Arte

Barocci, pittore deliziosamente ambiguo

Tra tutti i direttori di museo tirati fuori a suo tempo dal ministro Franceschini, pare coll’intento principale di fare incassare più soldi d’ingresso ai rispettivi istituti, la presenza più valida sembra essere stata quella di Elke Schmidt, alla testa di due siti del calibro degli Uffizi e di Pitti. Purtroppo, in pieno riconoscimento di questa sua validità, a quanto pare ce lo sta portando via un museo parimenti titolato quale il Kunsthistorisches di Vienna. Nella sua presenza agli Uffizi va riconosciuto a Schmidt, tra gli altri, il merito di aver concepito le sale monografiche dedicate ai massimi Leonardo, Michelangelo e Raffaello. A Pitti ora ha il merito di aver recuperato dai depositi un capolavoro, “La Madonna della gatta”, di quell’artista per eccellenza ambiguo, sospeso tra vari “ismi”, che è stato il marchigiano Federico Barocci (1535-1612). Su di lui vado a leggere il referto del bignamino dei nostri giorni, wikipedia, che lo dice artista sospeso appunto tra Manierismo, Controriforma e Barocco, con spreco di etichette che però ci stanno, a patto di precisarne portata e limiti. Manierismo? Sì, indubbiamente, se però specifichiamo che, data la sua data nascita, si trattava di un Manierismo addirittura di terza ondata, posteriore perfino a Tintoretto e a Jacopo Bassano, magari da allineare al numero uno di tutta quella congiuntura, al Greco, o, più modestamente, al nostro Pellegrino Tibaldi. Il tutto sull’onda del protomartire di quello stile, il Parmigianino. Si veda come le due figure laterali si inarchino mollemente, quasi per delimitare uno scrigno prezioso, entro cui si accalca una gremita serie di personaggi, ma tutti accartocciati su se stessi, proprio per dare il senso di un tesoretto, di un reliquario, di una cripta dove si custodiscono corpi raffinati. Da notare anche l’esistenza di un punto di fuga, di una specie di sfiatatoio che si apre sul fondo, come una finestrella affacciata su una più larga fetta di mondo. Al preziosismo di linee fa eco quello cromatico, con una tavolozza di colori accesi, ma senza essere affocati, deliziosamente arrestati sui malva, sui ciclamino, con un sentore autunnale, non certo estivo, o forse avviato a un notturno. Naturalmente, se come termini di paragone vengono presi i massimi Tintoretto e Greco, bisogna pur dire che il linguaggio del Barocci è più timido, sommesso, delicato. Ma allora, è il caso di far intervenire il secondo termine della triade scolastica emessa da Wikipedia, la Controriforma? Però se per questa assumiamo come massino teorico il Cardinal Paleotti, non so se gli sarebbe stato possibile approvare il troppo di eleganza e di sofisticazione che, seppur sempre in chiave sommessa, sussurrante, appare in questa tela. E forse anche la gamma cromatica sarebbe sembrata all’austero prelato troppo compiaciuta di sé, troppo fiorita. Il suo occhio dritto era il più anziano dei Carracci, Ludovico, con la perfetta immagine di una Annunziata, condotta davvero come un santino da distribuire al popolo più impreparato, senza il rischio di turbarne le ingenue credenze. E ci sta pure una menzione al Barocco prossimo venturo? Non del tutto, dato che proprio la sofisticazione tardo-manierista con cui questa scena risulta elaborata non entra a vele spiegate nel grande naturalismo secentesco, che del Barocco costituisce senza dubbio una delle facce. A introdurre in quella direzione ci pensano lo stesso Ludovico, e poi i cugini Agostino e Annibale. O diciamo anche che è una questione di anni di nascita, ci vuole almeno una ventina d’anni di più all’atto della nascita per essere davvero in grado di voltare pagina e di lasciarsi alle spalle il cadavere, seppur deliziosamente imbalsamato, del Manierismo, nelle sue varie declinazioni. Il Barocci se ne sta in mezzo, magicamente sospeso, con tutto il fascino insito negli artisti che non si adattano completamente ad alcuna delle caselle storiografiche.
Federico Barocci, Madonna della Gatta. Firenze, Pitti, Sala di Berenice.

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Letteratura

Carofiglio: un giallista che sa rispettare “la regola dell’equilibrio”

