Arte

Morris: un “Monumentum” eretto per sè e per tutta l’umanità

Ad appena un anno di distanza dalla morte, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, sotto l’abile direzione di Cristiana Collu, celebra come meglio non si potrebbe Robert Morris (nato nel 1931), forse l’esponente principale della grande rivoluzione che si ebbe nel ’68, ma anticipata proprio dal cosiddetto Minimalismo di cui questo artista si può considerare il numero uno. Io allora non esitati, nei miei vari scritti, a riconoscere l’importanza di quel movimento, anche facendo forza su alcune mie quasi innate convinzioni, che mi portavano ad aderire alle teorie di Einstein secondo cui le rette, e il loro incontro in un angolo a 90 gradi, non esistono nell’universo, mentre al contrario le proposte minimaliste si presentavano sotto forma di cubi e prismi, comunque di strutture, dette anche “primarie” proprio per la loro discendenza perfetta da un manuale di geometria euclidea. Ma me la potevo cavare ricorrendo al mio amato Sartre, che ci aveva insegnato a distinguere tra l’”in sé” e il “per sé”, e infatti quelle forme, fin troppo rigide in se stesse, richiedevano che il fruitore gli passeggiasse attorno, che cioè si impegnasse in una azione, in una performance, in cui consisteva il cuore stesso di quella rivoluzione in atto. Del resto, il tratto distintivo, e geniale, di Morris è stato quello di essere pronto a voltare la frittata. Infatti questo mio privato ragionamento ben presto se lo pose lui stesso, e dunque da quel formalismo compiaciuto e perfetto passò ben presto al suo rovesciamento, non più pannelli rigidi, metallici ma morbidi tessuti, feltri pronti a cedere alla forza di gravità. Era un esemplare passaggio dallo “hard” al “soft”, che si può anche considerare come il tratto distintivo della grande svolta di quegli anni, con l’appoggio della tecnologia, pronta anch’essa ad adottare proprio la “softness” come nota distintiva. Tutto questo mi permise addirittura di recuperare il mio amato Informale, ma con la precisazione che ora si trattava di un Informale “freddo”, nell’accezione di McLuhan, cioè tale da non fruirsi solo con gli occhi ma con l’intero accompagnamento di ogni orano sensoriale, e dunque col movimento, con la tattilità. Morris, su quella strada, si spinse fino a traguardi “massimali”, come per esempio il riempire una stanza con un cumulo di “trash”, di spazzatura. Credo che a quella svolta abbandonasse quasi tutti i compagni della prima ora, rimasti a prodursi in sbarre, o magari disponibili a invadere anche il territorio (Land Art), ma sempre con mosse parche e circospette. Del resto, non fu solo quella, l’unica svolta proposta da Morris. In seguito fece di meglio, o di peggio, secondo i punti di vista, imbracciando anche il pennello per dar luogo a una popolazione di immagini violente, brutali, in una ripresa di Espressionismo, e neppure astratto, ma rispondente ai canoni più consacrati. Ora quasi “in articulo mortis” ha voluto dare il meglio di sé, ovvero uscire di scena con una specie di sintesi di tutti i passi precedenti, ritornando addirittura alla figura umana, ma svuotandola di ogni interiorità. Come se un cataclisma, simile alla famigerata eruzione del Vesuvio, avesse soppresso le carni, modellando solo le scorze esterne dei corpi. Infatti l’artista ha fatto indossare a delle persone viventi delle tuniche, delle gabbane, delle tonache monacali, invitandole a gestirle dall’interno come indemoniate, facendole poi uscire e indurendo le pose che ne erano risultate. Come una folla di ossessi, di indemoniati, di streghe avviate al sacrificio estremo, al rogo, e in attesa dello strazio protese a gesticolare, a protendere braccia, dorsi, gambe, in un balletto sinistro, in una performance muta, delirante, che le spinge a fare gruppo, o a uscir fuori dagli spazi chiusi per andare a occupare con pose drammatiche le gradinate esterne di accesso alla Galleria. E’ davvero un “Monumentum”, come suona il titolo della mostra, che Morris erige a se stesso, ma anche a tutto il mondo dell’arte, di cui riassume, come proprio si deve fare sul punto di andarsene, alcune delle tappe più tumultuose, di un barocco magicamente ritrovato. Non posso fare a meno di menzionare che a Modena c’è da tempo un’artista, Cristina Roncati, cui non è mai mancato l’appoggio continuo del miglior critico di quella regione, Francesco Arcangeli, che si è avventurata in soluzioni molto simili. Ma in qualche modo l’ultimo Morris si è fatto carico di tutta l’umanità, l’ha voluta trascinare con sé in un balletto estremo.
Robert Morris. Monumentum 2015-2018. A cura di Saretto Cincinelli. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, fino al 12 gennaio 2020.

