Attualità

Un giusto omaggio a Baruchello

Giunto alla bella età di 94 anni (1924), Gianfranco Baruchello rischiava di essere un dimenticato o trascurato, finché non ha avuto al suo fianco Carla Subrizi che gli ha costruito attorno una Fondazione. Ora poi è intervenuto Gianfranco Maraniello a organizzargli un’ampia retrospettiva al MART. E dire che Baruchello lavora fin dagli anni ’60, con l’appoggio di un teorico, storico e gallerista come Arturo Schwarz, cui si deve, tra i tanti meriti, quello di aver sostenuto, proprio in quegli anni, la poetica di un’immagine “fredda”, di carattere analitico-combinatorio. Il carattere dominante di Baruchello sta proprio nello sminuzzare gli elementi, come per ricavarne delle tracce esigue, o delle decalcomanie, da raccogliere poi a sciami, o in album favolosi, in “scatole a sorpresa”. Del resto, basta fare ricorso ai titoli dei suoi sciami o costellazioni per averne definizioni superbe ed efficaci, come per esempio “polvere di stelle”, “altopiano dell’incerto”,”pioggia e lacrime delle cose”, “nei giardini del dormiveglia”, “mi situo come una macchia”. Infatti queste nubi di apparizioni delle volte perdono i tratti distintivi, e appunto fanno macchia, incrostazione, muffa sul muro. Negli anni centrali del suo lavoro gli era sorto a fianco un compagno, Gianni Emilio Simonetti, che rischiava di plagiarlo, fino a fornire un prodotto quasi indistinguibile dall’originale. Vale la pena di ricordare in proposito la testimonianza di un attento osservatore come Francesco Vincitorio, che andrebbe ricordato pure lui, con le sue iniziative coraggiose, quali il NAC, “Notiziario di arte contemporanea”, che per noi giovani critici, lungo gli anni ’60, era un ottimo banco di prova e di uscita alla luce. Poi, in una lunga collaborazione all’”Espresso”, lo ho avuto al fianco come scrupoloso compilatore di una vetrina di mostre degne di essere segnalate. Se ne andò poi sdegnato quando un direttore di turno tentò di imporgli di segnalare qualche suo preferito, al di là del merito. Ebbene, proprio Vincitorio ebbe a usare allora una felice definizione quando disse che i due, Baruchello e Simonetti, procedevano “laocontianamente” avvinti. Ma in seguito il più anziano dei due si è scrollato di dosso l’altro, che non so bene che terra tenga oggi, mentre il nostro ha, per così dire, allungato il tiro. Approfittando degli ampi spazi che il MART gli offre, ha voluto come andare a stabilire dei legami tra le isole vaganti in cui in precedenza si era manifestato il suo talento. Sono come delle liane, dei giunti flessibili, dei rizomi che vanno a pescare e ad allacciare le varie isole di tracce, e nello stesso tempo le immagini osano abbandonare la parete, discendere ad occupare le superfici, i pavimenti, con invasione tenace e inarrestabile. Ed esiste anche un fenomeno di tesaurizzazione, per cui quegli ingegnosi microcosmi vengono racchiusi in una bottiglia, pronta ad essere affidata al mare per mettere in salvo una preziosa campionatura di tutti i semi e germi della nostra condizione terrestre. Il linguaggio di Baruchello, insomma, scioglie ora più che mai gli ormeggi, diviene una salvifica arca di Noè che solca gli spazi a enne dimensioni, pronto a trovare fertili approdi, o a rimanere per sempre in uno stato di magica sospensione, pronta a ogni possibile esito.
Gianfranco Baruchello, a cura di Gianfranco Maraniello e Carla Subrizi, Rovereto, MART, fino al 26 settembre.

