Arte

Gemito, artista privo di aperture sul futuro

Il Museo di Capodimonte, a Napoli, dedica un’ampia rassegna a Vincenzo Gemito, “dalla scultura al disegno”, ricca di ben 150 opere, il che obbliga quasi d’ufficio a riaprire un discorso su di lui, Che da parte mia non riesce ad essere molto positivo, nonostante che io non sia più immune da qualche sospetto di umori “rétro”, causati anche dal mio ritorno alla pittura, in forme, diciamolo pure, alquanto vecchiotte. Forse proprio per questo spirito di recupero di talenti non proprio in prima linea già più volte ho detto bene di alcuni coetanei del nostro autore, nati anch’essi nei primi ’50 dell’Ottocento, un momento dopo dell’imperversare dell’ impressionismo, anche di quello di specie nostrana, che io non ho mai negato, ma già provvisti di qualche tratto lanciato a captare situazioni in arrivo. Così per esempio nell’abruzzese Francesco Paolo Michetti, ma di formazione napoletana, come Gemito, ho intravisto qualche traccia non indifferente di schiacciamento della cavità spaziale, il che lo proietta verso soluzioni di specie simbolista. Un altro coetaneo di entrambi, Antonio Mancini, irrobustisce la pasta cromatica quasi con qualche furore espressionista. Ma Gemito è noto prima di tutto come scultore, ed è proprio su questo terreno che non funzionano paragoni con altri suoi colleghi di quel medesimo ambito cronologico, capaci di rasentare situazioni “in avanti”. Lui invece resta lo scugnizzo, il trovatello di scarse risorse che magari si tuffa nelle acque del Golfo e vi scopre qualche modello di statuaria greca, sentendosi tenuto a imitarlo come un tesoro ritrovato, come una via agevole per nobilitare il proprio discorso. Oppure no, è figlio del suo tempo, imbocca un crudo verismo, che però retrocede a una situazione pre-impressionista con un eccesso di attaccamento al vero, come si vede nelle chiome attorte, o nelle barbe gonfie, cespugliose. Nulla a che fare col pollice che ammassa, agglutina, fonde le forme alla maniera di Medardo Rosso, o anche solo col metro davvero simil-impressionista del principe Troubetzkoy. E naturalmente gli sono estranei tutti i possibili fermenti di una situazione simbolista, che invece rendono così suggestive le forme cascanti, attorte, sinuose di Leonardo Bistolfi, lo sfidante del Rosso, anche se purtroppo i Futuristi, con Boccioni alla testa, non lo avevano capito conferendo il primato all’altro. Ma evidentemente si guardavano bene dal prestare attenzione a quel frutto di un passato, abile ma indigeribile, non riportabile in nessun modo a un qualche codice aperto al futuro. Inutile anche guardare all’estero, caso mai si potrebbe fare qualche riferimento al solido mestiere di un Constantin Meunier, ma non certo alla grazia agile ed elegante di un Georges Minne. E dunque, Gemito è da lasciare a un universo di forme legate al passato, senza apprezzabili aperture ai tempi nuovi.
Gemito dalla scultura al disegno, a cura di J.L. Champion, M. Tamajo Contarini, C. Romano. Museo di Capodimonte, fino al 15 novembre.

