Arte

Play Doh, capolavoro di Jeff Koons

Credo che sia abbastanza nota la mia lunga amicizia, durata circa un trentennio con la star internazionale Jean Dubuffet, iniziata a metà dei ’50, quando gli avevo dedicato un saggio sul “Verri”, da lui tradotto in francese, con invito ad andare a trovarlo, cosa che avevo fatto a intervalli regolari fino a poco prima della sua morte. Confesso che in seguito ho tentato di realizzare un identico scoop con qualche altro nume del panorama internazionale, ma molti sono stati i miei omaggi ai grandi del momento, però non seguiti da riconoscimenti paritetici. Sono andato molto vicino a realizzare un esito di questo genere con Jeff Koons, artista ben diverso da Dubuffet, ma pure lui alla testa delle situazioni stilistiche che si è trovato, e si trova ancora, a sperimentare. Ne avevo visto le opere in una mostra illuminante tenuta da Ileana Sonnabend, quando ancora aveva la galleria a Soho, e accanto a lui c’erano altri forti esponenti statunitensi quali Haim Steinbach e Peter Halley. Io, con la mia indefessa pratica di fenomenologo degli stili, ero pronto a capirli e ad apprezzarli. Infatti avevo decretato la fine della fase a ritmo pendolare tra nuovismo e musealismo anni ’80, quest’ultimo caratterizzato secondo il mio punto di vista dai Nuovi-nuovi, e alla dialettica binaria predicata dal Woelfflin avevo ritenuto che era ora di sostituire lo schema ternario tipico di Hegel. Dopo cioè una fase di tesi, di apertura su tutti i fronti, propria dello spirito del ’68, aveva fatto seguito una antitesi, cioè chiusura, ritorno all’antico e al museo, connotati tipici di tutti gli anni ’70 fino all’85. Ma poi era subentrata la sintesi tra le due tendenze, il ritorno, per esempio alla Pop e alla Op Art, e anche al concettuale, conditi però con un pizzico di estro, in una conciliazione tra il “povero” e il “ricco”. Ovvero, per dirla in termini sociologici, eravamo passati da una fame per prodotti primari, essenziali, a un momento ulteriore di appetiti più sofisticati. Segno tipico di tutto questo, le auto, che non dovevano essere più aninime e di serie, ma abbondantemente accessoriate. Il superfluo, insomma, faceva il suo ingresso trionfale nel paniere dei consumi. Nel ’90 mi venne l’invito a essere commissario dell’”Aperto”, alla Biennale di Venezia di quell’edizione, e non cesserò mai di dire tutto il bene possibile di quella sezione, collocata nelle magnifiche Corderie, auspicando che la Biennale torni al più presto a riproporre quella utile iniziativa, rivolta ad accogliere le nuove proposte. Quella fu per me l’occasione ideale per invitare i campioni della sintesi, secondo la mia accezione, quelli che si erano già presentati qui in Italia, come Stefano Arienti, Umberto Cavenago, alcuni dei Nuovi Futuristi, ma estendendo l’attenzione anche ai rappresentanti della situazione internazionale, tra cui in primo luogo proprio Koons, mentre mi pare di ricordare che altri, come Steinbach e Halley, erano già stati invitati in precedenza. Koons mi fu grato di quell’invito, cui fece seguito, sempre da parte mia, un trattamento di favore, quale numero uno della nuova situazione internazionale, quando curai la rassegna globale “Anninovanta”, a Bologna e in altri centri dell’Emilia Romagna. Ci fu tanta amicizia tra me e la star internazionale al punto che mi chiese un “affidavit”, una testimonianza giuridica, quando fu in dolorosa causa con Cicciolina per disputarsi il figlio nato dalla loro tempestosa relazione, Maximilian. Infatti Cicciolina sosteneva che l’artista l’aveva accalappiata per sfruttarne la fama, al momento superiore alla sua propria, mentre io in fede potei dichiarare che Koons non aveva bisogno di quell’escamotage in quanto già ben noto per conto suo, come i miei stessi scritti precoci attestavano. Inoltre, se mi recavo a New York, finché lui rimase in scuderia presso la Sonnabend, non mancavano mai le visite nell’enorme studio che egli aveva a West Broadway, esteso su un intero piano, dove potevo seguire in tempo reale la sua straordinaria produzione. Poi lui è salito sempre più in alto, e io disceso sempre più in basso, però qui voglio mandargli una testimonianza di stima incessante per un suo capolavoro apparso su “Artrìbune” e del resto anche sul suo sito, “Play Doh”, opera a quanto pare di lunga gestazione, e in apparenza sorprendente, in quanto Koons in genere è artista che va alla ricerca di icone, del nostro consumismo, come detto sopra, arricchito di componenti voluttuarie, anche se l’esito è un caduta in pieno kitsch. E’ un monumentale trionfo delle gozzaniante “buone cose di pessimo gusto”, con un tripudio di bambole, orsacchiotti, altri animali da kinderheim, in una rivisitazione di quanto ci possa essere appunto di apparente “cattivo gusto”, chiamato a una fantasmagorica resurrezione. Un qualcosa che un artista autenticamente Pop dei ’60 mai e poi mai avrebbe fatto, impegnato com’era a glorificare gli oggetti di prima necessità. Però non possiamo dimentichiamo che il più estroso dei Pop statunitensi classici, Roy Lichtenstein esaurita la riserva del banale e dell’ovvio, si era avventurato sulle vie del sofisticato, e perfino dell’informale, per esempio ricorrendo al modo suo, cioè con quel puntinato che con un colpo di bacchetta magica riscattava l’ovvio dandogli nuovo spicco, ci aveva riproposto proprio le pennellate dell’Informale, dell’”action painting”. Ebbene, nell’opera di cui sto parlando anche Koons “sembra” volersi concedere all’informale più spinto, quasi a sfida di tutti gli Informali che ai loro tempi avevano sfruttato le potenzialità della ceramica, quegli ammassi amorfi ma nello stesso tempo intrisi, rutilanti di colore. Naturalmente la ceramica, dal punto di vista di Koons, è un materiale troppo “primario”, elementare, naturale, mentre questo suo riscatto programmatico dell’inutile, dell’accessorio deve essere congiunto allo sfruttamenti di materiali che siano anch’essi artificiali. In questo caso egli ricorre a involucri di alluminio, imbevuti di tutti i colori dell’arcobaleno, e dunque raggiunge un effetto di un tipico prodotto superfluo, voluttuario quale può essere il gelato. Infatti questo capolavoro si presenta come un ammasso di blocchi di gelato alla crema, al pistacchio, alla fragola, che fra l’altro sono i colori tipici del postmoderno, Inoltre, inutile dirlo, non manca il gigantismo dimensionale che di Koons è il segno tipico e irrinunciabile, e il gioco è fatto, anche questo prodotto che pare volersi collocare nei registri del disordinato e dell’irregolare rientra al contrario in un cosmo sapiente di usi intonati ai nostri bisogni attuali.