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Letteratura

Ferrante: un prodotto annacquato

Non ho mai mancato di manifestare la mia perplessità, per non dire ostilità, davanti ai prodotti narrativi di Elena Ferrante, nonostante i gridi di entusiasmo di tanti colleghi, e soprattutto il consenso ottenuto da questa scrittrice a furor di popolo, ma non per niente siamo prevenuti contro i rischi del populismo in ogni sua accezione. Forse tanto successo è il frutto di una ignoranza, o dimenticanza, i critici e comunque i lettori che applaudono non hanno letto, o hanno scordato il capolavoro steso da Elsa Morante negli anni ’30, “Menzogna e sortilegio”, di cui questa attuale “Vita bugiarda degli adulti” ad opera della Ferrante appare come un prodotto edulcorato, annacquato, privo del vigore dell’originale. Anche se qualche cosa resiste, per esempio nel personaggio dominante della zia Vittoria, una fiera popolana di Napoli, piena di cattiveria per tutti i torti che ritiene di aver subito dai parenti, e pronta a trasmettere questo messaggio di ripulsa, di odio inconciliabile alla nipote Giovanna, Giannì, che si assume il compito di ricevere i colpi di questa avversione, ma anche pronta a mutarsi in una forma molto particolare di amore, rivolto quasi a sottrarre l’ignara bambina, che poi cresce, diventa adolescente e donna, ai mali che gli “adulti” sarebbero pronti a infliggerle. Chi ha letto le pagine della Morante, potrà trovare assonanze, corrispondenze, nel gioco estremo dell’odio, della ripulsa degli affetti familiari più sacri. Ma, come dicevo, la Ferrante annacqua questi nodi di vipera per una specie di sua incontenibile bulimia, pronta a dotare ogni personaggio che mette in scena di una serie innumerevole di fratelli, figli, cugini, nipoti, tanto che a leggere le sue pagine converrebbe proprio dotarsi di una pagina per registrare i nomi, e non perderli per strada, resistendo anche ai continui mutamenti di luogo e di condizione sociale, mentale, attitudinale dei vari protagonisti. Basti prendere il caso proprio di Giannì, in definitiva la protagonista numero uno, o il punto di vista adottato dall’autrice. Un momento va bene a scuola, è quasi un piccolo genio, poi no, diventa lavativa, indolente, quasi deficiente. E’ vero che soprattutto da piccoli o nell’età ingrata questi sbalzi di umore e di rendimento scolastico sono possibili, ma la Ferrante vi si affida un po’ troppo, come il malato che cerca scampo rigirandosi nel letto, o come il puglie che in momenti di debolezza si attacca al corpo dell’avversario per cercare riparo, finché l’arbitro non intima il tipico “break”. Qualcuno lo dovrebbe intimare anche alla Ferrante, il che fuor di metafora consisterebbe in un invito a “tagliare”, a stringere, a smetterla di allungare il brodo Ma questa moltiplicazione dei pani serve alla Nostra per tirare avanti, per moltiplicare le pagine dell’intreccio, anche se questo diviene ballonzolante, in un su e giù di umori contrastanti, per cui questa tumultuosa schiera di personaggi talvolta appare buona, qualche altra malvagia e insidiosa. Si dirà che anche la vita è così, ma una narrativa seria deve darsi un’economia, stringere i caratteri, portarli a pesare forte sulla bilancia dei sentimenti, il che qui certo non avviene.
Elena Ferrante, La vita bugiarda degli adulti, Edizioni e/o, pp. 320, euro 19.

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Attualità

Dom. 17-11-19 (desistenza)

Nel domenicale di oggi anticipo quanto direi nella riunione indetta dal Pd locale per il prossimo martedì 19 novembre, con al centro i problemi delle prossime elezioni nella nostra Regione, ammesso che a un pesce piccolo come me sia possibile prendere la parola. Del resto sarebbe la ripetizione di quanto giù affidavo al domenicale di due settimane fa, del 3 novembre. Purtroppo anche nella nostra Regione potrebbe accadere quanto si è verificato in Inghilterra, e anche in Lombardia, che cioè i grandi centri, come Londra e Milano, votano a sinistra, mentre il contado (si sarebbe detto una volta) è più portato a favore della Lega. Questo avviene, almeno a casa nostra, per la politica sbagliata di aver obbligato alcune località a prendersi quote di immigrati, senza preoccuparsi di dar loro un qualche sbocco lavorativo. E forse anche la tutela da parte delle forze dell’ordine può essere apparsa talora alquanto scarsa, che sono i motivi su cui la campagna elettorale di Salvini insiste. A Bologna non dovrebbero esserci problemi, come ha dimostrato la magnifica levata di scudi delle “sardine”, che però, per effettuarsi, richiede una concentrazione di consistenti folle giovanili, come non si verifica altrove. Ma in ogni caso ingranerei il motivo da me agitato in un altro domenicale, l’opportunità di “resistere” a oltranza, se anche ci fosse una sconfitta. Starebbe solo nel Pd ricavarne la triste conseguenza di imboccare la crisi di governo, che diversamente, anche se l’esito elettorale fosse per noi negativo, non potrebbe valere per il Presidente della Repubblica, non tenuto a rispettare i sondaggi di Pagnoncelli e compagni, e neanche i responsi di elezioni parziali. In ogni caso, meglio la vittoria, che sarebbe resa più facile da una desistenza del M5S. Proprio non si vede perché dovrebbe presentare presso di noi una propria lista, per rendere pubblica una sua inevitabile caduta di consensi? Naturalmente una rinuncia a entrare in lizza, col rischio di sottrarre voti al Pd, potrebbe trovare dei compensi, per esempio promettendo a esponenti Pentastellati qualche posto nella Giunta regionale, o anche nelle liste per il Consiglio, se c’è tra loro qualcuno cui non ripugna apparire sotto i nostri simboli. E poi ci si potrebbe impegnare a rendere il reciproco, cioè a non presentare liste nelle Regiini in cui i Cinque Stelle apparissero forza preponderante.