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Letteratura

Ade Zeno: un’abile partita a scacchi

Come già detto, anche quest’anno rovescio del tutto l’ordine d’arrivo del quintetto finale del Premio Campiello. La cosa migliore sono le prose nervose e sensibili di Patrizia Cavalli, senza dubbio in ragione della sua provenienza dalla poesia. Seguono a ruota i giusti esperimenti linguistici di Francesco Guccini, mentre, portandomi sul primo arrivato, Remo Rapino, ho giudicato stucchevoli e ridondanti i suoi tentativi di fare stile. Ora mi fermo sul terzo arrivato, Ade Zeno, e sul suo “Incanto del pesce luna”, titolo a dire il vero alquanto fuorviante, mentre il romanzo infila alcune situazioni apprezzabili, anche se non ben collegate tra loro, non ben gestite. Il protagonista, Gonzalo, ha un primo tempo che lo vede al lavoro presso un’agenzia di pompe funebri specializzata nelle cremazioni, con riti relativi, cui il nostro impiegato adempie alla perfezione. Nello stesso tempo è afflitto da un male oscuro che ha colpito la figlia Ines, il che ha messo in crisi il matrimonio con Gloria, e pure le finanze della coppia, in quanto la clinica presso cui la figlia è ricoverata costa assai. Il dialogo che il genitore sfortunato tenta di intrecciare con la figlia malata ci può far ricordare, magari, il capolavoro di Pedro Almodòvar “Habla con ella”. Da qui la necessità di trovare un mestiere più redditizio, nel che si trova un’altra brillante invenzione del romanzo. Il bravo Gonzalo non trova di meglio che mettersi al servizio di un’anziana signora che sopravvive pascendosi di carne umana, e dunque il solerte domestico ha il compito di procurarle dei rottami esistenziali, dei poveri esseri allo sbando, e anche di far scomparire i residui di questi mostruosi banchetti della signora. Diciamo pure che questa è un’idea, nella sua brutalità senza appello, degna delle invenzioni più macabre di un Ammaniti, così come la precedente attività presso le pompe funebri ci può ricordare l’eccellente partenza di Veronica Raimo, con il suo “Dolore secondo Matteo”. Come si vede, siamo di fronte a notevoli lampi di vita fuori del comune, ben lontani dalla stanca routine che abbiamo già trovato nelle cronache troppo puntuali del modesto eroe di Rapino, e non ci saranno neppure esiti memorabili quando, domenica prossima, andremo a fare i conti col secondo arrivato, Sandro Frizziero. Ma in sostanza Zeno si è comportato come un giocatore di scacchi, capace di far compiere alle sue pedine delle mosse brillanti, degli avanzamenti improvvisi e inopinati, senza però saper mantenere le posizioni raggiunte, e soprattutto senza riuscire a cucirle tra di loro secondo una strategia ragionevole e apprezzabile.
Ade Zeno, L’incanto del pesce luna, Bollati Boringhieri, pp.183, euro 16,50.

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Attualità

sabatale 19-9-20

Domani, domenica 20, non andrò a votare al referendum per due ragioni, trovo incredibile che la nostra costituzione ammetta un referendum confermativo senza indicare un quorum. Poniamo che domani votino solo nove persone, cinque per l’abolizione dei seggi parlamentari, quattro contro, per vedere passare la risoluzione positiva. Mentre si sa bene che per le risoluzioni negative ci vuole un pesante quorum che ne ha provocato tante volte la nullità. Perché questa inconcepibile differenza? Non sarebbe il caso di chiedere in merito un mutamento proprio della costituzione? Altro fatto sconcertante è che quasi nessuno abbia ricordato in merito che, semmai, il vero mutamento costituzionale da chiedere sarebbe stato di abolire il bicameralismo perfetto e inconcludente, che ci affligge. Era anche l’occasione per ricordare i meriti storici spettanti a Matteo Renzi, che si è dato da fare per anni per giungere a questo cruciale e davvero utile mutamento. Io a suo tempo ho eretto una colonna dell’infamia di sapore manzoniano contro quanti, a cominciare da Zagrebelsky, hanno bocciato quella essenziale riforma solo perché Renzi gli stava antipatico e non volevano che acquistasse troppo potere. Purtroppo la cosa non è certo nuova , nella storia del nostro Paese. Il destino si è dimostrato “cinico e baro”, per usare le parole stesse di Saragat, intanto contro di lui, quando pure ha compiuto un passo di grande utilità separando le sorti del socialismo democratico dallo stato di asservimenti al PCI cui lo aveva condannato Pietro Nenni. Ma poi questo leader si era ravveduto e aveva messo in corsa Bettino Craxi, anche lui poi crocifisso da un’Italia che detesta quanti vogliono cambiare, preferendo la stanca routine, l’assuefazione a cose che non vanno, per paura delle novità. Ora tocca proprio a Renzi essere crocifisso da tutti gli eredi dell’estremismo di sinistra, il che funziona anche da cartina di tornasole, da siepe spartitraffico per giudicare chi è è socialdemocratico e chi invece resta erede di vecchi estremismi.

