Attualità

Carol Rama, un eccesso di eclettismo

Ricevo dalla Galleria fiorentina Il Ponte una cartella contenente 35 riproduzioni di opere di Carol Rama (1918-1997) che suppongo essere in mostra, con invito implicito a prendere in considerazione il caso di questa artista. Purtroppo, a differenza di molti miei colleghi che si sono dichiarati “pentiti” di averla trascurata quando era in vita, io devo confermare la trascuranza, il silenzio con cui ho reagito alla sua attività, ben diversamente da quanto ho fatto in altri casi. Mi sono accorto in ritardo dell’importanza di Maria Lai, ma poi non ho mai mancato di dedicarle un posto di riguardo, per quel “racconto del filo”, come titolava una meritoria mostra al Mart, che da lei è partito, intrecciandosi, solcando lo spazio, irretendolo, intrigandolo in mille modi. Sono poi stato da lungo tempo un buon sostenitore di Carla Accardi, fin da quando, mi pare nel 2002, le ho fatto dare il Premio Belluno Cortina Artista dell’anno, ammirandone la fantasia illimitata nell’ordire i suoi arabeschi, e anche nell’affidarli a una straordinaria varietà di materiali, tra le due e le tre dimensioni. Qualche attenzione l’ho pure riservato per Marisa Merz, unica donna nel gruppo dei Poveristi torinesi, coi suoi animaletti contratti, viscerali, come altrettanti insetti, lumache, o lucciole di terra. Ma Carol Rama, no, scorgo in lei, e queste 35 tavole me lo confermano, un eclettismo sconclusionato che saltabecca da un versante all’altro delle ampie possibilità consentite dai tempi in cui ha vissuto. Forse il meglio si trova quando anche lei, come una Lai in versione di superficie, scarabocchia sul foglio dei grumi informali, mozziconi di scritture del tutto private e indecifrabili, di gusto post-informale. Ma poi, in alternanza o opposizione con questa scelta stilistica, la vediamo tentare anche le vie di una figurazione quasi di specie naif, molto rozza e provvisoria. Comunque, questi sarebbero tentativi di stare nell’arengo di opzioni vivaci e mordenti, ma mi sembra prevalere la sua frequentazione del Movimento Arte Concreta, con un geometrismo che allinea sagome, pezzulli, quadratini di tutte le forme, talvolta anche sommergendoli in un nero luttuoso, quasi sulla scorta di Burri. Per questa via, quantitativamente prevalente, la Rama costeggia altri esiti, c’è in lei l’estro libero con cui pure Giulio Trcato frequentava desinenze di carattere geometrico, ma sempre pronto a variarle, e comunque a farle scattare con mano sicura. E forse c’è pure un costeggiamento, o una precedenza, rispetto alle aste che con industriosa diligenza traccia nello spazio un torinese molto più giovane di lei, Giorgio Griffa. Il tutto però praticato senza che vi si possa rintracciare un sistema, una regola, la conferma di scelte stilistiche abbastanza ferme e costanti. Forse è un mio difetto andare alla ricerca della presenza, negli artisti che prendo in esame, di caratteri di questa natura, ma sono fatto così, e dunque lascio volentieri Carol Rama all’ossequio di altri, non è cosa adatta ai miei mezzi e strumenti di giudizio.
Carol Rama, 35 opere, a cura di Bruno Corà e Ilaria Bernardi. Firenze, Il Ponte, fino al 9 febbraio.

Pin It
Standard
Letteratura

Avoledo: invito a “un parco divertimenti ipertrofico”

Ricevo l’ultimo prodotto della fertile officina di Tullio Avoledo, “Furland”, e non mi esimo certo dal commentarlo, ritrovandovi quella presenza di temi di fondo a garanzia di una impronta personale di cui vado sempre alla ricerca in qualsivoglia mia indagine, condotta in arte o in letteratura. L’impulso, originale e originario, del nostro Avoledo, è presto detto: c’è in lui una pronta aderenza al suo territorio di elezione, un Friuli amato nei colori atmosferici, nel sapore di terra, in tante altre particolarità, in nome di un localismo rapace, aderente, da cui però la dimensione nomadica ed errabonda che è in lui sente di dover fuggire via per imprese alquanto folli e temerarie. Ne viene una partita, come in un gioco di equilibrio dinamico: riuscirà, il richiamo alla terra, dare concretezza, ancoraggio alle avventure pur temerarie di un cittadino in fuga dal paese avito? Ne viene un dosaggio variabile, o se si vuole una specie di cocktail di cui il nostro barman riesce ogni volta a variare gli ingredienti. Il risultato dà gusti diversi, qualche volta gradevoli, altri, sbilanciati, decisamente improbabili. Comunque, così agendo, Avoledo si pone in un arengo che oggi mi pare essere il più invitante, coltivato da altri, a cominciare da Enrico Brizzi, con le sue fughe in avanti, a proiettare i dati della storia passata verso un futuro immaginario. Si è pure cimentato in questo spazio Ermanno Cavazzoni, riempiendo la narrazione con una famiglia innumerevole di robot, posti a ricalcare le orme dei cavalieri erranti del buon tempo antico. In questo caso il Friuli è subito presente fin dal titolo, ma anche sottoposto a una pronta metamorfosi che ne fa un territorio straniero, un “land”, magari sfruttando anche la presenza di un fürer nel toponimo, come se un Hitler redivivo si fosse impadronito di quella contrada, assimilandola appunto a uno stato degno del Reich nazista, con tanto di dittatore, cui peraltro viene dato un nome maccheronico, Libero Volpatti, che del resto, appena evocato, sparisce quasi subito alla vista, non si sa che fine abbia fatto. Ma l’idea centrale di questo romanzo sta nella possibilità che oggi sia lecito andare su e giù nei gradini del tempo e della storia con l’ausilio delle realtà virtuali, capaci di ricostruire, a uso di una folla di Onorevoli Visitatori, beninteso paganti, tutta una serie di parchi tematici, con comparse, figuranti, attori posticci pronti a indossare i panni previsti dalle varie pagine del copione. Preferiti, beninteso, i crimini proprio del regime nazista, con truci rifacimenti di scene di esecuzione, dove però talvolta, sforando dalla dimensione virtuale di questi rifacimenti, ci scappa davvero il morto. Ma in genere ogni episodio di eventi bellici consente efficaci ritorni d’immagine, con evocazioni di strumenti di guerra che ricompaiono, come sottratti a un museo delle armi, comprensivo di quanto è già andato in pensione, ma anche di armi ipotetiche che mai sono state sperimentate in campo aperto. Scorrendo queste pagine, troviamo la migliore definizione di quanto vi si offre, definito come “un parco divertimenti ipertrofico”, capace di fornire, a un pubblico in visita, tante Attrazioni, dove ogni scena è accompagnata da una adatta e confacente colonna sonora, che a sua volta viene definita nei termini di un “lego linguistico”. Ecco la parola giusta, a siglare un’intera operazione, un genere letterario: il nostro Avoledo si impegna ogni volta a comporre un suo “lego” con tanti pezzulli del passato, del presente, del futuro. Sta a noi assaporare come dicevo, la risultante, il cocktail ingegnoso che ne risulta, e stabilirne il grado di accettabilità.
Tullio Avoledo, Furland, Chiare Lettere, pp.225, euro 16,50.

