Arte

Migliori: un tragico spettacolo “son et lumière”

Grande rentrée sabato scorso 27 giugno per il mondo dell’arte bolognese che si è radunato in buon numero per visitare una mostra allestita nell’ex-chiesa di S. Mattia, usualmente gestita dalla soprintendenza statale, ma in questa occasione data in gestione al MAMbo, presente col Presidente dei Musei comunali Roberto Grandi e col Direttore Lorenzo Balbi. Doppia ricorrenza, infatti da un lato si è trattato dell’ennesima celebrazione della tragedia di Ustica 1980, di quell’aereo Itavia colmo di innocenti passeggeri abbattuto, pare ormai acquisito, da qualche aereo della Nato che intendeva abbattere un aereo libico confuso con l’innocuo volo civile. Bologna ha fatto di tutto per ricordare quella tragedia, ricostruendo i pezzi del velivolo recuperati uno ad uno in fondo al mare e raccogliendoli in un museo apposito, che ha già avuto l’omaggio di un grande artista come il francese Christian Boltanski. Ora si aggiunge quello che reca al dramma l’ultranovantenne Nino Migliori, e dunque è anche una festa a lui dedicata, alla sua creatività incessante. Infatti pur dall’alto di una carriera ricca di innovazioni e di svolte, Migliori riesce ad andare oltre se stesso, e intanto ad occupare una sede che sicuramente non è facile, trattandosi di una chiesa sconsacrata di enorme volume. Io stesso avevo tentato di convincere degli amici artisti a esporvi, ma questi si erano ritratti, data la difficoltà di occupare quell’antro enorme. E in definitiva questa medesima difficolta poteva porsi anche a Migliori, abituato a ricognizioni da vicino dei suoi soggetti, fossero statue celebri del passato o volti di amici. Io stesso ho posato per lui, illuminato dal fuoco fatuo di un cerino che sfrigolava nel vuoto e nel buio, con una durata a tempo limitato, del tutto precaria. Invece in questa occasione Migliori ha capito che doveva agire in grande, infatti ha collocato nello smisurato spazio del S. Mattia, quasi emulo del milanese Hangar Pirelli, una serie di schermi, sette per la precisione, di grande superficie, riuscendo così ad animare convenientemente il grande vuoto. E anche le immagini proiettate non saltano fuori dalla luce effimera, manuale, artigianale di un fiammifero, ma sono colte investendo con forte impatto, con dilagante fiotto luminoso i reperti di quella tragedia, che opportunamente viene ribattezzata, ed p anche il titolo della mostra, con la premessa di una “esse”, “Stragedia”, quasi abbreviazione di un “extra”, come appunto è fuori scala l’illuminazione cui l’artista ricorre, valendosi di una aggressione ottica che ricorda lo schianto, la lacerazione prodotti dal missile omicida. O è anche come se i relitti affiorassero attraverso una perlustrazione condotta con un batiscafo capace di squarciare le tenebre del fondo marino, conferendo presenza, immanenza spaventosa alle lamiere contorte, come si trattasse di relitti di naufragi di altre epoche. I dati visivi sono accompagnati anche da una colonna sonora, il tutto dura circa un quarto d’ora, dato che una simile intensità di illuminazione e di scandaglio non possono protrarsi a lungo. In definitiva si ritrova la provvisorietà, la scadenza immanente quali potrebbero essere consentire dall’artigianale, domestica, confortante luce di un cerino.
Nino Migliori, Stragedia, a cura di Lorenzo Balbi. Bologna, ex-San Mattia, fino al 27 settembre.