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Arte

Guerzoni e Cecchini, dal passato al futuro

Confesso che mi inoltro sempre con qualche disagio nel milanese Museo del Novecento. La nostra capitale dell’arte contemporanea ha atteso decenni prima di dotarsi di un museo ad hoc, ma infine ha barattato una indubbia centralità con una sede angusta, strappata con le unghie, in cui mancano giuste distanze per contemplare le opere, e ci si deve arrampicare su scale mobili strette e troppo rapide. Poi, in alto, si deve affrontare una avventurosa passerella che collega gli spazi stretti dell’Arengario con il secondo piano del Palazzo Reale. Mi sono vantato di recente, commemorando la scomparsa dello statunitense Ron Gorchov, di essere stato forse il promotore ad usi artistici di quella serie di stanze, nel ’79, con la mostra Pittura-ambiente, sottraendole a bassi usi burocratici cui fino a quel momento erano riservate. E dunque, diciamolo pure, percorro con qualche emozione quel passaggio, tra grati ricordi ma anche un senso di vertigine, se guardo in basso. Poi però mi gratifica una ottima mostra di Franco Guerzoni, che si è messo ormai alle spalle l’epoca post-sessantottesca quando era d’obbligo fare ricorso alla fotografia. E lui lo faceva allegando ai suoi lavori delle immagini di siti archeologici, da cui ricavava una passerella, anche in questo caso, per passare dal nudo e freddo documento fotografico a qualche traccia di colore che da quei muri emanava. In fondo, era un modo per ritrovare una invenzione geniale del film di Fellini “Roma”, quando durante un interminabile scavo di una linea metropolitana il grande regista immaginava che gli operai avessero scoperto una cripta con arcani dipinti alle pareti, ma pronti a dissolversi nel nulla a contatto con l’atmosfera. Il nostro Guerzoni, registra un momento terminale, quando di quella manifestazione cromatica resistono solo minime tracce, screziature, sbavature, ma colme del sapore di quanto stava alle loro spalle. A ricordo del suo passato di scavi archeologici, l’artista non manca di attaccare a quelle pareti anche delle mensole, pronte a ospitare pure qualche residuo materiale, qualche coccio o frammento, il tutto immerso in una sottile elegia dedicata a un mondo scomparso, a tesori andati in fumo, di cui però sussistono tracce delicate e struggenti.
Terminata quella visita senza dubbio gratificante, affronto la discesa, con divieto di utilizzare l’ascensore, chissà perché. E necessità di affidarmi a scale mobili troppo rapide che rischiano di travolgermi. In basso, scopro due opere di un altro artista a me caro, Loris Cecchini, cui è andato il Premio annuale di ACACIA, l’associazione di collezionisti privati guidati da Gemma Testa. Se Guerzoni va sulle tracce di un passato favoloso, Cecchini invece gioca la carta dei futuribili, o dei traguardi più avanzati della scienza. Uno dei due lavori ingrandisce qualche frammento di minime particelle fisiche, il percorso spinato di un DNA, o magari anche la magica corona di ferro di qualche virus minaccioso. E’ insomma un tuffo nel microscopio, nelle ultime frontiere della materia. Ma in un altro lavoro l’artista rende omaggio all’altra versione delle energie occulte, quella che ne vede il propagarsi a onde, molli, morbide, che depositano le loro scie su uno strato di sabbia, al pari del movimento delle maree. E in questo caso compare anche un confortante accompagnamento cromatico, il colore caldo, denso, pregnante della sabbia.
Franco Guerzoni, L’immagine sottratta, a cura di Martina Corgnati. Milano, Museo del Novecento, fino al 24 febbraio.
Loris Cecchini, Premio ACACIA 2020.

