria, in sospensione tra sinistra e destra, tanto che perfino Lenin mandò un osservatore per capire che cosa stava succedendo a Fiume, verso cui molti intellettuali accorrevano da tutte le parti, non solo della geografia dell’Occidente, ma anche della carta dei valori ideologici. Fu insomma la “Festa della rivoluzione”, come una eccellente studiosa di quei fenomeni, Claudia Salaris, ha intitolato un suo saggio fondamentale. E io stesso, riproponendo un mio scritto, “D’Annunzio in prosa”, l’ho potuto arricchire della preziosa testimonianza di alcuni intellettuali inglesi, i fratelli Sitwell, che si dissero all’incirca: “abbiamo perso la rivoluzione sovietica di ottobre, non lasciamoci scappare questa nuova occasione data da Fiume”. La conclusione è che bisogna stare attenti a non applicare chiavi ideologiche troppo a senso unico, occhiali affumicati dal pregiudizio, Purtroppo l’Italia del secondo dopoguerra, in giusta reazione al fascismo, fu dominata da una ortodossia marxista ottusa, pronta a fare strazio di tanti valori, senza accorgersi che aveva nell’armadio gli scheletri della repressione stalinista. Sia D’Annunzio che Pascoli furono tra le molte vittime di letture del tutto monodirezionali.

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Arte

Mario Merz: una magnifica distesa di funghi benefici

Forse solo l’immenso spazio dello Hangar Pirelli alla Bicocca, in Milano, era adatto a dare degna ospitalità agli igloos di Mario Merz, la sua principale invenzione che si è manifestata in almeno un centinaio di varianti, dal lontano 1965 fino agli ultimi istanti dell’artista (1925-2003). Di queste se ne ammirano in mostra una trentina. Ed è una splendida fungaia, di tutte le dimensioni e materie e destinazioni. Il tratto decisivo di quella abitazione primitiva sta nel suo andamento curvilineo, attraverso cui Merz ha ben compreso come ormai, al seguito di Einstein, l’universo sia dominato da un ritmo a spirale, a parabola, mettendo definitivamente in pensione la geometria euclidea fondata sull’angolo retto. A quel modo Merz ha anticipato una delle archistar dei nostri giorni, Zaha Hadid, che infatti ha lanciato un anatema contro le forme a rettangolo, dandosi a costruire edifici ispirati appunto al flesso, al curvilineo. Una intuizione, quella di Einstein, che non riguarda solo lo spazio ma anche il tempo. Infatti anch’esso “curva”, e dunque, invece di prolungarsi all’infinito, lentamente ci riporta al passato, il che risponde alla scelta elementare di Merz, di ritornare ai primordi della civiltà umana, come aveva ben inteso Eliot affermando che “in my beginning is my end”. E dunque, è legittimo, anzi, doveroso ritornare alle forme abitative delle origini, appunto sul tipo degli igloos, precisando però che non si tratta solo di un recupero, ma anche di un presagio. Forse ritorneremo tutti a vivere in dimore così semplici, unitarie, pronte ad essere innalzate ed abbattute, in nome di un destino che potrebbe essere di specie nomadica. Il futuro si potrebbe porre felicemente all’insegna del “piccolo è bello”, per cui c’è una correzione da imporre proprio alle archistar, va bene certamente costruire secondo schemi curvilinei, ma per carità, non fate grattacieli, rimanete invece vicini alla terra, prendendo proprio l’esempio dai funghi. Questo cortocircuito tra l’antico e il “novissimo” si ritrova anche negli stessi materiali con cui gli igloos vengono costruiti, si va dalle lastre di roccia, di ardesia, agli ammassi di terra, ai