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Letteratura

Verasani: una convincete indagne sul mondo al femminile

Ho chiesto e ottenuto di ricevere dalla casa editrice Marsilio l’ultimo prodotto di Grazia Verasani, “Come la pioggia sul cellofan”. E’ una scrittrice che per me ha il bollino di autenticità che sono ben lieto di rilasciare a tutti i frequentatori di RicercaRe, anche se lei vi è giunta quasi al termine di quella fortunata stagione. Ma poi l’ho rivisitata quasi in ognuna delle sue numerose uscite, che a mio giudizio entrano negli aspetti positivi di una “Felsina narratrix” di cui invece boccio tanti altri prodotti, magari più reclamizzati dei suoi. A cominciare da Carlo Lucarelli, che certo è il capofila dei giallisti di casa nostra, e a livello di abilità nel confezionare gli intrighi polizieschi forse è più ingegnoso della Nostra. Del resto gli ho dedicato un abbastanza convinto “pollice recto” sull’”Immaginazione” a proposito del suo “Inverno nero”, non mancando però di rimarcare con meraviglia quella sua decisione di andare a situare le sue vicende in una Bologna d’”antan”, a mezza via tra il recupero citazionista, storico, alla maniera dei Wu Ming, e invece l’impatto diretto sulla realtà dei nostri giorni. Mi piace invece che la Verasani non abbia tentazioni di questo genere, la sua è una Bologna del nostro tempo, con i drammi, le inquietudini, i lati oscuri cui tutti partecipiamo. La sua detective di riferimento, Giorgia Cantini, frequenta le vie, i vicoli, i bar, i ristoranti che sono familiari a ciascuno di noi, Caso mai, per non tacere di certi suoi limiti, anche nelle sue storie c’è quel lato insopportabile delle vicende sentimentali cui sembra proprio che i giallisti, a cominciare dal numero uno Montalbano, non possano rinunciare- Qui se c’è una componente stonata e insopportabile è proprio l’andirivieni sentimental-erotico tra la nostra Giorgia e il commissario Bruni. E forse sarebbe anche ora che l’autrice liberi la sua portavoce dal ricordo ossessivo della sorella suicida, anche se ovviamente è d’obbligo rispettare quanto, sul piano degli affetti sgorga da una riserva autobiografica, seppure convenientemente modificata. Infine, diciamolo pure, anche il meccanismo del “giallo” non brilla per perspicuità e verosimiglianza. Ma allora? La forza della Verasani sta nel rivolgere una risoluta attenzione alla condizione femminile, il che emerge quando la Cantini, nella sua indagine, entra in contatto con giovani esistenze precarie, abitanti in case dozzinali, sempre sul piede di andarsene a cercare una sistemazione altrove. Per questo verso ritroviamo una vicinanza con altre protagoniste della felice stagione reggiana, Rossana Campo, con il suo lungo dialogare “tra donne sole”; Simona Vinci, oltretutto quasi ascrivibile al contingente bolognese, anche lei fortissima in analisi esistenziali dedicate all’universo femminile. E in definitiva, è una creazione giusta, appezzabile, quella dell’eroina della vicenda, una tale Adele Fossan, con la sua prorompente volgarità nel vestire, nel ricorrere a cosmetici pacchiani, nel cercare affannosamente una via di scampo, di sopravvivenza. Magari, rientra nel versante meno autentico il fatto che la trama pretenda di sdoppiare questa figura di convincente volgarità avvicinandole una specie di alter ego, fatto apposta per confondere le idee al lettore. Ma finché la nostra Verasani si attiene alla concretezza e tangibilità di valori esistenziali, corporali, sensibili, sensuali e magari anche sessuali, le cose funzionano, i conti tornano.
Grazia Verasani, Come la pioggia sul cellofan, Marsilio, pp. 175, euro 15.

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Attualità

Dom. 5-7-20 (desistenza 2)

Forse è lecito accantonare il dramma del coronavirus, anche se i “nuovi monatti” si impegnano allo spasimo per frenare, per impedire il ritorno alla normalità, ma sembra che finalmente la cittadinanza sia “vaccinata” contro il loro interessato terrorismo. Si affaccia di nuovo la questione delle votazioni regionali, il che ci riporta pari pari alla problematica già conosciuta nell’inverno scorso, al momento di quando noi emiliani eravamo andati alle urne, conclusosi per fortuna con l’ottimo successo di Bonaccini. Ora lo squalo Salvini si agita di nuovo, intravede la possibilità, molto probabile, che lo scontro del prossimo settembre si risolva a suo vantaggio, con un bel bottino di presidenze strappato agli avversari del governo giallo-rosso. Ma tranquilli, anche se a lui le cose andassero bene, non riuscirebbe a portarci alle elezioni, come non ce l’avrebbe fatta neppure se avesse vinto in Emilia Romagna. Si potrà sempre dire che un conto è la sorte del Paese, regolata da elezioni politiche generali, un altro l’esito di elezioni pur sempre locali. Inoltre, c’è anche di mezzo il referendum che sicuramente porterà alla riduzione dei membri del parlamento, con un laborioso processo di rifacimento dei collegi, roba lunga mesi. E ritengo molto improbabile che entro questa estate si riesca davvero a far nascere una nuova legge elettorale. Ciò detto, sarebbe comunque abbastanza debilitante il fatto che il centro-destra alle prossime regionali si portasse a casa un bel bottino, e dunque sono ragionevoli gli appelli, soprattutto del segretario del Pd Zingaretti, di non andare separati a quelle prove. Ma è anche difficile concordare su candidati unici, e dunque, di nuovo, non resta che raccomandare il ricorso alla desistenza. I Cinque stelle, che sanno bene quanto siano deboli nelle prove di carattere locale, se anche non vogliono rinunciare al rito di presentare candidati propri in ogni regione, facciano capire tra le righe che non ci credono troppo, che una rinuncia, una astensione, o una confluenza alla chetichella nelle liste dell’alleato non proprio amato, sarebbero opportune. Lo stesso va detto per l’Iv di Renzi. Se proprio non vuole rinunciare a porre nelle Puglie una candidatura Scalfarotto per legittima opposizione a Emiliano, accompagni quel gesto virtuale con un suggerimento “sottobanco” di non prendere la cosa troppo sul serio. E poi, come ho già detto più volte, proprio a Renzi si para innanzi lo spettro di una legge elettorale con sbarramento fissato al 5% dei suffragi. Come rimediare a questa strozzatura? Mi sembra che un sistema di voto non proporzionale ma per collegi non porti alcun giovamento a questa lista che non decolla, se non attraverso un accordo col vicino di casa, col Pd, termine a mio avviso di una confluenza che ritengo inevitabile e salutare per tutti.