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Letteratura

Rapino, i primi saranno gli ultimi

Niente da fare, anche quest’anno mi trovo a dover capovolgere da cima a fondo la cinquina del Campiello. L’opera migliore è quella di Patrizia Cavalli, troppo difficile per un pubblico generico, privo di una corretta educazione letteraria. Avrebbero bocciato implacabilmente anche la grande stilista Gianna Manzini, se si fosse presentata al loro giudizio, così come, se non ricordo male, a suo tempo hanno pure bocciato Alberto Arbasino. Guccini meritava il posto di buon secondo, mentre al terzo, come via di mezzo, ci può stare Ade Zeno col suo “L’incanto del pesce luna”, andrò a vedere in un prossimo domenicale. Mentre per una collocazione all’ultimo posto potrei avere qualche esitazione tra il primo arrivato, Remo Rapino, e il secondo, Sandro Rizziero. Ma no, è giusto infierire su Rapino e sul suo “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”, forse perché certe sue pretese raffinatezze hanno fatto colpo su elettori non ben preparati. Sedotti, forse, da quello che a loro è apparso un fiore stilistico, l’adozione sistematica del “che”, come congiunzione di trapasso tra le principali e le subordinate. Appunto un pubblico grossolano crede di trovarsi in presenza di una mossa ardita, non sa che questa era già stata ben utilizzata dal numero uno dei nostro Veristi, Giovanni Verga, a cui serviva per stabilire un ponte tra il suo stato di buon borghese facoltoso e acculturato e la folla dei proletari cui intendeva avvicinarsi con autentica partecipazione. Poi il “che” come chiave “passepartout” era stato ripreso da Edoardo Sanguineti nel suo “Capriccio italiano”, ma non come indizio di non acculturazione, bensì di regressione psichica in stati primitivi di onirismo. Invece il nostro Rapino ne fa un uso sistematico per sancire lo stato di degrado del suo personaggio, dal principio alla fine di una lunga cavalcata, che entra in contatto con questo povero membro del quarto stato, del disagio, della miseria, fin dal lontano 1926 e poi lo segue per quasi un secolo. Sempre uguale, cosa evidentemente impossibile, in un così lungo arco di tempo. Anche gli ultimi della terra, se non altro grazie alla televisione, qualche passo avanti negli usi linguistici lo hanno fatto. Invece il nostro autore continua implacabile, negando al protagonista ogni possibile sviluppo. E dire che al momento dell’infanzia e dell’adolescenza gli aveva pure fatto riconoscere, da un maestro, qualche attitudine all’apprendimento, peraltro ferma solo ad apprezzare la lettura del deamicisiano “Cuore”. Ma anche in questo caso, come negare al personaggio una qualche maturazione, se non altro grazie alla TV o alla lettura di fumetti e altro? Del resto, di questo suo osservatore inossidabile, tetragono ad ogni lievito esterno, lo scrittore si fa un assiduo testimone di quanto può capitare in un lungo arco di tempo. Servizio militare, prime avvisaglie del sesso, verginità a lungo mantenuta, poi frequentazione regolare di casini, finché ci sono, quindi di puttane, ma, come nel ricordo di “Cuore”, il nostro fedelissimo e immarcescibile si porta dietro la donna del primo amore, anche se questa non ha tardato a dimenticarlo e a passare a nozze più confortevoli, Ma poi nella sua affannosa rincorsa lungo i decenni, Il Liborio salta gli ostacoli, si concede evasioni di specie onirica, immagina di consumare una tardiva relazione con la fiamma giovanile, come del resto sul punto di morire convoca in scena, per una passerella finale, tutti i protagonisti della sua esistenza, siano essi stati davvero vicini a lui o invece assenti, come un genitore che lo ha abbandonato troppo presto. Con la tuta d’amianto del “che” pronto ad ogni uso. Bonfiglio Liborio si tuffa in tante situazioni, anche in quella della malattia psichica, subendo un ricovero che peraltro gli riesce confortevole. Forse in merito gli sprovveduti votanti sono stati del tutto inconsapevoli di una delle tante rivisitazioni del romanzo, rivolta in questo caso al “Memoriale” di Paolo Volponi, venuto però al momento giusto della storia.
Remo Rapino, Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, Minimum fax, pp. 265, euro 17.