sacchetti quasi per arginare una piena, ma si procede fino ai vetri lucidi e trasparenti. E soprattutto si aggiunge un altro frutto di questa doppia frequentazione nel nome del “novantico”, il neon, che certo è un ritrovato della tecnologia avanzata, ma, se usato in tubicini attorti, risulta tanto simile alle venature dei vegetali e dei corpi viventi. Naturalmente bisogna adottarlo appunto secondo gli andamenti del biomorfismo, come aveva già intuito il nostro Lucio Fontana, piuttosto che con le bacchette rigide alla maniera del minimalista Dan Flavin. Oltretutto quelle sorte di capillari luminescenti diventano ottimi per comporre frasi con cui connotare i corpi bombati degli igloos, pronti del resto a riceverle, per meglio dichiarare la propria natura. Tra tutte le varie scritte, degna di particolare menzione è quella che intima un perentorio “objet, cache toi”, in cui si ritrova una perfetta sintesi dello spirito del ’68, lo dovremmo adottare come sigla ora che celebriamo il mezzo secolo dalla sua nascita. L’oggetto, industriale, consumista, era stato l’idolo dei primi ’60, con la Pop Art in testa, ma ora l’Arte povera e tutti i movimenti affini stavano annunciando che era l’ora di gettar via le cose, per affidarsi al movimento, a un nomadismo congenito, rispondente proprio alla provvisorietà degli igloos, o meglio, a uno spirito di connessione, a un “internet” assunto come filosofia di vita prima ancora che come modalità pratica di comunicazione. Ma non basta celebrare in Merz l’ideatore a getto continuo degli igloos, bisogna subito ricordare che egli li vedeva anche come primo e sostanzioso frutto di un altro suo favoloso recupero, la serie ideata nel ‘200 dal matematico pisano Fibonacci, che in definitiva era già un modo di dare scacco matto ai postulati di Euclide. Pare che Fibonacci mettesse a punto la sua serie studiando il ritmo con cui i conigli si moltiplicano nelle nascite, certo è che ne viene uno schema di crescita illimitata, capace nello stesso tempo di aprirsi, di dilatarsi nello spazio, e nel tempo. I suoi numeri in sequenza, modellati con tanti tubicini al neon, offrono una specie di chiave universale che Merz ha diligentemente applicato ad ogni sua operazione, portandola sia a sottolineare la curvatura degli igloos, quasi a fornirne lo scheletro, l’anima intrinseca, o invece a trapassarli, come una forza, una lingua di fuoco che viene da lontano e procede oltre nella sua crescita. E dunque, la calotta magica dell’igloo, così come la serie incalzante di Fibonacci sono le due armi di cui l’artista si è valso negli anni, talvolta abbinandole, talaltra separandole, ma destinandole a prossimi e inevitabili incontri. L’enorme cavità dello Hangar Bicocca è disseminato da decine di funghi, di escrescenze, di bolle tumefatte sgorganti in basso dal terreno, ma in alto ci sono a vigilare, a dominare le inesorabili scansioni numeriche della serie di Fibonacci, un modo per presiedere, regolare, incrementare le creature che sorgono dalla terra, come evanescenti bolle d’aria, capaci però di acquisire anche alti gradi di materialità. E’ tutto un avanti e indietro, una discesa agli inferi della terra, della materia, o un’elevazione verso atmosfere di alta e rarefatta poesia. A ciascuno di questi igloos è affidato il compito di recitare una sua parte, di assumere un suo ruolo, in un concerto complessivo, in un insieme perfettamente orchestrato.
Mario Merz, Igloos, a cura di Vicente Todoli, Pirelli Hangar Bicocca, fino al 24 febbraio.