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Letteratura

Un romanzo davvero “cristallino” di Nicola Lecca

Mi stupisce piacevolmente la resistenza di una forma d’arte quale il romanzo, in un periodo in cui, per effetto del disastroso lock down, sta andando molto male per altri generi, quali le mostre d’arte e gli spettacoli. E dire che non facciamo altro che lamentare la crisi del cartaceo. Oltretutto, le librerie hanno riaperto, a differenza dei cinema e teatri e musei, e dunque ho potuto acquistare “Il treno di cristallo” di Nicola Lecca, autore a me fin qui sconosciuto, ma invece questa prova mi sembra convincente e passibile di un buon voto in pagella, certamente superiore a quanto ho assegnato all’ultimo prodotto di un narratore pur famoso e da me apprezzato in altri casi come Giuseppe Culicchia, ma non certo per il suo “Il cuore e la tenebra”, che pure ha qualche vicinanza nel soggetto col presente romanzo di cui vado a parlare, In entrambi i casi c’è la presenza di un padre crudele, troppo impegnato nella musica così da trascurare la prole ricordandosene solo in punto di morte. Ma Culicchia ha il torto di delineare troppo il genitore crudele, e di assegnargli ben due figli, che finiscono per farsi ombra a vicenda, Jl nostro Lecca è molto più semplice, qui il genitore è lasciato nell’ombra, da personaggio tristemente solitario qual è, con qualche reminiscenza addirittura dostoevskijana, essendo di collocazione slava. Non si sa come sia riuscito a generare il giovane Aaron, che abbandona subito lasciando l’onere di crescerlo a una povera madre senza risorse, Anja. Del figlio il tristo, solitario, disumano genitore si ricorda solo “in articulo mortis”, facendogli avere i soldi che consentano di raggiungerlo nel luogo della sua morte, per recarsi da un notaio che gli comunicherà la consistente somma di cui è divenuto erede. Il romanzo è l’itinerario di Aaron per raggiungere, dalla località inglese remota in cui ha trascorso una triste adolescenza senza grandi speranze, attraverso vari Paesi e capoluoghi d’Europa, Berlino, Praga, Bratislava eccetera, il luogo in cui il padre è scomparso. Un merito di Lecca è di non calcare troppo la mano, in questa peregrinazione, che espone il protagonista a tante tentazioni, droga, sesso, malaffare. C’è una eco in minore e sottotono delle vicende arroventate e infernali che un grande narratore come Aldo Busi ha affidato alle sue scorribande iniziali. Qui tutto è più attenuato, ma anche protetto dagli alti e bassi, alquanto gratuiti, che invece solcano la prova per tanti versi simile di Culicchia. Un altro punto a favore di questa vicenda sta nell’amore che il giovane itinerante si porta dietro, nato, come succede al giorno d’oggi, grazie a incontri virtuali, affidati alla rete, al “chattering,” in cui gli riesce di dialogare con quella che crede possa essere la sua anima gemella, portatrice di un nome, Crystal, in cui pare riassumersi tutta la limpida leggerezza di queste pagine. Ma scopriremo che nella realtà Crystal è già scomparsa da tempo, è ormai solo una finzione tenuta in vita da una madre angosciata, esattamente come quella di Aaron, solo che a quest’ultima il deus ex machina della vicenda assegna una sorte felice, tutto finisce bene per il suo rampollo, mentre nel caso di Crystal alla madre non resta che il gesto estremo di disfarsi di quanto ne ricorda la misera ed effimera esistenza terrena.
Nicola Lecca, Il treno di cristallo, Mondadori, pp. 249, euro 18.