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Attualità

Una sontuosa manifestazione del “triangolo” di Joseph Kosuth

Avevo già annunciato, parlando di Cesare Viel nel blog di domenica scorsa 3 novembre, che avrei approfittato della presenza in contemporanea di una mostra di Jseph Kosuth, nella Galleria di Lia Rumma, un vero e proprio miracolo, uno spazio che gareggia con le istituzioni pubbliche e tiene a contratto un gran numero di maestri di oggi, quasi sfidando le équipes più affollate dei nostri tempi, quali si riscontrano presso un Gagosian o un Perrotin. Tra tante presenze di valore, appunto, c’è pure il maestoso, ieratico Kosuth, cui si deve l’introduzione della scrittura tra i mezzi canonici di fare arte, accantonando, come insegnava la rivoluzione del ’68, l’usurato strumento del pennello e della pittura. La scrittura, fin dalle avanguardie storiche, era stata presente nella prassi artistica, ma come un modo di gettare un pittoresco disordine nella stanza ben ordinata dei caratteri tipografici. Kosuth invece la prendeva nei modi più conformi, desunti dalle pagine a stampa, per farne un uso tipicamente “concettuale”, ovvero per agire sulla nostra mente, mettendo tra parentesi l’aspetto materiale della grafia, il “significante”, a tutto vantaggio del “significato”, chiamato a far funzionare quasi allo stato puro le nostre “cellule grigie”. E questo uso insolito del materiale verbale era da lui prontamente associato ad altre due vie, così da costituire un rigoroso “triangolo”, che stavano nell’appendere alla parete l’oggetto stesso, oppure una sua foto, anche in questo caso ben attenta a non introdurre disturbanti caratteri sensuosi. Rispetto a queste tre vie canoniche, gli eredi come Viel, cioè i post-concettuali, si sono sentiti indotti a “riscaldare” il clima, ovvero a introdurre un po’ di aspetti più sensuosi, per esempio ricorrendo a scritture manuali, e soprattutto a sfondi cromatici, proprio per umanizzare, rendere più accattivante la maestosità che invece Kosuth ha continuato a imporre alle sue manifestazioni. In sostanza, egli si è limitato a introdurre un unico mutamento, affidando la scrittura alla luminosità opalescente e sfavillante del neon, come nelle insegne pubblicitarie, spiccanti su sfondi rigorosamente neri. Ma per carità, nessuna concessione a uno spirito Pop, alla volgarità delle insegne pubblicitarie. Infatti le frasi, magari sempre più lunghe e complesse, sono affidate a caratteri anch’essi solenni, sacralizzati. Per un verso è l’accoglimento della svolta impressa ai neon da Bruce Nauman, ma assolutamente lontana dal voler rendere conto di dati somatici, esistenziali. Il che sembra costituire una contraddizione, rispetto al titolo stesso di questa mostra in cui si invoca un “Existentioal Time”, ma ancora una volta risulta che il Signore impassibile di questo regno si rifugia nella impersonalità, andando a cercare queste testimonianze di specie esistenziale presso i grandi scrittori della storia, in una lista impressionante che va da Nietzsche a Joyce alla Stein. Si entra cioè in una sacra cripta, in un memoriale eretto per celebrare le più preziose testimonianze del genere umano. Una trasformazione analoga va a colpire gli altri due aspetti del sacro triangolo kosuthiano, che troviamo al primo e al secondo piano della Galleria. Il ricorso alla foto non riguarda più, come in origine, una banale sedia, o un orologio dozzinale, bensì un serpente sacro, acciambellato su se stesso, a evidenziare il mitico schema dell’Ouroboros, “dove è il mio principio c’è pure la mia fine”, avrebbe sentenziato Eliot (anche se in questo caso il riferimento va a Nabokov). E pure gli oggetti, convocati secondo il registro del ready made, del tale e quale, non sono a loro volta desunti da una quotidianità frusta e logora, bensì dai musei dove si conservano gli oggetti appartenuti a tanti eroi del nostro tempo, da Einstein a Duchamp a Virginia Woolf. Il tutto è immerso in gelido algore, in una sorta di freezer, come si conviene per consentire la custodia delle memorie, che non si corrompano, come è nell’intento del nostro artista. Va da sé che, viceversa, per distanziarsi, per trovare uno spazio autonomo di manovra, Viel, assieme ai suoi compagni di generazione, avverte la necessità di “riscaldare”, di riavvicinare alla vita di tutti i giorni quella olimpica e asettica virtuosità.
Joseph Kosuth, “Existential Time”. Milano, Galleria Lia Rumma.