Quasi prevedendo la scomparsa di Camilleri il “Corriere della sera” ha messo in cantiere una serie di romanzi di nostri campioni del “giallo”, in una di quelle iniziative con cui i grandi quotidiani tentano di porre un freno al calo delle vendite, su cui, a buon conto, ormai tacciono, mentre solo qualche tempo fa esibivano trionfalmente il numero delle copie vendute. Questa serie, chissà perché, si intitola “nero profondo”, mentre più modestamente si tratta di gialli, come del resto indica il colore delle relative copertine. Io certo non amo troppo questo intero genere, di cui vado a rivedere le pulci perfino al numero uno, allo stesso Camilleri, ma riconosco che è un fenomeno sociologico inevitabile, già comparso in precedenti stagioni della narrativa di tutti i tempi, e dunque bisogna pure occuparsene. Uno dei meno peggio è senza dubbio Gianrico Carofiglio, e direi proprio per una sua massima lontananza dal “nero” dagli effetti esagerati, tanto che per una sua precedente prova, “L’estate fredda”, l’ho contrapposto alla sgangherata, effettistica, manierata “Paranza dei bambini” in cui si è esibito Roberto Saviano, cercando di mettere all’incasso la fama di santone del mondo laico e di sinistra che si è conquistato. Camilleri, per stare ancora a un confronto inevitabile, era altrettanto fermo nella difesa di quei valori, ma restio a ricavarne facili frutti. In definitiva, anche Carofiglio, sul piano politico, difende quei medesimi valori di sinistra, come risulta dalle sue frequenti comparse nel salotto della Gruber, ma lo fa proprio senza venir meno a un abito di corretto decoro formale, di freddo raziocino, quale gli deriva dal ruolo di magistrato che ha occupato per lungo tempo, e che non tradisce neppure sulla pagina. Non per nulla il prodotto di cui ora vado a parlare si intitola “La regola dell’equilibrio”, che è quasi un ammonimento che l’autore sembra in primis porre a se stesso, e a uno dei suoi protagonisti preferiti, in questo caso Guido Guerrieri, cui impresta molta parte di sé sia a livello professionale, di essere profondo esperto del diritto e nello stesso tempo di essere in possesso proprio di ferme doti di equilibrio, prudenza, circospezione nel condurre le inchieste. Con un relativo riscontro a livello linguistico, infatti Carofiglio si vale di una lingua corrente, pacata, non restia ad affrontare anche formule di gergo avvocatesco, ma quasi scusandosene o fornendo subito una opportuna versione per noi lettori sprovveduti. Naturalmente in questa incapacità di valersi di un sensuoso bilinguismo sta un limite di tutti i seguaci delle orme di Camilleri, un cui punto di forza, come ben sappiamo, è invece di cavalcare la tigre dei saporiti inserti dialettali. Per evitare ulteriormente di essere trascinato in qualche vicenda torbida e arrischiata il nostro autore scinde la sua materia in episodi ridotti. Infatti il suo portavoce qui di casi ne affronta due, e fra l’altro non ci scappa il morto, ennesima infrazione a regole implicite di un genere che il narratore-magistrato è riluttante a rispettare fino in fondo. In un primo caso Guerrieri difende un giovanotto accusato di stupro da una ragazza, che però, giocando abilmente su telefonate registrate, la nuova inevitabile fonte di prove e documenti, egli può dimostrare essere già stata in relazione col presunto violentatore, e dunque il rapporto si avvia a prendere i toni smorzati e penalmente irrilevanti del rapporto consenziente.
Più impegnativo il secondo episodio, in quanto a chiedergli di essere difeso è un suo quasi parigrado, un magistrato, tale Pierluigi Larocca, che però appare subito assai antipatico, spocchioso, da autentico “primo della classe” in tutte le sue imprese, nel pubblico e nel privato. Se Carofiglio ha un torto, è di farci apparire subito detestabile questo personaggio, tanto da aderire spontaneamente all’avversione che forse verso questo cliente prova lo stesso Guerrieri. Facciamo quasi il tifo con lui, partecipiamo a una accurata ricerca delle prove che rivelino come davvero il Larocca si sia fatto corrompere in vari casi per fornire sentenze favorevoli a malavitosi, ricevendo in cambio laute prebende, ovviamente scaricate su conti esteri. Il tutto forse è un po’ troppo evidente fin dalle prime battute, ma dobbiamo comunque apprezzare la finezza con cui il nostro avvocato difensore riesce a mettere nei guai l’assistito senza venir meno alla deontologia professionale, che non consente di infierire su un proprio cliente, anche se lo si sa colpevole. Purtroppo Carofiglio non sfugge a un noioso stereotipo di questo genere letterario, di infilare cioè nel cast dei comprimari una brillante detective pronta a intrecciare un flirt col conduttore dei giochi. Ma anche nell’inserire un motivo di questo tipo Carofiglio mantiene la mano leggera, ovvero rispetta quel senso di equilibrio che è annunciato perfino in copertina.
Gianrico Carofiglio, La regola dell’equilibrio, Corriere della sera, pp. 284, euro 7,90.

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Attualità

Dom. 28-7-19 (Conte)

Merita condurre qualche riflessione sull’intervento, mi sembra al Senato e mercoledì scorso, del Presidente del Consiglio Conte, che si credeva padrone della situazione, sia redarguendo, ma in modi da lui ritenuti inoffensivi, il vice Salvini per il Russiagate, sia però dandogli subito per compenso il via libera alla TAV in Val di Susa. Ma i due comprimari, Salvini stesso e Di Maio, si sono affrettati a sconfessare la loro creatura, montata in superbia, gli hanno tolto spago, ammonendolo col classico “sutor ne ultra crepidam”. Col che nello stesso tempo hanno smentito l’eterno partito dei moderati, di quelli che già a suo tempo avevano fatto il tifo per Letta e urlato all’abominio quando Renzi gli aveva strappato dalle mani la campanella del comando. Poi avevano fatto il tifo per Gentiloni, anche in quel caso per antipatia verso Renzi, e ora erano pronti a inneggiare per l’equilibrio e il buon senso tattico di Conte, magari in coppia con l’altro personaggio vacuo e inconsistente che è il Presidente Mattarella. Ma il duo Salvini-Di Maio è corso subito ai ripari togliendo corda e fiato al tapino che sperava di mettersi in proprio, non solo, ma proprio in quel giorno si sono affrettati a segnare il polso della situazione intervenendo sui rispettivi face book per dire la loro. In questo però sono stati preceduti da Renzi, che a sua volta ha smentito il “buonismo” di tutti i moderati di sinistra che si vogliono convincere che Zingaretti serva a qualcosa. Io, da renziano non pentito, ho ammirato l’abilità con cui il Matteo al momento soccombente ha girato la questione Russiagate prospettandola in termini che potrebbero far male davvero al suo avversario. Ma purtroppo speravo che in lui, per squisita sensibilità politica, ci fosse pure un voltafaccia sulla questione del rapporto con il M5S. Invece, su questo fronte, Renzi, forse esacerbato dagli attacchi a suo tempo subiti da Di Maio, continua a insistere sulla illiceità di un possibile matrimonio. Su cui invece c’è stato qualche segnale di consenso, di Franceschini, di Sala, anche se quest’ultimo, come del resto tanti esponenti ufficiali del Pd, continua a porre una clausola insostenibile, che a un accordo con i Pentastellati forse si può andare ma solo dopo un confronto elettorale, Questo però sarebbe il patatrac che renderebbe inutile l’eventuale incontro, infatti il Pd uscirebbe con qualche punticino in più, mentre i Cinque Stelle si dissolverebbero come neve al sole. Dunque, è ora che si deve tentare questa carta, lavorando ai fianchi i parlamentari pentastellati, che si convincano a disfarsi di Di Maio e riacquistino una piena libertà di manovra. Purtroppo è sempre più chiaro che a una crisi di governo non ci porterà mai l’astuto Salvini, puntiamo allora a ottenerla giocando sull’altra parte del fronte. Se no, davvero la nostra situazione mi ricorda quella del film “Niagara”, quando una fragile imbarcazione era trascinata verso la cascata fatale e senza uscita. Anche noi andiamo a finire nel gorgo, se Salvini e Di Maio restano abbracciati.