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Attualità

Dom. 26-4-20 (Manzoni)

Si parla tanto della “fase due” intesa a superare il “lock down”, ma in realtà questa, seppure alla chetichella, è già cominciata. Infatti in questi giorni 1. Ho parcheggiato la mia auto in centro città (Bologna); 2. Ho acquistato colori per la mia attività pittorica, e cartucce per la stampante; 3. E libri alla Libreria Feltrinelli di Piazza Ravegnana, che però, unici, mi hanno imposto mascherina e guanti; 3. Acquistato fiori per il compleanno di mia mogle; francobolli da un tabaccaio. E ovviamente, comprato generi alimentari, giornali in edicola. Noto con soddisfazione che non sono più il solo a predicare contro i “nuovi monatti”, ovvero contro la nutrita congrega dei virologi e di altri competenti. Una penna arguta come Massimo Gramellini li ha apostrofati definendoli “scienza ritegno”, che mi pare convenirgli in pieno. Per fortuna il governo ha deciso di scavalcarli, qualcuno di loro vorrebbe che portassimo le mascherine fino all’arrivo di un vaccino, cioè per mesi e mesi. Le loro responsabilità sono evidenti e, passata la tempesta, li dovremo chiamare a un “redde rationem”. Nulla hanno fatto per impedire il massacro dei nostri anziani nei ricoveri il cui numero di decessi temo che sia pari a un terzo del conto totale che i monatti-becchini ci fanno avere puntualmente in ogni ora del giorno, e senza dirci, a parte gli anziani da loro condannati, chi sono gli altri a morire, a quale età, in quali condizioni. Sempre a volersi rifare al grande modello manzoniano, questo ci insegna che gli appestati abbienti, come Don Rodrigo, temevano l’arrivo dei monatti a portarli al lazzaretto, dove la morte era quasi inevitabile. Don Rodrigo si rivolge al Griso, che crede fedele, per far venire un medico, che forse, dati i limiti della scienza di quei tempo, poco avrebbe potuto fare, ma sempre meglio che essere portato al lazzaretto., Chissà se molti di questi deceduti, se fossero rimasti nelle loro case affidati a qualche medico curante sollecito a portargli bombole d’ossigeno, non si sarebbero salvati. Dal Manzoni possiamo passare a un altro grande della narrativa, Louis Ferdinad Celine, che io mi vanto di aver studiato a fondo, quindi sono tra i pochi a sapere che questo autore, prima di indossare la sua maschera (non mascherina, per carità!), cioè l’incalzante, inesorabile “io di merda”, si era laureato con una tesi sul virologo (per stare in materia) Semmelweiss, che a metà dell’Ottocento aveva scoperto il virus che gli ostetrici acquisivano mettendo le mani nei cadaveri e poi, senza lavarsi, negli uteri delle povere giovani madri senza padri. Le quali piangevano, non volevano essere portate in ospedale, dove la morte era quasi sicura, mentre le puerpere benestanti etano accudite nelle case e si salvavano. Forse anche da noi qualche persona in più si sarebbe salvata se non ospedalizzata a forza. Comunque, dateci le categorie di questi deceduti, e non solo una arida somma aritmetica. Poi a carico dei nostri “scienza ritegno” resta il fatto grave di non aver impedito che l’Italia fosse investita per prima e nella misura superiore dall’ondata del contagio. Non è stato un nostro merito sperimentarlo per primi, ma un demerito di cui dovremo cercare le ragioni. E forse siamo stati i suoi principali trasmettitori al resto dell’ Europa.
Quanto poi alla vera e propria fase 2, per carità, lasciamo perdere tamponi e altro, basta dotare tutti gli ingressi di un semplice strumento quale il termoscanner, e bloccare chiunque riveli una temperatura superiore ai 37,5, spia rapida e preziosa che permetterebbe di isolare i sospetti di positività. E firmiamo tutti un manifesto di protesta contro la ministra Azzolina che, in controtendenza rispetto all’intero universo, ha deciso di testa sua che gli alunni non debbano tornare a scuola, Dove li metteranno padri e madri se, come si spera, ben presto torneranno al lavoro?