Pin It
Standard
Attualità

Dom. 30-12-18 (Manfellotto)

Dopo aver “sfruculiato” nel domenicale scorso, del 23 dicembre, l’ex-direttore di “Repubblica”, Ezio Mauro, mi sembra giuso ora rivolgere i medesimi strali contro un ex-direttore dell’”Espresso”, Bruno Manfellotto, a dire il vero comparso alla direzione di quel settimanale in modo ben più precario di quanto non sia capitato a Mauro, venendo avvicendato dopo breve tempo, secondo quel tumultuoso mutamento nelle direzioni con cui il glorioso settimanale si è comportato di recente come il proverbiale malato che cerca rimedio cambiando la posizione nel letto, senza peraltro riuscirvi, Si sa ben che ora quel giornale, per non cadere nel nulla, impone un proprio acquisto automatico assieme all’ammiraglia del gruppo, appunto “Repubblica”. Non so bene con quale rituale vengano effettuati questi licenziamenti, se con la brutalità con cui capitò a me, di sentirmi esonerato dalla sera alla mattina, dopo un quarto di secolo di onorato servizio come rubrichista per l’arte, da un direttore, Giulio Anselmi, a sua volta pure lui di rapido ed effimero transito. Ma almeno ad alcuni di questi effimeri capitani viene concesso come premio di consolazione di tenere una rubrica nei numeri a venire, come succede proprio al nostro Manfellotto, che però, almeno a giudicare da quanto da lui dichiarato domenica scorsa, assume toni disastrosi, meglio perdere che lasciare. La dice già lunga il titolo apposto a quel corsivo, “Primo, abolire le primarie”, detto a danno del Pd, con quella protervia dei nostri commentatori, anche se sulla carta sarebbero di sinistra, e preoccupati dalla brutta piega che hanno preso le cose di casa nostra, da quanto il pavido Mattarella ha voluto a tutti i costi regalare il paese alla banda Salvini-Di Maio. Ma predomina su tutto il “vae victis”, il Pd, e in particolare il suo condottiero del giorno prima, Matteo Renzi, ha perso su tutta la linea, quindi dagli addosso, con irrisione, scherno, sufficienza. Fino appunto a prendersela con le primarie, invece di lodare l’unico partito rimasto tra le rovine del nostro sistema politico che conferma uno strumento democratico quale appunto le primarie, ignorate da tutte le altre formazioni presenti nel nostro angusto arengo attuale. Vorrei proprio sapere, se il Pd non fa ricorso a questo strumento, a quale altra formula, metodo, soluzione si debba affidare per trovare il prossimo segretario di partito, con le enormi responsabilità che gli competeranno. Si vuole una specie di autopromozione, quella con cui nel secoli bui dell’impero romano qualche comandante di legioni si proclamava quale “princeps” del momento? E poi, sono davvero così affollate, queste primarie, come i critici malevoli, a cominciare dal nostro Manfellotto, si sbracciano a dichiarare? In definitiva, restano solo due candidati credibili, Zingaretti e Martina, e dunque viene proposta una scelta binaria, semplice, chiara, dove l’uno dei candidati appare spostata più a sinistra, mentre l’altro, lo voglia o no, sembra destinato a raccogliere in gran parte l’eredità di Renzi, tanto che io stesso lo voterò. Quanto a Renzi, lui ovviamente è il capro espiatorio, quello che viene sottoposto a un fuoco di fila di sberleffi, contumelie, ironie, le stesse che del resto erano state gettate in faccia, come le monetine, a un altro candidato a cambiare le carte in tavola, Craxi. Renzi ha compiuto la scelta giusta, proprio per sfoltire il quadro delle primarie, togliendo di mezzo un candidato debole, che sarebbe stato accusato da tutti di essere la sua maschera, la sua controfigura. Delle primarie tripartite sarebbero state un arduo problema, mentre ora la scelta tra due fronti appare molto più razionale ed efficace.

