Arte

De Vita, un universo “chiuso come un’ostrica”

La mostra di Luciano De Vita (1929-1992), molto ben allestita nella magnifica Sala degli Incamminati presso la Pinacoteca nazionale di Bologna, l’ho visitata davvero, al momento dell’inaugurazione, fine gennaio scorso, ma per dedicarle un doveroso riconoscimento avevo atteso che ne uscisse il catalogo, a cura dell’amica e collega Silvia Evangelisti. Poiché questo tarda, come tutto nell’attuale momento di grande bufera, rompo gli indugi e dedico all’artista qualche riflessione, sicuro che la sua mostra, che sarebbe già terminata, resterà ibernata sulle pareti, come ogni altro evento espositivo, qui e altrove. Di De Vita sono stato allievo, nei miei anni di frequentazione dell’Accademia di belle arti, credo a partire dal ’55, quando secondo la mia tipica ambivalenza frequentavo pure, già da un anno, l’universitaria Facoltà di lettere. Per un anno avevo “mancato” l’insegnamento di Morandi, titolare dell’incisione, andato in pensione l’anno prima, sostituito, pro forma, da Manaresi, che purtroppo ne era come una copia sbiadita e ripetitiva. Ma in realtà, come voleva la consuetudine di quegli anni, il titolare, il maestro, si teneva tra le quinte, e al suo posto gestiva l’insegnamento l’aiuto o assistente che si dicesse, e questo era proprio De Vita. Che dunque si chinava, pieno di buona volontà, sul mio cimentarmi con la tecnica dell’incisione, in cui, sia ben chiaro, ero valido al primo livello, quando si trattava di graffire su una lastra di zinco lo strato di cera che la ricopriva, era un normale esercizio grafico in cui potevo esplicare le mie buone doti. Ma era poi un disastro quando si doveva passare alle pratiche successive: stabilire il tempo esatto della morsura cui sottoporre la lastra immersa nella bacinella contenente l’acido, quindi, con una pezza, compiere una doppia operazione, per un verso, riuscire a inchiostrare i solchi che l’acido aveva aperto sulla superficie, ma per un altro nettare gli spazi esterni. Io non ci riuscivo, mentre De Vita, da gigante buono e propizio, mi veniva in aiuto, compiendo per me quanto non ero capace di fare con le mie mani. Partendo da questa minima base autobiografica, posso allargare il discorso su di lui, riconoscendogli un grande merito. Pur venendo dalla trafila Morandi-Manaresi era del tutto estraneo a quella tradizione, di paesaggio o di natura morta, in ogni caso ben aliena dall’affrontare i temi di figura, e ancor più di far comparire esseri favolosi, ricavati da una mitologia, tra l’incubo personale e i depositi folcloici. In altre parole De Vita si ricollegava alla grande tradizione addirittura dei Rembrandtt, Callot, Goya, forse anche per rigurgiti di vicende personali. Si favoleggiava di una sua gioventù indisciplinata che lo aveva portato a militare sul versante sbagliato della politica, e forse si trascinava dietro segreti, colpe innominabili, anche se il suo aspetto, di ciclope buono e generoso, di Vulcano industrioso, non sembravano suggerire il peggio. Ma certo era in lui un istintivo bisogno di proteggersi da insidie, da colpe passate, il che lo portava a soluzioni formali assolutamente sconosciute ai suoi docenti. Come un bisogno di appallottolarsi su se stesso, di chiudersi a riccio, quasi di barricarsi, rubando questo segreto, per esempio, ai molluschi. Non per caso circola l’espressione “chiuso come un’ostrica”, ebbene questo era una degli esiti inevitabili dei suoi esercizi grafici. O in alternativa scattava un bisogno di imbozzolarsi, quasi come una mummia già pronta per essere calata in un sarcofago, forse, di nuovo, per chiudersi a insidie esterne, per salvaguardare un nocciolo di vitalità minacciata da pericoli esterni. Anche lui non poteva evitare di raccordarsi a un certo clima dominante nella Bologna dei Cinquanta, cioè all’Ultimo naturalismo arcangeliano, ma il suo omaggio a motivi vegetali lo portava a presentarli sotto forma di tronchi attorti, di rami scheletrici, pungenti, o di cespugli avvolgenti, come di rovi, o addirittura di filo spinato. Queste caratteristiche che facevano di lui un cultore della grafica nelle stagioni migliori, quando i suoi cultori sapevano suscitare fantasmi, mostri minacciosi, gli consentiva pure di avere degli sbocchi plastici, impensabili da parte di Morandi-Manaresi, ma sempre concepiti come un procedere a bloccare, a ricavare rozze sagome come con l’aiuto di corpi plastici, fino a ricavare degli esseri di gomma, raccolti, al solito, a proteggere i loro segreti, le loro fiammelle di vita. Con la possibilità di dare a questo suo mondo anche uno svolgimento scenografico, ancora una volta inconcepibile da parte dei maestri di casa nella tecnica incisoria. Invece quei suoi mostri, evocati da una instancabile lampada di Aladino, da nubi di fumo pronte a consolidarsi, gli permisero di affacciarsi anche sulle scene, per esempio, per una Turandot al Comunale di Bologna. Ritornando in breve alla sua biografia, un simile bisogno di barricarsi in una realtà domestica si comunicava anche nelle sue stesse modalità di vita. Proprio per l’eccellenza raggiunta nella calcografia, dopo la cattedra ottenuta a Bologna gli venne conferita anche quella all’Accademia allora, e credo anche oggi, più celebre in Italia, quella di Brera, ma vi faceva rapide incursioni avvalendosi del Settebello, un antenato dell’Alta velocità. Trascorse le due o tre ore di insegnamento obbligatorio nella sede di Milano, era già pronto a riprendere il treno per venire ad accucciarsi nella tana bolognese, che era per lui il salotto buono del caffè Zanarini, ad annoiarvisi, ad attendere l’ora di qualche film serale, anche questo come un modo di richiudersi, di medicare ferite lontane o vicine, in ogni caso immanenti, del resto molto bene calate nelle varie opere, che nel ristretto universo felsineo figuravano come meteoriti piovuti da chissà quali spazi alieni e sconosciuti.