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Holzer: scrivere con la luce

La visita virtuale di questa domenica la compio alla GAMEC di Bergamo, coi limiti che certo inficiano la mancanza di un contatto diretto, ma con una buona possibilità di ragionare nella sostanza sui contributi dell’artista presentato. Intanto, vale la pena di commentare il titolo stesso di quel museo, che sorge proprio di fronte alla Accademia Carrara, gloriosa sede di una collezione di maestri che fa onore alla quella città. Lo spazio antistante, ricco di numerose sale, crede di aver risolto un annoso problema relativo alla lite tra il moderno e il contemporaneo, che in realtà stando alla cronologia dei manuali di storia, non dovrebbe neppure esistere, in quanto il moderno si fermerebbe alla fine del Settecento, per essere poi sostituito appunto dal contemporaneo, termine pressoché sinonimo, cosicché quasi nessuno lo accoglie come alterrnativo, e dunque il “moderno” regna sovrano anche in Musei che se ne fregiano, come la GAM di Torino o addirittura la GNAM di Roma, invece di inalberare la “C”, dato che in effetti si occupano di arte dell’Otto e Novecento, e dunque, sempre stando ai manuali, relativa al “contemporaneo”. La GAMEC di Bergamo ha tentato un compromesso, accogliendo una proposta intermedia, ma insostenibile, per cui il “moderno” si spingerebbe fino alla metà del secolo scorso, per poi essere sostituito finalmente dalla controparte. Pertanto, una mostra dedicata a un artista russo dei primi del Novecento quale Malevic, tenuta molto bene dall’istituto bergamasco, apparterrebbe al “moderno”, mentre ovviamente, e per venire al tema di oggi, l’attuale rassegna dedicata all’artista statunitense Jenny Holzer (1950) sarebbe tipicamente “contemporanea”. Ma al di là di queste sofisticate questioni di etichetta, quello che conta è la buona regia che la GAMEC ha avuto, nel passare di mano dalle direzioni di Vittorio Fagone e di Giacinto di Pietrantonio fino all’attuale di Lorenzo Giusti, che ha il merito di presentarci una valida campionatura dell’artista statunitense, in cui è da vedere una valida erede del clima del ’68, contrassegnato, tra le tante innovazioni, dall’aver introdotto anche l’arte “concettuale”, sdoganando il materiale verbale, vietato invece per lunga tradizione rinascimentale, o “moderna” in genere, alle arti visive, riammesso con le avanguardie storiche grazie al solito Futurismo, ma in versione “micro”, di carte e volumi di ridotto formato, come stavano a documentare le varie forme di poesia concreta, visiva, simbiotica e così via. Invece il ’68 ha dato alle formazioni verbali la piena dignità di andare a occupare intere pareti di gallerie, si pensi alle frasi sentenziose di un Robert Barrty e di un Lawrence Weiner, ripresi a loro volta nel compendio “uno e trino” fornito da Joseph Kosuth. A lui si deve lo scatto in più, di affidare i campioni di scrittura alle possibilità sferzanti fornite dai tubi al neon, e dunque tali da concedere alle avventure “mentali” uno sfocio di dimensioni ambientali. La nostra Holzer ha fatto tesoro di tutto ciò, con una mossa ulteriore, di avvalersi anche di quelle tecniche di scrittura mobile, molto usate sia dalla pubblicità che da tutte le forme di segnaletica di uso pratico, con le lettere che si accendono per un momento e poi subito spariscono, così da dotare le espressioni verbali anche del bene della mobilità, dello scorrimento rapido. Col che se ne accresce anche senza limiti la possibilità di sfociare in frasi, sentenze, ricordi, ammonimenti, ben oltre la staticità monumentale che i “concettuali” della prima ora assegnavano alle loro lettere. A quel modo la Helzer ha acquisito un potere enorme di esternazione, confessione, diario tra il pubblico e il privato, compiacendosi sia di pronunciare massime improntate a una “political correctness”, che lo diviene anche in senso ecologico, di igiene di vita e di comportamento, o che invece si compiace di sussurrarci piccole verità domestiche, senza falsi pudori. Col che le procedure di Jenny sfociano in quella che a suo tempo era stata denominata “Narrative art” e di cui un’artista francese, Sophie Calle, viene considerata in genere cultrice superba e inarrivabile, anche perché sa fare uso delle varie risorse ammesse da questo genere, e dunque la scrittura viene collegata al materiale fotografico e ad appunti di diario. Il tutto, però, se non sbaglio, in versione statica, mentre a caratterizzare l’esercizio della Holzer ci sta la mobilità consentita dagli attuali sistemi pubblicitari. Naturalmente il tutto presuppone che le varie prestazioni della nostra artista si tengano nell’oscurità, ma animata, accesa, sia dalla proiezione di frasi in formato monumentale, sia dallo scorrimento di piccole battute, oltretutto decise a contestare il ritmo orizzontale–verticale con cui si svolgono in genere le comunicazioni verbali. Infatti queste sue sommesse insinuazioni possono collocarsi anche con andamento sghembo, in obliqua. Insomma, pur in un arco di possibilità abbastanza rigido, dettato dalle forme stesse di cui questa produzione artistica si vale, la Holzer fa di tutto per darle varietà, mobilità, e in definitiva anche mistero, come essere invitati a penetrare in stanze segrete per effettuarvi accurate perquisizioni, alla ricerca di messaggi più o meno criptici.
Jenny Holzer, Tutta la verità, a cura di Lorenzo Giusti. Bergamo, GAMEC, fino al 1° settembre.