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Letteratura

Cotroneo, un Caravaggio alquanto conformista

Ho avuto in passato buoni rapporti con Roberto Cotroneo, quando, negli anni ’80 e ’90, collaboravo all”Espresso” e lo avevo come caposervizio alla cultura, credo con stima reciproca. Poi un brutto giorno un direttore di passaggio ci licenziò entrambi, ma Cotroneo è caduto in piedi perché è divenuto magna pars all’università Luiss. Una volta andato in pensione, mi ero rivolto a lui per ottenere, come fanno tanti pensionati, un posticino supplementare. In apparenza accolse cordialmente quella mia richiesta in ricordo della ormai lontana collaborazione, ma a quanto mi risulta una sua caratteristica è di dare appuntamenti che poi non onora con la sua presenza. La cosa si è ripetuta di recente al nostro Istituto di cultura di Bruxelles il cui direttore, due anni fa, aveva deciso di organizzare un incontro in ricordo di Pier Vittorio Tondelli, e Cotroneo doveva essere accanto a me nella celebrazione, ma anche in quell’occasione si è dileguato nel nulla. Ora ricevo un suo saggio, “L’invenzione di Caravaggio”, di cui vado a dire maluccio, ma certo per non vendicarmi di quei mancati appuntamenti, sarebbe meschino da parte mia. Il saggio ha senza dubbio un merito, quello di ricordare uno dei titoli di grandezza di Roberto Longhi, il rilancio delle fortune del Caravaggio che, allorché Longhi si mise al lavoro, agli inizi del secolo scorso, erano alquanto impallidite. In una serie continua e coerente di interventi il critico piemontese-fiorentino ne ha rialzato i titoli, come senza dubbio era giusto, ma forse superando il segno, fino a creare una sorta di Caravaggio-mania che si è estesa a macchia d’olio, e appunto il contributo ossequioso di Cotroneo ne è uno dei molti risultati. Ma in proposito devo ricordare un mio ostinato cavallo di battaglia, la distinzione tra il moderno e il contemporaneo, intendendo col primo, in accordo coi manuali, l’arte che va dal Cinquecento a buona parte dell’Ottocento, di cui il realismo di Caravaggio è senza dubbio una struttura portante, ma occorre precisare che seguendo quella pista si arriva a Courbet e agli Impressionisti, e non oltre. L’arte caravaggesca, in tutto il contemporaneo, è inattuale, nessuno dei suoi protagonisti tra fine Ottocento e Novecento ha saputo che farsene di lui, anzi, ha dovuto allontanarsene. Del resto i conti tornano, dato che Longhi è stato un nemico del contemporaneo, pur dopo una brillante partenza giovanile in cui aveva riconosciuto i meriti di Boccioni. In seguito ha pronunciato qualche bestemmia contro i punti di forza del contemporaneo, per esempio in lode di un realista della Scuola romana anni Trenta ha asserito che per sua fortuna non sarebbe mai annegato in quelle piatte risaie con pochi pollici d’acqua in cui è naufragato Mondrian. E quando negli anni Cinquanta ha avuto in mano una rubrica giornalistica importante, l’ha sì condivisa con Francesco Arcangeli, tra i suoi migliori allievi, ma sbuffando di intolleranza quando l’altro celebrava, a parer suo con troppa insistenza, le lodi di Pollock. Ritornando in territorio caravaggesco, dove senza dubbio sono forti i meriti longhiani, ho pure più volte dovuto controbattere alla sua ipotesi centrale di una derivazione del Merisi dal Cinquecento lombardo, scambiando appunto per incunaboli di realismo “moderno” quanto invece, da parte del Lotto, e poi del Savoldo, del Moretto e di altri, era solo una derivazione dal capostipite del Rinascimento nordico, Albrecht Duerer: quel pilastro contro cui invece il Longhi non si è trattenuto dal borbottare riserve e dubbi. E poi, se nella Lombardia tra i due secoli ci fosse stata una cultura così fertile in termini di realismo-naturalismo, come mai, andato via proprio Caravaggio, di questo clima sono rimaste ben poche tracce? Il Seicento non è affatto un secolo prodigioso, in terra lombarda, mentre tutto si sposta su Roma, davvero in quel momento “caput mundi”. E ancora, proprio attorno al primo approdare del Merisi nell’Urbe, persiste un fitto mistero. Da dove gli è venuto quel miracoloso e meraviglioso iper-realismo “in chiaro”, di meticolosa consistenza nelle carni e negli abiti? Questa è una partita ancora tutta da giocare, e il retaggio lombardo vale molto poco a spiegarla.
Beninteso di tutta questa problematica non ci sono tracce nel saggio di Cotroneo, che procede tranquillo e sicuro per le vie dell’elogio acritico. in linea con l’opinione corrente e dominante. Questo essere “in”, nel fiume del consenso, gli consente di essere apprezzato e riverito, mentre io procedo per le mia via scomoda e solitaria, con ben pochi riconoscimenti di qualsiasi tipo.
Roberto Cotroneo, L’invenzione di Caravaggio, UTET, pp. 131, euro 18.