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Arte

Omaggio a Lucio Del Pezzo

Negli ultimi tempi sono stato quasi un becchino ufficiale nel commemorare, su “Artribune”, l’utile gazzettino on line circa i fatti dell’arte, i molti coetanei, ottuagenari come me, via via scomparsi, per i quali era giusto far risuonare la famosa campana di John Donne e di Hemigway, coinvolgendomi nel suo lugubre suono. Non mi è riuscito di svolgere un simile ruolo nel caso di Lucio Del Pezzo (1933), essendo stato preceduto, per così dire alla prova del pulsante, da un pezzo ottimamente informato di Alberto Fiz. Ora rimedio con questo commento privato, che forse giungerà alla famiglia dell’estinto in sostituzione di un telegramma o di un biglietto di condoglianze. Del Pezzo è stato uno dei tanti intellettuali che hanno rappresentato il triste fenomeno di una Napoli, di un Mezzogiorno, fertili al massimo di talenti, condannati però a emigrare a Nord, Roma, Milano, Torino, in cerca di miglior fortuna. Una emigrazione che ha riguardato narratori come La Capria, poeti come Bajino, Cepollaro, Ottonieri, Voce, e infine un nutrito numero di artisti, tra cui appunto Del Pezzo, e pure Bruno di Bello, scomparso anche lui di recente. La generosità di Napoli si esplica in quel fenomeno, apotropaico, propiziatorio, che si compie nella notte di Capodanno, quando dalle case piovono sulla strada tutti gli oggetti di un trash domestico. Gli eventuali turisti vengono avvisati, di tenersi discosti dai muri per non essere investiti da questa pioggia, che è anche una cornucopia, come avevano ben avvertito i membri del Gruppo 58, capeggiati da Luca Castellani, e inclusivo pure di altri come i due appena ricordati, assieme a Guido Biasi, Mario Persico, Sergio Fergola, forse, se non sbaglio, l’unico ancora vivente. In fondo, i membri di quel sodalizio erano stati quasi gli anticipatori del fenomeno che in Europa e Nord America sarebbero stati il Nouveau Réalisme e il New Dada, cioè un avvalersi degli oggetti, ma lasciandoli in preda a un pittoresco disordine, ancora di matrice informale. Del Pezzo però aveva avvertito un bisogno istintivo di dare ordine a quegli apporti sparsi, e per questo se ne era andato a Milano, al pari di Di Bello, e potremmo menzionare anche un’altra illustre esule per gli stessi motivi, Lea Vergine, che lascia la matrice partenopea per seguire il fascino tetragono in cui era avvolto il design di Enzo Mari. Anzi, per il nostro Del Pezzo Milano è ancora insufficiente, a soddisfare il suo bisogno di ordine, e per qualche anno punta deciso su Parigi, trovandosi accanto un altro esponente, ma di nascita indigena, Valerio Adami. Questa loro opzione cis-e trans-alpina li porta a svolgere un capitolo di Pop Art in piena dissidenza rispetto a quella romana, che invece punta decisa sui modelli statunitensi. I nostri due, con quel bordeggiare tra Milano e Parigi, si espongono addirittura al sospetto di non rispondere ai caratteri di una Pop Art vera e propria, tanto da essere lasciati ai margini di quel movimento, tra chi li annette e chi no. Ci fu però, a loro favore, l’inclusione convinta da parte del gallerista Giorgio Marconi, che tuttavia, tanto per ristabilire un equilibrio, mise in squadra anche il campione numero uno della Pop di rito romano-statunitense, Mario Schifano. Ma ritorniamo al nostro Del Pezzo, che in fondo non aveva cancellato del tutto il gesto liberatorio napoletano di disfarsi di tutta la zavorra domestica. A quel gesto egli aveva come applicato una moviola girata in senso contrario, riportando le “buone cose di cattivo gusto” a un loro statuto d’origine, quando erano cornici per banali illustrazioni, o amuleti portafortuna, o stelle propiziatorie e così via. Bisognava rimetterle a nuovo, riverniciarle, ma soprattutto esporle per ordine, come in un diligente casellario. Nello stesso tempo bisognava lasciar loro anche un tratto intrinseco, il rilievo, una consistenza tridimensionale, anche se impediti di reggersi appieno nello spazio, meglio appoggiarlo alle pareti. Nel che, i sospettosi del dover ammettere l’esistenza di una Pop Art in salsa ambrosiana potevano contrapporre gli esempi ben più calzanti e pienamente autonomi, quanto a rilievo plastico, delle due punte della Scuola di Piazza del Popolo, Pino Pascali e Mario Ceroli, accusando i rivali del Nord di fermarsi a mezza strada nel proposito di dare piena autonomia all’oggetto “popolare”.
Un simile limite della “mezza misura” poteva valere anche in un caso eminente del clima milanese, quale rappresentato dai fantocci molto folclorici, e senza dubbio “popolari”, di Enrico Baj. A sua difesa Del Pezzo poteva vantarsi di essere un continuatore di De Chirico, nel senso di osare di dare rilievo alle sue visioni di cornici, inzeppate le une dentro alle altre e pronte a ospitare un repertorio di ostentato kitsch. Insomma, in formula, dobbiamo a Del Pezzo una sorta di Metafisica in formato “popolare”, tutta dedita alla celebrazione del “cattivo gusto”, ma irrobustito da una forte capacità plastica di sporgenza dalla superficie. A questo punto devo confessare un mio torto. Non so per quale ragione, quando nel 1974, e proprio nella Galleria di Giorgio Marconi, allineai i casi di “ripetizione differente”, di recupero del museo, ma nel rispetto delle esigenze del momento, tra la Pop Art e il Concettuale, non so per quale ragione non includessi nella pattuglia anche il caso di Del Pezzo. In seguito mi sono pentito di quella omissione, e in tante successive testimonianze ho assegnato a Lucio il posto che gli spettava.