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Letteratura

Cauto elogio di Camilleri

E’ giusto che io mi associ al cordoglio unanime con cui è stata accolta la scomparsa di Andrea Camilleri, andando a pescare nella mia memoria quanto mi ha legato a lui in tutti gli anni trascorsi. Con un contatto diretto, che ci fu forse attorno al 1974, quando Enzo Lauretta, industrioso gestore del ricordo di Pirandello nella sua Agrigento, mi chiamò per la prima volta a uno degli incontri cui poi ha dato felice seguito vita natural durante. Allora ero riconosciuto forse come il primo “pirandellologo” nazionale, e proprio in questa veste Camilleri, presente in quell’occasione, mi aveva incontrato, quando in definitiva potevo essere perfino reputato più noto di lui. Tanto che poi se ne è ricordato, allorché era giunto al culmine del suo successo, e venne invitato non ricordo bene da quale giornale nazionale a presentare una selezione di opere pirandelliane, e proprio introducendo la collana ebbe la generosità di menzionare la mia “Barriera del naturalismo”, come il punto di partenza di una lettura appropriata del grande siciliano. In precedenza, quando finalmente Camilleri aveva iniziato la sua tardiva, per suo espresso riconoscimento, carriera di “giallista”, non ero mai stato molto favorevole a lui, ma in un quadro generale di diffidenza, magari da critico “emunctae naris”, verso tutto quel filone popolare, pur riconoscendone l’importanza, e anche la capacità si riuscire a sollevarsi, talora, a grandi altezze, come nel caso di Dostoevskij o di Gadda. Mentre anche nei pur massimi cultori, da Agatha Christie a Georges Simenon, non manca mai il ricorso a stereotipi, a meccanismi fastidiosamente replicati, il che ovviamente si è trasmesso anche nella produzione di Camilleri. Ma senza dubbio con un vantaggio, rintracciabile nel suo eccellente impasto tra lingua nazionale e inserti dialettali. Anch’io mi sono compiaciuto di apprendere e di fare largo uso di tutta quella nomenclatura, basata sui cabasisi, sul nivuro, sul taliare, sui vari settantini e ottantina, e così via. Un ottimo impasto, in cui ritengo che Camilleri sia riuscito più avvincente rispetto al suo predecessore Gadda, un narratore, quest’ultimo, verso cui peraltro è ben nota la mia costante “infedeltà”. Il ricorso al dialetto da parte dell’Ingegnere lombardo era un modo di imporre una superiorità culturale sui suoi modesti interlocutori, fino quasi a umiliarli, mentre il suo successore, ammettiamolo, ne ha saputo fare uno strumento di adesione, di simpatia umana. Ben assecondato, ovviamente, dall’ottima recitazione di Luca Zingaretti, ma anche in questo caso non scevra da un pericolo di eccessiva identificazione col personaggio, che non rende agevole un suo utilizzo per ruoli diversi. Ma, detto questo, resta il limite, peraltro comune anche a tanti maestri in quella medesima forma popolare, delle ripetizioni, dei meccanismi alquanto logori, come non ho mai mancato di mettere in luce. E c’è anche di più, ho stroncato per esempio un tentativo di Camilleri di uscir fuori dal suo repertorio solito, come succede in “Tutto mio”, una vicenda volta a scavare nella privacy di una donna, fino a varcare i limiti del patologico. Però, nel complesso, egli resta il numero uno dei giallisti ora attivi in numerosa schiera presso di noi, con esiti che restano ragguardevoli, come per esempio nel suo recente “Il metodo Catalanotti”, ben condotto nella vicenda intricata e davvero ricca di una abile suspense e di un industrioso scioglimento. Senza contare che Camilleri è davvero maestro quando si allontana dalle rive, pur così a lui proficue, del filone poliziesco per calarsi invece a ricostruire qualche segmento della storia isolana. “La rivoluzione della luna” è un capolavoro, sia nel tentativo di riscattare il ruolo della donna anche nella politica, sia nel calarsi quasi per intero nell’esercizio del dialetto. Ma ora, a spingermi a questa pubblica lode, entra pure la visione ritardata della “Conversazione su Tiresia”, che se non sbaglio lo scrittore siciliano aveva pronunciato l’anno scorso nel teatro classico di Siracusa, e che giustamente è stata ridata dalla RAI la sera stessa della sua scomparsa. In quello spettacolo Camilleri compare assiso al centro della scena, dominandola con la sua presenza accattivante, bonaria, comunicativa al massimo, con una lenta pronuncia delle frasi, ma sempre condite con opportuni ammicchi ironici, anche a se stesso e alle sue attuali condizioni di quasi-cecità, il che gli ha consentito di trovare una colleganza spontanea con Tiresia, di cui ha ricordato con chiara perspicuità didattica i casi forniti dalla mitologia. Ma poi è passato a enumerare i vari momenti di risorgenza del suo mito nell’intera storia universale della letteratura, nel che ha dimostrato di essere stato davvero un avido consumatore di libri, di storie, di capolavori del passato. Mi hanno colpito soprattutto gli abili, pertinenti riferimenti all’”Orlando” di Virginia Woolf, nel nome di un personaggio che, proprio come la creatura del mito, cambia regolarmente il suo stato sessuale passando agilmente dal maschile al femminile. E poi il riferimento a un’opera semi-dimenticata di Apollinaire, “ Le mammelle di Tiresia”, con l’avvertenza che da lì prende nascita il fondamentale vocabolo di Surrealismo, di cui poi è stato pronto a impadronirsi Breton. Infine, il commovente riferimento a Ezra Pound e ai suoi “Cantos” nel quale caso un autore notoriamente vigile difensore della sinistra non ha avuto difficoltà a riconoscere la grandezza di quell’oppositore politico. Ed eccellente pure la ricostruzione del tramando da Pound a Eliot e alla sua “Waste land”, dove appunto Tiresia assume forse il maggiore protagonismo in tutta la vicenda della letteratura contemporanea. Insomma, una prestazione eccellente, commovente, precisa e incalzante, che ci fa rimpiangere il fatto che al suo autore non sia stato possibile recitare un altro dramma, consistente in una rilettura della sorte di Caino.