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Letteratura

Farinelli, un romanzo del WASP

Continua a comparire una vasta produzione di romanzi, quasi ad allontanare la paventata crisi del cartaceo, sembra che autori ed editori ci credano ancora. Fra le tante prove, mi sono acquistato “Gotico americano” di una a me sconosciuta, ma credo anche a molti altri, Arianna Farinelli, onesta prova di buona navigazione tra psicologia e antropologia, ospitata in una collana diretta da Roberto Saviano, ma per cominciare subito a fare polemica, consiglierei al ben noto e troppo acclamato direttore di accoglere la lezione di senso della misura, di medietà industriosa, che viene da questa scrittrice. Risulta molto bene una controversa e angosciosa condizione degli Italo-americani che vivono nella Grande Mela, guardinghi, pieni di pregiudizi tra loro. Così per esempio i coniugi Bene non gradiscono per nulla che il figlio Tom vada a sposare Bruna, proveniente anche lei da un ceppo nostrano. Non si spendono tanti soldi per assicurare al rampollo un buon inserimento nella società statunitense per vedere che invece lui va a mettersi con una giovane di incerto futuro, da semplice docente in un college, mal pagata, priva di carriera. Ma in realtà le parti nella coppia sono invertire, Tom, forse perché troppo curato dai genitori, per l’eccessivo investimento sia economico che psichico fatto su di lui, cresce timoroso, quasi immaturo. E’ peraltro un dramma che conosciamo bene, quello dei giovani rampolli di una società quale quella nordamericana, troppo opulenta, che li disarma, li adagia in un quietismo remissivo, legandoli troppo al culto dei genitori. Si pensi a un film d’altri tempi, caratterizzato da una eccellente interpretazione di Ernest Borgnine, forse proprio per la ragione che l’attore italo-americano vi incarnava qualche dato autobiografico. Nel film il protagonista confessa di essere giunto vergine, senza rapporti con l’alto sesso, fino all’ora del matrimonio. Qualcosa di simile si potrebbe ripetere per il non-protagonista di questo romanzo, per un Tom troppo ligio al clima familiare. Ma poi no, ci saranno sorprese, sul finire della vicenda, Tom è solo un addormentato apparente, in realtà, e questo è un aspetto apprezzabile nella vicenda intessuta dalla Farinelli, siamo introdotti a un quadro di società aperta, dove ogni coppia è pronta a mettere le corna al partner, per sfuggire alla monotonia di un’esistenza troppo ben regolata nelle spire del benessere. In effetti, il romanzo avrebbe dovuto essere intitolato al “WASP”, alla sigla che consacra il dominio del white-anglo-saxon-puritan, il vero dominatore dell’intera vicenda, assai più del “Gotico americano”, quale si esprimeva nel dipinto famoso di Grant Wood, quando per una sana famiglia statunitense ben salda nelle pratiche agricole non si delineavano troppe insidie. Qui invece queste si insinuano da ogni parte, ma il rito del “WASP” insegna come reggerle, e quasi disarmarle. La coppia statisticamente media messa al centro della storia resiste a ogni attentato, infatti uno dei figli, il maschio, mostra ben presto una tendenza al polo femminile, gioca con le bambole, chiede addirittura di mutare il nome da Mario a Maria. Ma ormai una certa assuefazione, ovvero un prevalente tono medio, permette alla coppia di reggere a quella prova e di tirare avanti, Duro è anche accorgersi che Bruna, amareggiata dal nullismo del marito, privo di slanci verso di lei, cerca consolazione nell’amore con un giovane allievo, tale Yunus, fino a rimanere incinta di lui. A questo punto il saggio controllo del regime WASP viene meno, ha un momento di cedimento, in un lungo capitolo in cui la narratrice decide di seguire questo campione estraneo alla medietà prevalente altrove, e di offrirci lo spaccato di una tormentosa storia dei maltrattamenti che i Bianchi e Puritani continuano a infliggere ai Neri. Da qui le loro violente ritorsioni, fino ad affiliarsi all’Isis. Per questo verso, siamo in presenza di un capitolo che potrebbe essere scritto anche da Saviano, ovvero un certo estremismo si prende una indubbia rivincita. Ma poi di nuovo la trama si rituffa nel WASP, in un finale “tuto per bene”, nasce il figlioletto di sangue misto, ma la famiglia di Tom e Bruna, e del transessuale Mario-Maria, lo accoglie senza troppe difficoltà, in definitiva cacciando fuori scena gli orrori affacciatisi con le vicende di Yunus.
Arianna Farinelli, Gotico americano, Bompiani, pp. 275, euro 18.

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Attualità

Dom. 29-3-20 (conteggio)