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Letteratura

D’Amicis: gli inizi di una bella carriera “in progress”

Mi vanto di aver seguito quasi ad ogni passo la lunga e ricca carriera narrativa di Carlo D’Amicis, fin da quando era arrivato ai nostri fortunati appuntamenti di RicercaRE, a Reggio Emilia, presentato da quell’ottimo talent scout che è stato Canalini di Transeuropa. Poi l’ho accompagnato lungo il suo procedere in crescendo fino al capolavoro dell’anno scorso, “Il gioco”, che avevo invitato per una presentazione nel programma, “povero ma bello” che tengo ogni anno a Cortina d’Ampezzo, Grand Hotel Savoia, a sfida della incombente “montagna di libri”, forte dell’appoggio del comune ampezzano. E per parte mia voleva anche essere un risarcimento per l’esclusione di questa opera “totale” da una corsa a pieno titolo allo Strega di quell’anno per ragioni quasi di censura moralistica. Sono quindi ben lieto che ora venga recuperato uno dei suoi primi lavori, “Il ferroviere e il golden gol”, che mi era sfuggito, e che si vale anche di una postfazione di un’anima assolutamente gemella quale Tiziano Scarpa, uniti nello svolgere concordi quella che mi piace anche definire, in termini para-kantiani, una “Critica della ragione sessuale”. Qui ovviamente compare già “in nuce” l’eroe-anti-eroe che poi rimbalza in tutte le opere successive di D’Amicis, sviluppandosi, articolando meglio i dati psicologici, ma resta al centro di tutto un personaggio in fiera disfida contro tutti i pregiudizi del tempo. Però è una disfida condotta con mezzi pacifici, e sempre pronta, caso mai, a rivolgere su di sé gli strali dell’accusa, con tendenza quasi di sapore masochista. Qui del resto, a p. 109, troviamo una frase che significa nel modo migliore una simile spinta a rivolgere in primis su se stesso l’arma dell’offesa: “ero di tutti tranne che di me stesso”. Ovvero, nel protagonista la lotta contro i tabù sociali è sempre esercitata con bonomia, come in questo caso il rifiuto alla destinazione impostagli dal padre di fare il ferroviere come lui, eppure il figlio non fieramente degenere ci prova, e si sente anche pieno di ammirazione per il fratello Leone, che tale è, a differenza di lui, non proprio a livello fisico in quanto è stato colpito da una paraplegia che lo costringe a muoversi in carrozzella, però con un consistente compenso a livello psicologico che ne fa un “dritto”, un furbo, capace di trasmettere al fratello tanti consigli di vita, imponendogli una soggezione quasi di stampo paterno. Insomma, l’inettitudine di cui il nostro soggetto fa ampia, convinta, ma a anche sommessa confessione, si dispiega come la polpa di un crostaceo, compressa tra rigide corazze parentali, tanto che non osa infrangere il sacro vincolo coniugale del fratello verso l’avvenente moglie Lisa. Insomma, a dire il vero l’affondo nella vita sessuale al momento non avviene, il nostro ribelle è trattenuto da complessi e inibizioni, anche se sogna in grande, proponendosi di tirare su una squadra di giovani calciatori tali da costituire un provvido vivaio per le grandi squadre del Nord, con una Juventus che si para in lontananza come vetta inaccessibile. Proprio per gettare un ponte tra lo stato presente, manchevole e deficitario, e un avvenire speranzoso di mirabili successi, sull’esempio di quelli che il fratello riesce davvero a ottenere, l’autore impresta al suo rappresentante il mondo delle metafore calcistiche, Ovvero, ogni passo di questa eroicomica vicenda viene indicato, ribadito, sottolineato con riferimento a qualche evento, impresa, atto memorabile avvenuto nei vari tornei calcistici. Devo dire che la puntualità, lo specialismo con cui questi riferimenti vengono inseriti corre qualche rischio di monotonia, di insistenza ossessiva, soprattutto se il lettore, come nel mio caso, non è all’altezza di comprendere e gustare riferimenti così puntuali. Ma per fortuna un tale contrappunto assilla solo quest’opera prima del Nostro, e non si ripresenta nelle imprese successive, anche se indubbiamente esse richiedono ogni volta di spaziare su un’ampia tastiera di similitudini, metafore, agganci, in vista di giungere a edificare il risultato finale, l’”opera-mondo” corrispondente al “Gioco”.
Carlo D’Amicis, Il ferroviere e il golden gol, 66TH, pp. 156, euro 15, postfazione di T. Scarpa.