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Attualità

dom. 21-7-19 (migranti)

Sono costretto ad abbandonare il tema preferito dei miei precedenti domenicali, il possibile matrimonio che “sarebbe da fare” tra Pd e M5S, dato che per questo siamo nelle mani di Salvini, la prospettiva si potrebbe aprire se il vice-presidente salisse sul Colle annunciando la fine del governo. Ma Salvini è troppo furbo per compiere, purtroppo, questo passo falso che come unica alternativa gli darebbe solo la possibilità di perdere l’utile appoggio di un Di Maio quasi interamente soggiogato per rifugiarsi nelle braccia di Berlusconi e Meloni, senza contare che, chissà mai, aprirebbe pure il destro di spingere quei due concorrenti a incontrarsi a qualche tavolo.
L’altro tema che ci incalza è quello della migrazione delle masse di diseredati dal di lá del Mediterraneo. Mi sono occupato già tante volte anche di questo, vado ora a riassumere le varie ipotesi.
– La soluzione di maggior respiro, ma ci vorranno decenni, io certo non la vedrò, sarebbe di realizzare un piano Marshall per l’Africa nera. L’Occidente dovrebbe andare a impiantare delle industrie, di auto, frigoriferi eccetera, trasferendo da quelle parti le maestranze che presso di noi, per l’inevitabile progressivo calare del PIL, non troverebbero più lavoro, e dunque saremmo costretti a ridurre le ore lavorative, col rischio di dover calare anche i salari. Insomma, la Nigeria e gli altri Paesi subsahariani dovrebbero funzionare come ora il Brasile per la Fiat, o il Messico per la Ford, ma quante difficoltà, quanti ostacoli su questa strada.
– Purtroppo l’ipotesi di chiedere la collaborazione della Libia, come tentava di fare Minniti, ora non esiste, data la guerra civile che imperversa in quel Paese, da cui continueranno a tentare la fuga tanti poveri disgraziati su fragili gommoni.
– Un punto in cui io sono d’accordo con Salvini è che le navi ONG non possono limitare i loro interventi caritatevoli al salvataggio dei naufraghi ma devono farsi carico anche di dove farli sbarcare, in accordo coi Paesi di cui battono le bandiere. Naturalmente dare a loro una simile responsabilità significa anche superare il famigerato trattato di Dublino, ma pare che la nuova Commissaria lo abbia posto nel suo programma.
– Beninteso la messa tra parentesi o sconfessione dell’operato delle navi ONG pone il dovere all’Europa di garantire direttamente forze di salvataggio, finanziando questi interventi al nostro Paese.
– Il quale potrebbe accettare di accogliere questi naufraghi, rinunciando all’impraticabile spartizione a priori prima del loro sbarco. In fondo, a quanto pare un modello ha funzionato, il fare della Turchia la barriera di contenimento dell’emigrazione dal Levante, l’UE in questa direzione ha pagato, si è preoccupata cioè di sbarrare l’accesso ai propri Paesi dal Levante, e pare che la cosa abbia funzionato, non sentiamo più parlare di sbarchi o naufragi in direzione della Grecia. E’ stato un gesto egoistico e auto-protettivo di parecchi Paesi dell’UE, ora si dovrebbe fare lo stesso nei nostri confronti;
– Ovvero, noi dovremmo apprestare, a spese dell’UE, dei contenitori a regola d’arte in cui trattare gli sbarcati in modo dignitoso, pagando il giusto, impedendo le ispeculazioni di carattere mafioso. Questi centri di contenimento dovrebbero essere anche di preparazione a svolgere lavori di cui si sente la necessità nei nostri ricchi Paesi, cui la nostra mano d’opera si sottrae. E dunque, questi immigrati dovrebbero uscire solo a ragion veduta, quando le varie comunità e istituzioni pubbliche e private, nazionali ed europee, ne facciano richiesta.
– Il male in tutti questi anni è stato che centri di raccolta di questo genere sono stati dei colabrodo da cui gli ospiti sono fuggiti indisturbati, sciamando nelle nostre strade o accalcandosi alle frontiere per giungere in paesi più ricchi del nostro, essendone però respinti in malo modo.
– Un errore è stato anche quello di imporre l’accoglienza di gruppi di questi diseredati a varie comunità del nostro territorio, provocando un enorme fenomeno di rigetto il cui segno eloquente è il favore elettorale che continua a premiare la politica di chiusura totale impostata da Salvini.