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Arte

Orazio Borgianni, genio no, ma talento sì

Finalmente si possono visitare le mostre, non più da lontano. Ne ho approfittato per andare a vedere l’Orazio Borgianni allestito a Roma, Palazzo Barberini, ma restano tuttavia inutili divieti che ho potuto aggirare per la gentilezza dell’addetta stampa Maria Bonmassar, incontrando addirittura il curatore della mostra, Gianni Papi, il che mi ha fatto sentire a disagio, data la mia scarsa competenza in materia, Ed ero pure sovrastato da un’ottima recensione dedicata a questo artista dal migliore dei nostri “modernisti”, Antonio Pinelli, mio lontano compagno d’infanzia di cui ho assistito alla crescita negli anni, dall’alto di una notorietà acquisita prima di lui, poi le parti si sono invertite, e io sto calando senza fine mentre lui brilla alto sull’orizzonte. Ma questo prologo in definitiva è una “captatio benevolentiae” per scusare un mio giudizio non grandioso, infatti comincerei col contestare il sottotitolo dato alla mostra, mi sembra eccessivo definire il Borgianni un “genio”, caso mai lo direi solo un “ingegno”, ma certo vale quanto segue, certo fu un “inquieto”, e visse in quella straordinaria stagione romana del primo Seicento, all’ombra del Caravaggio: Ma che dire dei molti talenti che furono assieme a lui a movimentare quegli anni, un Gentileschi, un Serodine, un Saraceni, per non parlare dei venuti dopo di lui, i Vouet, i Lanfranco, e ci sta pure il Cagnacci, magari poteva meritare una comparsa anche il Guercino. Fra cotanto senno, manca al Borgianni un andamento stilistico chiaramente riconoscibile e coerente, anche se ebbe l’ammirazione del Longhi, ma si sa bene che personalmente, mentre ammiro Longhi per tanti contributi eccellenti, non lo ritengo del tutto accettabile per quanto riguarda proprio il dossier caravaggesco. Del resto il mio amico Alfredo Giuliani , poeta e critico letterario, diceva che ogni grande critico ha il diritto di concedersi qualche “minore”. Un titolo di grandezza indubbia del nostro artista sta nei ritratti, quelli immaginari dedicati a personaggi mitici dell’antichità, vedi Eraclito, o a se stesso, nei due autoritratti che si dedica, genere se non sbaglio non troppo frequentato dai suoi confratelli. Dunque, c’è in lui una indubbia eccellenza quando si misura da vicino, nei primi piani, ma poi ha la tendenza ad arretrare per dar luogo a visioni gremite di presenze, magari ognuna di esse colta dal vivo, avvolta in vaporose chiome, con un giusto chiaroscuro, non necessariamente di stretta discendenza caravaggesca. Forse il capolavoro è la “Sacra famiglia con S. Elisabetta e S. Giovannino”, in cui la culla del pargolo è un portento di policromia, fatto come di tanti ritagli ognuno dei quali pretende di spiccare con una propria autonomia, il che del resto corrisponde a quel saltar fuori di prepotenza da un muro di ombre che connota, qui è altrove, i vari personaggi, quando sono ripresi da lontano. Un dato biografico che ribadisce la difficile collocazione dell’artista è la morte abbastanza precoce, nel 1616, a pochi anni di distanza dalla in definitiva per lui disturbante presenza del Caravaggio. Non sappiamo cioè per quale strada avrebbe continuato, se avrebbe partecipato anche lui a quella sterzata verso una pittura classicheggiante di cui furono protagonisti alcune illustri autori dell’epoca, dallo Spagnoletto al Guercino al Vouet. La sua insomma è una presenza sfrangiata, policroma, sfaccettata che vale ad arricchire una grande stagione fondamentalmente polifonica, con un solo sicuro direttore d’orchestra, il Merisi.
Orazio Borgianni, a cura di Gianni Papi. Roma, Palazzo Barberini, fino al 30 novembre, catalogo Skira.