Un noto proverbio dice “mal comune mezzo gaudio”, ma si stenta ad applicarlo alla attuale bufera del coronavirus, che ovviamente, anche se si estende, non è verto motivo di gaudio. Però vale quella misura, del “mezzo”, perché, diciamolo pure, io lo vengo dicendo in una sfilza di domenicali, i dati nostrani hanno ancora oggi scarso riscontro altrove. E i nostri soloni, burocrati come Arcuri e Borrelli, non tentano minimamente di ragionarci sopra. Intanto, non è stato dato il giusto rilievo a un evento incredibile che da solo potrebbe spiegare l’enorme estensione del virus in Lombardia, la partita tra l’Atalanta e il Valencia disputatasi a Milano il 19 febbraio scorso, quando, certo, eravamo ben lontani dal presagire la sciagura che stava per investirci, ma quelle migliaia di spettatori potrebbero spiegare il diffondersi enorme dell’infezione in Lombardia, con particolare riferimento a Bergamo, di cui l’Atalanta è la squadra del cuore, e anche della diffusione in Spagna, seconda solo alla nostra. Però, partite ugualmente frequentate si sono disputate altrove, per esempio in Germania, senza queste conseguenze disastrose. Resta dunque il dato crudele, che proprio la Germania ha appena un decimo dei nostri morti e così si dica per gli altri Paesi del Nord. In simili condizioni, diviene vana pretesa la nostra di chiedere una compartecipazione a oneri sociali da parte di nazioni che non hanno un uguale riscontro di morti. E dunque, ritorniamo a meditare sull’eccezionalità della situazione nostrana. In proposito, siccome non posso credere a una volontà divina, da ateo qual sono, di inviarci una punizione biblica, devo ripetere quanto già detto nei miei precedenti domenicali:
1. Noi contiamo i morti in modo diverso dagli altri, senza alcun tentativo di isolare quelli per cui sia accertata la dipendenza dal coronavirus, e non da numerose malattie pregresse. Dateci i numeri dei morti nei passati inverni, e solo dal confronto potremo valutare davvero l’incidenza dovuta all’attuale contagio.
2. Diteci anche, inutili santoni delle conferenze stampa quotidiane delle ore 18, con quali criteri contate, con tanta assillante precisione, i numeri dei nuovi contagiati, visto che non sono persone sottoposte a tamponi, e che non si sono neppure presentate agli ospedali. Lo stesso vale beninteso per quelle dichiarazioni così puntuali circa i guariti.
3. Non ho mai trovato riposta neppure al quesito se sia stato opportuno oppure no istituire le zone rosse, condannare cioè gli abitanti di alcuni comuni a infettarsi inesorabilmente tra loro, invece che condurre una dovuta operazione di distinguere tra chi avesse avuto rapporti con persone venute dalla Cina, o risultasse portatore di uno stato febbrile significativo. Così si sono creati dei lazzaretti obbligati.
4. Il che si è ripetuto per tutte le case di riposo per anziani, ragione forse di una moltiplicazione di decessi nei loro casi.
5. Desta poi meraviglia il numero di decessi tra medici e infermieri al lavoro. Possibile che questi, sentendo su di sé non sintomi leggeri, da curare attraverso una quarantena, bensì gravi problemi respiratori, non si siano affrettati a valersi dei respirazione forzata, con le macchine a loro disposizione, e da loro stessi somministrate ai ricoverati in grave stato?
6. Infine, mi sembra inevitabile che l’attuale stato di clausura venga esteso fino a Pasqua e Pasquella, 12 e 13 aprile, ma voglio sperare che dopo si riaprano le porte, si faccia ripartire la nazione. C’è il sistema di rapida misurazione degli stati febbrili che consente di fare il vaglio tra positivi e no.

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Arte

La pereftta e meritoria “restituzione” del Politticio Griffoni

Immagino lo sconforto, per non dire il disappunto, la rabbia da cui è stato colto Fabio Roversi Monaco, che a lungo aveva proceduto nel tentativo di ricomporre le membra sparse del Polittico Griffoni. Ci era riuscito, offrendolo alla cittadinanza bolognese, ma diciamo pure urbi et orbi, nel suo spazio museale più importante, Palazzo Fava. Eravamo tutti già pronti a rendere omaggio a quel capolavoro riapparso, ma l’influsso perverso del contagio al momento ce lo ha impedito, speriamo che questa opportunità si ripresenti quanto prima. Intanto però mi è del tutto possibile condurre una visita virtuale all’opera, presente in vari siti. Del resto, come guida eccezionale, disponiamo dell’accurata ricostruzione del Polittico che Roberto Longhi ha condotto in uno dei suoi capolavori, “Officina ferrarese”, procedendo quasi come un detective sulle tracce di un crimine fino a trovarne la soluzione. Devo dire che questo riconoscimento dell’eccellenza del saggio longhiano proviene da un “infedele”, non certo da uno dei tanti devoti seguaci che la sua lezione ha raccolto attorno a sé. Io ho avuto un destino curioso, forse “cinico e baro”, una volta tanto, a mio favore, in quanto i casi della vita mi hanno fatto essere, nei trascorsi anni ’70 e oltre, prima Direttore dell’Istituto di storia dell’arte bolognese, poi divenuto Dipartimento di arti visive, quando ci fu quella trasformazione. E dunque mi sono trovato a comandare su muri che trasudavano di longhismo, io che venivo da storie del tutto diverse, e che non ho mai mancato di recare obiezioni severe ad alcuni dei cardini del Maestro piemontese-toscano. Per esempio, non gli ho mai dato per buona la tesi della discendenza del Caravaggio dai mitici “padani”, a lui invece così cara. Inoltre, da contemporaneista incallito, ho dovuto rimproverarlo dello scarso credito che ha sempre assegnato all’intera arte internazionale del Novecento, se si eccettua un valido interesse giovanile per Boccioni, e poi, oltre la metà del secolo, una qualche partecipazione, ma con cautela, all’entusiasmo suscitato nel migliore dei suoi allievi, Francesco Arcangeli, da un possibile ritorno in scena del tanto amato naturalismo, ma “quantum mutatus ab illo”, e dunque con dubbiosa adesione a quella possibile ricomparsa. E poi, che dire dell’ingiurioso trattamento inflitto a Canova, in cui invece io insisto a vedere un primo passo nella contemporaneità più avanzata e sperimentale?
Ma torniamo alle magnifiche pagine dell’”Officina ferrarese”, dove è giusto trovare appunto la precisa ricostruzione del Polittico Griffoni, perfetta emanazione del clima fervido che per tutto il ‘400 aveva infiammato quella provincia, con un protagonista quale Francesco del Cossa, appena di un gradino inferiore al massimo Cosmé Tura, e un suo allievo, Ercole de’ Roberti, cui si deve l’aver stabilito un ponte verso la vicina Bologna. Che per parte sua in tutto quel secolo era stata alquanto avara di esiti, se si eccettua il celeberrimo “Compianto” di Niccolò dell’Arca, che peraltro è frutto proprio di una dissidenza rispetto ai sacri canoni rinascimentali, dominanti nella vicina Firenze. Bologna è stata avara di risultati brillanti in alcuni secoli, nel Duecento, e poi nel Quattrocento, e si può aggiungere alla lista l’Ottocento. E dunque, non si poteva certo pretendere che Longhi, in quel suo stato di grazia, allungasse il tiro fino a mettere in cantiere una Officina bolognese, di cui però non ha mancato di abbozzare qualche linea. Infatti, proprio a cavallo tra Quattro e Cinquecento noi abbiamo avuto una stagione quasi di primavera, di proto-rinascimento, di timido anticipo di modernità, sotto la cappa protettiva dei Bentivoglio, che avevano la loro chiesa di riferimento in S. Giacomo, e proprio l’annesso Oratorio di Santa Cecilia è un frutto mirabile di quell’epoca, fecondato dai talenti forse un po’ facili, ai limiti col kitsch, si direbbe ora, di Francesco Francia e Lorenzo Costa, ma deliziosi, proprio nella loro freschezza e candore, totalmente diversi rispetto al linguaggio contorto dei Ferraresi. Lo sguardo felice di Longhi si spinge anche oltre quel traguardo, coglie molto bene il linguaggio aspro, già pre-manierista, di Amico Aspertini, cui in effetti la Bologna delle grandi mostre retrospettive concepite da Gnudi, poi lasciate in eredità a Andrea Emiliani, ma in questo caso anche con l’intervento di Daniela Scaglietti, uscita dall’Università, ha dedicato nel 2009 un giusto riconoscimento.
Purtroppo i Bolognese sono stati distruttivi nella loro storia, ciò era già avvenuto nel Trecento, quando avevano distrutto un Palazzo in cui il cardinale Bertrando del Poggetto cercava di far rientrare, ma pro domo suo, il papa dall’esilio di Avignone. E circa due secoli dopo avevano abbattuto la sede del dominio bentivolesco, tanto che ancora oggi da quelle parti esiste una Via del Guasto. E dunque quella tenue primavera venne interrotta, però il filo di espressionismo avanti lettera, o di culto di artisti nordici (non “lombardi”, per carità!) inaugurato da Aspertini continuò a svolgersi. Esorto Roversi Minaco a condurre, in futuro, una serrata indagine sulla Bologna dei decenni centrali del Cinquecento, caratterizzata da Manieristi quali Prospero Fontana e Pellegrino Tibaldi, e da architetti ugualmente audaci che la città felsinea ebbe, a cominciare dal Terribilia. Con loro continuava una storia di dissidenza rispetto ai canoni della “modernità”, invano esaltati dall’arrivo del capolavoro raffaellesco, la Santa Cecilia. Si dovrà aspettare l’entrata in campo dei Carracci per comprendere la lezione dei “moderni”, di Raffaello, ma soprattutto di Tiziano e del Correggio, e a quel punto il calendario riprende a scorrere, con le magnifiche mostre dedicate all’intera Scuola bolognese, verso cui Longhi fu costretto a rendere un omaggio, nella sua famosa prolusione del ‘34, quado assunse l’insegnamento della cattedra universitaria bolognese, ma un po’ “obtorto collo”. Resta comunque il dovere di colmare un vuoto, di rimediare a quell’anello mancante, nell’intera sequenza della nostra storia dell’arte.