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Letteratura

Mario Rondi ancora tra prosa e poesia

Ho ricevuto il ponderoso manoscritto di un romanzo che forse Mario Rondi procederà a stampare, voglio darne subito recezione ricollegandomi a commenti già svolti, e proprio in merito a un autore così prolifico, e così utilmente attivo alla frontiera tra prosa e poesia. Beninteso, non si tratta di un caso banale e stucchevole di prosa lirica, o piattamente memorialistica, nulla di ciò, e siamo ben lontani dai tentativi di rilanciare formule del genere che oggi si richiamano alla cosiddetta “autofiction”. Rondi, anche nella narrazione, si vale della prerogativa usualmente concessa alla poesia di procedere in totale libertà, di “saltare di palo in frasca” come anche si dice. Soprattutto, egli si sente esente dalla schiavitù della trama, della progressione verso qualche esito o porto sicuro, prefissato. Tutto può succedere, in questo scartafaccio affidato all’estro più sciolto e incontenibile. Il titolo, “Il canto del lui”, potrebbe far sospettare qualche piega liricizzante, ma ci pensa il “lui” a imporre le proprie più libere e disinibite esigenze. E’ una rotta che incontra sulla sua strada tanti oggetti, ovviamente di cattivo gusto, un pappagallo fin troppo invadente e ammaestrato, col nome serioso di Cornelio, una donna-robot, anch’essa dal nome ironicamente impegnativo di Ermenegilda, e si profila pure una, altrettanto improbabile nel nome, Domitilla. Un narratore serio deve guardare davanti a sé, rigare dritto, evitare il più possibile le piste laterali, le divagazioni, le distrazioni, viceversa il nostro “lui” è sempre pronto a cogliere dati accidentali, a incantarsi o smarrirsi dietro sollecitazioni e incontri del tutto casuali. In questi giorni è riapparso in scena il capolavoro narrativo di De Chirico, “Ebdomeros”. Purtroppo in proposito io ho avuto il torto di non menzionarlo quando, nel 1967, in un saggio Feltrinelli avevo avuto il merito di capire che si parava all’orizzonte un ritorno all’”azione”, nel senso dell’intreccio, purché questo fosse affidato al colpo di dadi, a una falsa simulazione di rotta sicura. In seguito però mi sono ampiamente ricreduto, se si va al mio saggio “Tra presenza e assenza”, che dovrebbe rivedere la luce presso le edizioni Mimesis, solo che si allenti questa atmosfera di blocco totale di ogni iniziativa, si potrà constatare che ho pienamente rimediato a quella lacuna. Ebbene, il nostro Rondi procede allo stesso modo, come un corpo in stato di imponderabilità, prosciolto cioè da obblighi diegetici. Ogni spunto è buono per consentirgli di dirottare, di svoltare per strade incognite, che tali sono anche al “lui” cui è intestato l’intero percorso, forse il primo a stupirsi delle deviazioni incontrate a ogni passo. Il tutto, se si vuole, ci ricorda l’esperienza onirica, quando, è mia convinzione, siamo tutti grandi creatori di trame, che sarebbero da raccogliere religiosamente sia in versioni scritturali sia in termini visivi. Ma purtroppo, come si sa e si dice, i sogni muoiono all’alba, però c’è chi riesce a ricostruirli anche a occhi aperti, e il nostro Rondi appartiene a questa fortunata categoria.

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Attualità

Dom. 19-4-20 (termoscanner)

Sono ben lieto di aver paragonato i sapienti e supponenti virologi che oggi invadono tutti gli spazi televisivi ai monatti di manzoniana memoria, anche se ovviamente si tratta di una nuova specie con caratteristiche ben diverse. Intanto, è emerso il loro incredibile torto di essersi dimenticati dei delitti che si compivano ai danni dei poveri anziani dei ricoveri, esposti senza tutela all’aggressione del virus. Un terzo o un quarto dei decessi in numero spropositato che noi dobbiamo lamentare, e che ci pongono ai primissimi posti di un simile nefasto conteggio su scala internazionale, si devono proprio a queste incredibili dimenticanze dei nostri Borrelli e Arcuri e così via. Purtroppo le indagini aperte dalla magistratura si pronunceranno al solito con anni di ritardo, o daranno esiti esigui e controversi, quindi gli eventuali colpevoli possono stare sicuri che non pagheranno. Il mio riferimento ai monatti della peste manzoniana vale soprattutto per un aspetto, non certo di una delittuosità intrinseca dei nostri virologi, i quali sono senza dubbio illustri professionisti ben pagati, mentre i monatti della tradizione erano gentaglia, delinquenti della più bassa specie. Ma il tratto comune consiste nell’augurarsi che questo stato di pestilenza si prolunghi il più possibile. Per i monatti in senso proprio era il prolungarsi della licenza a taglieggiare, a derubare le povere vittime. Nulla di simile da parte dei nuovi monatti, che però hanno in comune con quei loro lontani complici il desiderio che questo stato di disagio si prolunghi all’infinito, dato che ne traggono notorietà, li si invita a ogni ora del giorno nei vari programmi televisive. Certo, è lapalissiano che se rimanessimo in “lock down” a tempo indeterminato, fino all’estate, sarebbe il modo migliore per evitare rischi di contagio, ma il cavallo morirebbe per inedia, per sfacelo economico e sociale. Fra l’altro, insisto in ogni mio domenicale a chiedere con quale criterio si conteggino i positivi. Supponiamo che io, toccando ferro, riconosca in me i tipici sintomi, febbre alta, difficoltà respiratorie, chi mai verrebbe a farmi un tampone? E beninteso mi guarderei bene dal chiedere un ricovero, forse denuncerei questa mia condizione alterata al medico di famiglia, e forse solo da lui partirebbe l’indicazione di aggiungere una unità al numero dei positivi, il cui calcolo quindi è del tutto cervellotico, e non è da trascurare che i nostri nuovi monatti, proprio al fine di mantenere una simile condizione a loro favore, giochino al rialzo dei numeri. Basta fare qualche tampone in più, e così la curva del contagio si rialza, se ne dimostra la pericolosità non ancora terminata, si chiede il rinvio di qualsiasi riapertura.
Io invece mi schiero totalmente a favore di chi esorta a riaprire. Fra l’altro, ho verificato che c’è davvero un sistema rapido e abbastanza sicuro per accertare uno stato di positività, è il termoscanner, un apparecchietto che misura subito l’esistenza di uno stato febbrile superiore alla norma. Basterebbe munire di un simile strumento tutti gli ingressi a negozi e aziende riaperti per individuare all’istante chi sia in presunto stato di positività, e che dunque debba essere allontanato, e invitato a imporsi una volontaria quarantena domestica. Naturalmente, è pure giusto che in vista di una riapertura generale si mettano in atto turni di lavoro differenziati, viaggi in autobus o in metrò essi pure a intervalli misurati, eccetera. E si studino pure delle norme per consentire il rientro a scuola degli alunni. La loro costrizione a starsene nei rispettivi domicili alla lunga diventa insostenibile. Se i genitori ritornano al lavoro, chi bada ai minorenni costretti a casa? Come può il ministri della scuola prendere decisioni autonome, dissonanti da quanto viene stabilito dal governo?