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Letteratura

Piccolo, un felice ritorno a “Momenti trascurabili”

Mi rallegra molto ritrovare il Francesco Piccolo che ho amato soprattutto ai suoi inizi, quando si presentò ai memorabili incontri di RicercaRE, a Reggio Emilia. E già allora egli andava alla pesca estrosa di “Momenti trascurabili”, un binomio illustre, già esaltato nei racconti di Antonio Tabucchi, che vi aggiungeva un “senza importanza” ma così li dirottava verso un passato triste e malinconico, degno delle “madeleines” proustiane. Niente di simile da parte del Nostro, che va proprio a raccogliere piccoli e apparentemente insignificanti fatterelli che ci si presentano nella vita di tutti i giorni, portandoci a fare scommesse, a scegliere una strada piuttosto che un’altra, a fare una specie di “morra cinese”, cercando di escogitare la mossa più opportuna. La prima puntata di questi giochi ameni stava nei mini-racconti, apologhi, aneddoti da sbrigare in poche parole, come “Storie di primogeniti e figli unici”. Qui il dilemma consisteva nel chiedersi perché i genitori imponessero al primogenito di accompagnare il fratellino ma stando dalla parte della strada esposta al traffico. Prova d’amore o invece di scarsa stima verso il più grande dei due? Poi c’era il dilemma al bar, quando il barista ci chiede se vogliamo lo spruzzo di cacao nel cappuccino o no, e l’altro dramma quando lasciamo la casa di amici ma non sappiamo come si apre il cancello esterno, e tante altre deliziose amenità di questo tipo. Poi Piccolo ha voluto crescere, anche perché ha ottenuto un successo nei media, divenendo sceneggiatore di film, di programmi televisivi, e dunque ecco le prove pensose che a me non sono molto piaciute, proprio nella misura che i dibattiti coscienziali si allungavano, diventavano drammatici, toccavano i massimi problemi. Vedi opere come “La separazione del maschio”, “L’animale che mi porto dentro”. Ora per fortuna il Nostro è ritornato ai suoi mini-drammi “trascurabili”, liquidabili in poche battute, e lo si vede già dalla stessa esiguità dei blocchetti a stampa, diradati sulla pagina bianca, ma tutti capaci di andare a segno, come freccette, come cartucce non a sparate a vuoto. Tanto leggere, queste riflessioni, che non si osa neppure menzionarle, per non appesantirle, per non togliergli l’invidiabile leggerezza, quel loro scoccare a sorpresa. Ne menziono una fra tutte, come il rimpianto di non aver mai avuto occasione di valersi dello stereotipo “combinato disposto”. In proposito mi viene in mente quanto detto da un suo anticipatore, Cecare Zavattini, che in una delle sue prime opere all’insegna del comico confessa: “sento che tra poco mi scappa di dire Vercingetorige”. Naturalmente in questo continuo gioco d’azzardo ci sono imprese più complesse, come per esempio la capacità, di cui l’Autore si vanta, di saper nascondere il proprio bicchiere nei ricevimenti, in modo che nessun altro lo usi. E poi ci sono i tabù autoimposti, anche se insensati, come quello di non cercare le donne al di fuori del proprio quartiere. Ma nulla da fare, queste punture, ognuno se le deve andare a infiggere in una lettura diretta. Altrimenti, se si ritarda un attimo nella fruizione, perdono il sapore, la fragranza, la sorpresa.
Francesco Piccolo, Momenti trascurabili, Einaudi, pp. 127, euro 13.

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Attualità

om. 28-6-20 (Galli)