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Attualità

Dom. 12-8-18 (passante)

Sappiamo tutti dell’orribile incidente che è avvenuto alcuni giorni fa sulla tangenziale di Bologna, con esito perfino fortunato, in quanto poteva essere una strage di persone, mentre senza dubbio esso ha causato danni ingenti alle auto e alle case. Purtroppo di sinistri di questa natura se ne potranno avere altri, finché la tangenziale correrà a due passi dal centro, oltretutto stretta, insufficiente a reggere il traffico, sia locale sia di lunga percorrenza. Il rimedio era ipotizzato da tempo, stava nel costruire un passante a Nord, nella contigua pianura padana, a congrua distanza chilometrica dalla città, il che avrebbe posto al riparo da eventuali prossime catastrofi. Ma la cosa è stata fermata, per deplorevoli ragioni elettorali, dal sindaco di Bologna Merola, che ha voluto ingraziarsi i sindaci dei comuni limitrofi onde ottenere il loro appoggio nella sua corsa alla presidenza dell’area metropolitana, escogitata, come si sa, in sostituzione delle Province. Quei sindaci a loro volta hanno imbracciato le deplorevoli ragioni dei verdi, proclamando che sarebbe stato un delitto portar via dei pezzetti di terreno agricolo, di cui pure ci sono vaste estensioni, per far sorgere quella struttura, senza tener conto che sarebbe stata una boccata d’ossigeno anche per i loro traffici, con bretelle agili di collegamento al sistema centrale. In sostituzione si è escogitata una soluzione orribile, quella di allargare l’attuale tangenziale, il che implicherebbe anni di lavori, espropriazione delle case, quelle sì, che gravano nell’area, con cause, proteste, contenziosi e così via. Un ginepraio di incerta soluzione. A dire il vero, i Cinque stelle parlano di voler bloccare questa soluzione di raddoppio della tangenziale, temo però che non sia affatto per rilanciare il progetto unico ad essere razionale e utile, cioè il passante in aperta campagna e a distanza di sicurezza. Temo che semplicemente la tesi dei padroni del governo, come in tanti altri casi, sia di bloccare ogni lavoro di allargamento, di difendere lo status quo, nonostante tutti i suoi palesi limiti e inadeguatezze. Sarebbe insomma un voler seguire la politica della decrescita felice, fino a ritornare magari ai mitici caratteri della civiltà contadina.