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Arte

Previati, un divisionista molto sui generis

Anche la mostra di Gaetano Previati, mi devo limitare, per le attuali proibizioni, a visitarla in modo virtuale, con la difficoltà rispetto ad altri casi, che la rassegna è allestita nel Castello Estense, sede insolita, mentre beninteso conosco a memoria la suite offerta dal Palazzo dei Diamanti, compreso il penoso budello del collegamento esterno tra le due ali. Ma Previati mi è ben noto, e dove non arrivano le immagini delle sue opere scaricate dai siti virtuali, sopperisce il meticoloso dossier fornito dalla rivista omonima, “Arte e dossier”, a firma Sileno Salvagni, dove credo compaia quasi per intero la produzione dell’artista ferrarese. Che è stato un grande, a cavallo dei due secoli (1852-1920) al pari di Giovanni Boldini e di Filippo De Pisis, quasi degni di vedersi dedicata una seconda puntata della longhiana “Officina ferrarese”, però con la grande differenza che i protagonisti della fase quattrocentesca vissero per lo più entro le mura estensi, mentre i loro lontani seguaci dal nido natale dovettero emigrare per cercare fortuna e nutrimento altrove, né del resto lo stesso Longhi sarebbe stato disposto a rivolgere il suo talento a loro vantaggio. E ancora, al di là del comune luogo di nascita i tre seguirono percorsi tra loro ben diversi, uniti però dal fatto di recitare ruoli molto personali, nettamente distinti rispetto a quanto prevedevano i rispettivi movimenti di appartenenza. Così, Boldini è stato un impressionista molto sui generis, a sfida del manipolo più reputato degli abitanti della Senna. E anche la Metafisica di De Pisis, o la sua appartenenza al novecentismo, hanno seguito piste originali. Così si dica pure per Previati, a cominciare dalla sua massima invenzione, un divisionismo del tutto diverso da quello ufficiale creato da Seurat, che era a coriandolo, se non proprio a puntinismo, ed ebbe pronta accoglienza anche presso di noi, soprattutto nel Piemonte di Pellizza e poi di Balla. Ma quel procedere come a scudisciate che fendono lo spazio, che vi distendono una fisarmonica di fibre, da dove l’ha preso, il nostro Previati? Pare proprio che sia una ricetta sua esclusiva, di cui non si trovano precedenti o suggerimenti in quegli anni. Eppure fu per lui come una tuta d’amianto che gli permise di affrontare indenne temi “di cattivo gusto”. Come si sa, e sia la mostra sia il dossier confermano, frequentò nei primi anni il tema storico, con soggetti impossibili, sempre a un passo dal kitsch, cui del resto non si sarebbe sottratto anche nel seguito della sua tormentata carriera, Visioni settecentesche, di rilancio di un frivolo rococò, o di un Ottocento melodrammatico, e poi temi religiosi, Cristi dolenti, madri-madonne sofferenti, voli di angeli, nulla si è risparmiato il nostro artista, magari ricollegandosi per questo verso a uno “storicista” accanito come Domenico Morelli. Ma quel procedere per fasce, per scomposizioni ingegnose, lo ha sempre salvato, per esempio tenendolo lontano dal fare oleografico di Hayez e di tutti gli altri “romantici”. Semmai, andato a Milano, gli fu ottimo incitamento l’arte degli Scapigliati, soprattutto di Tranquillo Cremona, che lo preservò dal delitto di comporre in modo compatto, disteso, uniforme, insegnandogli invece a sfilacciare la composizione. Ma al confronto Cremona aveva be poco metodo, si limitava a un disordinato sfarfallio, seppur ingegnoso e di ottima levatura pittorica. Previati sentiva invece il bisogno di “pettinare” i suoi dipinti, ma così ne ricavava come una serie di lacci per andare ad afferrare fantasmi, creature ideali, angeli o demoni, e a questo modo entrava a vele spiegate nel clima del Simbolismo, iscrivendosi addirittura come nostro numero uno in quei registri. A gara, forse, con un altro frequentatore di Brera come lui, di nascita molto lontana, Segantini, il quale però, come un Van Gogh nostrano, sentiva l’attrazione della pasta, del colore denso e quasi in rilievo, mentre il rivale Previati lo distendeva, lo rendeva aereo, fluttuante. Uno dei suoi grandi meriti storici è stato di impostare una fondamentale staffetta col principale rappresentante del Futurismo, Boccioni, in definitiva l’unico ad aver inteso a fondo il vantaggio di quel dipingere per il lungo, con dei filamenti che bastano già per conto loro per dare al dipinto un flusso aerodinamico. Anche se poi un autentico protagonista del Novecento come Boccioni sentiva l’obbligo di liberare le immagini dalle curvature troppo simboliste e patetiche del predecessore. Il passaggio dal “Paolo e Francesca” di Previati alla ripresa di quel tema da parte di Boccioni è un magnifico indice della trasformazione che bisognava pur compiere, per lasciarsi alle spalle il patetismo di fine Ottocento e avventurarsi nei ritmi più decisi e spietati del nuovo secolo.