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Le ceramiche aggressive di Barcelò

Temo di non essermi mai occupato di Miquel Barcelò (1957), che pure è forse l’artista spagnolo più valido e forte emerso negli ultimi decenni. Una buona occasione ora mi è offerta dal Museo Internazionale della Ceramica (MIC) di Faenza che ne presenta una mostra di prodotti in terracotta e simili. Il tratto rilevante di Barcelò è che sembra collegarsi alla migliore stagione spagnola del dopoguerra, almeno secondo le mie conoscenze, quella dell’Informale, dei vari Canogar, Millares, Saura. Non di Antoni Tàpies, dato che Barcelò non ne condivide certo quel sublime e intrigante giocare a nascondino, del celare in qualche tomba o anfratto dei tesori di vita, o di morte, sbarrandone poi l’accesso con lapidi su cui graffire qualche tracciato enigmatico. L’arte del lontano emulo si svolge tutta all’aperto, con piena evidenza, di naufragi che travolgono esili imbarcazioni gremite di esistenze minacciate di sommersione, o di pesche miracolose tirate a rive con reti colme di un bottino, i cui frutti però se ne stanno a marcire, una volta riportati all’aria. Oppure si tratta di bestioni immani caduti prigionieri e avvolti nelle spire di qualche maglia che non riescono a spezzare, e così via, con un linguaggio che risulta sempre aperto, provocante, aggressivo. Qualcosa che fa di lui un corrispondente dei tedeschi Neuen Wilden, e anche dei nostri Transavanguardisti, niente in comune invece con i Nuovi-nuovi, che amano l’eleganza e la raffinata stilizzazione, mentre lui preferisce le tinte forti, la violenza espressionista, il colore spesso sanguigno. Tutto ciò beninteso si traduce anche nella sua attività ceramica, in cui gli si deve riconoscere in primo luogo il saggio proponimento di tenersi ben lontano dalla eccessiva e deludente produzione ceramica del genio nazionale, di Picasso, uno degli aspetti per i quali vale la formula di cui io mi valgo proprio per contrassegnare gli ultimi decenni di produzione picassiana, “le roi s’amuse”, compiacendosi di vivere di rendita, di colpi di fioretto, di rapide incisioni inferte alle pance di anfore, vasi, piatti, ben attento a non mordere a fondo, a rimanere in superficie. Invece in tutta questa produzione in terracotta e simili il suo lontano discendente “fa sul serio”, colpisce, squarcia, o se anche simula di recuperare dal mare o da scavi qualche reperto archeologico, fa di tutto perché questo si spezzi, rechi i segni di qualche violenza subita, come di un neonato estratto violentemente col forcipe, con poca cautela e prudenza per una sua sopravvivenza. Oppure, invece di presentare quei reperti uno o alla volta, quasi racchiudendoli in preziose teche protettive, Barcelò se ne impadronisce per costruire con loro dei muri grossolani, come facevano gli antichi abitanti di terre incolte per liberarle dai massi ingombranti, accumulandoli a secco, o magari ricavandone delle formazioni nuragiche. Lungi dal ricercare la grazia, l’eleganza, quei rozzi e barbari mattoni da costruzione appaiono bucherellati, così come li ha ridotti un’usura esercitata su di loro dalle intemperie meteorologiche, o da un prolungata immersione nelle acque. Del resto, quei pertugi che ne solcano e forano le superfici sembrano fornire dei provvidi punti per inserivi le dita, le mani, e così poterli sllevare, per andare a costituire dei muri grevi e gravi, che peraltro, a differenza di quelli di Tàpies, non celano alcun segreto, ma si risolvono per intero nel brutale e arido spettacolo che impongono.
Miquel Barcelò. Faenza, Museo internazionale della ceramica, fino al 6 ottobre.

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Letteratura

Balestrini: rileggere “Vogliamo tutto”