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Arte

Una convincente visione dell’arte brasiliana

Da sempre il Padiglione d’Arte Contemporanea (PAC) è la punta d’attacco del sistema espositivo milanese, dove fra l’altro si esercita l’abilità del conduttore principale, Diego Sileo, capace peraltro di felici sortite in altri spazi. Per esempio, mi è capitato di lodare, su questo blog, l’eccellenza con cui ci ha offerto una magnifica mostra di Frida Kahlo, al MUDEC, che viceversa è spazio dalle finalità molto incerte, avendo rinunciato ad essere il Museo del Duemila, in continuazione rispetto all’insufficiente Museo del Novecento. Fra l’altro, al PAC Diego Sileo sta verificando l’ipotesi centrale dei nostri tempi, il fatto che oggi si possa creare arte eccellente ovunque, come ha dimostrato in passato una rassegna dedicata Cuba, e ora questa in atto, rivolta al Brasile. Con rammarico devo dire che io mi ero messo sulla medesima strada attraverso le mie Officine, realizzate a Bologna e in altre località della Romagna, via via rivolte a fornire uno spaccato dell’Europa, dell’America del Nord, dell’Asia (Cina, Giappone, Corea). Purtroppo una stupida conduzione dell’assessorato alla cultura della Regione Emilia Romagna, che si esaurisce in una pioggerella di elargizioni a singoli eventi municipali, mi ha impedito di proseguire per questa strada, e dunque ora è giusto che io inneggi a imprese del genere quali si possono ammirare al PAC. Come questa, che presenta trenta artisti, tutti degni di menzione. Comincerei da Maria Theresa Alves, autrice di una arguta serie di acquerelli col titolo globale di “This is not an apricot”, che ovviamente arieggia la famosa negazione enunciata da Magritte. Ma potremmo effettuare una variazione, che sarebbe anche una massima capace di chiarire quanto oggi si fa in tutto il mondo. Gli artisti dei vari Paesi del globo potrebbero intonare concordi un “This is not a Kosuth”, nel senso che questa unanimità di spiriti ora raggiunta parte proprio dalla sacra triade impostata da Kosuth: se volete riferirvi alle cose, o prendetele tali e quali, o datene le loro foto, o le definizioni linguistiche tratte dal vocabolario, E’ lo spirito del ’68 che in definitiva vige tuttora, ma con tante varianti, che fra l’altro contemplano il ritorno alla pittura, come in questo caso. La Alves però ci mostra come i frutti tropicali del Brasile arieggino, ma non siano propri i nostri europei. E così pure le opere che fioriscono ovunque costeggiano la triade di Kosuth, ma non esitano a fornirne variazioni intelligenti. Percorriamo comunque queste trenta presenze, procedendo dalle più leggere alle più pesanti. Tra le prime, l’ambiente di Fernanda Gomes, all’insegna del bianco su bianco, un monocromo ma con quasi invisibili stilettate che lo rianimano. La presenza delle foreste, che un classico come Ernesto Neto simula con il ricorso alle materie plastiche, echeggia nei lavori di Palma Bosque e di Daniel Mangrané, con installazioni filiformi, quasi rubando l’epitelio ai vegetali. Tunga addirittura si attacca alle capigliature ricavandone come uno scalpo ingigantito. Leo Nilson ci porta nel mondo dei manufatti, in particolare dei vestiti, ma procurando di unirli, di rattopparli con cuciture leggere, proprio come utilizzando, anche in questo caso, fibre vegetali.
Da queste prestazioni nel nome della leggerezza elastica e flessibile giungiamo invece a effetti di un materismo addirittura brutale, per esempio con Sofia Borges e i suoi cumuli di terriccio informe. André Komatsu sfrutta addirittura sacchi di cemento svuotati per erigere con essi una baracca precaria e traballante. Ma in questo senso il lavoro più sorprendente si trova nel piano basso del PAC, interamente occupato da Daniel de Paula e da un suo metodico carottaggio del suolo di qualche area geografica, da cui ricava come dei tuberi, allineandoli con cura. Il medesimo spazio è pure animato da un video di Cinthia Marcelle, a proposito del quale potremmo di nuovo ripetere “ceci n’est pas un Smithson”, perché è evidente l’ispirazione tratta dal grande Land artista statunitense, ma ripresa con un tono più volgare e profanatorio. Però in questa medesima direzione l’opera più significativa ci è fornita proprio all’ingresso della galleria, ad opera di Berna Reale, che ci presenta una carretta, fatta apposta per trasportare oggetti di scarto, fino a miseri cadaveri. Un video all’interno ci documenta una macabra manifestazione in cui si vede l’artista trascinare il suo nefasto mezzo di trasporto per le vie di Milano, chiaro omaggio ai monatti illustrati dalla peste, nelle drammatiche sequenze manzoniane. Questo in definitiva, diciamolo ancora, il senso globale dell’operazione, e dell’arte che oggi si fa in ogni parte del mondo: riprendere qualche motivo già sperimentato dall’Occidente, ma dandogli nuovi accenti, nuove emergenze ed espansioni.
Brasile. Il coltello nella carne. Milano, PAC, a cura di Jacopo Crivelli e Diego Sileo, fino al 9 settembre. Catalogo Silvana Editoriale.