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Letteratura

King: difficili rapporti tra il vero e il fantasy

Il mio entusiasmo nei confronti di Stephen King, come del resto anche verso il suo quasi omologo giapponese Murakami Haruki (cfr. il mio blog di domenica scorsa), sta alquanto rallentando, e per ragioni abbastanza simili, I due sono maestri nell’abilità di affidarsi a una scena di assoluta quotidianità, beninteso nei rispettivi ambiti geografici e di civiltà, sentendo però il bisogno di aprire sbocchi per dare accesso a fattori di fantasy, di magia, di irrazionalismo, ma il passaggio dall’uno all’altro livello crea senza dubbio dei problemi, Dove e in quale misura lasciare la protezione del verosimile e affrontare il magico? Passaggio irreversibile o invece provvisto di una marcia indietro? Nel caso del precedente “Sleeping Beauties”, appena dell’anno scorso, la miscela era abbastanza netta, King entrava subito in territorio magico ideando una specie di epidemia mostruosa, ma nello stesso tempo “bianca”, felpata, che investiva solo la componente femminile del suo universo, manifestandosi attraverso una fasciatura progressiva che andava ad avvolgere le povere donne, provocando oltretutto in loro una sonnolenza irresistibile che le portava alla morte. Il tutto condotto abbastanza bene, con rinuncia sistematica a un canone di verosimiglianza, salvo poi a trovarsi di fronte al problema di che cosa fare di queste esistenze messe in mora. Ora King è pronto a sfornare un altro romanzo di più di 500 pagine, “The Outsider”, dove almeno in apparenza si tiene abbarbicato a lungo a un criterio di normalità, tratteggiando la pigra esistenza in un villaggio appartato di qualche “State”, Flint City, che però è scosso dalla scoperta di un orrido misfatto, Un ragazzino, Frank Peterson, è stato strangolato, e nello stesso tempo violentato in modo brutale infilandogli un ramo nell’ano. Scatta l’indagine, affidata un bravo poliziotto, Ralph Anderson, che però ben presto si trova di fronte a un bivio. Infatti l’assassino ha lasciato impronte, anche sul camion con cui avrebbe prima sequestrato, poi trasportato la vittima sul luogo del martirio, e perfino tracce di sangue da cui è stato possibile ricavarne il DNA, Ebbene, tutti questi indizi portano concordi a incolpare una nota persona del villaggio, tale Terry Maitland che è uno stimato docente nonché allenatore di un squadra junior di atleti del posto. Eppure, data l’evidenza delle prove a carico, si procede all’arresto di questo cittadino, nonostante che egli protesti la sua totale innocenza, accampando anche prove tangibili che al momento del crimine si trovava altrove, a molta distanza, impegnato a partecipare a un convegno in cui aveva anche preso la parola, come testimoniato da registrazioni video. Ma il torto dell’investigatore è di procedere comunque all’arresto del malcapitato, con l’errore aggiunto di condurre un tale atto “coram populo”, il che rende possibile la protesta del fratello della vittima, che interviene a uccidere l’incriminato. L’episodio, ahimé, ci ricorda troppo da vicino la scena ormai depositata nella storia in cui quel tale Ruby fredda l’accusato dell’omicidio del Presidente Kennedy, Lee Ostwald, e dunque in una occasione del genere King “fa il furbo”, riscrive un episodio ormai ben noto a tutti. Ma come uscire dal dato centrale dell’intrigo, l’ubiquità del presunto colpevole, di Terry che può dimostrare di essere stato altrove pur lasciando impronte digitali e macchie del suo sangue nel luogo del crimine? Nulla da fare, non c’è via d’uscita attraverso soluzioni che tengano i piedi per terra, King è costretto aricocorrere a soluzioni di ordine fantascientifico, deve andare a pescare in un patrimonio di cupe leggende, magari provenienti da un territorio molto adatto ad hoc quale il Messico, ricavandone una figura diabolica detta El Cuco, Deve insomma introdurre, come annuncia il titolo, l’”Outsider”, il protagonista che non viene semplicemente da fuori, ma addirittura da un altro mondo, di sortilegi, di presenze occulte, sotterranee. Un essere che non ha corpo ma che proprio per questo ne può assumere tanti, si può trasformare nelle sue vittime, seppure con qualche sforzo e fatica. Infatti il narratore, che non vuole rinunciare del tutto a una rotta verosimile, obbliga questa presenza demoniaca a soggiornare in cimiteri e grotte per completare, come una crisalide, il tempo di trasformazione nella vittima da plagiare, deve insomma parzialmente sottostare a criteri fisici, ma dispone anche di poteri che gli consentono apparizioni quasi telepatiche, cioè i personaggi in carne ed ossa vengono “visitati” da questa entità sfuggente, e perfino influenzati, come succede a un cattivo poliziotto, tale Jack Hoskins, che è un ubriacone spudorato, mosso da odio vero il collega bravo e buono, Anderson, fino al punto di andare ad appostarsi su una collina quando quest’ultimo, assieme a un gruppetto di altri “buoni”, tra cui una simpatica detective in gonnella, Holly Gibney, vanno a frugare in una caverna, proprio alla ricerca del luogo dove l’immonda creatura sta maturando la sua metamorfosi. Qui di nuovo il nostro autore saccheggia l’episodio fatale dell’uccisione di Kennedy, evocando gli spari misteriosi che anche in quel caso sarebberoi provenuti da una collina di fronte all’auto presidenziale. Del resto, quante altre scene abbiamo già visto, del tiratore che, celato nella vegetazione, fa fuori le sue vittime, ovvero di nuovo King lavora al riporto di scene di repertorio, anche se riprese con la sua indubbia scorrevolezza descrittiva e precisione di dettagli. Caso mai, un po’ di ingegnosità gli si potrebbe riconoscere nel modo con cui questo alieno riesce a procurarsi il DNA delle persone da incolpare, graffiandole in incontri casuali e di breve durata. Ma poi, se è creatura così immateriale e aerea, come è possibile che i “buoni” dell’impresa riescano davvero a catturarlo, nelle latebre della grotta, invano presieduta dal “cattivo” che ha tentato, riuscendoci in parte, di decimarli? Naturalmente il povero Maitland ottiene la riabilitazione alla memoria, la normalità trionfa, e l’alieno viene ricacciato nelle tenebre in cui è la sua dimora. Ma al confronto un classico statunitense del fantasy come Lovecraft ha più forza e decisione, esce dalla navigazione furba e mediana che tiene il nostro narratore troppo prolifico, almeno a giudicare da queste sue prove recenti.