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Attualità

Dom. 10-11-19 (ILVA)

Mi pare che ormai si diffonda la consapevolezza di quanto sia stato errato cedere ai privati certe infrastrutture fondamentali alla vita economica del nostro, come di qualsiasi altro Paese. Il caso presente ovviamente è quello dell’ILVA, ma si aggiunge pure quello dell’Alitalia, e forse anche di Autostrade. E’ riusonato in queste ore un ammonimento del Presidente Boccia di Confindustria, non si possono obbligare le aziende private a mantenere dipendenti quando il mercato va male, il che è sacrosanto, i privati non possono diventare benefattori lavorando in perdita, ma proprio in questi casi deve intervenire la comunità nazionalizzando, questo è un tratto fondamentale che caratterizza la sinistra dalla destra. E dunque, inutile insistere per far recedere Arcelor Mittal dall’intento di uscita, hanno ragione quanti osservano che la mancata proroga di uno scudo protettivo è solo un pretesto, la vera ragione è che quella ditta per mantenere l’impegno vorrebbe poter licenziare la metà degli operai. Inutile andare per le vie legali, si perderebbero anni, di fronte a una situazione che invece chiede interventi urgenti. E allora, via a qualche forma di nazionalizzazione, magari attraverso la Cdp, o anche con formule di mezzadria, tra lo Stato e qualche privato, come si tenta di fare anche per Alitalia. Non si capisce perché la UE avrebbe posto il divieto a ricorrere ad aiuti di stato, Forse che la sua costituzione è fondata su un liberismo a oltranza, forse è una norma suggerita da un liberista della più bell’acqua come il nostro Giavazzi? Se uno Stato comunitario impiega i suoi soldi per sanare una industria fondamentale, purché rispetti le norme di deficit globale, come glielo si può impedire? E perché si interviene su questo aspetto, mentre si lascia libertà su certi fattori capaci di squilibrare, di creare la differenza, adottando criteri disparati per quanto riguarda l’età del pensionamento, la sanità, la scuola?
Però i guai relativi al nodo ILVA sono due, la conduzione, che deve essere effettuata malgrado tutto a un regime di piena occupazione, ma c’è pure la questione ambientale. Si sente dire che altrove, presso acciaierie di altre nazioni, il problema è stato risolto, prendendo provvedimenti per cui quegli impianti non sono più nocivi. Ma se interventi così salutari non esistono, restano due vie, o spostare l’impianto in un terreno innocuo, o applicare questa ricetta alle abitazioni circostanti, demolendo i quartieri posti in vicinanza delle acciaierie e trasferendo altrove gli abitanti. Ovviamente sono soluzioni onerose, ma non siamo alla ricerca di occasioni di lavoro, soprattutto per il Sud? E non sono questi proprio gli interventi per una politica green, ambientalista, che dovrebbero consentire alla UE di chiudere un occhio sui conti dei membri, concedendo sforamenti’ In ogni caso penso che da evitare sia la politica della decrescita felice, come sarebbe eliminare gli alti forni e sostituirli con un bel parco verde con tanti animaletti scorazzanti.

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Viel: la vita è un flusso di scrittura