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Attualità

Dom. 13-9-20o (Azzolina)

Ritorno ancora una volta sulla travagliata questione del ritorno a scuola. Purtroppo hanno ragione le destre nel condannare l’incapacità dimostrata dalla ministra Azzolina, che mi sembra del tutto meritevole di una mozione di sfiducia, anche se il governo giallo-rosso non potrà accedervi per ragioni di opportunità, così come ha pure difeso l’ugualmente indegno ministro Bonafede. Ora vedo che esponenti della Regione Piemonte mi danno ragione, facendo notare quanto sia assurdo e pericoloso lasciare alle famiglie il controllo della febbre degli allievi sul punto di recarsi a scuola. Possono mancare loro gli strumenti adatti, oppure, ancora peggio, può mancare la volontà di fare sul serio, magari pur di sbarazzarsi della presenza scomoda dei figli sono disposti a chiudere un occhio. E’ di ieri il caso clamoroso di una concorrente all’esame di accesso alla facoltà di medicina che, col pieno appoggio della famiglia, pur sapendo di essere contagiata si è presentata ugualmente. Ma la questione decisiva è se ci fidiamo o no del termo scanner. L’altro giorno, a Milano, sono stato sottoposto due volte a questa prova, che come si sa è di esito istantaneo. E’ avvenuto al caffè Campari in Piazza Duomo, e poi al Museo del Novecento. Ovviamente esito negativo, caso mai è risultato che avevo la temperatura perfino troppo bassa. Solo affidandosi a questo criterio è possibile effettuare il ritorno a scuola, ogni altro sistema è invece troppo lungo e scomodo. Come già detto, non è valida l’obiezione che anche in assenza di febbre uno potrebbe essere portatore asintomatico di contagio, vuol dire che, nel caso. attaccherà il sintomo a qualcuno che verrà bloccato. Inoltre bisogna rinunciare al criterio del distanziamento, perché per farlo rispettare non ci sono aule sufficienti, il loro numero dovrebbe essere raddoppiare, ma soprattutto dovrebbe raddoppiare quello dei docenti, che non ci sono. Si pensi a quale disagio si provocherebbe in studenti che, a differenza di loro compagni, si vedano sottratti alla guida di docenti con cui sono affiatati, e magari sottoposti a docenti reclutati all’ultimo momento e sostanzialmente impreparati. Il bello è che proprio i Pentastellati, il partito della infelice ministra, ha rifiutato di accettare di condurre un concorso di reclutamento insegnanti in forza di un punteggio pregresso, sostenendo l’obbligo del concorso regolare. Ora invece si dovrebbe procedere a una leva dell’ultimo momento, senza nessuna garanzia di serietà. Meno male che, quanto ai mezzi di trasporto, il buon senso delle Regioni, e della ministra De Micheli, ha innalzato il limite degli ingressi portandoli all’80% (come si riuscirà però a farlo rispettare?). In sostanza, occorre superare gli stupidi ostracismi dei Arcuri e di tutta la congrega dei nuovi monatti, di Speranza e compagni, se davvero si vogliono riaprire le scuole.