Pin It
Standard
Arte

Eva Marisaldi: un “Trasporto eccezionale” che ci incanta

Il PAC (Padiglione Arte Contemporanea) di Milano, sotto l’abile guida di Diego Sileo, sta effettuando una perlustrazione degli artisti nati negli anni ’60 e ormai costituenti l’ossatura centrale della nostra arte. Tempo fa in questa serie era apparso Luca Vitone, e già si annuncia un suo stretto compagno di via, Cesare Viel, ma ora è soprattutto il turno di Eva Marisaldi (1966), con una mostra di straordinaria bellezza, quasi da darle la palma della migliore riuscita per l’intera annata trascorsa. Anche se a tutta prima un visitatore potrebbe rimanere disorientato per la varietà di stimoli, occasioni, soluzioni che la mostra presenta, tanto che in catalogo si è ritenuto opportuno collocare un’intervista in cui Emanuela De Cecco sollecita l’artista a risolvere i misteri, a dirci quali siano state le varie occasioni che l’hanno portate a eseguire lavori in apparenza così disparati. Ma credo che sia meglio affidarsi all’istinto, senza risalire alle cause, cogliere il senso di ferrea coerenza che regge tutte queste prove. Trova, tu visitatore, la formula conduttrice, il filo d’Arianna, la chiave per entrare in questo universo segreto, e potrai procedere tranquillo, confortato, rallegrato dalle tante conferme che ti verranno. Quale, questa unitaria parola d’ordine? Eva è ossessionata dal dover aderire a una superficie, a una linea d’orizzonte. Questa la regola d’oro che regge ogni sua impresa, anche se talora non manca di infrangerla con balzi in verticale, su è giù. Si sa che l’artista giapponese Murakami ha lanciato la formula della “super-flatness”, ma un talismano del genere si addice ben di più alla nostra Eva, anche perché il suo problema non è certo quello di schiacciare un mondo di immagini. Per una immediata presentazione di questa sua tendenza istintiva a ridurre al piano, ogni volta che parlo di lei, come mi è capitato più volte, non manco mai di ricordare una delle sue proposte più avanzate e incredibili, realizzate in una delle sedi della galleria più sperimentale di Bologna, Neon, dove aveva riempito un sottoscala con una melma di non so quale materia, del tutto simile a una distesa di sabbie mobili, con tanto di pericolo in agguato, nel caso che un malaugurato visitatore fosse caduto in quella fossa micidiale. Qui ovviamente le soluzioni mutano radicalmente, qualche volta si valgono di confortevoli lungometraggi, uno dei quali fa il verso all’intera popolazione di atleti che hanno partecipato alle Olimpiadi di Londra del 2012, a loro volta collegate a quelle rimaste mitiche della Berlino hitleriana, 1938, immortalate dal famoso documentario della Riefensthal. Ma naturalmente interviene la regola principale dell’universo Marisaldi, ovvero gli atleti, quale che sia la specialità in cui si impegnano, risultano contratti, ridotti alle proporzioni di massi, di dolmen, come pedine di un gioco pesante, tutti vittime di un inflessibile modulo di trasformazione. Se si va al piano di sopra del PAC, ci si può sedere e ammirare un altro cortometraggio che a prima vista non ha nulla da spartire con quello visto al pianterreno. E’ la visione trionfale di una strada che si apre davanti a noi, trascinando come un fiume in piena greggi, carrette, automobili, procedenti su fette di asfalto o di terreno sterrato, ottenute, le une e le altre, con la tecnica di un gioioso cartoon infantile. Lì accanto, c’è un diverso lavoro che sembrerebbe il tracciato di cerchi quasi di astrazione geometrica, sennonché si scopre che sono le orbite disegnate dai ganci di chiusura di camion, che una volta aperti disegnano proprio quelle circonferenze. Ma affrontiamo pure il titolo stesso della mostra, che ci promette un “Trasporto eccezionale”. Ebbene, è quello che al giorno d’oggi viene assicurato da garzoni di pronta consegna, da fattorini delle poste, e dunque sarebbero immagini di forte rilievo, ma Eva applica su di loro il suo implacabile schiacciamento, ne fa delle tavolette fittili, quasi emerse da qualche scavo archeologico. Anche le pareti talvolta sono investite, ma da occupazioni lievi, impalpabili, come sarebbero i segni di palline andate a sbattere contro di esse in qualche esercizio sportivo di una scolaresca. Oppure con i foglietti post-it, così docili, così alla mano, Eva compone un mosaico dalle mille gradazioni, quasi a sfida di certi statunitensi, Robert Ryman, Agnes Martin, impegnati, ma in modi troppo rigodi e regolari, in operazioni del genere. Non mancano però le fuoriuscite in verticale, con una gradualità al solito molto ampia, dalle evasioni minime, come quella di un paio di calzoni che diventano come dei pungoli, al loro termine, per procedere al solito compito di scalfire una superficie. Oppure, con immersione decisa da speleologa o entomologa, la Marisaldi scava nel terreno per portare alla luce il labirinto costruito da formiche industriose, fino a determinare un incredibile gruppo scultoreo. Mille altre sono le trovate, il più delle volte ottenute a poco prezzo, con mezzi pronti e immediati. Abbiamo addirittura un teatrino che ci mostra il ballo di due posate. Rimaniamo incantati a fissare le mosse agili e sciolte dei due danzatori inanimati, poco importa, a dire il vero, essere informati che alla base di quel mini-spettacolo ci sta un riferimento a Gramsci. Ma forse la più radicale prova di questa ossessione dell’orizzontalità la abbiamo al primo piano, dove, avvalendosi di un azzurro intenso che indica la presenza dell’acqua, Eva insegue i flussi di un fiume africano nel suo scorrere tra deserti e gole verse lo sfocio in un lago. Qualcosa del genere ce lo aveva già dato in una mostra di appena un anno fa alla bolognese Galleria de’ Foscherari, dove pure era già comparsa un’altra opera del tutto indicativa, una sorta di passerella, di ponte provvisorio, senza dubbio fragile e tremolante, con cui, almeno in immaginazione, sarebbe possibile attraversare tutto quel gremito panorama di esili, o invece profonde, quasi invisibili, o invece decisamente marcate, titillazioni, sollecitazioni del primo motore di tutta questa creazione, la superficie, da animare in mille modi.
Rva Marisaldi, Trasporto eccezionale, a cura di Diego Sileo. Milano, PAC, fino al 3 febbraio.