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Letteratura

Bonvissuto: vivere il tifo come un delirio

Nel 2012, su segnalazione di Gabriele Pedullà, abbiamo invitato Sandro Bonvissuto a RicercaBO, a leggere, come ne prevede la formula, un brano di un’opera al momento ancora inedita ancora, credo che fosse la prima di questo autore, “Dentro”. Non ricordo bene come questa sua lettura fu accolta, ma ora, a una prova più matura quale “La gioia fa parecchio rumore”, sono ben lieto di costituirmi io da lettore pronto a darne un giudizio positivo. È la cronistoria di una monomania, quella per il calcio, ma più ancora per una precisa squadra del campionato, la Roma, di cui il protagonista che parla in prima persona si dichiara sostenitore estremo, a prescindere, fino alla follia. Mi viene in mente quanto dice il grande Svevo, che a un fumatore incallito quale era il suo personaggio più noto, Zeno, fuma tutto, fumano gli occhi, fuma ogni suo gesto. Lo stesso si dica del “tifo” sfegatato che qui viene documentato per la squadra del cuore, attorno a cui tutto gira, a cominciare dalla famiglia, di cui sono degni rappresentanti solo i maschi, padre e zio, con sdegnosa esclusione della componente femminile. E detiene un ruolo molto importante un mobile, un sofà, in cui questo club ristretto affonda per seguire con ansia, alla radio o alla tv, quando questa compare, le vicende della squadra del cuore. Il giovane adepto è sottoposto a una dura disciplina, peggio che nei militari o in un carcere, perché ogni suo comportamento si deve rendere degno di una condotta dalle regole ben determinate e inflessibili. Naturalmente, i componenti di questa comunità riservata ed esclusiva conoscono bene la loro “malattia”, sanno di essere “inclini alla battuta e all’iperbole, all’ironia in modo amaro”, il che li rende anche “capaci dei rilievi più fantasiosi”. Questa maniacale, ma nello stesso tempo autoironica ossessione, mi sembra che porti il nostro Bonvissuto a rasentare gli effetti che sa raggiungere magistralmente uno degli eroi usciti dal non mai abbastanza da me elogiato clima di RicercaRE, Francesco Piccolo, anche lui attento registratore di minuzie, passi falsi, mosse sbagliate, in cui però risiede il sale del vivere. Tanto è vero che quando in opere recenti Piccolo ha ritenuto di dover crescere, di irrobustire i suoi prodotti, è andato perdendo proprio la leggerezza, il clima di ironico delirio che solo può sostenere pagine come queste, Mi auguro che Bonvissuto resti fedele alla ricetta qui messa in atto, senza pretendere di far crescere troppo il suo impertinente, ma anche ingenuo e sprovveduto eroe adolescenziale.
Sandro Bonvissuto, La gioia fa parecchio rumore, Einaudi, pp. 192, euro 18,50.

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Attualità

Dom. 12-4-20 (aprire)

Giovedì scorso 9 aprile si è tenuto un interessante incontro nel salotto Gruber tra quattro protagonisti, divisi due contro due a sostenere tesi diverse. Da un lato c’era un rappresentante della categoria che, se qualcuno mi segue, sa bene come io la riporti ai monatti di manzoniana memoria. Nel caso si trattava di Massimo Galli, direttore dell’ospedale Sacco di Milano, abbastanza in linea con lui risultava il ben noto opinionista di “Repubblica” Massimo Giannini. Dall’altra parte si ponevano Lucia Mattioli, vice-presidente di Confindustria, e l’anche lui ben noto al pubblico dei media Luca Telese. Questi due ultimi, con cui io concordo pienamente, ammonivano che bisogna tornare appena possibile ad “aprire”, a ripartire con le aziende e le attività produttive, altrimenti rischiamo di curare sì il cavallo, ma di farlo morire, se non per morbo, per inedia. Perché invece oso riportare Sacco, e con lui tanti altri virologi o comunque pretesi esperti in materia, come Prelasco, e l’impacciato Borrelli, e lo scostante Arcuri, alla categoria dei monatti? A prima vista, non pare proprio che ci sia nulla in comune tra quella feccia che approfittava della peste per ricattare i poveri infettati, per effettuare latrocini e altri crimini, ma soprattutto augurandosi che quel clima di sospensione di ogni legge durasse il più possibile. Naturalmente i nostri competenti sono austeri e stimati professionisti, ritengo che ricevano un congruo trattamento economico, ma il tratto che condividono con quella famigerata categoria è la speranza, anche se inconfessata, che il morbo duri il più possibile, in quanto a loro porta, se non soldi, almeno posizioni di rilievo, di prestigio, facendone delle specie di tutori dell’ordine collettivo. Il nostro premier procede con cautela, ritengo che sia stato inevitabile per lui estendere il blocco fino al 3 maggio, ma intanto ammette che certe attività possano riprender anche prima. Il Galli, fregandosi le mani di nascosto compiacimento, afferma invece che dovremo aspettare anche fine giugno, o magari andare all’autunno, e i suoi degni compari più o meno la pensano come lui. Ma non ci sono serviti in nulla, non hanno previsto la mole dei contagiati che si è abbattuta su di noi, non ci hanno detto, Borrelli e compagni, come si riesce a contare con tanta precisione il numero giornaliero dei contagiati, se non rimettendosi a una autocertificazione degli interessati, tanto, non c’è nessuno che si rechi nei vari domicili a fare tamponi in loco, e giustamente è fatto divieto di andare negli ospedali, se il coronavirus si presenta in forme leggere. Del resto, credo che si debba diffidare degli ospedali. I nostri pseudo-sapienti non hanno previsto quello che è avvenuto nelle case di riposto degli anziani, lasciati ammucchiati a infettarsi reciprocamente, il che forse spiega l’alto numero di decessi che dobbiamo lamentare. Io per quanto mi riguarda ho aderito ben volentieri all’appello lanciato da Vittorio Sgarbi per una riapertura delle mostre, per fortuna il buon senso di Conte pare che arrivi per conto suo all’apertura delle librerie. Ma, mi chiedo, come ha permesso a un suo ministro, della scuola, di formulare una dichiarazione del tutto prematura, che l’anno scolastico è terminato, che gli alunni non torneranno più sui banchi? Se dopo il 3 maggio riprenderanno le attività, i genitori a chi lasceranno i figli, gli si dovrà fornire un esercito gratuito di baby sitter? E come potranno tollerare, i bambi e gli adolescenti, una clausura prolungata, quando si sa bene che in molte famiglie non esistono i conforti delle comunicazioni skype o simili? All’inizio di tutto si diceva che esistono degli strumenti di pronta applicazione che consentono di misurare la febbre delle persone. Ci sono davvero questi congegni? Se sì, un loro uso sistematico permetterebbe di individuare rapidamente i positivi impedendogli ovviamente l’ingresso in mostre, librerie, luoghi di lavoro. In questo mio “cahier de doléances” un posticino spetta ai sindacati, che restano imperturbabili i difensori del grande numero, del lavoro operaio o impiegatizio, di coloro che, se anche stanno a casa, hanno la cassa integrazione. Ma Landini e soci non hanno capito che oggi esistono mille forme di lavoro precario, molto difficili da risarcire, a meno che il sistema non riparta. E’ comodo occuparsi degli operai in fabbrica, molto più scomodo darsi da fare per i poveri trasportatori di cibi, o raccoglitori nelle piantagioni. C’è una folla di diseredati, di precari, se si vuole di parassiti, come nel regno animale, che non mangiano se la macchina produttiva non si rimette in movimento. Ma anche le aziende, se per un fermo prolungato perdono quote di mercato e di esportazione, forse dovranno poi ricorrere a licenziamenti, con i conflitti e diatribe che ne seguiranno.