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Arte

Un capolavoro del Lotto, veneziano in fuga

Un articolo a firma di Enrico Maria Dal Pozzolo, sul “Robinson” della settimana scorsa, riporta giustamente l’attenzione a un capolavoro di Lorenzo Lotto, “La Crocefissione”, conservata a Monte San Giusto nelle Marche, una delle tarde opere dell’artista, 1531, vissuto ancora circa un ventennio ma entrato in una astinenza progressiva, forse vinto dalla sfortuna che ne colpiva il difficile cammino, di pittore in controtendenza. Lui veneziano, ma vissuto negli anni in cui sulla Laguna si impone la grande linea “moderna” iniziata da Giorgione e poi portata a maturità da Tiziano. Il Lotto invece non era un “moderno”, quanto meno nell’accezione magistrale sviluppata dal Vasari proprio teorizzando nelle “Vite” una terza maniera o appunto “maniera moderna”. Su di lui, semmai, agiva un’attrazione nordica, della modernità, ma aspra e coriacea, secondo la tradizione di Dürer, dominante nei nostri territori settentrionali, che con totale fraintendimento Roberto Longhi ha scambiato per un richiamo irresistibile di valori naturalistici. Proprio per accogliere questa diversa tradizione, invisa sulla Laguna, il Lotto se ne era andato dalla Serenissima preferendo battere le strade del Nord. Anche se aveva pure tentato un approccio alla grande Centrale della maniera moderna, la Roma delle Stanze Vaticane, ma se ne era sentito respinto, riparando a Bergamo, un luogo invece del tutto propizio al suo stile, fatto di durezze, di bagliori metallici, quasi in attesa che arrivasse la temperie manierista. Raggiunta una indubbia maturità, anche di fama, aveva sperato che Venezia lo potesse accogliere, ma vi si stava imponendo più che mai il linguaggio morbido, sensuale, tonale di Tiziano, esattamente il linguaggio che, ironia della sorte, in questo momento trionfa proprio nella Bergamo tanto cara alle sorti del nostro artista dissidente. Infatti l’Accademia Carrara ospita due dipinti tizianeschi che sono un inno alla carne, ai suoi languori e piaceri. Invece, nel suo ritorno a Venezia, il nostro Lotto non aveva potuto evitare di trasportare con sé il suo stile aspro, che forse avrebbe ottenuto qualche comprensione se, con un balzo di un decennio o due, avesse potuto saldarsi alle soluzioni decisamente manieriste del Tintoretto. Ma si sa bene che anche il talento di quest’ultimo sarebbe stato visto in contraggenio dagli abitanti della Laguna, meglio disposti a stabilire un ponte col rivale che il Robusti avrebbe avuto nella persona del Veronese, in un ritrovato asse di modernità e di classicità nello stesso tempo. Con la benedizione a posteriori del solito Longhi, sempre pronto a osannare la pittura che sapesse di buona vicinanza al naturale. La conclusione fu che il nostro talento “antipatico” nel senso letterale della parola, dovette andarsene di nuovo dalla pur amata Venezia, cercando qualche committenza nelle località provinciali delle Marche, come appunto Monte San Giusto, e Jesi, dove si trova un capolavoro ben vicino a questo di cui vado a parlare, una “Santa Lucia”. Che cosa troviamo in questa pala di assolutamente incongruo rispetto alla dominante lezione tizianesca? Intanto un cielo oscuro, certo, fedele al dettato evangelico con cui viene narrata la morte di Cristo, ma del tutto estraneo alle buone regole atmosferiche che invece era vanto del Vecellio rispettare, anzi, celebrare in pieno. Non solo, ma quel cielo cupo subisce come una curvatura che schiaccia i corpi dei tre crocefissi e ne fa vibrare i cenci, attorcendoli, quasi a esprimere il tormento di quella morte orribile. Cui, se non bastasse la croce, potrebbero pure provvedere le lance della scorta in armi, quasi degli spiedi per infilzare quei corpi gementi. Altro tratto distanziante, la strategia tizianesca di disporre i corpi a congrui intervalli reciproci, per farli respirare, per consentirgli di accogliere le carezze atmosferiche. Qui invece abbiamo un “tutto pieno”, un intrico di figure allacciate tra loro, quasi indistinguibili, e anche un variare di scale, che è un modo per sottrarsi alle leggi della verosimiglianza, quelle differenze di scala che piaceranno tanto ai Manieristi, volutamente regressivi rispetto alle buone leggi del verosimile. In fondo, una clamorosa prova di tante varietà di formati l’aveva già data Giulio Romano, preteso erede legittimo di Raffaello, quando si era permesso di introdurre un simile dislivello nel terminare l’ultima trionfale pala del maestro, la “Trasfigurazione”, rimasta in parte incompiuta. Qui in primo piano nel dipinto abbiamo tre figure che sembrano quasi voler balzare fuori, mentre altre al loro fianco arretrano, si rimpiccioliscono, E c’è anche chi allarga le braccia in un gesto spropositato, quasi per tentare di mantenere avvinta in un unico mazzo questa varietà di erbe strappate da una terra aspra e avara dei suoi frutti.