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Letteratura

Ruffilli e Rondi: il dritto e il rovescio nella poesia

Ho ricevuto in questi giorni due libri di poesia, che come è noto corrisponde a un genere poco frequentato da me, ma non mi voglio sottrarre al dovere morale di dare un qualche segno di gratitudine verso chi si degna di mandarmi i suoi prodotti. Fra l’altro, sono così stimolato a riprendere le fila di un mio discorso generale, di cui alcuni paragrafi sono stati suscitati da occasioni diverse tra loro, da raccolte poetiche di Aldo Nove, di Roberto Pazzi, e perfino di un frequentatore insolito di questi lidi quale Alberto Moravia. Per un miscredente come me, si dà una condizione primaria perché un prodotto in poesia risulti accettabile, che cioè esso dimostri di aver accolto un detto celebre di Verlaine, “prends l’éloquence et tords lui le cou”, che io allargo in un più ampio “prendi la poesia, nelle sue manifestazioni più usuali, e strozzala, gioca in senso contrario, in controtendenza”. Ciò premesso, vengo a menzionare le due raccolte poetiche che provocano questo mio discorso. La prima è di Paolo Ruffilli, “Le cose del mondo”, lo ringrazio di essersi ricordato di un inesistente come me, e mi sento un po’ in colpa per il fatto di prenderlo come capro espiatorio. Ma sta di fatto che ogni sua lirica si può raddirizzare. Per carità, tutto in regola, buona eredità da un certo crepuscolarismo, da un ermetismo sempre persistente presso di noi, perfino da una certa “linea lombarda”. Ma sta di fatto che una sopravvivente eloquenza non viene certo strozzata, anzi, promossa, in un fare sentenzioso, attraverso massime, detti pieni di saggezza, giuste osservazioni, sensazioni abbastanza normali. Del resto Ruffilli è in buona compagnia, suppongo che meriterebbe il plauso di un campione assoluto di questo perbenismo poetico quale Maurizio Cucchi, che proprio sul “Robinson” di stamane, tanto per consolarci dei guai provocati dal corona virus, ci offre un florilegio, fatto tutto di prove assennate, ragionevoli, corrette, tra cui un frutto alla Ruffilli ci starebbe bene. L’altro prodotto che mi è arrivato viene da un autore fecondo e inesauribile quale Mario Rondi, e già il titolo appare molto indicativo, simile a un “giallo” che riveli perfino in copertina il segreto. il colpevole. Infatti la raccolta si chiama “Un mondo di stramberie”, una nozione, quella dello strambo, lo si ammetterà, assolutamente estranea all’universo di Ruffilli e compagni, che invece tentano di far rientrare la loro dizione sapiente nella norma, nello scorrimento più accettabile, senza scosse e senza traumi. In definitiva, da incorreggibile sostenitore del fronte sperimentale e innovativo, devo perfino ammettere che di questi tempi è divenuto difficile applicare la spada della separazione a livello di narrativa, mentre è più agevole farlo proprio in campo poetico. Dopotutto, come per la narrativa resto affezionato a chi frequentava gli appuntamenti reggiani di Ricercare, per l’ambito poetico il tratto discriminante sta nel mio saggetto, temo ormai introvabile, dell’81, dedicato alle ricerche intraverbali (“Viaggio al termine della parola”). E Rondi c’era, e non ha tradito quella appartenenza, anzi ne dà conferma, come in questo caso, dove ogni lirica è “tagliata”, come si fa per mescolare le carte. Un andamento fluido e sensato, alla maniera di Ruffilli, viene invariabilmente bloccato, ostacolato da un qualche inserto in apparenza immotivato. Insomma, siamo pur sempre alla vecchia pratica del “cadavere squisito”, che è un po’ la legge dell’universo poetico a cui mi attengo, come un fisico potrebbe farsi sostenitore dell’antimateria. Del resto, a chi temesse che il “cadavere squisito” fosse una pratica ormai degna di entrare nel museo, ne potrei ricordare una più recente, messa in atto da un brillante sostenitore della mia categoria di riferimento, Corrado Costa, autore di un audiotape in cui aggredisce gli ascoltatori_ “zuccconi, questo è il retro, il retro”. Naturalmente, per tutti gli aderenti a questo club, c’è sempre e soltanto il retro, il raddrizzamento è quanto si deve evitare.
Paolo Ruffilli, Le cose del mondo, Mondadori, pp. 198, euro 20. Mario Rondi, Un mondo di stramberie, Genesi Editore, pp. 161, euro 15.