I virologi, ovvero, come li chiamo io, i “nuovi monatti” (ma a quanto pare sono unico nel fare questo riferimento manzoniano) esultano, sembrava che il contagio si stesse spegnendo, e che dunque potessero essere licenziati, ma per loro fortuna si sono accesi due focolai, uno in Campania, nei pressi di Caserta, e uno addirittura nella mia città, Bologna. E dunque, come ha fatto ieri sera un rappresentante illustre della categoria, Massimo Galli, ospite frequente del salotto Gruber, possono riprendere a predicare cautela. Ora, in certa misura, questo è giusto, nessuno può davvero sperare che un contagio così vasto se ne vada da un giorno all’altro, continueranno ad apparire qua e là, anche nel nostro Paese pur messo sotto stretta tutela dai muovi monatti, degli episodi, ma minori, localizzati. E poi il rimedio c’è, anche se, pare incredibile, nessuno osa proclamarlo apertamente, forse perché annullerebbe di colpo gli ipocriti ammonimenti dei nostri super-tutori. Questo è null’altro che quell’apparecchio semplice che si chiama termo-scanner. Costa molto? Forse sì, ma acquistarlo in massa sarebbe un’impresa di estrema utilità. Non lo si fa, non lo si dice perché rovinerebbe subito le sapienti trame dei nostrti monatti. I privati lo hanno capito e fanno buon uso di questo strumento efficace, lo sanno anche gli enti pubblici, dallo Stato ai Comuni, ma fingono di non saperlo, sarebbe troppo facile, semplificherebbe troppo la vita di tutti. Racconto una mia esperienza di giovedì scorso, in cui mi sono recato a Milano per firmare dediche di un mio libro in uscita. Stazione di Bologna, nessun controllo con il termo-scannner, ma passaggi sbarrati, difficile scendere in basso nell’inutile cassone dove si prendono le frecce rosse. Le scale mobili o con gradini, sbarrate, gli ascensori in tilt. Viaggiatori ansiosi per la paura di perdere i treni, ricerca disperata di qualcuno in grado di guidarci nei meandri, ce l’abbiamo fatti con lunghi peripli, stancanti per uno come me costretto ormai a procedere col bastone. A Milano salgo su un vagone della metropolitana, dove esiste un sistema di incredibile inutilità per distanziare i viaggiatori, con due sedili bloccati sui quattro di ogni fila, cosicché un handicappato come me deve chiedere il favore che qualcuno gli ceda uno dei posti non recanti le sbarre del divieto. Anche qui, perché non misurare agli ingressi con il solito aggeggio chi ha una temperatura superiore al lecito, che ovviamente anch’io in questo caso non ho dubbi, è da bloccare, da respingere. Poi mi sono concesso un buon pranzo, senza alcun problema, perché giustamente mi hanno preso la temperatura, poi mi sono messo al tavolo, servito a dovere. Il giorno prima avevo tentato di accedere alla biblioteca del mio ex-dipartimento, ma “verboten”, vi si accede solo su appuntamento e in due giorni fissi della settimana, il che vale per tutte le biblioteche di qualsivoglia istituzione, se pubblica. Morale della favola, esistono due categorie umane, i privati che hanno fatto del loro meglio per ripartire, gli basta l’uso delle mascherine e appunto le misurazioni istantanee della temperatura. Ci sono invece gli impiegati statali, comunali eccetera che, protetti dai virologi, riducono al massimo le loro presenze, tentano di lasciare chiuso o praticamente inaccessibile quanto si può. C’è il lavoro da fare da casa, streaming? Ma bravo chi lo controlla. Leggo delle peripezie poste dall’inizio dell’anno scolastico. Ma anche qui, invece di ritenere fisse e permanenti la condizioni poste dai monatti di regime, perché non affidarsi al controllo sistematico delle temperature? Chi è in regola, può entrare, e sedersi anche a poca distanza dai compagni. Potrebbe essere un portatore asintomatico? Pazienza, come dice il buon senso, se affibbia il contagio a un vicino, questo vedrà la sua temperatura salire e basterà allontanarlo. Ma i Galli del pollaio comandano, obbligano a operazioni, inutili, costose, ritardanti.