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Letteratura

“The Hateful Eight” di Tarantino, perfetto concentrato di brutalità

Ancora una volta mi valgo della facoltà di sostituire un pezzo dedicato a un’opera di narrativa con l’analisi di un film, generi che ritengo del tutto affini, avvalendomi dell’autorità di Aristotele (che ovviamente nella sua “Poetica” si limitava ad equiparare epica e teatro). La settimana scorsa su Rai 3 è ricomparso un più volte ripescato film di Quentin Tarantino, “The Hateful Eight”, che mi pare appartenere alla serie positiva del grande regista statunitense, degna del suo capolavoro inarrivabile, “Pulp Fiction”. Del resto, una partenza dal “pulp”, da fatti di banale clamore Pop, è sempre presente in lui, che quindi non esita a ispirarsi al grande filone di questa natura qual è il western, addirittura con riferimento all’epopea italiana creata da Sergio Leone, con tanto di colonna sonora affidata a Morricone. Il film comincia mostrandoci una diligenza che si trascina, spinta da tre coppie di cavalli, in una distesa innevata dello Wyoming. A bordo un cacciatore di taglie (l’attore Kurt Russel) che tiene avvinta con tanto di manette una sua preda, una ragazza dall’apparenza selvaggia, da portare in una prossima località, Red Rock, e riscuotervi il premio relativo. Già qui entra in scena la brutalità di cui l’intera pellicola dà ampia prova, come del resto è nello stile del nostro regista, nel senso che il predatore non lesina al suo ostaggio una continua pioggia di ceffoni e di altri mali trattamenti. La sequenza inaspettata di eventi dà le prime prove di sé sotto forma di impensati autostoppisti che fermano il lento incedere del mezzo di trasporto, chiedendo un passaggio. Dapprima si tratta di Samuel Jackson (preferisco dare direttamente i nomi degli attori), anche lui nei panni di un cacciatore di taglie, che infatti si porta dietro tre salme già stecchite, ma che nello stesso tempo rivendica un suo ruolo di ex-combattente nell’Unione del Nord, e si dice addirittura in possesso di una lettera che gli avrebbe inviato il grande padre della patria, Abramo Lincoln. Questo documento diventa un talismano capace di esercitare un fascino irresistibile su questi disgraziati, feccia della vita, facendo respirare loro come una boccata d’ossigeno, tanto da supplicare a turno il portatore del privilegio di potergli dare una sbirciata. Poi c’è pure un secondo autostoppista, che si annuncia come sceriffo designato a governare il luogo in cui il convoglio è diretto. Siamo in presenza di una carovana dei misteri, in quanto ben si avverte che ciascuno dei presenti recita una parte che non gli appartiene. Li insegue l’arrivo di una tormenta, che scongiurano mettendosi al riparo in una stazione di posta, dove li attende una squadra di quattro personaggi, in apparenza anche loro riparati in quell’approdo per evitare la bufera in arrivo. Ovviamente si rafforza in noi l’impressione che dietro quelle apparenze si nascondano fini e sorti ben diverse. C’è però un rischio, che esaurita la tappa del viaggio, la vicenda si incagli in un interno noioso e ripetitivo, quasi meglio adatto al teatro che al cinema. Sembra quasi che Tarantino vada a recuperare una sua opera prima, “Le iene”. Ma la concentrazione in un’unica sede permette pure un rafforzo di brutalità, come è nel caso di un anziano, invalido, già ricoverato nella stamberga, che era stato addirittura un generale dell’esercito sudista, il cui fine principale ora sarebbe di conoscere il destino di un figlio scomparso. Si dà allora l’inevitabile scontro tra questo rudere sudista e il fiero paladino del Nord, che gli rivela quale sia stata la sorte del figlio. Lui stesso lo avrebbe catturato, denudato, costringendolo a camminare nella neve, e a cercare un unico conforto prestandosi a un cunnilinguo, a ingoiare il suo membro, come unica sorgente di calore, ma senza evitare di venire infine sterminato. Naturalmente il fiero nordista ha previsto che il povero genitore avrebbe reagito a tanto orrore, e dunque gli lascia un revolver, per consentirgli di sparargli, ma anticipandolo con maggiore destrezza, proprio come avviene in una qualche scena western. La narrazione ristagna pericolosamente, fino al momento in cui l’autore svela le carte, ci fa conoscere un antefatto. Veniamo a sapere che quella miserabile fanciulla portata alla morte in realtà è la mente di una banda di malviventi, suoi fratelli, che sapendo del suo arrivo, hanno sterminato e gettato in un pozzo i poveri abitanti del posto-ristoro, e ora cercano di far fuori col veleno i nuovi arrivati, e potenziali aguzzini della loro congiunta. Ma i due eroi “positivi”, si fa per dire, della vicenda, cioè l’ex-nordista portatore della lettera di Lincoln, e lo sceriffo in potenza, riescono a sopravvivere all’eccidio programmato dai parenti della ragazza, uccidendoli uno alla volta. Alla fine hanno un moto d’orgoglio, non basterà uccidere a sua volta la mala femmina, bisognerà rispettare le forme della legalità, cioè darle morte per impiccagione, anche per rispetto di quel documento nobile, che peraltro è un falso, un modo per tenere alta l’asticciola del destino. Alla fine, si potrebbe far echeggiare la conclusione di uno dei nostri drammi cinquecenteschi dell’orrore, alla maniera di Giraldi Cinzio, o di qualche tragedia shakespeariana, con riferimento a noi spettatori, “che cosa state a far? Son morti tutti”, Tarantino ha rispettato appieno il suo impegno verso un brutalismo che non perdona, che non lascia superstiti.