Pin It
Standard
Attualità

Silava Grasso: l’errore di portare un abito rosso

Ogni volta che Silvana Grasso esce con qualche nuovo romanzo, le confermo la mia adesione, e dunque la ripeto anche per questo ultimo “La domenica vestivi di rosso”, anche se forse non si tratta di un esito particolarmente memorabile, ma, nel suo caso, “repetita iuvant”, e dunque, si parte pur sempre dal mondo meridionale, in versione siciliana, che è l’humus congeniale alla nostra autrice, da cui trare personaggi e trame. Ma per fortuna la Grasso si mostra ben decisa a gravare i suoi eroi ed eroine di qualche piaga, di qualche tara corporale che ne consente anche l’evasione da un deprecabile “giusto mezzo”, condannandoli, o destinandoli, a coltivare qualche eccesso, qualche anomalia. Così è nel caso della protagonista del presente romanzo, Nerina Spanò, che nasce come robusta e florida bambina, ma portatrice di una salvifica, o orrifica deviazione. Infatti in ciascuno dei suoi piedini ci stanno non le regolamentari cinque dita, bensì sei, e dunque questa creatura è marcata fin dalla nascita da un connotato di mostruosità. In sé è ben poca cosa, ma quanto basta, in quel mondo di persone troppo ossequienti alla norma, per far gravare su di lei una specie di maledizione o di interdetto. Peraltro salutare, dato che, sentendosi espulsa da un vivere comune, la nostra Nerina può darsi al capriccio, nascondendo i piedi irregolari ma mettendo a frutto la sua prestanza fisica, e anche mentale. Infatti riesce bene negli studi, si avvia a una laurea, sogna addirittura di scrivere una autobiografia. Sul piano fisico, sentendosi reietta dal mondo dei normali, coltiva l’eros in modi eccessivi, senza remore e freni. Anche perché si trova quasi subito nella condizione di orfana, con una madre che muore quasi subito, e un padre che, in omaggio a uno stereotipo meridionalista, se ne va a fare fortuna in America, portandosi dietro anche una sorella di Nerina. Ma lei può contare su una cugina portatrice di una felice complementarità nei suoi confronti. Questa Natalina, così si chiama, è completamente dentro alla norma, tutta casa e chiesa, negata agli stimoli erotici, destinata allo zitellaggio, persa nei giorni a eseguire i modesti lavori domestici, come lo stirare gli indumenti suoi propri e altrui. Ovviamente la Grasso, fertile produttrice di opere, è condizionata da qualche schema, e dunque in questa ennesima uscita si ritrovano alcune impostazioni già presenti nel precedente “Solo se c’è la luna”. Anche qui compare un duo, tra una creatura satanica, tutta dedita alla rivolta, alla trasgressione, e invece una compagna che le assicura un po’ di tranquillità domestica. Il carattere eccessivo in qualche modo provocato dall’anomalia anatomica di cui Nerina è vittima le consente di trasgredire per ogni verso, a cominciare da quello linguistico. Entrata nei suoi panni, la narratrice può concedersi un linguaggio volgare, molto prossimo al parlato, disseminato di “cazzo” e di altre scurrilità del genere, che del resto la nostra Silvana sarebbe pronta a gestire direttamente, da abile performer quale sa essere. Ma soprattutto ad animare la vicenda ci sta la sfrenatezza di Nerina in campo erotico, il che le consente di squadernarci una brillante galleria di amanti, molti dei quali appartengono come lei alla categoria degli anomali. C’è il coetaneo barricato nel silenzio, e in una esibizione di mezzi di trasporto di alto bordo, fino a rimanerne vittima in un incidente spettacolare. C’è il medico rinomato cui Nerina si rivolge per essere curata, ma che risponde alle sue avances chiudendosi in un silenzio gelido e scostante. C’è infine un anziano, quasi un equivalente della figura paterna, un tale Leonardo, persona piena di anomalie e singolarità. Se ne sta barricato in casa, assieme a un gatto maestoso, ha quotidiani aneliti a partire dal natio borgo selvaggio, così da recarsi in stazione ma, preso da ansia, fobia, interdetto, rientra sconsolato tra le mura domestiche, dove ha accumulato un patrimonio di libri. Sua unica occupazione, di apparente generosità, è quella di aiutare le giovani studentesse a stendere le loro tesi. E’ insomma un misto di angelismo e satanismo, che non può mancare di attrarre Nerina, sempre alla ricerca di casi aberranti e insoliti. Forte e sicura nell’impostare i profili, le sorti dei suoi personaggi, la Grasso ha poi qualche difficoltà a “chiudere”, a saltar fuori dalle sue trame. Qui si vale di una soluzione quasi in linea con i “gialli” che oggi vanno tanto di moda. Nasce un incredibile equivoco tra il professore e l’allieva, questa ritiene utile “vestirsi di rosso” per stimolare il partner reticente a uscir fuori dal riserbo, ma è una scelta psicologicamente sbagliata che Nerina paga con la vita. Il rosso portato a livello di indumento si muta nel sangue della ferita mortale inflittale dal professore nevrotico. Trovo qualche similarità con l’abito bianco, sacrificale, con cui la parente di Piero Manzoni faceva l’autostop per le vie della Turchia, quasi alla ricerca del sacrificio estremo, come in definitiva anche la nostra Nerina se lo è cercato.
Silvana Grasso, La domenica vestivi di rosso, Marsilio, pp. 187, euro 16.