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Arte

L’arte etrusca vista da un dilettnte

Ho ritenuto mio dovere civico recarmi a visitare la grande mostra sugli Etruschi, apprestata con tanta cura dal Museo archeologico di Bologna, bloccata dal lockdown, ma risarcita da un prolungamento di prestiti che va fino alla fine dell’anno. Naturalmente scarsa è la mia competenza in materia, ma posso ricordare un mio saggio, riassuntivo di molti anni di studio, “ Arte e cultura materiale in Occidente” (malamente edito da Bollati Boringhieri che non ha tardato a mandarlo al macero), il cui sottotitolo indicava di voler partire dall’arcaismo greco. E dunque mi ero pur dovuto occupare di un periodo del tutto affine ai primi secoli della vicenda etrusco, quando su tutte le civiltà del mediterraneo dominavano alcune forme standard. In Grecia, erano i “kouroi” e le “Korai”, con la loro verticalità assorta, braccia incollate ai dorsi, sulle bocche quei sorrisi enigmatici che si usano legare ai reperti di Egina, e soprattutto occhi a mandorla, quasi da mongoloide, che sono il tratto più inconfondibile e identitario di tutta quella popolazione di icone delle origini. Nel voluminoso catalogo della mostra bolognese hanno fatto bene a porre in copertina una testa di Acheloo, rispondente a un simile stereotipo, con in più un tratto aspro, barbarico, che forse è proprio quanto caratterizza la produzione etrusca rispetto ai cugini greci della medesima fase arcaica. Poi in Grecia, si sa, circa dalla metà del V secolo a.C. in giù, si sviluppa un fenomeno unico, la famosa classicità, ovvero i corpi si articolano, le braccia si sollevano nei gesti, i lineamenti del volti si precisano inseguendo ideali di bellezza. E’ appunto quell’aura classica sacra che purtroppo dà ragione ai teoremi schematici che tanti secoli dopo ne trarrà il Winckelmann. In tutte le varie colonie etrusche non ci fu niente di simile, il che mi induce a credere che i busti di giovinetti, serenamente modellati e di perfetto mimetismo qui dati in catalogo ai numero 83 e 84, non appartengano al III° a.C. ma presuppongono che i modelli della classicità greca fossero già pervenuti a Roma. Quell’arte romana che del resto, allo stesso modo degli Etruschi che l’avevano anticipata, fu pur essa incapace di giungere alla classicità, se non sottraendola proprio ai modelli Greci, secondo l’aureo detto, dei più validi e incontestabili, per cui “Graecia capta ferum victorem cepit”. Ritornando agli Etruschi, vi domina a lungo la “coiné” mediterranea delle forme rigide, impalate e degli occhi a mandorla, magari risolti in modi meno maestosi e in misure più ridotte, ma senza varcare quella soglia e avviarsi a un mimetismo pieno e risolto. Forse perché Le varie Vetulonia, Populonia, Cerveteri, Felsina, Capua non ebbero mai quella perfetta articolazione di organi di governo che probabilmente è la sponda materiale che ha consentito la perizia anatomica della scultura greca dei secoli d’oro, e non ci fu neppure una speculazione filosofica ugualmente articolata. Ma gli Etruschi ebbero una loro indubbia invenzione, pronti a trasmetterla ai conquistatori latini, quella delle tombe sormontate da un singolo personaggio o da una coppia di coniugi, nelle pose che poi sarebbero state riprese in versione prosaica dai banchettanti romani, con quel modo che a me sembra molto scomodo di stare a tavola adagiati nei triclini, con un braccio appoggiato all’indietro e una sola mano libera di muoversi. In fondo, i defunti etruschi partecipano alla vita eterna come se fosse un interminabile banchetto, e beninteso i lineamenti dei volti confermano la fattura “mongoloide”, ma l’occasione spinge a dare alle figure un realismo che è un altro dei tratti propri di quella cultura, pronto a passare in eredità ai Romani. I Greci, catturati dai loro ideali di perfezione fisionomica, ignorano le impure tentazioni del realismo, che invece si riscontrano in questi banchettanti etruschi, si veda per tutti “Il sarcofago degli sposi” che giunge in mostra dal museo romano di Valle Giulia. Non solo, ma un simile fare i conti con una realtà scabrosa si comunica anche ai bassorilievi su cui i defunti posano, anche questi modellati con un più di barbarie quasi di sapore espressionista che invano cercheremmo in sarcofaghi equivalenti della produzione greca. Caso mai, un tramando dagli Etruschi ai Romani lo troveremo quando, dopo l’età augustea, tutta presa dal compito di imitare la classicità greca, questi ultimi si daranno a modellare le loro colonne trionfali, prive di riscontri nella cultura greca, dove in definitiva saranno liberi di riprendere modalità violente, intinte, in fondo, in quello stesso barbarismo che in qualche misura mutuavano dal carattere selvaggio delle popolazioni sottomesse.
In queste mie riflessioni da non competente io procedo con un metro da grossista, quindi non mi impiccio dell’infinita serie di oggetti di cultura materiale che pure costellano e arricchiscono la mostra bolognese, mentre una riflessione comparativa andrebbe svolta tra gli esiti pittorici cui giunsero gli Etruschi, e i corrispondenti al solito riscontrabili nell’inevitabile termine antagonista costituito dalla Grecia. Ma di questa produzione si sa quasi solo quanto è emerso dagli scavi di Pompei. Per quanto riguarda i risultati etruschi, si veda “Scena di banchetto aristocratico”, n, 57.7. proveniente dai Musei Vaticani. E’ proprio il trionfo di quelle pose da banchettanti, una volta tanto sottratte al malo auspicio della morte, invitate anzi a essere serene, sciolte, essenziali in una fattura ad ampie macchie, rallegrata pure da motivi vegetali ornamentali. E’ un settore in cui, per quanto si può dire, l’Etruria batte il rivale greco.
Etruschi, a cura di un folto gruppo di studiosi, Bologna, Museo Archeologico, fino al 19 novembre. Cat. Electa, pp. 516.