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Arte

Le ragnatele di Tomàs Saraceno

In passato ho fatto ricorso più volte a visite virtuali di mostre, indotto da ragioni di risparmio, di tempo e di spese per viaggi, e certo mi capiterà di farlo ancora. Ma in questo momento una simile modalità di visita è resa necessaria dalla chiusura dei luoghi espositivi. Diversamente, lo giuro, mi sarei recato a Firenze, Palazzo Strozzi, per la mostra dedicata a Tomàs Saraceno (1973), argentino di nascita ma poi trasferitosi in Germania e con soggiorni anche presso di noi. In lui si deve vedere l’uno dei due moschettieri che rendono grande l’America del Sud, a sfida della tradizionale supremazia che si usa attribuire a quella del Nord. L’altro campione è il brasiliano Ernesto Neto, più anziano di lui di neanche un decennio. I due si dividono il compito di sfidare la natura, lussureggiante nei rispettivi Paesi, facendole concorrenza grazie ai nostri ritrovati tecnologici. Neto ricrea, con l’aiuto di materiali plastici, e sfruttando al massimo il principio della malleabilità, la vegetazione, l’intrico di piante come di foreste amazzoniche, dalle foglie larghe, quasi smaltate, da cui pendono frutti gonfi, panciuti, non senza che per questo peso aggiunto le superfici rischino di squarciarsi, Saraceno invece sviluppa come delle ragnatele gigantesche, che quasi sembrano materializzare il trascorrere impalpabile delle onde elettromagnetiche, o, per stare nel concreto, sviluppano in alto, nella volta aerea, qualcosa di simile al dripping di Pollock. Personalmente ho già avuto modo di ammirare questi suoi procedimenti quando aveva riempito di sé l’ampia cavità di cui dispone il MACRO di Roma, e anche quando aveva sorvolato con uno stuolo di corpi aerei l’ultima Biennale di Venezia, mentre ho perso, confesso, le sue installazioni al milanese Hangar della Bicocca nel 2012, dove aveva sviluppato alla perfezione un aspetto intrinseco al suo modo di essere, riempiendo l’enorme spazio come con delle bolle di sapone di ampiezza smisurata, a contrasto con uno spessore minimale, però abbastanza tenace tanto da sopportare che su di esso si potessero posare degli esseri umani, simili a disperati naufraghi di un disastro pur sempre avvenuto in cielo, per esempio per lo squarciarsi di una mongolfiera o di qualche altro congegno volante. Nella mostra fiorentina mi sembra che Saraceno sfrutti un’altra possibilità intrinseca al suo repertorio, pur sempre nel segno del gonfiore, ampio, espanso, ma di limitato spessore. A guardare le sue mostruose escrescenze, che non stanno nelle stanze del museo ma occupano gli spazi aperti del cortile, vengono in mente i soffioni, quelle efflorescenze che sembrano proprio tramate di vuoto, tanto è vero che ci prendiamo il diletto alquanto crudele di soffiarci sopra, di disperderle nell’atmosfera. Naturalmente un simile gesto non è possibile compierlo davvero a danno di queste mostruose sfere, o almeno per farlo ci vorrebbe un gigante smisurato, ma la sensazione è proprio quella, di involucri riempiti di vuoto, fino quasi a un punto di esplosione. E nello stesso tempo se ne evidenzia l’immaterialità, un carattere di trasparenza, o di riflessione di quanto sta fuori di loro. Insomma, i due alfieri del Sud America giocano carte opposte, l’uno punta sul tutto pieno, l’altro sul tutto vuoto, uniti però dal comune rivolgersi alle attuali risorse dei materiali tecnologici.

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