Pin It
Standard
Attualità

Dom. 23-12-18 (Mauro)

La mia riflessione di oggi è suscitata da un editoriale di Ezio Mauro apparso sulla “Repubblica” di mercoledì scorso, 19 dicembre, improntato alla solita moda attuale di dileggiare il Pd, di muovergli ogni possibile rimprovero, con la codardia che si rivolge ai perdenti. Intanto, attorno a Mauro, è sempre rimasto un mistero, almeno per chi come me è un povero cittadino fuori dai giochi, intendere la ragione per cui è stato esonerato dalla direzione di quel giornale, non certo per disaccordo con la proprietà e gestione di quel quotidiano, visto che ne è rimasto un commentatore privilegiato. E dunque, stanchezza sua personale, o che altro? E’ curioso che in un mondo della chiacchiera come l’attuale avvengano cose abbastanza consistenti, come la sostituzione di direttori di giornali, senza che ce ne venga spiegata la motivazione, mi riferisco ovviamente anche al passaggio delle consegne avvenuto al “Fatto quotidiano” da Padellaro a Travaglio. Ma dunque, veniamo alle gratuite irrisioni emesse da Mauro. La prima di queste riguarda la molteplicità di candidati in corsa per le primarie del Pd, invece di dargliene merito per essere l’unico partito italiano ad aver mantenuto l’abito democratico di stabilire per elezione chi ne debba essere il leader. Si noti che solo poco fa uno Scalfari aperto a tutto, a contraddirsi ad ogni uscita, proprio su “Repubblica” aveva rimproverato a Renzi il difetto di aver voluto agire da solo, come se in questo momento la politica italiana, e anche all’estero, non fosse fatta tutta di solisti, da Salvini a Di Maio, a un Berlusconi che solo da poco sembra aver accettato, per sua manifesta debolezza, di condividere qualche responsabilità con Tajani. Ma se si vuole evitare l’”uomo solo al comando”, ricorrendo proprio allo strumento democratico delle primarie, è inevitabile che ci sia una pluralità di candidature, e dunque un dato del genere non può essere occasione per fare dell’ironia gratuita a carico del Pd. Del resto, non è poi vero che il campo sia così affollato, in definitiva sono rimasti a contendersi solo due leader, Zingaretti e Martina, con pochi altri nomi senza alcuna possibilità di vittoria. L’aver tolto di mezzo un terzo incomodo, Minniti, è stato in definitiva un gesto salutare da parte di Renzi, che diversamente sarebbe stato accusato di volersi ingerire nell’elezione per interposta persona. Il bello è che attualmente, da giudici malintenzionati come Mauro, Renzi viene bacchettato qualunque cosa faccia. In definitiva, si era detto che dopo le due sconfitte successive patite dal Pd sotto la sua regia, egli avrebbe dovuto mettersi da parte, rifiatare, attendere magari un altro tempo di entrata. Ora che l’ha fatto davvero, apriti cielo, gatta ci cova, vuole minare il partito, scavargli la fossa. Si rasenta una tragica comicità quando Mauro muove accusa al Pd di stare coltivando il proposito di stringere una qualche alleanza col M5S. Questa era la soluzione suggerita da tanta parte dei cosiddetti liberi commentatori di sinistra. Quando Renzi aveva fatto la sua uscita contro, decisiva per bloccare una linea del genere, si era inveito contro di lui, accusandolo di essersi comportato ancora una volta come padrone del partito, arbitro della sua sorte, distogliendolo dal “sano” intento di ricucire con quel gruppo entro cui senza dubbio si è rifugiato un gran numero di elettori in uscita dal Pd. Il colmo del grottesco è che Mauro, sempre in quel suo editoriale degli equivoci, insinua che sia ancora presente nei Pd una tentazione del genere, mentre anche Martina, dopo qualche momento di esitazione, sembra ora sinceramente convinto di chiudere in quella direzione, questo almeno egli dichiara apertis verbis nel programma che enuncia nel dare la scalata alla segreteria del partito attraverso le primarie. E anche lo stesso Zingaretti non è proprio che si pronunci decisamente per una politica di alleanza coi Cinque Stelle.

Pin It
Standard
Arte

Il Perugino non arriva alla “maniera moderna”