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Attualità

Dom. 22-3-20 (ancora virus)

Nei miei vari domenicali dedicati al corona virus ho sbagliato in un punto, nell’esprimere qualche dubbio che il contagio si potesse espandere in altri Paesi allo stesso ritmo subito da noi, invece pare che le macchie rosse, sulle carte geografiche, si stiano allargando. Però non è stata saggezza o previdenza, da parte nostra, nel prendere per primi certi provvedimenti, bensì l’esito di una aggressione che abbiamo subito con circa un mese o più di anticipo, e in una misura che al momento non ha riscontro altrove. E dunque, restano gli interrogativi, cui dovremo pur tentare di rispondere: perché noi con tanto anticipo e in misure così macroscopiche? Si noti che questi dati enormi riguardano sia il numero dei contagiati sia quello dei defunti, noi su entrambi i fronti abbiamo un record assoluto. Sul primo punto, ripeto la mia richiesta, rimasta priva di risposta: come avviene un conteggio così preciso, “ad diem” e “ad personam”, dei nuovi contagiati? E non sarebbe il caso di adottare parametri di misura unitari in tutta la UE, ora che anche gli altri Paesi sono interessati come noi? Noto un fideismo, un lassismo sconcertanti, in tempi in cui i vari commentatori si disputavano su ogni dato possibile, nei vari salotti televisivi. Ora l’interrogativo mi sembra impellente: come fa il commissario Borrelli a snocciolarci imperturbabile alle 18 di ogni pomeriggio il numero esatto dei nuovi contagiati? Come già dicevo, nella più parte dei casi si dovrebbe trattare di una autocertificazione, dato che si fa giustamente divieto, in presenza di eventuali sintomi, di accorrere negli ospedali per farsi eseguire un tampone, né c’è la possibilità di mandare dei monatti a eseguire sul posto una verifica del genere. Dunque, questi dati dovrebbero essere del tutto incerti e opinabili, altrettanto si dica dei guariti. Anche qui, si tratta di autocertificazioni? Ma veniamo al capitolo macabro dei decessi, in cui deteniamo un triste record mondiale, con concentrazione in alcune regioni. Anche qui, ci si vuole fornire un po’ di statistiche, quanti sono stati i deceduti nelle altre stagioni invernali? E non è che subiamo l’infausta decisione di aver costituito le cosiddette zone rosse, cioè di aver racchiuso come in lazzaretti espansi i poveri abitanti di certi Comuni, sul tipo di Lodi? In definitiva, abbiamo tanto stigmatizzato l’idea balorda del premier inglese Johnson di dare via libera al contagio, puntando a una immunizzazione di gregge, ma noi, prima di lui, abbiamo fatto lo stesso, invece che andare a sceverare, caso per caso, chi avesse frequentato dei cinesi, o avesse comunque chiari segni di contagio, abbiamo chiuso il recinto, a questo modo abbiamo costituito delle bombe esplosive che poi hanno trasudato attraverso gli interstizi andando a contaminare i territori limitrofi. Questo è un modo per spiegare un eccesso di morti, altrimenti arcano, o da affidare a un qualche demone perverso a noi ostile. Inoltre gli stessi ricoveri per anziani, ahimè, si sono mutati in orride camere a gas, provocandone le morti a catena, anche questo sarebbe un dato da appurare, ovvero quanti tra i deceduti non provenivano da focolari domestici ma si trovavano condannati a una inevitabile contaminazione di gruppo?