Diego Sileo, alla guida del Padiglione d’Arte Contemporanea (PAC) di Milano, sta realizzando una serie di mostre monografiche dedicate ad artisti oggi sulla cinquantina che costituiscono l’asse portante della nostra attuale ricerca. Sono già sfilati Luca Vitone ed Eva Marisaldi, si prepara in pista Luisa Lambri, ora è il turno di Cesare Viel (1964). Se si volesse trovare un’etichetta per definirli, si potrebbe ricorrere a un generico “post”, parlare cioè di una situazione di post-concettuale. Io ricorro anche allo schema triadico di Hegel, seppure applicato alla buona, per cui si è avuta una “tesi”, l’ondata innovativa del ’68, una “antitesi”, tutta la situazione di rivisitazione del passato e del museo degli anni ’70, tra Nuovi-nuovi, Anacronisti, Transavanguardia, poi una specie di sintesi finale, con ritorno a forme d’avanguardia, ma alleggerite con quote di estro, e un approdo finale, appunto, al rilancio del “concettuale”, il cui strumento primario è stato il ricorso alla scrittura, la più aliena alle vie tradizionali di praticare l’arte. Ebbene, ci siamo, il nostro Viel è soprattutto un ardito praticante di varie modalità di scritture, ma per capire tutta la differenza tra lui e un “concettuale” di prima generazione basta recarsi a poca distanza, nella Galleria di Lia Rumma, che in questo momento ospita il Signore incontrastato del ricorso a forme verbali, Joseph Kosuth, ma redatte con caratteri impeccabili, e per lo più affidati a un neon opalescente, biancheggiante su uno sfondo di tenebre. Viel, naturalmente, ha capito subito che doveva prendere le distanze da questo uso del materiale verbale condotto in modi asettici e rigorosamente “mentali”, e dunque fin dai suoi inizi si è affidato a messaggini redatti magari anche con scrittura corsiva, e soprattutto stesi su foglietti multicolori, una gioiosa arlecchinata, anche per la disinvoltura con cui vengono presentati. Li raccoglie, li tesaurizza, e poi li getta all’aria affidandoli al caso, a una libera caduta, Se si vuole, è anche un modo di frequentare la casella della Narrative Art, nata pur sempre a ridosso del sessantottismo, ma purché la narrazione sia affidata il più possibile alla privacy. Del resto, basta riportare alcune frasi che sanciscono tutte queste procedure: “Io sono mio/mi gioco fino in fondo”, con un invito a seguirlo sulla stessa strada: “Facciamo fluire via le nostre frasi”. Accanto alle iscrizioni, non mancano i disegnini, le icone, ma purché siano anch’essi tracciati con piena evidenza, registrati a filo di penna o di matita. Qualche volta Viel realizza dei “pacchetti” di questi suoi affettuosi “memento”, racchiudendoli in box, quasi in passeggini allestiti per quel bambino che egli ritrova al termine di un regresso nel proprio vissuto. Questo il suo esercizio prevalente, pienamente convincente, ma ci sono anche possibilità alternative, magari, a ben vedere, intonate a quella medesima ricerca sentimentale, come lo spettacolo che ci accoglie nel parterre del PAC, un apparente strato di terriccio, in cui però sono sepolti dei tesori, proprio di quel filone di segreti di famiglia, vale a dire gli oggetti di cui faceva uso il padre. Ma soprattutto, e siamo al cuore della presente mostra, l’artista si vale di un sistema ingegnoso, dove le strisce colorate non servono più per accogliere delle frasi, ma valgono per se stesse, come trance di un tessuto multicolore, ritagliate a maglie larghe, e depositate al suolo, al modo in cui i giocatori alla roulette potrebbero deporre le loro fiches sulle caselle del tavolo, Quanto a lui, l’artista, il demiurgo, ovviamente si pone nel ruolo del croupier, che con un rastrello può maneggiare quegli stralci, quei lembi policromi, ma non per portarli via, per azzerarli, anzi, per dare loro un massimo di visibilità, e così allargare la capacità di racconto, di diario, che sta sempre tra il pubblico e il privato, riscattando con la sua sensibilità cromatica i rigori astrattivi cui si attiene il capostipite di questa famiglia, l’austero, oracolare Kosuth.
Cesare Viel, Più nessuno da nessuna parte, a cura diDiego Sileo. Milano, PAC, fibo al primo dicembre. Cat. Silvana Editoriale.

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De Seta: ben di più di una “carte postale”