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Letteratura

Blanchot, un muro di incomunicabilità

Quando Luciano Anceschi è morto, nel 1995, ha lasciato la sua cosa più preziosa, la rivista “il Verri”, come era giusto che fosse, all’unico figlio Giovanni, persona del tutto degna, ma specializzato in opere plastiche e in interventi nel ramo architettura-design in cui ha conseguito titoli di assoluta eccellenza. Ma la letteratura, che era invece la vocazione principale del padre, non è mai stata al centro dei suoi interessi. Non so se Anceschi avesse previsto che su questo fronte avrebbe ampiamente rimediato la nuora, e moglie di Giovanni, Milli Graffi, dotata di ottime qualità di poetessa e anche di critico, ma naturalmente, e giustamente, è pure in possesso di proprie idee, con connessa attitudine a sostenerle in modo grintoso e intollerante. Per un verso credo che si debba a lei, in gran parte, se “il Verri” ha continuato a vivere da allora ad oggi, sfornando numeri monografici di sicura intelligenza e attualità, ma anche seminando qualche vittima sulla sua strada, E tra queste, in primis c’è stato proprio lo scrivente, assieme a una personalità ben più ragguardevole, Nanni Balestrini, che del “Verri” anceschiano era stato a lungo l’artefice principale, accanto al padre spirituale e maestro. In un primo tempo, convinti della necessità che gli eredi del patrimonio anceschiano si dovessero stringere a coorte dopo la sua scomparsa, anche noi due andavamo alle riunioni nell’appartamento privato di Giovanni e Milly, nella milanese via Bramante, contribuendo anche alla ricerca, peraltro senza esito, di un editore del nuovo ciclo della rivista. Ma poi ci siamo allontanati, o quanto meno parlo per me stesso, in quanto con la Graffi il dialogo era impossibile, e non per disistima sulla sua attività poetica, io l’avevo inserita in un’antologia cui avevo affidato uno dei miei rari interventi in campo poetico, un “Viaggio al termine della parola”, dei primi anni ‘80, in cui avanzavo delle ipotesi su come il lavoro poetico potesse sopravvivere nei tempi nuovi. Ma in quel momento, anni ’90, ci trovavamo, Nanni e io, a sostenere i poeti del Gruppo 93, eredi del nostro 63, con Tommaso Ottonieri in testa e tanti altri bei talenti. Lo stesso avveniva anche su fronte della narrativa, che viceversa in passato era stato così esoso di buoni frutti per la neo-avanguardia. Il nostro impegno degli anni ’90 era tutto rivolto agli incontri di Reggio Emilia, RicercaRE, da cui stava emergendo una straordinaria ondata di nuovo narratori. Ma la Graffi aveva messo una sbarra proprio all’altezza dei “suoi” anni ’80, negando diritto di cittadinanza a quanto stava venendo fuori in seguito. Tanta pervicace negazione mi costrinse alla rinuncia, e dunque il mio nome non compare in alcun organo del nuovo “Verri”, il che mi pare valga anche nel caso di Balestrini, anche se la rivista non ha mancato di dedicargli un numero monografico.
Questa mia mancanza di consenso al clima stabilitosi attorno alla nuova serie del “Verri”, cui pure per decenni mi ero sentito legato come da un cordone ombelicale, avrebbe trovato conferma, se fossi rimasto in un qualche comitato interno, a proposito del numero monografico ora rivolto a Maurice Blanchot. Io, da anziano negli studi, sono essenzialmente francofono, ho preso il latte, in sequenza, da Bergson, Sartre, Merleau-Ponty, ed è perfino troppo nota la mia monomania a favore di Robbe-Grillet e del Nouveau Roman. Questo per ricordare che c’è almeno una metà, o un tre quarti del mondo francese in cui mi riconosco. Ma c’è pure un’altra parte che non comprendo, non riesco letteralmente a leggere. In questa schiera primeggia proprio il per me incomprensibile Blanchot, accanto ad altri grossi nomi, come Georges Bataille, fino a includere un Lacan, e buona parte dei nouveax philosophes. Nell’occasione ho tentato di rileggere qualche brano della prosa ermetica blanchottiana, ma con lo stesso esito, di sentirmi respinto, come da un muro di squistezza fine a se stessa, di ghirigori dell’incomunicabilità, come la beffa di qualcuno che oppone una parete cristallina, senza appigli a chi, pur mosso da un pizzico di buona volontà, vorrebbe tentare punti di approdo. Lascio l’esegesi di questo artefice di un muro di “non recevoir” a Stefano Agosti, che invece è uno specialista nell’affrontare percorsi impervi, come per esempio quelli eretti da Stéphan Mallarmé. Chi si vuole divertire, vada a leggere il “mio” Mallarmé, affidato al saggio Mursia sul Simbolismo in Europa, in cui vado a scoprire in lui certi versi giovanili di facile cantabilità, o l’arte estrema dei biglietti d’invito alle sue serate, che mandava ad amici e colleghi, splendide prove in anticipo sulla poesia concreta dei nostri giorni. In conclusione, è giusto che io resti fuori dalla attuale redazione del “Verri” e che ne venga ignorato.