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Letteratura

L’acqua di Malaguti non sempre ride

Ricevo da Einaudi il romanzo “Se l’acqua ride” di Paolo Malaguti, un quarantenne di cui non so nulla. Si dice che a caval donato non si guarda in bocca, ma in circostanze del genere ritengo invece mio dovere andare a vedere, fare una sorta di tampone all’oggetto arrivato. L’esito non è del tutto favorevole. Per dirla secondo una formula che mi è consueta, posso accreditare a questo “Se l’acqua ride” un realismo connotabile con un solo “neo”, e non con i due che spettano a narratori disposti a misurarsi nell’aperto pelago dei nostri anni, Invece Malaguti adotta una curiosa formula, indietreggia alla metà dei trascorsi anni ’60, quando lui stesso non era ancora nato, e dunque non si tratta di racconto in presa diretta, ma neppure di narrazione storica. L’autore ha saccheggiato un tesoro di memorie di famiglia? Perché insomma legarsi a una simile misura cronologica intermedia? Anche il titolo lascia dubbi. Infatti il protagonista, Gianbeto, è avviato dalla famiglia a una esistenza sull’acqua, nei canali che dal Veneto vanno a concludere nella Laguna di Venezia, a bordo di un barchino condotto da un nonno tiranno, di nome Caronte, che però non ha proprio la cattiveria infernale o il carattere di giudice tremendo e inesorabile come parrebbe essere suggerito dal nome. E’ tuttavia un implacabile padre- padrone che sferza il nipote, lo sottopone a ogni prova di resistenza fisica e psichica, tanto da fargli dubitare se non sia meglio seguire il diniego opposto dal padre e andare a lavorare in Fabrica. Proprio così, detto con una “b” sola, come traccia della pronuncia dialettale, che è lo strumento da cui il nostro narratore conta di ricavare margini di originalità per la sua vicenda, sottraendola dalle secche di un neorealismo tradizionale. In effetti la parlata dialettale movimenta senza dubbio il racconto. Così come, a livello di trama, provvede l’acqua del titolo, che è ben lungi però dal “ridere”, o quanto meno lo fa in rare occasioni, molto più spesso è fonte di guai, attraverso piene, temporali, altri pericoli e ostacoli. Anche perché il battello di nonno Caronte è già desueto, pur alla data lontana dei ’60, quando ormai in genere i battelli vanno a vapore, e anche i mulini si sono rinnovati con qualche progresso tecnologico. Ma sembra proprio che il nostro Malaguti sia determinato a porre la sua piccola imbarcazione sulla scia del maestoso galeone a suo tempo apprestato da Bacchelli, “Il mulino del Po”, non si sa bene con quale profitto, anzi, mi pare che non ce ne sia alcuno. Anche se, entro i limiti accertai, di una ricostruzione sia dialettale sia di sistemi di vita ormai lontani da noi, il romanzo ha una sua grazia e autenticità, che si riscontra anche nelle pagine riguardanti il sesso, con le prime esperienze del nostro argonauta, tra dubbi, incertezze, fallimenti, con una carta nautica che si colora dei riflessi dell’attrazione amorosa per le varie fanciulle incontrate in rotta. Ma anche per questo aspetto, se l’acqua talvolta ride, altre volte, e forse più di frequente, piange, per delusioni, speranze infrante, ritorni a una dura realtà prosaica.
Paolo Malaguti, Se l’acqua ride”, Einaudi, pp. 183, euro 18.50

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Attualità

Dom. 21-6-20 (Conte)

L’argomento del giorno può essere una previsione sul destino cui può aspirare il premier Conte. In genere, mi sembra che per la maggior parte degli opinionisti egli possa navigare tranquillo, non si vede chi al momento chi lo possa sostituire, col rischio di provocare lo scioglimento delle camere e nuove elezioni, che nessuno nella maggioranza vuole. E in ogni caso sarebbero lontane, verrebbero a situarsi poco prima di andare al rinnovo della presidenza della Repubblica, o addirittura di una normale scadenza elettorale. Di recente, venerdì scorso su “Repubblica”, un notista come Francesco Verdirami accennava a una possibile insofferenza del Pd, e paura di perdere consensi, che lo potrebbe indurre a tentare un cambio di cavallo in autunno. Ma in realtà nessuno ci crede. Resta però l’interrogativo sul futuro di Conte, che certo non può aspirare a candidarsi per la Presidenza, nel ’22, carica molto onorifica ma di scarsa consistenza, per uno ancora giovane come lui. D’altra parte nessuno lo vede nella veste di un Cincinnato dei nostri giorni, disposto a rientrare nei panni del professionista seppure di altro bordo. Come allora rimanere in politica? In genere gli viene pure sconsigliato di crearsi un proprio partito, visto l’esito sfortunato dell’analogo tentativo fatto a suo tempo da Monti, in definitiva personaggio assai simile al nostro “Giuseppi”, balzato fuori all’improvviso nella veste di salvatore della patria, ma incapace poi di consolidare il ruolo in una lista propria. Forse Conte potrà candidarsi come autonomo nell’ambito dei Cinque Stelle, se arriveranno al traguardo elettorale ancora in buono stato. Molto più difficile farsi accogliere dal Pd, che sarà pieno di candidati con le carte più in regola. Approfitto dell’occasione per ripetere quanto già detto in qualche Domenicale del passato. Non si vede perché Il Pd non riaccolga il Leu, fuoriuscito soprattutto per ostilità verso Renzi, E anche quest’ultimo si troverà di fronte a una scelta drammatica, I sondaggi su Iv restano bassi, inferiori al 5% che sarà la massima soglia fissabile in una nuova legge elettorale, e dunque su Iv incombe il rischio di rimanere fuori dal Parlamento, con fuga dei seguaci alla ricerca di una salvezza personale. Eppure, Renzi continua ad apparirmi la migliore testa pensante del fronte della sinistra, con buona pace degli Scanzi e dei Travaglio che non mancano mai, nel salotto della Gruber, di qualificarlo con espressioni ingiuriose. Forse ci può stare un referendum tra gli iscritti al Pd per verificare se riprenderebbero tra loro un Renzi, che però dovrebbe fare atto di contrizione, cosa difficile da supporre.