Più di dieci anni fa avevo recensito un romanzo di Cesare De Seta, “Quattro elementi”, con qualche titubanza, perché temevo di occuparmi di un tipico “violon d’Ingres”, cioè di una prova laterale, da dilettante, di un autore ben noto per solidi titoli di docente universitario in storia dell’arte e dell’architettura, ma già allora avevo dovuto ammettere che quella storia “teneva”, anzi, sapeva creare una forte tensione, con punte quasi di sadismo, tanto che mi ero permesso di fare un rinvio a un nostro novelliere principe quale Matteo Bandello, con sorpresa dello stesso De Seta. Ora, di fronte a questa “L’isola e la Senna”, non ci sono più dubbi, Cesare fa sul serio, gettandosi con coraggio nella mischia, anzi, in una specie di “main stream”, di corrente maggioritaria in cui nuotano tanti odierni narratori nostrani, più titolati di lui, se non altro per essere dediti a quell’esercizio in esclusiva. Siamo di fronte ai casi di una famiglia tipicamente “aperta”, con drammi di coppia, tra fedeltà e tradimenti, con i problemi dati dai figli, alcuni dei quali crescono bene, altri tralignano. E poi ci sono le malattie incombenti, da cui, anche quando riesce a risolvere i problemi economici, è però afflitta la nostra società, fino a dover accompagnare padri e nonni fino al passo fatale. Tutto insomma scontato, prevedibile, e d’altra parte a generare sospetti c’è perfino un sottotitolo in copertina, quasi diminutivo a bella posta, “carte postale”, come di un narratore che si limita a fornirci scene di genere e di colore locale, con una deambulazione incessante dei protagonisti tra la Senna che compare nel titolo, e invece località avite del nostro ambito regionale. Ma De Seta si riscatta da quello che potrebbe apparire come un andamento abbastanza scontato impostando invece una coraggiosa inversione dei tempi. E così il protagonista, Pierre, un intellettuale, cui l’autore stesso potrebbe avere ceduto qualche sua caratteristica personale, se ne va subito in apertura, con una morte che ci viene offerta quasi in diretta, con lo stupore, la sorpresa, lo sconcerto della stessa vittima. Ma in realtà Pierre non abdica da un suo protagonismo, che gli viene restituito attraverso un’abile citazione letteraria, rubata all’Eliot della “Waste Land”, dove si parla, in francese, di Fleba il Fenicio, che sarebbe un “dritto”, un abile mercante, ma costretto da un naufragio ad affondare in mare, e mentre affonda, si vede costretto a rivivere le tappe della sua esistenza. Se vogliamo, il nostro Pierre non è così dappoco, nulla in lui risponde a un carattere banale, di affarista spudorato, ma gli viene inferta la stessa pena, o lo stesso riscatto, la possibilità di rivivere i vari momenti della sua esistenza, felici o meno che siano stati, e così anche noi lettori partecipiamo a questa ricostruzione “á rebours”, con i suoi vari eventi, i difficili rapporti con la moglie Lidia, che ha tutto il diritto di “vivre sa vie”, tanto più che rimane vedova nel fiore degli anni, del resto anche nei tempi in cui viveva ancora col marito non mancava di concedersi qualche giro di walzer. Ma soprattutto ci sono i rapporti coi figli, grazie anche a un accorgimento utile per arricchire la casistica, di darli alla coppia in un numero consistente, di ben quattro. Ci sono due maschi che si allontanano, presi da egoismo, da resistenza ai rapporti familiari, da progressivo distacco reciproco. Ma l’affetto dei genitori, e soprattutto della moglie-madre più a lungo esistente, vanno agli estremi della catena, all’unica figlia, Carole, che spicca per doti di intelligenza e sa catturare le simpatie di tutti, però viene minacciata da una malattia che fa trepidare i parenti. E poi c’è il caso più delicato di Duccio, che è la pecora nera di quel nucleo familiare, incerto sul suo avvenire, irresoluto, dedito al vagabondaggio, con attrazione verso l’India, ma per condurvi un’esistenza sregolata, anarchica, dedita all’uso della droga, con tendenze eterodosse perfino in campo sessuale. E’ insomma una spina nel fianco di quella comunità, ma proprio per tanta sua debolezza e fragilità risulta essere anche il più amato dalla madre, costretta a fare tristi incursioni nel tugurio in cui quel giovane vive malamente, quasi da reietto, e con un compagno occasionale. Presagiamo che la corda è troppo tesa e non potrà che spezzarsi, attraverso un tipico gesto di suicidio, che viene a chiudere la vicenda nel segno di un algore invernale, di un freddo gelido e scostante. L’ultima “carte postale” che ci raggiunge è listata a lutto, a chiusura di una serie che però ne ha messe in campo tante altre piacevolmente varie e colorite.
Cesare de Seta, L’isola e la Senna. Carte postale. Jaca Book, pp. 141, euro 15.

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Attualità

Dom. 3-11-19 (resistere)

Per stigmatizzare con efficacia la situazione attuale credo che nulla valga meglio che ripetere lo slogan usato da Saverio Borrelli, al culmine di “Mani pulite”, “resistere resistere resistere”. In questo caso ovviamente lo si deve applicare al governo giallo-rosso, pur sempre sovrastato dal rischio che se cede, il Paese viene consegnato a quel Mussolini in sedicesimo, ma non per questo meno pericoloso, che è Matteo Salvini. E’ sconcertante sentire i “soliti” noti, convocati dalla Gruber e da altri salotti televisivi, ripetere scuotendo la testa che no, così non va, non c’è feeling tra i Cinque stelle e il Pd. Come se ci fosse stato quando si era effettuato il matrimonio ancora più assurdo e a freddo tra Lega e Pentastellati, origine di ogni nostro male, Ho già ripetuto non so quante volte che invece di elogiare il Presidente Mattarella dovremmo inveire contro di lui per aver provocato quella unione contro natura solo per evitare le grane che allora sarebbero state costituite da un sacrosanto andare a nuove elezioni, da cui sarebbe saltato fuori un governo di centro-destra, ma senza dare a Salvini un ruolo prioritario. Si temono i risultati avversi delle elezioni regionali, ma di quella nell’Umbria il buon senso ha portato a far valere la parzialità del responso, dato l’esiguo numero dei chiamati alle urne. Ora ci attende il responso ben più impegnativo della consultazione in Emilia Romagna. Dio non voglia che esso risulti negativo per il Pd, ma se anche così fosse, non ne verrebbe fuori la crisi automatica dell’attuale governo. O meglio, si ricreerebbe la situazione di qualche mese fa, in cui saremmo stati costretti a procedere col governo giallo-verde, a meno che “qualcuno” non provocasse la crisi. E anche dopo un eventuale insuccesso nelle prossime Regionali, se i membri del governo mantengono i nervi a posto, non succede nulla, Mattarella non ha assolutamente il potere di sciogliere il Parlamento, non mi risulta che sia al servizio dei sondaggi di Pagnoncelli. Ecco la ragione del ripetere anche oggi l’appello al “resistere” ad ogni costo. Certo, la carta di una alleanza organica tra i due partiti leader del governo non ha funzionato, in Umbra, potrebbe però funzionare un patto di desistenza, ovvero il M5S, che certo in Emilia non può fare molto, dovrebbe non presentare una propria lista e invitare i propri aderenti a votare per la lista Pd, al fine di non sottrarre voti a quest’ultimo, in un numero che, se anche esiguo, potrebbe però essere proprio la causa della perdita nel confronto con la Lega.