Il 19 giugno scorso si è tenuto a Roma, Teatro Argentina, un gremito incontro per ricordare Nanni Balestrini, molto bene organizzato da Maria Teresa Carbone. Io ho avuto la ventura di parlare per primo, sia per la mia lunga amicizia con Nanni, sia per rispetto dell’ordine alfabetico. Vi ho svolto la mia consueta tesi, di un autore di ferrea coerenza in tutti i settori da lui frequentati, poesia, narrativa, organizzazione culturale, politica. Dopo di me, anche in questo caso per rispetto a un’anzianità di servizio, ha preso la parola Romano Luperini, che molto opportunamente ha portato l’attenzione su un aspetto specifico della produzione di Nanni, la narrativa, dichiarando a ragione che le si dovrebbe prestare più attenzione. Forse a indurre Luperini a questa sua affermazione ha agito la presenza di un personaggio eccezionale, Alfonso Natella, il protagonista proprio del principale prodotto narrativo balestriniano, il “Vogliamo tutto” del 1971. Natella evidentemente era compiaciuto dell’attenzione che così attirava su di sé da parte di tutti i presenti. E a completare l’importanza del momento veniva subito dopo l’intervento, se non sbaglio, di Paolo Virno, che in quegli anni era la voce di Potere operaio, nel cui nome si muoveva l’operaio al centro della vicenda del romanzo, e anche l’adesione politica di Nanni stesso, quell’opzione che poi lo avrebbe compromesso agli occhi delle forze dell’ordine inducendolo a una fuga in Francia, e nei modi, ricordati proprio da Virno, di un avventuroso passaggio della frontiera effettuato addirittura con gli sci attraverso un valico delle Alpi. Francamente nelle mie ricognizioni sull’attività narrativa di Balestrini, non mi sono mai soffermato proprio su “Vogliamo tutto”, o su prove simili che poi sono seguite in un fitto numero che comprende “I furiosi”, “Sandokan”, “L’editore”. Ho sempre preferito altri componimenti, come “La violenza illustrata”, e soprattutto “Tristano”, più centrali alla mia ipotesi di fondo, di uno scrittore che non lavora mai in proprio, ma sempre ritagliando storie, brani, spunti altrui, valendosi di un brillante intervento collagistico, fino agli esiti ultimi affidati alla possibilità combinatoria offerta dalla stampa digitale, capace di pubblicare storie variate all’infinito, e così trasmettendo anche a livello narrativo il metodo “aperto” e casuale inaugurato per la poesia fin dal lontano 1961, quando Nanni si era valso di un calcolatore dell’epoca. Ma in definitiva a prima vista anche questi romanzi ”lunghi” e con protagonisti che parlano in prima persona, possono essere fatti rientrare nel metro solito, ovvero Nanni non ruba la battuta alle sue creature, ma si insinua in loro, come una “cimice”, ne registra il libero flusso di pensieri e parole. Proviamo però a seguire la stimolazione che ci viene da Luperini, e dunque a esaminare con più attenzione questo prodotto, scavalcando anche l’aspetto più palese e scoperto, cioè la dichiarazione ideologica emessa da questo operaio in totale dissidenza con tutte le forme di lavoro quale si svolgeva, e si svolge tuttora, in qualsiasi parte del mondo e in qualsiasi regime, di statalismo rigido, come in Russia e in Cina, o in regime di neocapitalismo, o di socialismo democratico affidato a una timida e incerta copertura di welfare. Se si vuole, è quella estremistica proclamazione ideologica che proprio a un socialdemocratico come me riusciva di disturbo e mi faceva temere che Balestrini, in quel caso, cadesse nel reato stigmatizzato da Elio Vittorini, e cioè si prestasse, col suo anti-eroe, a “suonare il piffero alla rivoluzione”. Ma appunto, c’è un estremismo inconcludente, privo di sbocco, nella confessione di questo Alfonso, come di un malato che sa bene che non troverà mai riposo in alcun letto. Per lui ci vorrebbe una società utopica capace di eliminare totalmente la fatica del lavoro, da cui derivano tutti i guai, gli ostacoli, le sopraffazioni che il lungo sproloquio a ruota libera di questa vittima designata ci snocciola, perfino con compiacimento per la sua consapevolezza di non poter giungere ad alcun esito positivo. E allora, diciamo la parola, attraverso questa distruzione metodica, questa sfida universale ad ogni possibilità di un porto, di una qualche soluzione, il tono si fa molto simile a quello di un grande in assoluto della narrativa novecentesca, Ferdinad Céline. In definitiva, Alfonso raggiunge il nichilismo spropositato, inguaribile, cronico del protagonista dei due capolavori celiniani, il “Voyage au bout de la nuit” e il “Mort á crèdit”. Anche col relativo esito di uno zero assoluto, di un anarchismo totale, privo di compensi, e quindi, come purtroppo capitò proprio a Céline, aperto anche alle svolte più pericolose. Ma rimaniamo per il momento sul piano stilistico, riconoscendo che a questo modo Nanni raggiunge una specie di primato sui compagni di squadra. Al confronto di questo suo procedere con passo sicuro, metodico le prove di Sanguineti e di Porta, gli unici che potevano fargli concorrenza, appaiono più provvisorie e discontinue, cosa di cui gli autori stessi si sono accorti, in definitiva cessando dal prodursi anche in prosa e rinchiudendosi nell’esercizio, certo magistrale, della poesia. Del resto, c’è una qualche affinità tra questa notte buia in cui Alfonso dichiara di essere immerso senza uscita, e l’onirismo in definitiva anch’esso errabondo e sconclusionato del “Capriccio italiano” sanguinetiano. E si potrebbe anche correre in avanti, arrivare a Gianni Celati e al suo giovanotto un po’ giù di testa che si confida a noi in una lunga sequenza di passi falsi, smarrimenti, equivoci, anche in quel caso senza uscita. E dunque, ha ragione Luperini, riapriamo i conti sul Balestrini narratore accordandogli molto di più, e soprattutto con motivazioni più vaste, di quanto non si sia fatto fin qui, anche da parte mia.

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Attualità

Dom. 14-7-19 (Zingaretti)