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Attualità

Dom. 5-8-18 (mafia)

Uno dei tormentoni dei nostri giorni è l’infinita partita giudiziaria sulla questione dei rapporti stato-mafia, con il susseguirsi di sentenze di cui, in genere, l’una contraddice l’altra. Ne ha parlato con fine umorismo Paolo Mieli qualche giorno fa sul “Corriere”. Fra l’altro, è assurdo dichiarare che questa supposta intesa avrebbe affrettato la condanna di Falcone e Borsellino. Evidentemente, se questa intesa ci fosse stata, diventava inutile compiere quelle due stragi, cui semmai era affidato proprio il compito di affrettare l’ipotetico passo sciagurato. Ma non voglio certo entrare in merito alle due stragi del ’92 di cui rimasero vittime Falcone e Borsellino, su cui d’altra parte pare che luce sia stata fatta, anche senza inserimenti “dietrologici”. Invece sugli attentati successivi dell’anno dopo, del ’93, tutto sappiamo per merito di una trasmissione chiarificatrice condotta a suo tempo da Mentana, e in quel caso è palese che una simile trattativa c’è stata. Mi limito a riassumere a memoria quanto risultò da quella perfetta trasmissione. Alla fine del ’92 i parenti dei mafiosi sottoposti al carcere duro del 41 bis inviarono una lettera all’allora presidente Scalfaro chiedendo un gesto umanitario, una attenuazione di quel rigore, ma in un primo tempo, come era giusto, lo Stato non raccolse quella pressione. Allora i mafiosi a piede libero reagirono con gli attentati appunto del ’93, che furono leggeri, non tremendi come i due precedenti, volti proprio a una funzione di minaccia. In questi giorni si è commemorato l’attentato al PAC di Milano, in via Palestro, avvenuto il 27 luglio del 1993. Ebbene, diciamo la verità, esso era concepito non per fare necessariamente delle vittime, queste ci furono perché dei vigili si avvicinarono all’auto abbandonata andando ad aprirne il baule, gesto, come si sa, da evitare assolutamente in casi dubbi. Da qui lo scoppio di una bomba, che purtroppo uccise non so quanti di quei malcapitati e imprudenti, assieme a un povero barbone che dormiva lì accanto su una panchina del parco. E bastava che con prontezza di riflessi si togliesse la fuoriuscita del gas nella Palazzina del PAC per evitare la conseguente esplosione con relativi danni, che avvenne non subito, ma con ore di ritardo, proprio quando l’edificio era stato invaso dal gas lasciato in libera uscita. Anche la bomba a Firenze nei pressi degli Uffizi era leggera e dimostrativa, come pure quella contro Maurizio Costanzo. Però questi attentati ebbero l’effetto voluto, ovvero Scalfaro si spaventò davvero, e diede ordine a Conso, allora ministro di grazia e di giustizia, a intervenire alleggerendo di fatto il 41 bis, e dunque quello fu un patteggiamento evidente, quasi alla luce del sole, di cui pure ci si è scordati, preferendo inseguire patteggiamenti incerti e forse mai avvenuti. Si lascia insomma il certo e documentato per inseguire l’incerto e opinabile.

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