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Un convincente “tutto” Jim Dine

Il romano Palazzo delle Esposizioni dedica a Jim Dine (1935) una imponente rassegna, suppongo una delle più ampie e complete che mai gli siano state dedicate, sfruttando molto bene tutti gli spazi del pianterreno, o piano alzato dell’edificio, il giro delle stanze laterali, e anche l’ampio corridoio che conduce a un emiciclo finale. Nel mio passato ho già avuto occasioni di misurarmi con questo artista, a partire da una mostra degli anni ’70 che era riuscito a dedicargli, nonostante i suoi mezzi limitati, Franco Farina, dalla plancia di comando nel ferrarese Palazzo dei Diamanti. E aveva avuto anche la buona idea di cbiamarmi dal vicino Dams di Bologna, dove avevo la cattedra di Storia dell’arte contemporanea, a commentare l’iniziativa per il pubblico. Mi sono rivisto di recente, con qualche emozione, in una rassegna che la moglie Lola Bonora ha dedicato a Franco, in uno dei tanti spazi che la sua ingegnosità era riuscita a far nascere attorno all’ammiraglia dei Diamanti. Un video, in quella mostra, mi fa apparire quando ancora possedevo una folta criniera di capelli, e mi affiancavano due ottime collaboratrici, la mai abbastanza compianta Francesca Alinovi e Paola Sega. Già allora non avevo esitato a imboccare la pista giusta, spostando Dine dalla collocazione solita che gli si attribuiva di protagonista della Pop statunitense a quella fase anteriore, ma colma di potenzialità, che era stato il New Dada, coi due moschettieri, Jasper Johns e Robert Rauschenberg. Il nostro artista poteva figurare come buon terzo in quella eletta compagnia, magari con accanto anche Claes Oòdenburg, forse l’uno e l’altro partiti addirittura da qualche ricordo della precedente stagione dell’Espressionismo astratto, o per meglio dire dell’Action Painting. Infatti c’era già tanta azione, nelle opere del giovane artista, magari inserite secondo la modalità del ready made, per esempio certe vanghe, tali e quali, pronte per essere distaccate dalla parete e impugnate per dar luogo a un lavoro reale. Del resto, di fatto Dine è stato tra i protagonisti della fase degli happenings, o in genere delle performances, infatti l’ottima mostra romana, accanto alle opere appese nelle stanze laterali, presenta una fitta serie di monitor in cui sono registrate appunto le azioni da lui instancabilmente ideate e svolte. Ma accanto ai corpi reali di un delitto, cioè di un’azione tangibile, Dine praticava anche un gusto raffinato della pittura, sfruttando certi ricordi di una fase ancora informale allo scopo di apprestare una superficie accogliente a cui appendere i reperti oggettuali. Che beninteso non mancavano, come per esempio una scarpa, sospesa tra una resa pittorica e invece una emersione plastica. Questo stato di sospensione o di fertile ambiguità congenita ha accompagnato il Nostro per tutta la sua carriera, con scelte appropriate per conciliare le due spinte. Per esempio il ricorso, a lui consueto, ad ampie vesti da camera, accoglienti, avvolgenti, o addirittura a cuori, estratti ancora pulsanti, palpitanti, un “leit motive” che lo ha accompagnate per tutta la sua carriera, trattato in mille modi, attraverso il recupero delle mille astuzie del mestiere: litografie, incisioni, monotipi. Oppure rozzamente affidato a blocchi di paglia. Infatti in sintesi l’intero percorso di Dine può essere riportato a un viaggio continuo tra le due e le tre dimensioni, il che lo ha anche indotto a rasentare il clima della citazione, per esempio a offrirci dei reperti di statue classiche, delle Veneri, ma abbozzate in fretta e furia, a colpi di ascia, con una furia che si è abbattuta anche sui burattini del repertorio caro all’infanzia. Proprio l’ampia sala centrale accumula una serie numerosa di Pinocchi, di tutti i formati, appollaiati su trespoli, ma d’altra parte sempre pronti a rituffarsi, a schiacciarsi sulle pareti, in questo indefesso andirivieni. Come se all’origine di tutto ci fosse uno stagno policromo, iridescente, da cui l’artista trae i suoi corpi, ancora rabbrividenti di screziature cromatiche, O al contrario ve li affonda, a ritrovare uno stato di primordiale barbarie. Un simile processo di regressione a stati primitivi, a un certo punto ha riguardato anche le scritte, le lettere dell’alfabeto, forse per effetto di qualche stimolo proveniente dai più selvaggi dei Writers, Jean-Michel Basquiat, Keith Haring. In un campo del genere, non si dà più vistoso contrasto di quello con i modi secondo cui l’asettico “concettuale” Kosuth effettua i suoi recuperi scritturali, affidandoli a corretti caratteri, irrigiditi nella fredda luce dei neon. Invece le scritture di Dine intendono recare ben visibili le tracce del furore, del “sound and fury”, che da sempre presiede a tutti i suoi interventi, e dunque sono i degni comprimari dei cuori palpitanti, oppure sono le emissioni, candide, infantili della folla dei Pinocchietti, anch’essi arguti e petulanti.
Jim Dine, a cura di Daniela Lancioni. Roma, Palazzo delle Esposizioni, fino al 2 giugno. Cat. Quodlibet.

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Letteratura

Ruggiero: una fresca e attendibile “autonarrazione”