Il Comune di Milano ha da qualche anno la buona abitudine di offrire alla cittadinanza, in una sala della sua sede, Palazzo Marino, un capolavoro d’arte come biglietto di auguri natalizi. Quest’anno il felice compito è stato affidato a una delle tavole più note e riuscite del Perugino, l’”Adorazione dei Magi”, opera centrale nell’attività del maestro umbro. L’occasione è molto valida per me in quanto mi consente di riprendere subito la polemica che quasi sempre mi ha sorretto nel mio insegnamento di fenomenologia degli stili, contro il ricorso a talune denominazioni stilistiche pompose ma in sostanza molto equivoche. Domenica scorsa me l’ero presa con l’etichetta di Romanticismo, ma tra le righe avevo già dichiarato che la più equivoca e ingannevole fra tutte è quella di Rinascimento. Prova ne sia che il primo e migliore storico dell’arte che abbiamo avuto, Giorgio Vasari, non ne ha mai fatto uso, limitandosi a porre all’inizio di tutto, con grande chiaroveggenza, Cimabue e il suo “voltare” il linguaggio della pittura dal “greco”, che per lui stava per “bizantino”, in “latino”, certamente alludendo a una rinascita del naturalismo della grande tradizione greco-romana, ma da non potersi contrarre in una formula unica. Anzi, il grande Aretino dava a quel nuovo inizio una lunga storia, scandendola in “maniere”, che per lui erano equivalenti di “stili”, dato che nel suo lessico non era ancora avvenuto il “trasporto” metaforico da un umile strumento materiale, lo “stilo” degli scribi romani con cui scalfivano per usi quotidiani delle tavolette fittili ricoperte da uno strato di cera, a un significato “superiore”. Ma appunto grande merito del Vasari è stato di non contrarre quella “maniera” in un unico, amorfo prodotto, ma di darle un ampio sviluppo diacronico distribuito in tre fasi, culminanti nella “maniera moderna”, di Leonardo e Michelangelo, e del loro erede migliore, Raffaello, Ma di quella “maniera moderna” il Perugino è stato solo un profeta, non un praticante, a lui, e ai suoi pur validissimi coetanei, nati all’incirca alla metà del ‘400, cioè i vari Botticelli, e Signorelli e Ghirlandaio, toccò il destino di fermarsi nel limbo della “seconda maniera”, quella che certo possedeva già una pratica disinvolta delle anatomie e fisionomie, ma mancava di articolazione spaziale. I volti, per esempio, come proprio succede in questa tavola, si accalcano in primo piano, guancia a guancia, quasi incollati, quasi a impedire che tra l’uno e l’altro circoli dell’aria, come pesci che stanno annaspando nella rete. Caso mai, per evitare che tutti quei corpi franino a terra per eccesso di assembramento, l’artista pone nella scena dei tronchi verticali, come assi, putrelle, travi per sorreggere quell’affollamento di corpi, che ignorano assolutamente una possibilità alternativa, quale sarebbe il distribuirsi nello spazio. Questo resta nulla più che una quinta schiacciata, come il fondale per uno spettacolo. Ecco un tratto tipico di “quasi” tutti i protagonisti della seconda maniera, l’essere dominati da una paura dello spazio profondo, così da indurre i propri personaggi a evitarlo. Tra di loro, c’è stato soltanto un coetaneo capace di compiere il passo decisivo, Leonardo, che non per nulla nelle mie lezioni, fondate sul metodo del materialismo culturale e del criterio delle omologie, ho paragonato a quanto fatto da un altro suo coetaneo, Cristoforo Colombo, che ebbe l’ardire di dirigere le tre mitiche caravelle verso il largo, verso il mare aperto, mentre fin lì i naviganti si limitavano a bordeggiare lungo la costa. Nella sua “Annunciazione” il Maestro di Vinci spinge lo sguardo in lontananza, in campo lungo, facendo invadere lo spazio dalla tenuità azzurrina dell’atmosfera, di cui per primo intuisce la presenza, a “sfumare” la visione, che invece nel Perugino e compagni resta troppo nitida, lunare, in quanto non disturbata per nulla da quel gas stemperante che è appunto l’aria. Sarà invece pronto a intendere questa grande e inevitabile innovazione il giovane Raffaello, esattamente nel momento in cui abbandona la scuola del Perugino per passare a quella decisamente “moderna” del Vinci. E se si confrontano due celebri esecuzioni dell’uno e dell’altro attorno allo “Sposalizio della Vergine”, si nota a meraviglia lo scarto intervenuto, con il giovane che induce i personaggi ad allontanarsi dal primo piano, a distribuirsi in profondità, mentre anche il tempio in lontananza non è più un pura sagoma piatta, sforbiciata e incollata sullo sfondo, ma assume anch’esso un inizio di rotondità, anche se si dovrà andare ben oltre quell’ancora timido inizio, e Raffaello stesso crescerà ben presto su se stesso inoltrandosi coraggioso lungo i sentieri della modernità. In questa animata e decisiva vicenda il “rinascimento” ha ben poco da dirci, potrebbe essere solo fonte di inciampi e di inutili battute d’arresto.
Perugino, Adorazione dei Magi, a cura di Marco Pierini. Milano, Palazzo Marino, Sala Alessi, fino al 13 gennaio. Cat. Silvana Editoriale.

Pin It
Standard
Letteratura

Wu Ming: difficoltà di scrivere un romanzo “misto di storia e di invenzione”