Niente da fare, in vista della soluzione a me cara, di una possibile intesa governativa tra Pd e M5S. La questione di un indebito finanziamento dalla Russia alla Lega, sicuramente tentato, pare però che non si sia concluso, e dunque non vale a indebolire Salvini, che invece porta a casa il calo dello spread e dati abbastanza positivi per quanto concerne l’occupazione nel lavoro. Insomma, nulla fa presagire l’arrivo di una crisi di governo, che potrebbe indurre Mattarella a mettere alla prova la diversa combinazione di forze parlamentari, per cui esisterebbe una possibile maggioranza. Il Pd si accontenta delle proclamazioni che a dire il vero mi sembrano alquanto vacue dell’attuale segretario Zingaretti. Dovrebbe essere chiaro che delle buone intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno, o quanto meno del lasciare il partito impigliato in un esito elettorale che non gli consente certo di esercitare quella vocazione maggioritaria su cui si vaneggia. Procedendo di questo passo, ci vorranno decenni prima che al Pd si presenti l’opportunità di tornare a fare il governo. Molto velleitario è pure il proclama del “vogliamoci bene” che il Segretario non si stanca di esternare, con relativo invito a procedere nell’unità, quando invece continuano ad emergere i segni dei compromessi fatti col bilancino. Per esempio, cosa è mai l’incarico dato al soccombente alla corsa alla segreteria, a Martina, di rifare lo statuto del partito, se non appunto un contentino, tanto per tenerlo buono? Una cosa così importante il Segretario se la dovrebbe tenere per sé, o comunque controllarla da vicino. Dio ci scampi poi dall’ipotesi di separare le due cariche, quella di Segretario e l’altra di Presidente del Consiglio. Sarebbe il modo migliore per aprire le ostilità tra i due e rompere qualsiasi ipotesi unitaria. Del resto, mi pare che non ci sia Paese in Occidente in cui i due ruoli non si tengano uniti. Il caso Letta fa testo, era logico e inevitabile che Renzi, una volta promosso Segretario, gli togliesse di mano la campanella. Confesso che ho sperato che da Lotti, dato per renziano ortodosso, venisse qualche sprazzo di interessamento rivolto verso i Cinque stelle, ma sembra che Renzi non voglia marciare per questa strada, limitandosi per il momento a fare le pulci addosso agli avversari di ieri, in sterili compianti.

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Arte

Gillick: un brillante cromatismo spaziale

Tra i musei italiani dediti alle ultime tendenze mi pare che solo il Madre di Napoli si muova con bella intensità e frequenza, mentre altri contenitori di uguale importanza al momento dormicchiano, dal Castello di Rivoli al Mart di Rovereto al Mambo di Bologna, forse per mancanza di fondi. Purtroppo non mi è facile recarmi in visita a quanto propone il museo partenopeo, sia per limiti fisici di un ultra-ottuagenario quale ormai sono, sia per mancanza di rimborso spese di viaggio, essendo un operatore “in proprio”. E dunque, nella città del Golfo ci vado per lo più con viaggi virtuali, rubati alle immagini fornite dai vari siti, Ma mi sento in obbligo di rendere omaggio quando in quella sede, per merito della vigile attività di Andrea Viliani, compaiono omaggi ad artisti che molto tempo fa avevo avuto l’occasione di inserire nelle esposizioni di largo raggio che mi riusciva di fare nella mia regione, l’Emilia Romagna, quando l’assessore alla cultura di turno destinava alla cultura, anche visiva, dei fondi sostanziosi, mentre in seguito i subentrati in quella carica si sono limitati a distribuire delle “pioggerelle” minime, insufficienti a condurre qualche operazione consistente. E così, appena un anno fa, ho “visitato” con molta emozione una bella rassegna dedicata a John Armleder, l’artista svizzero che avevo inserito in “Anninovanta”, con una di quelle sue installazioni che equiparano gli oggetti d‘uso più banali alle stesure cromatiche più schiette e audaci. Ora mi stimola a compiere un pari omaggio la rassegna che il Madre dedica all’artista inglese Liam Gillick (1964), che io avevo avuto il piacere di invitare a una delle rassegne successive, in cui avevo raccorciato la periodicità, portandola a un ritmo biennale e indagando sulle grandi aree geografiche del mondo. Nel ’99 era stato il turno di “Officina Europa”, e appunto avevo avuto inserito Gillick, nella sede di Rimini. Di lui mi aveva convinto un minimalismo reso originale da due significative varianti: l’adozione di materiali soft, stoffe, tessuti magari di plastica, lontani comunque dai duri metalli del Minimalisti della prima ora. E oltretutto quelle barre, quelle staccionate erano animate da colori audaci per quanto essenziali, in luogo del voluto grigiore acromo dei metalli minimalisti. Quasi che Gillick si volesse iscrivere nei ranghi dei seguaci del “colour field”, ma col vantaggio di non appiattirsi sulla parete, bensì di portare la festa policroma ad occupare una buona porzione di spazialità, seppure con mosse parche, schematiche. In ciò, sembrava accogliere l’insegnamento del francese Daniel Buren, con le sue strisce monotone, ma sventagliate ingegnosamente nello spazio. Oppure, a voler sempre stare nelle file del Minimalismo, egli coglieva una eredità dal più estroso di quei protagonisti, Sol Lewitt, anche lui autore di una svolta risoluta quale l’adozione del colore, a bande sferzanti, contorte, insinuanti, forse per rimediare a una applicazione pur sempre di superficie. Da quel fronte emerge anche l’artista statunitense in questo momento tra i migliori e più provocanti che si possono vedere nella Grande Mela, Frank Stella. Diciamo pure che Gillick non lo segue sulla via di una libera e gioiosa esplosione ambientale. In fondo, come mi pare di capire, seppure coi mezzi limitati di questa visita virtuale, egli resta fedele ai suoi steccati, recinti, muretti divisori, ma pur sempre affidati a uno schietto canto del colore. Oppure spartisce i volumi così occupati in formazioni più minute, quasi predisponendo blocchetti, pedine per qualche gioco combinatorio. Come partire da una grande torta e poi tranciarla a fette, a porzioni minute, che ne favoriscono la dispersione nello spazio. Certo è il trionfo di un ritmo che si vuole analitico, riposto sullo scandirsi di unità divisorie, vaste o minute che siano. Ma anche così, a piccoli o grandi passi, l’artista inglese riesce a triturare lo spazio, ad animarlo, fustigarlo, irritarlo, evitando la piattezza amorfa di un puro e semplice geometrismo astratto.
Liam Gillick, a cura di Alberto Salvadori e Andrea Viliani. Napoli, Madre, fino al 14 ottobre.
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