Ricevo da Paolo Ruggiero un suo “romanzo”, “La grande stagione”. Di lui non so molto, tranne che era accanto a me, come mi ricorda, in una edizione di RicercaBO, senza però essere stato invitato a leggere un suo brano, cosa che spero voglia fare alla prossima occasione. Ho messo tra virgolette il termine di “romanzo”, tanto risulta inadeguato per l’opera di Ruggiero, mentre gli risulta assai più propria quella, oggi dilagante, di “autofiction”, o di “autonarrazione”. Andando indietro nella storia, viene quasi fatto di ricordare che in passato, accanto alle prove narrative, o alle tragicommedie, esistevano pure i “Chronicle Plays”, in cui eccellevano grandi autori come Shakespeare e Defoe, Oppure, più modestamente, parliamo di un andamento a struttura diaristica, come succede in quest’opera, scandita secondo il succedersi dei mesi in cui il protagonista, Livio, riversa quasi ad horas le sue private vicende, e ci sarebbe da meravigliarsi se tutto questo non fosse molto vicino all’esperienza dell’autore in persona. Che a un bolognese come me offre il piacere di svolgersi per gran parte nelle vie, vicoli, piazzette, angiporti della città felsinea, in cui Livio si aggira sia per ragioni di studente, sia per la disperata ricerca di un impiego, intento anche a soddisfare i bisogni primari del cibo e del sesso. In entrambi questi capitoli la narrazione è fedele, esauriente, fino quasi a fornire una guida a come si soddisfano i morsi della fame in tutti i modi spiccioli, di cibo per le strade, o qualche rara volta in ristoranti stellati. Ce n’è quasi da ricavare una guida per appetiti solidi e nello stesso tempo non sostenuti da adeguate risorse economiche. Lo stesso, e anche più, si dica per gli appetiti carnali. Il protagonista è sempre pronto a “rimorchiare”, anche da questa materia si potrebbe trarre un vademecum analitico, persuasivo, una perfetta guida, e anche un capitolo di quel compito primario che a mio avviso deve essere immanente a tutta la narrativa dei nostri giorni, di stendere una enorme “critica della ragione sessuale”. In sintesi, una simile prova rende onore, fa risalire nel punteggio le prestazioni da riconoscersi ad autori praticanti nella città felsinea. Chi mi segue sa che assegno un punteggio molto basso ad alcuni suoi esponenti, a un Fois che del resto è quasi un abusivo entro le mura petroniane in cui importa una stereotipata tematica sarda: a un Nori, dalle prove striminzite ed evasive. E anche le industriose ricognizioni storiche dei Wu Ming non mi persuadono troppo. Più convincente il giallista principe, Carlo Lucarelli, sfidante del Nostro proprio in materia di bolognesità, ma perché questo autore, certamente di largo successo e rinomanza, si ostina a indietreggiare nel tempo, immergendoci in una triste Bologna degli anni di guerra, come nel recente “L’inverno più freddo”? E freddo, ingrato, anche se molto puntuale, è il ritratto che ne esce della nostra città. Mentre Ruggiero ce la restituisce verace, palpitante, in presa diretta. Del resto, la stessa efficacia egli riesce a ritrovarla anche quando i casi della vita lo portano altrove, per esempio a Parigi, e anche a questo proposito devo ammettere che, essendo un buon conoscitore della Ville Lumière, mi ritrovo con piacere e adesione negli itinerari che il Nostro ne traccia. E poi, c’è pure il paese del cuore, della nostalgia adolescenziale, in una provincia dell’Est in cui Livio è cresciuto, e va ancora a trovare la madre, ma è anche il luogo che gli suscita un “vautour”, in quanto vi è morto il padre, pilota d’aereo spericolato, votato alle acrobazie, ma rimasto vittima di una di queste. E il ricordo doloroso si affaccia, attende al varco il nostro anti-eroe, unica molla che ponga un qualche ostacolo a una “joie de vivre” diversamente piena, colma di odori colori sapori.
Paolo Ruggiero, La grande stagione, Castelvecchi, pp. 313, euro 19,50.

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Attualità

dom. 15-3-20 (virus 4)

Ancora sul pasticciaccio brutto del corona virus, che poi è ormai una tragicommedia dalle infinite complicazioni. Forse, a dire il vero, sta proprio avvenendo quella propagazione di bollini rossi capace di darci ragione, di dimostrare che qui in Italia siamo stati i primi della classe, ad avere il coraggio di assumere misure draconiane per fronteggiare la peste. Resta però l’interrogativo di fondo, perché proprio noi siamo stati vittime di questa invasione senza pari, non abbiamo commesso in merito qualche sbaglio? Ci sarà da indagare in proposito, a bocce ferme. E resto dell’avviso che ci distinguiamo per una solerzia degna di miglior causa. Prendiamo per esempio il conteggio “ad personam”, a singole unità, che ci perseguita in ogni ora del giorno circa l’implacabile crescita dei contagiati, in cui battiamo ogni concorrenza. Qualcuno ci vuole dire come si conteggiano i “positivi”? E’ l’effetto di una autodichiarazione, priva di controllo? Non credo che ci sia una schiera di diligenti monatti che ad ogni esternazione dei singoli circa un loro supposto stato di contagio, si affrettino a recarsi a domicilio per effettuare un tampone, che poi richiederebbe alcuni giorni per dare un esito. Se poi questi supposti positivi si recano ai pronto soccorso, commettono un gesto indebito, a meno che non siano in stato grave, da sottoporre subito a trattamenti di emergenza. Altrimenti, dovrebbero essere redarguiti e rimandati a casa. In definitiva, un medico dello Spallanzani di Roma ha dichiarato che l’80% dei contagiati se la cava con pochi giorni di ritiro domiciliare, e che la cosa non è molto peggiore di una pesante influenza. Resta poi il computo dei morti, ma ho invocato più volte che ci venga detto il numero statisticamente medio dei deceduti in ogni periodo invernale, solo su questa base, se risultasse un consistente incremento, si potrebbe incolpare il malefico influsso del morbo incondito. Quanto ai trasporti e al loro blocco, non si potrebbe far ricorso a quei dispositivi, pare di esito quasi immediato, che sono in grado di rilevare uno stato febbrile? Si dice che un sintomo sicuro del contagio sia una febbre superiore ai 37 gradi e mezzo. Si era detto di aver applicato questi congegni miracolosi alle prime avvisaglie del contagio, ma applicandolo alla cieca, a ogni arrivo in aereo, invece che concentraci a isolare i provenienti dalla Cina. Ma ora se ne potrebbe fare un uso appropriato ad ogni arrivo di viaggi in treno o in aereo, e perfino sui mezzi del trasporto urbano .
Trovo poi vergognoso che, mentre si sospendono servizi essenziali, e si pretende perfino di arrestare il lavoro in fabbrica, non si proceda a chiudere le borse, questo per permettere agli speculatori di tutto il mondo di continuare a fare i loro sporchi giochi. C’è da strabiliare che solo ieri si sia deciso, almeno, di sospendere quel vero e proprio latrocinio che consiste nel vendere allo scoperto titoli che non si possiedono, determinandone la caduta di valore, e poi riacquistandoli per coprire lo scoperto a prezzi ridotti, così lucrando un enorme profitto. In proposito altra volta, sull’”Unità”, quando ancora usciva, mi ero permesso di proporre qualcosa di temerario: dividere le azioni, utili senza dubbio per consentire al pubblico di partecipare al finanziamento delle aziende quotate in borsa, in una parte vincolata, con resa dei conti, dei profitti e delle perdite solo annuale, e una parte invece da lasciare ai giochi degli speculatori. Ciascun acquirente potrebbe così compiere una ragionevole scelta, se affidarsi a un andamento annuale, nel bene e nel male, o se partecipare a una specie di gioco alla roulette.