Ancora una volta sono chino a esaminare, come un medico, l’ennesimo prodotto del collettivo che firma Wu Ming, uscito tempestivamente attorno ai grandi eventi della Rivoluzione russa. Ne è venuto “Proletkult”, condotto a modo loro, il che significa un arrovellarsi attorno a una problematica molto difficile. A suo tempo il Manzoni l’aveva battezzata con la formula del “romanzo misto di storia e di invenzione”, denunciandone gli ostacoli, i rischi, tanto che, dopo la splendida riuscita dei “Promessi sposi”, non ci aveva più provato, con grande delusione del pubblico italiano che era rimasto in avida attesa di un nuovo capolavoro. Il fatto è che si tratta di mettere d’accordo due corni difficilmente conciliabili, dove è la storia che alla fine rischia di prevalere, come fu proprio, nel caso di Don Lisander, quando ci diede la “Colonna infame”. Forse un eccellente, ben equilibrato esito tra i due piatti della bilancia ce lo ha dato di recente Helena Janeczek, con “La ragazza con la Leica”, cui io stesso, su queste colonne private, avevo annunciato un brillante avvenire, realizzatosi quest’anno con l’assegnazione del Premio Strega. Ma già in un caso ancor più recente, il “Mussolini” di Scurati, pur ottimo lavoro da me molto lodato sull’”Immaginazione”, e dunque con un’uscita “in chiaro”, in cartaceo, mi sono posto il quesito se ormai il prodotto non risulti troppo pendente dalla parte della storia, a danno della “fiction”. I Wu Ming fanno senza dubbio salti mortali per conciliare i due corni del dilemma, cercando di dare un’aria “fantasy” a fatti che pure vanno a pescare con zelante acribia negli annali della storia. Ma quando si cerca di servire due padroni, il pericolo è di lasciarli entrambi insoddisfatti. In questo caso la partenza è folgorante nel segno della “finzione”, balza in primo piano un tale Leonid Voloch, francamente non so se a suo tempo davvero esistito o se sia una “invenzione” del nostro collettivo. Certo è che la sua entrata in scena appare fragorosa, quindi si stenta a ricondurre l’evento a una trama storica, che però vigila e incalza nelle retrovie. Leonid è un terrorista della più bell’acqua, che nel 1905 conduce un grave attentato contro un convoglio carico di rubli ancora stampati dal regime zarista. E’ un evento quasi da western, ma poi sappiamo che quell’attentato ci fu davvero, per finanziare coi proventi di quella rapina le imprese rivoluzionarie di Lenin e compagni. Subito viene cucito a questo primo evento senza dubbio sconvolgente un altro episodio ugualmente fuori norma, sembra quasi che questo personaggio, destinato a scomparire e poi a riapparire a intervalli regolari, si sia rifugiato su un’astronave in partenza per un altro pianeta. Strabuzziamo gli occhi, mai possibile che i nostri diligenti archivisti osino tanto? Ma no, tranquilli, la storia è pronta a riassorbire questi slanci, infatti il vero protagonista della vicenda è un rivoluzionario di prima forza, Bogdanov, figura davvero esistita, e tra i primi autori di fantascienza, attraverso l’invenzione di un pianeta felice dove la rivoluzione proletaria è avvenuta davvero e l’uguaglianza sociale è stata raggiunta. Poi per qualche tmpo non sappiamo più niente di un simile UFO misterioso, se non per il fatto che da quella stella piove una figura deliziosa, la giovane Denni, vissuta a lungo in una specie di letargo. Infatti ricompare sul suolo russo quando la rivoluzione di ottobre è già avvenuta, ma lei non ne sa nulla, basti pensare che tenta di spendere proprio quei rubli fuori corso a suo tempo ottenuti con la lontana rapina iniziale. Verremo a sapere che, per vie molto strane e impreviste, la giovane è figlia dell’erratico Leonid, di cui va alla ricerca disperata. L’obiettivo però si sposta sul vero protagonista, appunto Bogdanov, che ha partecipato a tutte le fasi incubatrici della grande rivoluzione di ottobre, in dialogo, incontro e scontro, con Lenin e con gli altri grandi capi, attraverso riunioni, conciliabili, partite a scacchi che hanno giocato in esilio sull’isola di Capri, e perfino in un scuola organizzata a Bologna, chi mai lo aveva saputo? L’acribia dei Wu Ming ha scoperto perfino questa remota presenza di sussulti eversivi nella nostra comune dimora. Ma poi, a rivoluzione avvenuta, Bogdanov è divenuto sospetto all’ala vincitrice del partito, quasi sconfessato da Lenin, del resto già scomparso, mentre anche Stalin si sta già scaldando i muscoli per la conquista del potere. Bogdanov ormai è visto con sospetto, ma si salva sia per i suoi gloriosi trascorsi accanto ai leader della rivoluzione, sia per essersi dato a un ramo marginale, divenendo un grande medico che vuole inseguire il progetto della “cultura proletaria”, di un enorme afflato collettivista e unitario attraverso una curiosa tecnica delle trasfusioni, non da un donatore a un paziente che ne ha bisogno, ma anche da quest’ultimo all’altro, nel nome di una fusione dei sangui, proprio come ideale miracolosamente unitario. In definitiva se Lenin e compagni sono diffidenti nei confronti di una simile terapia, appaiono anche giustificati e comprensibili. Ma a Bogdanov va tutto il nostro appoggio quando proprio di Lenin denuncia l’ottuso materialismo ancora di specie ottocentesca, positivista, ostile ai nuovi traguardi della scienza. Però nulla da fare, Bogdanov si trova nei guai, pur coltivando generosi progetti scientifici e umanitari. Ricompare a salvarlo il lontano e a lungo sparito compagno Leonid, che però è diventato un genio del male, al servizio della Ghepeu. Qui i nostri narratori forse sfruttano qualche ricordo del “Terzo uomo”, del film dominato da una gigantesca interpretazione di Orson Welles. Il “cattivo” Leonid ha tradito tutti i passati ideali, ma a sua volta non può tradire il compagno di un tempo, che oltretutto si sta adoperando per gettargli tra le braccia quella figlia sconosciuta e in sostanza rinnegata. E così via, la vicenda si tiene in altalena tra i vari momenti e passioni e obiettivi, senza decidere a favore dell’uno o dell’altro, ma ci ha permesso di navigare in anni cruciali della rivoluzione bolscevica, senza pretendere di ricavarne alcuna morale.
Wu Ming, Proletkult. Einaudi stile libero, pp. 333, euro 18,50.

Pin It
Standard
Attualità

Dom. 16-12-18 (Renzi)

Certamente sarei reo di una certa ipocrisia, quasi nel senso letterale della parola, di chi cerca di evitare di dare un giudizio, se continuassi a tacere sui passi attuali compiuti da Renzi. Tutto sommato confermo la fiducia che ho espresso tante volte a suo favore, ritenendo che solo da lui possa venir fuori una qualche azione salvifica per il Pd. E’ ridicola la tesi espressa da uno Scalfari ormai ondivago che insiste nello stendere ogni domenica qualche lenzuolo di stampa sulla “Repubblica” riempiendolo di pareri discordi. Che ci sia stato, e ci possa ancora essere del protagonismo in Renzi, è una ricetta che trova conferma in tanti altri leader del momento, in Salvini, Di Maio, Macron, Merkel, perfino nella May. Ormai, piaccia o no, più che i collettivi, dominano coloro che ne alzano le bandiere. Venendo a Renzi, non credo che egli voglia uscir fuori dal Pd per creare un uovo partito, sa bene che, come dicono i sondaggi, non potrebbe sperare di andare oltre un 10%. E del resto lo dovrebbe scoraggiare l’esito meschino dei suoi antagonisti di un tempo, Bersani and Company. Forse è il caso di prenderlo sul serio, che cioè per qualche tempo voglia davvero stare fuori dalla mischia, godersi lo spettacolo masticando pop corn. L’alternativa sarebbe stata di creare una mini-corrente a proprio nome, dall’esito incerto, affidata a un Minniti timoroso, e un po’ troppo segaligno, con un unico exploit alle spalle, la trattativa con la Libia per evitare le migrazioni, dall’esito molto incerto non tanto per colpa sua quanto per l’inesistenza di un soggetto politico attendibile, sull’altra sponda del Mediterraneo, con cui sostenere un dialogo costruttivo. Credo che Renzi si auguri che nessuno tra i contendenti rimasti in campo raggiunga nelle primarie il 50% più uno, a riprova che non c’è un leader capace di sostituirlo. In fondo, egli fa quanto i suoi critici lo accusano di non aver fatto subito dopo le due successive disfatte al referendum e alle elezioni del marzo scorso: prendersi una vacanza, stare a vedere alla finestra. Ritengo che sia quanto egli intende fare per il momento, aspettando il tempo giusto per un suo rientro in scena, ma nella parte del conduttore dei giochi, che è l’unica che gli si addice. Intanto, può benissimo svolgere il compito sacrosanto di oppositore del miserabile governo gialloverde, nei cui confronti ha il merito di aver dissuaso i compagni dal lasciarsi incantare da quel falso flauto magico. E quando si smetterà di dire che il Pd non fa opposizione seria? In definitiva il povero Martina si è sgolato in quel senso a più non posso. Per andare oltre ci sarebbe solo da fare la mossa che i migliori romanzieri hanno affidato a qualche malato terminale, rendersi utile per esempio, si legga Dostoevskij, andando a sparare allo zar o a qualche altro dittatore del momento.