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Attualità

Dom. 6-9-20 (legge elettorale)

Interverrò in un prossimo domenicale motivando la mia decisione di non andare a votare sul referendum relativo al taglio di gran numero dei nostri parlamentari. In merito al momento mi limito a osservare che sull’esito non c’è da avere dubbi, vincerà il sì, anche se magari solo di stretta misura. Comunque, sarà una risoluzione priva di impatto sul governo. Mentre ovviamente potrebbe essere più grave l’esito delle votazioni regionali, se per esempio la sinistra perdesse la Toscana e la Puglia. In merito, non resta che invocare il voto disgiunto, in nome di una sua utilità, come del resto è già avvenuto in Emilia Romagna, salvando la candidatura di Bonaccini. C’è da augurarsi, cioè, che anche dove, come nella maggior parte dei casi, le forze di governo non si sono alleate tra loro e non hanno rinunciato a presentare propri candidati, il buon senso degli elettori non cada nella trappola e dia il voto “utile” al nome con maggiori possibilità di riuscita, che in genere è quello proposto dal Pd. Però, se anche questo non avvenisse, e la destra riuscisse a infliggere un cappotto ai giallo-rossi, nulla seguirebbe, non si può andare al voto senza una legge elettorale accettata a maggioranza. E’ curioso che proprio I Salvini e Meloni che a ogni passo invocano l’andare alle urne, dichiarino invece che al momento è fatica sprecata affrontare il problema di una nuova legge elettorale, Ma questo è un modo per sottoscrivere un rinvio sine die delle elezioni.

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