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Attualità

Dom. 4-11-18 (Pil)

Oggi parliamo un po’ del Pil, che secondo una drammatica notizia dell’Istat ha cessato di crescere. Ma, tra parentesi, mi chiedo se questo dato, nel nostro Paese, non sia da aumentare almeno di un terzo, pari all’evasione di cui tante aziende e imprese, come ben si sa, sono colpevoli. Tuttavia stiamo pure ai dati ufficiali, e smettiamola di lamentarci, o di augurarci sostanziosi incrementi, che ormai non possono più arrivare, non soltanto nel nostro disastrato Paese, ma anche in tutti gli altri che partecipino a un medesimo livello di benessere e di maturità. Oppure, per dargli ossigeno, dovremmo adottare un consumismo sfrenato, disfarci al mutare di ogni stagione dell’intero armamentario di gadgets, telefonini e altro, o riempire il carrello della spesa di cibi già destinati in partenza a finire nella spazzatura. Ci sono invece tutte le aree sottosviluppate del mondo, che sarebbero suscettibili di crescite a numeri interi, e non a piccoli decimali. Questo dovrebbe essere l’impegno per il futuro, cioè incitare le nostre imprese e aziende ad andare a produrre in quei posti, ma non col furbesco proposito di reintrodurre poi presso di noi quelle merci prodotte a basso prezzo, bensì di procurarne un consumo in loco, a soddisfare gli infiniti bisogni di quelle popolazioni. Sarebbe un modo per dare lavoro alle nostre maestranze, quel lavoro di cui ormai noi stessi siamo avari, e invece merci, mezzi, cibo alle tante aree del sottosviluppo. Certamente è un programma utopico, in quanto, ahimé, c’è un rapporto diretto tra il sottosviluppo di quelle aree e la presenza in esse di dittature, corruzione, lotte etniche, e dunque questi insediamenti dovrebbero avvenire sotto scorta armata, con truppe pronte a difendere chi si avventuri in tali imprese. Al momento questa è un’utopia, ma prima o poi ci dovremo passare, cercare di renderla possibile, o diversamente rassegnarci ad aumenti sempre più ridotti e da misurare in pochi decimali.