Pin It
Standard
Arte

Un Romanticismo di facciata

Nella mia carriera di docente di fenomenologia degli stili ho sempre invitato a diffidare proprio di due “stili” troppo invadenti e indeterminati, quali il Rinascimento e il Romanticismo. Lasciamo perdere al momento il primo di questi, parliamo del secondo a cui è intitolata una mostra corposa alle Gallerie d’Italia, nel pieno centro di Milano, con un’appendice lì vicino, al Poldi Pezzoli, il tutto a cura di Fernando Mazzocca, che da tempo gode di una ufficialità forse per il suo conformismo, per un’adesione a concezioni stereotipate e convenzionali da cui non manco mai di prendere le distanze, rimpiangendo le sue fasi giovanili quando non disprezzava di partecipare con me a rassegne un po’ più originali. Un primo difetto di questa sua nuova impresa è proprio di non affrontare la duplicità dell’ etichetta, infatti i Romanticismi in sostanza sono due, quello che più conta risponde in definitiva a una accezione generica che lo lega al sentimento, all’imporsi di un irrazionale che cominciò a soffiare in Europa già sul finire del ‘700, soprattutto con alcuni eccezionali artisti inglesi, o là accolti, come un numero uno, lo svizzero Fuseli, e soprattutto un allora disprezzato William Blake, che però ha redatto le due immagini più calzanti per “questo” Romanticismo, da un lato un vecchione assiderante da lui denominato Urizen, guardate un po’ che cos’è “your reason”, a sfida della ragione illuminista, considerandola raggelante, mortale, cui si doveva contrappore l’immagine di un baldo giovane pieno di slancio, da lui denominato con due anagrammi, Los e Orc, Sole e Cuore, che costituivano i due principi di base dell’autentica rivolta romantica, pronta a proseguire fino alle rivoluzioni di Freud e di Einstein. Ma da un punto di vista filologico, purtroppo, è vero che “romantico” è quanto riguarda le lingue e letterature romanze, con la loro rivolta tematica alla mitologia classica, e dunque è lecito dire che furono romantici i pittori che ricostruivano scene, episodi, miti medievali, ma purtroppo in modi spesso leccati al limite con l’oleografico, come purtroppo avvenne in Italia, sotto la guida di un artista senza dubbio dotato come Francesco Hayez, ma che mancava della carica travolgente di un Géricault o di un Delacroix. Morale di questa storia, i veri “romantici” sarebbero i due inglesi, Fuseli e Blake, subito affiancati dall’onda travolgente di Turner, o dallo spagnolo Goya, col suo scatenamento del mondo onirico del sottosuolo, e perfino, a leggerli bene, certi neoclassici come David e il nostro Canova, quando anche lui faceva l’”inglese” ispirandosi proprio ai fantasmi di Fuseli e di Blake. Passato quel momento, il Romanticismo da noi fu solo una questione tematica, di soggetti che si ispiravano alle epopee medievali, ma trattandole con mortifera compostezza, con un realismo meticoloso, o appunto oleografico, sulla scia di un Hayez che aveva rinnegato il periodo giovanile trascorso proprio alla scuola di Canova, lasciandolo al collega e rivale De Min che pagò duramente quella sua fedeltà venendo praticamente cancellato. Accanto ad Hayez, sussiste lo stuolo degli stentati, accademici Molteni, Podesti, Lipparini eccetera. Che oltretutto in questa mostra vengono spezzettati in tanti piccoli settori tematici che ne sbriciolano le personalità impedendone una lettura globale. Per cui anche taluni validi, perché periferici, paesaggisti come Bagetti, col suo procedere in modi da primitivo, quasi da “candido”, o Ippolito Caffi, con la sua capacità di stupirci e di superare uno standard normale portandoci ad ammirare un incendio o una nevicata, vengono frantumati in tante apparizioni separate. Lo stesso si dica per il protagonista numero uno della Scuola di Posillipo, Giacinto Gigante, l’unico che tra noi fu capace di gareggiare con Corot, o addirittura con Turner. Mentre i pur interessanti Puristi, con in primis Minardi, e i ritratti tra il surreale e l’espressionista di Tominz vengono lasciati alla sede di complemento, al Poldi Pezzoli, che ha pure il merito di mettere in mostra un medievalista coi fiocchi, capace di ricavare dal passato tutto il possibile fascino, come il Cigola. Il corpo grande delle Gallerie d’Italia risponde davvero a un Paese dei morti, come senza esagerare gli stranieri dell’epoca definivano la nostra cultura artistica, da cui qualche segno di riscatto lo si poteva trovare caso mai nel Piccio, che almeno immergeva le scene oleografiche degli altri in un fare più fluido e stemperato. Tra gli scultori, ci sta bene Bartolini coi suoi candori che già annunciano il riscatto di un verismo capace almeno di lasciar cadere l’immaginario troppo leccato e lezioso di altri, in attesa che quel mondo pigro e inerte venisse scosso dalle sculture baldanzose di Vincenzo Vela, Dovremo aspettare la seconda metà del secolo per assistere al risveglio dell’Italia, con i Macchiaioli e altri, ma per fortuna nessuno avrebbe più parlato di Romanticismo, almeno in questa accezione assolutamente bolsa, priva di cuore e di anima.
Romanticismo, a cura di Fernando Mazzocca. Milano, Gallerie d’Italia e Poldi Pezzoli, fino al 17 marzo. Cat. autoedito.

Pin It
Standard