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Arte

Icaro. una scherma spaziale

La Galleria d’Arte Moderna di Torino dedica una giusta e opportuna retrospettiva a Paolo Icaro (1934) che serve a ricordarci una volta di più come l’Arte povera di Germano Celant non possa pretendere di portar via l’intero piatto di quanto si affacciava in Italia, e nel mondo, all’approssimarsi del fatidico 1968. Lo stesso discorso vale, e del resto io l’ho già fatto, per il suo conterraneo, marchigiano come lui, Eliseo Mattiacci, purtroppo scomparso di recente. Nessun gruppo, in ogni tempo, riesce a monopolizzare per intero un “ismo”, è una regola generale, e se l’Arte povera invece è riuscita a compiere quest’impresa, lo di deve alle capacità manageriali di Celant, più che di critico, fra l’altro privo di qualsiasi sensibilità nel parlare delle opere d’arte. Icaro, al suo primo apparire, nel 1964, anno da cui inizia a documentarlo la presente mostra, arieggiava, se si vuole, il Minimalismo statunitense, ma introducendo già validi indici di devianza, infatti i suoi elementi metallici filamentosi rifiutavano di descrivere dei formati rigorosamente squadrati, ma appunto deviavano, seguivano percorsi irregolari, cercavano a bella posta che i vari bracci non si incontrassero tra loro. In questo senso non c’è opera più tipica del “Cuborto” del ’68, dove il mancato incontro a perpendicolo dei segmenti metallici, cioè il fallimento del proposito di tracciare un cubo, appare sostituito da una spinta a farsi “torto”, o diciamo pure simile a un aborto, proprio per far fallire uno “spirito di geometria” troppo affidato al tiralinee. Inoltre Icaro sa bene che a rimedio del carattere aggressivo, tagliente di spade e fioretti, se ne ricoprono le punte con tondini protettivi. Ebbene, lui fa qualcosa di simile, infatti in genere su quelle pertiche pone come dei cappellacci, ovvero delle tavolette in gesso, appunto per toglierne il carattere contundente. E dunque accanto a una vocazione verticalizzante, ce n’è in lui anche una di segno contrario, a favore dell’orizzontale, che approda addirittura a soluzioni pavimentali, andando a rivestire i pavimenti con un acciottolato, magari con ricorso quasi a tessere di un mosaico. Del resto, quell’approdo raso terra gli serve non certo per raggiungere un senso di equilibrio inerte. Anche se una di queste opere è intitolata”Linea di equilibrio”, in realtà la vediamo sbandare, oscillare, assumere un andamento curvilineo. Un altro tema che lo assilla è quello di rendere il vuoto, cosa che gli riesce possibile solo dotando uno spazio cavo di una sorta di pelliccia, di anima esterna capace di renderlo visibile per contrasto, e in questo caso la “camicia”, la scorza esterna può essere trattata con un gonfio spirito barocco, pieno di bitorzoli e grumi, come se si trattasse di una pelle invasa da qualche piaga. Però, attenzione, se in Icaro c’è una spinta verso i valori della mobilità, dell’eccentricità, ovvero appunto verso una tendenza barocca, questa viene frenata, forse meglio dire censurata, ricorrendo a una rigorosa imbiancatura, come dare la calce proprio per curare una qualche infezione animale o vegetale. Si potrebbe anche dire che il nostro artista è un “lunatico”, ma nel senso letterale della parola, in quanto tenta proprio di afferrare uno spicchio di luna, candida, lattea, imprigionandola in un secchio, come se l’avesse recuperata da un pozzo. C’è in lui una infinita pazienza quasi di un giocatore di “shangai” che colloca con delicatezza i bastoncini, o erige castelli di carta, ma poi viene preso da un momento di furore e allora getta tutto all’aria, o meglio, imbroglia quei suoi lucidi tracciati, li arruffa, ne ricava una giungla, ma sempre nel segno di una austera acromia. A meno che, invece, ma molto più di rado, non consenta che da quei suoi involucri essenziali trasudi, come un umore maligno espulso, un delicato strato di colore, ben attento però a non disturbare un’armonia che resta pur sempre abbarbicata a una austera combinazione tra il bianco e il nero, tra il pieno, ma subito minacciato da un vuoto incalzante. Perfino i corpi, se pretendono di affacciarsi in questo mondo parco ed economico, possono farlo solo come esili, filamentosi tracciati, devono cioè lasciare fuori di scena gli ingombri della carne, mettere a nudo la sottile, rarefatta gabbia del sistema nervoso interno.
Paolo Icaro, Antologia 1964-2019, a cura di Elena Volpato con scritti di Bernard Blistène e altri, Torino, GAM, catalogo Corraini.

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