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Arte

Un Raffaello a testa ingiù

Da un lato mi rallegra il fatto che per la grande mostra dei cinquecento anni dalla morte di Raffaello siano stati chiamati a collaborare sia il Direttore degli Uffizi, Elke Schmidt, da me sempre giudicato il migliore tra i direttori stranieri pescati a suo tempo da Franceschini, sia, e soprattutto, la sua brava collaboratrice al Gabinetto dei disegni Marzia Faietti. Ma mi stupisce, e ritengo balorda, l’idea di esporre Raffaello a testa in giù, partendo cioè dalle ultime prove e risalendo faticosamente verso le prime. Voglio sperare che una trovata così incongrua venga da un collaboratore alla mostra, tale Francesco Di Teodoro, di cui mi sfuggono i titoli di eccellenza per un ruolo del genere. Questo pinco pallino, secondo i miei senza dubbio sprovveduti criteri, però ha osato difendere una simile trovata domenica scorsa sul supplemento del “Sole 24ore”, sostenendo che tale è il metodo per scoprire se un’opera è un falso. Forse, per questo verso, ha ragione lui, è certo un modo per scoprire goffaggini, incertezze di mano, ma, per carità, nella pratica di tutti i critici e intenditori d’arte i dipinti vanno giudicati a testa insù, tanto è vero che un famoso eversore di questa regola elementare, Georg Baselitz, impicca alla rovescio le sue opere proprio a scopo di provocazione, ben consapevole cioè di battere di proposito una via insolita. Speriamo che una procedura così contro natura non si diffonda, alla maniera come, ahimé, ha fatto scuola il vezzo, introdotto dalla Tate Modern di Londra, di accorpare le opere non secondo le tendenze stilistiche bensì affidandosi al criterio estrinseco dei temi. E’ stata un’idea di un “curator” di turno, Vicente Todoli, cui subito si sono aggregati i tanti, non “egregi”, suoi compagni di strada.
Questa decisione di “impiccare” all’ingiù un artista è particolarmente sbagliata per chi, come Raffaello, risulta essere sempre stato “in progress”, autore di mutamenti stilistici continui, tanto che, nelle mie lezioni, mi divertivo a dire che forse, una volta scomparsi certi dati filologici, qualche futuro interprete smarrito avrebbe potuto attribuire ad autori diversi quanto è appartenuto alle sue maniere, in corso di continua modifica, man mano che la sua genialità prensile si impadroniva di soluzioni più avanzate, abbandonando quelle seguite fino al giorno prima. Oppure è come pretendere che un lettore di “gialli” si trovi subito squadernato il colpevole nelle prime pagine. Viceversa, da parte del divino Urbinate, giungere a una piena “maniera moderna”, quali sono senza dubbio, ben documentati in mostra, i capolavori del secondo decennio, i ritratti di Leone X e di Baldassar Castiglione, nonché i celeberrimi volti femminili della Fornarina e della Velata, è stato il frutto di una faticosa marcia ad acquisire impasti morbidi, immersi nell’atmosfera, con un quasi secolo di vantaggio rispetto ai Rubens e Caravaggio e Rembrandt. Fra l’altro, si aggiunge il tratto caratteristico dell’immersione nelle tenebre cosmiche, un accorgimento che il Sanzio aveva appreso da Leonardo, e applicato con convinzione, ma solo a partire dalla sua fase romana. Nei miei azzardi in una materia per me forse impropria ho condannato a piene lettere un sfondone che pure viene ripetuto pari pari da fior di storici e filologhi con le carte in regola. Si prenda un dipinto-ponte come la “Madonna del Granduca”. C’è da giurare che quando Raffaello lo esegue, ancora a Firenze, la figura è su sfondo chiaro, e solo quando egli arriva a Roma capisce che i tempi “moderni” chiedono un totale cambiamento di pedale, e dunque lo sfondo viene tinteggiato con colore scuro.
Questo dannoso sistema di procedere a ritroso condanna soprattutto il “primo” Raffaello, quando è ancora in linea di massima prigioniero dei maestri urbinati, e del Perugino, con sfondi tersi, limpidi, e figure attentamente delineate, ma che già sanno acquisire ritmi di eccezionale eleganza, come avviene nel primissimo “Sogno del cavaliere”, giuntoci da Chantilly, anche se non accompagnato dalle ancor più sinuose, serpentinate “Tre grazie”. E forse ci sarebbe stato bene un maggior numero di Madonne con Bambino, e a fianco un San Giovannino, squisite architetture di braccia, gambette, piedini, a lanciare lacci nello spazio, alla conquista di un movimento che era ancora fermo in una specie di ”surplace”, ma già teso, pieno di energia potenziale pronta a scatenarsi.
Magari ci sta pure la riflessione che per un appuntamento così importante valeva la pena di servirsi di altri spazi, magari di chiedere al Palaexpo di imprestare qualche sua stanza, posponendo la pur magnifica mostra di Jim Dine. O perché non rivolgersi anche a Palazzo Venezia? In fondo, l’aver compresso nelle poche stanze delle Scuderie una sintesi di “tutto” Raffaello, compresi l’architetto, l’estensore di cartoni per enormi arazzi, e soprattutto l’indefesso disegnatore, hanno certo il vantaggio della visione sinottica, ma anche il rischio di diluirla a maglie forse un po’ troppo rade.
Raffaello 1520-1483, a cura di M. Faietti e M. Lanfranconi, con F. P. Di Teodoro, V. Farinella. Roma, Scuderie del Quirinale, fino al 2 giugno. Cat. Skira.

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