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Arte

Gavarro: si può fare senza l’arte

Leggendo alcune recensioni del saggio di Raffaele Gavarro, “L’arte senza l’arte. Mutamenti nella realtà analogicodigitale” ho compreso che esso contiene molte tangenze con i miei stessi interessi, e dunque gli ho chiesto di farmene avere copia, cosa che è avvenuta, e ora sono a dirne la mia. E’ curioso che, pur avendo appunto tanti interessi in comune, non ci sia stato un incontro tra di noi, fino a circa un anno fa, quando ci ha uniti il compito di rilanciare la sezione italiana dell’AICA (Associazione Internazionale Critici d’Arte), caduta in abbandono per cattiva conduzione di precedenti incaricati. Ma certo, al di là di questo contatto pur felice e opportuno, le nostre strade risultano divergenti, come dimostra fra l’altro proprio la bibliografia del suo saggio, in cui non figura nessuno dei miei molti contributi in materia. Poco male, sarebbe narcisismo lamentarsi di un simile fatto, che oltretutto trova il reciproco nella totale assenza di menzioni di Gavarro nella mia propria produzione. Più significativo il fatto che tra i testi tra lui menzionati non ce ne sia alcuno dei padri fondatori della mia propria metodologia, a conferma che, pur nella frequentazione di un medesimo territorio, si possono seguire itinerari diversi. Ma entriamo in merito. Che ci possa essere un’”arte senza l’arte” è una circostanza che personalmente non mi disturba per niente. Nella mia carriera accademica e scientifica non sono stato un settatore della centralità della nozione di arte, anche se a suo tempo ero stato proprio un vincitore, nel lontano 1972, di una cattedra di Storia dell’arte contemporanea. Ma in realtà venivo dall’estetica, instillatami dal mio maestro Luciano Anceschi, e del resto sono fiero di aver scritto proprio un “Corso di estetica”, in cui sono risalito al fondatore, nel nome e nella teoria, di questa disciplina, il troppo negletto Baumgarten, che nel 1750 tondo tondo ha messo sul tavolo, in latino, la nozione di “Aestethica”, ponendovi in rilievo niente affatto il primato dell’arte, da lui ridotta al rango di nulla più che un’apposizione, una nota aggiuntiva, con l’accorgimento di riportarla a una “theoria liberalium artium”, cioè alle tradizionali “belle arti”, e dunque già intendendo che di loro e di un loro preteso primato si può fare a meno. Il soggetto del suo discorso aveva come forte predicato una “scientia cognitionis sensitivae”, entro cui stanno bene le varie sollecitazioni dei sensi, non solo visivi, ma anche tattili, acustici, comportamentali in genere, di cui il ’68 si sarebbe fatto vanto. Pertanto nel Baumgarten si può vedere un precoce paladino proprio della “morte dell’arte” nell’accezione sessantottesca, che magari credevamo di dover lasciare confinata in quell’aerea cronologica. Ma non è tutto, dato che nella sua larga definizione dell’estetica sempre quel trascurato filosofo tedesco ci ha messo dentro pure una “ars pulchre cogitandi”, o un “analogon rationis” in cui di nuovo possiamo scorgere i prodromi dell’”arte concettuale”, uno dei cui tratti tipici sta nel mettere tra parentesi la dimensione materiale dei fatti artistici a favore di quelli mentali, che a loro volta bene si adattano all’approccio analogico-digitale in cui il nostro Gavarro vede, abbastanza a ragione, le nuove praterie da invadere. Del resto, che da una tradizionale coltivazione delle arti, anche se opportunamente, come aveva predicato un altro tedesco, il Lessing, divise tra un blocco ligio allo spazio e un altro al tempo, ci fossimo via via liberati, ho detto in un mio saggetto recente, non per nulla intitolato a una “Mappa delle arti in epoca digitale”. Chi mi conosce anche da lontano sa bene che sono un imperterrito sostenitore della videoarte, fin dal 1970, quando forse sono stato il primo a farla apparire nelle sale di una mostra, con video registrati proprio per l’occasione. Molto tempo dopo ho inaugurato, con l’aiuto di bravi colleghi, un appuntamento annuale proprio con la videoarte, attraverso brevi spezzoni di autori italiani (Videoart Yearbook, attivo dal 2006 fino ad oggi). Insomma, ho pagato i miei giusti tributi a opere d’arte, o di estetica, affidate a una piattaforma che non è solo e sempre digitale, ma può essere anche ottenuta col più vecchio sistema analogico, come molto utilmente precisa il sottotitolo del saggio di Gavarro. Ma detto e riconosciuto tutto questo, sarei ancora per distinguere tra un’arte che si estende fuori dei suoi confini tradizionali e appunto non esita a rivolgersi alle risorse dell’elettronica, pur sempre consistendo in un atto creativo, e invece l’enorme ausilio, di carattere didattico, che Google e gli altri “social” oggi ci concedono, permettendoci di penetrare negli studi degli artisti o nelle collezioni o nei musei di tutto il mondo, Basta però tracciare una linea di demarcazione, serviamoci pure di questa enorme messe di dati elettronici, ma se l’opera per volontà espressa del produttore non costituita da loro, se da qualche parte c’è un corpo fisico, ebbene, bisogna andare a vederlo, a rendergli un tributo materiale.
Raffaele Gavarro, L’arte senza l’arte. Maretti editore, pp. 125, euro 18.

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