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Arte

Franco Marrocco, un concerto dalla doppia natura

La visita virtuale di questa domenica ci porta alla Villa Reale di Monza, dove ancora per pochi giorni è allestito il “Concerto da camera” di Franco Marrocco, con cui l’artista solennizza il termine della sua direzione dell’Accademia di Brera, passando il testimone al collega Giovanni Iovane. Confesso che non sono andato in devoto pellegrinaggio in quel luogo, ma ne avevo ricevuto per via elettronica un perfetto documentario, e del resto martedì scorso, 23 ottobre, appena giunto a Milano, mi sono recato a vedere un allestimento che Marrocco ha fatto in un circolo di Palazzo Bovara. Per di più, a tutti i partecipanti all’incontro nel pomeriggio di quello stesso giorno alle Gallerie d’Italia, dedicato proprio alla mostra di Monza, è stata data copia di un monumentale catalogo della manifestazione. Insomma, ero abbastanza autorizzato a prendere la parola attorno a quell’impresa di Marrocco, aprendo una sfilata dei molti altri critici che avevano collaborato al catalogo stesso. Ho preso le mosse proprio dal direttore della Villa Reale, Piero Addis, che credo abbia fornito la chiave migliore per entrare in merito invitandoci a riflessioni di ordine etimologico. Le quali offrono una sorpresa, forse credevamo tutti di sapere l’origine e il significato di “concerto”, come di un perfetto iintreccio di fili, di suoni a rendere un’armonia complessiva, secondo la nozione che trionfa nel mondo musicale, e che ahimé ha pure un temibile riscontro in quello della burocrazia, quando si pretende che i vari organi pubblici assumano decisioni “in concerto”. Ma forse in questo caso scatta il ben diverso significato, quale si riscontra nel sostantivo “certamen”, cioè gara, contesa, da cui mi viene subito in mente il “Certamen capitolinum”, la gara tra poemi scritti in latino, bandita ad Amsterdam, di cui il nostro Pascoli ai suoi anni era dominatore sovrano. Ebbene, all’operazione del nostro Marrocco credo che si addica molto di più questa seconda accezione rispetto alla prima, ovvero egli non ha accarezzato, assecondato gli splendori, in molti casi “taroccati”, in preda al kitsch, di quella Reggia, bensì ne ha fatto il contropelo, ingaggiando appunto un fiero duello con le mummie conservate in quel luogo, il che oltretutto gli ha consentito di dare ampia prova del polistilismo che mi pare essere l’aspetto migliore della sua arte. Andiamo a vedere. Ci sono le soluzioni in chiave di monocromo, bianche o azzurre, che però fanno pensare a quei lenzuoli che, quando una famiglia va in vacanza, vengono stesi pietosamente su poltrone e divani, non certo per esaltarne le bellezze, ma al contrario per coprirle, per proteggerle. Ma in altri casi i pesanti motivi decorativi che caratterizzano le pareti di quella reggia, le stoffe, le damascature, le marezzature, magari dominate da un rosso dilagante, non si possono certo ignorare. In questo caso l’artista ha proceduto come a liquefarle, a farle “precipitare” in una broda prevalente, quasi che da quei muri sprizzasse sangue, o che vi si fosse appiccato un incendio, rovinoso ed esaltante nello stesso tempo. Se quella Villa avesse una lunga storia risalente ai secoli bui, come altre dimore regali, si potrebbe ipotizzare che vi si fosse consumato qualche delitto, e che ora dal cadavere zampillassero appunto fiumi di sangue. Ma, sempre in nome del polistilismo. Marrocco non ha certo dimenticato che attorno a quel palazzo si stende un magnifico parco dove la natura svolge le sue forze lussureggianti, e dunque le pareti, nonostante la vigile cura dei custodi, non possono evitare che tralci, rami, flessuosi rampicanti penetrino all’interno attraverso orifizi, aperture non ermetiche, e dunque il concerto non resta relegato nelle “camere”, ma si apre a uno spettacolo vegetale, attraverso stecchi, peduncoli, “rizomi”, con cui magari si riguadagna l’altro significato, ma nel senso per cui i motivi vegetali fanno serto, intreccio, magari con la possibilità di risalire a una matriarca della nostra arte, Maria Lai, e al “racconto del filo”, come Francesca Pasini ha giustamente intitolato una mostra al MART di Rovereto che vedeva l’artista sarda in pole position. D’altra parte conviene anche precisare che questo naturalismo in quota Marrocco non è certo esuberante, trionfante, nulla da fare con i tempi dell’Informale nella versione di Francesco Arcangeli, cioè di un Ultimo naturalismo all’altezza delle sue tre “emme”, Moreni, Morlotti, Mandelli. Un critico, cercando di definire il naturalismo di Marrocco, a quel vocabolo ha subito aggiunto la connotazione dell’”artificiale”, il che mi ricorda quando io presentavo l’Arte povera e simili come un Informale freddo, o tecnologico, appunto collegandolo in binomio con l’idea dell’artificiale, magari attraverso il ricorso ai tubicini al neon, come faceva magistralmente Mario Merz, anche a complemento della selva di igloo, ora ospitata trionfalmente allo Hangar Bicocca. Era un abbinamento ripreso anche dall’a me molto caro Germano Olivotto. A dire il vero il nostro Marrocco al momento si astiene da applicazioni artificiali di questa specie, però i suoi rami spioventi ci vanno molto vicino, Nel complesso, come dice Marco Meneguzzo nel suo contributo in catalogo, la sua è un’arte “territoriale”, che evade volentieri dalla superficie per occupare l’ambiente. Ma in proposito scatta l’ultima sorpresa etimologica. Un mio collega dell’Università di Bologna, Franco Farinelli, ci ha ricordato che “territorio” non ha nulla a che fare con terra, terreno, ma viene piuttosto dal “terrere”, altro non era che lo spauracchio innalzato per spaventare gli uccelli e tenerli lontani dal raccolto. Ecco un’ultima ambiguità, in definitiva anche gli interventi di Marrocco, pur realizzati in “camere”, vi agiscono da spauracchio, ci vogliono ricordare che subito fuori preme alle porte la massa informe della vegetazione.
Franco Marrocco, “Concerto da camera”. Monza, Villa Reale, fino al 31 ottobre. Cat. Nomos Edizioni.

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